Posted Sunday, July 18, 2004
Forse sabbia qui non ce ne é molta,...
ma può darsi che qualche “sahariano”
possa cambiare parere sulle future destinazioni.
L'avventura inizia il 24 luglio 1997, all'aeroporto di Roma Fiumicino, volo Garuda Indonesia per Denpasar.
Finalmente, almeno per un mese lascio alle spalle le scartoffie e il pensiero di un ex fidanzato testone. Non mi preoccupo delle difficoltà del viaggio che ho davanti anche se non so bene cosa potermi aspettare: sono fisicamente e mentalmente preparata, lo zaino pesa relativamente poco (cosa molto importante quando sussiste la prospettiva di doverlo tenere sulle spalle per un mese), la mamma ha promesso che si sarebbe ricordata di innaffiarmi le piante, Masai (il mio cavallo) è sistemato in trasferta e, sicuramente, sta meglio di me. Quindi, anche se il viaggio si prospetta come una completa incognita, sia come tempistica, sia come itinerario, parto entusiasta e senza la minima preoccupazione..
E' il primo nostro scalo in Irian Jaya.
E' la città principale sulla costa nord: qui atterrano tutti gli aerei provenienti dal Sulawesi e dalle grandi isole indonesiane. Per noi essa non rappresenta altro che il punto di riferimento nel quale bisogna sempre tornare per potersi spostare all'interno e all'esterno dell'Irian Jaya.
Il lago Sentani sembra di per sé un mare e le sue sponde sono puntinate di palafitte e piccoli villaggi. Il clima è soffocante: molto umido, molto caldo, molto malarico. Non si riesce a respirare e siamo sempre contenti di potercene andare in fretta.
Dopo oltre quaranta ore di viaggio, da Bali a Djakarta, a Ujung Pandang, Biak e Jayapura arriviamo, finalmente, a Wamena (e con nostro estremo piacere l'aria è fresca e fina, si respira bene e non si suda).
Mentre aspettiamo che vengano scaricati gli zaini, noto un Dani intento ad osservarci dietro ai vetri della sala d'aspetto del piccolo aeroporto: indossa solamente l'astuccio penico, ha con se' arco e frecce. Faccio scorrere lo sguardo e vedo vicino a lui un ragazzotto locale, vestito in jeans e maglietta, intento ad ascoltare il gracchiare di una radiolina. Bisogna riconoscere che il contrasto è indubbiamente notevole.
Andiamo subito all'albergo vicino all'aeroporto e cerchiamo invano John Wolof, che è ritenuto quasi un mito, un pioniere di quelle zone. Contiamo proprio su di lui per avere le informazioni e gli aiuti necessari al fine di organizzare il giro, ma, purtroppo, dopo qualche tempo scopriamo che John Wolof è l'uomo che si aggira con fare assolutamente assente nel salone dell'hotel, colpito da malaria cerebrale.
Comunque lì troviamo anche Frangkie, il personaggio che sarà il nostro angelo custode (nel bene e nel male) durante tutto il nostro carambolare, da nord a sud, da est a ovest dell'Irian Jaya. Frangkie si incarica di trovare i portatori, ragazzi a cui dobbiamo veramente la vita, di organizzare le provviste ed abbozzare un itinerario. Si decide di affrontare un trekking più lungo del previsto, che ci porterà, dopo 8 giorni di marcia, sino ad Angguruk, sperduto paesino nel mezzo della Valle del Baliem. E' un itinerario nuovo, ci spiega Frangkie, mai affrontato prima da un gruppo. Cerchiamo di informarci, di sapere se è veramente difficile, quanto sarà duro. Purtroppo, Frangkie non è in grado di fornire alcuna informazione precisa: scopriremo infatti che non è in grado di quantificare il percorso né in Km, né in ore (passeranno sicuramente alla storia i 200 Km che secondo lui avremmo potuto percorrere a piedi, in un giorno, sulle montagne dell'Irian Jaya).
Il giorno dopo il nostro arrivo, mentre Frangkie si incarica di fare i preparativi per il trekking, ci rechiamo a visitare un villaggio Dani poco lontano da Wamena. Il villaggio è circondato da una piccola palizzata in legno che impedisce l'accesso ai maiali e, per entrare, saliamo una scaletta contorta che la scavalca e ci immette direttamente nel nucleo di capanne. Il terreno è coperto da uno strato di erba essiccata: non vi sono odori sgradevoli, tutto è molto pulito ed ordinato. I bambini ci guardano incuriositi, ma nessuno si avvicina per chiedere regali o soldi. Proseguiamo sino a quella che si potrebbe definire la "piazzetta" principale: alcuni uomini sono seduti a terra intenti a preparare gli astucci penici da vendere al mercato, altri siedono sulle panche ai lati dello spiazzo, fumano e parlottano fra loro. Indossano solamente l'astuccio penico trattenuto in vita da una cordicella: uno di loro ha un osso ricurvo che gli trapassa le narici ed una lunga piuma fissata alla testa. Attorno agli occhi si è dipinto di bianco e rosso, il che gli conferisce un'aria tenebrosa e poco rassicurante. Le donne rimangono vicino alle capanne e sono occupate ad intrecciare le sacche che appendono alla testa ed usano per trasportare qualsiasi cosa: radici e bacche raccolte in foresta, maialini, cani, i propri figli. Unico loro capo di abbigliamento è il gonnellino di paglia che portano abbassato all'altezza dei fianchi, sui quali si notano i profondi segni (talvolta degenerati in vere e proprie ferite) causati dalla corda che li cinge. Le più giovani portano al collo collane di perline multicolori.
Ci viene permesso di fotografare, sebbene dietro compenso in denaro da versare al capo-villaggio. Mentre gironzoliamo fra le capanne, notiamo che la maggior parte delle donne ha le dita delle mani mutilate. Alcune fra le più anziane sono completamente prive di falangi mentre altre, più giovani, non hanno più le falangi superiori. Ci viene spiegato che ogni qualvolta un componente del nucleo famigliare muore, la donna Dani (e anche Yali) si taglia una falange a testimonianza del dolore per la dipartita del congiunto. L'operazione viene eseguita utilizzando un scheggia di pietra molto affilata, con la quale la donna taglia di netto il moncone.
Nel caso in cui fossimo interessati, ci dicono che i coltelli taglia-dita si possono trovare al mercato di Wamena.
Il nostro accompagnatore, un Dani che, ad incontrarlo di notte, avrebbe fatto scappare a gambe levate anche Frankenstein, ci conduce quindi nei pressi di una capanna piuttosto isolata rispetto alle altre: qui si custodisce la mummia del villaggio. Il cadavere rinsecchito e affumicato che ci viene mostrato, rannicchiato su se' stesso con la bocca spalancata e distorta da una smorfia di dolore, è quello di un valoroso guerriero ucciso in battaglia anni or sono (lo testimoniano i buchi delle frecce nella schiena). Scatto alcune fotografie, ma ancor oggi non so se sia più brutta la mummia o il Dani che ci faceva da guida.
Lasciamo Wamena il giorno dopo.
Frangkie ha reclutato portatori che, di primo acchito, ci sembrano tutti uguali e dei quali non sappiamo se potremo fidarci (in seguito tra noi e loro si creerà un rapporto d'amicizia, fiducia e aiuto reciproco tale da causare non poca commozione al momento del ritorno). In fuoristrada arriviamo sino alla fine del percorso asfaltato, all'incirca 6 Km. fuori Wamena. Scaricati zaini, vettovaglie e tende, Frangkie assegna a ciascun portatore il proprio bagaglio in base a peso, corporatura, agilità ed età. Abbiamo ben due cuochi, uno dei quali ci abbandonerà dopo il primo giorno per tornare in paese. Buona parte dei portatori tornerà a Wamena cammin facendo, mano a mano che il cibo (e quindi il bagaglio da portare) diminuisce. Al termine dell'assegnazione del bagaglio, Frangkie dispone i suoi uomini in assetto di marcia e partiamo.
Il paesaggio non è entusiasmante, il cammino è faticoso, ma sopportabile. Non ci sono le temute zanzare, non fa' caldo, il clima è ideale; inoltre, tutti siamo ben provvisti di acqua e thè e ci permettiamo di "scialare" (non sapendo che avremmo ben presto imparato a non sciupare nemmeno una goccia d'acqua).
Ad un certo punto ci accorgiamo che Simonetta ha abbandonato il gruppo: senza avvisare nessuno ha deciso di rinunciare alle prime avvisaglie di fatica ed è tornata indietro con uno dei portatori più anziani (saggia decisione in quanto non avrebbe mai potuto superare le difficoltà che, a nostra insaputa, avevamo di fronte).
Noi proseguiamo e camminiamo 8 (interminabili) ore su sentiero, arrivando quasi col buio al primo villaggio. Mi fanno un po' male i piedi (le mie scarpe da trekking sono nuove, maledizione!) e per scongiurare le vesciche decido di fasciarli. Siamo sudati, stanchi, fa' freddo: ci sistemiamo all'interno della capanna che hanno messo a nostra disposizione e decidiamo comunque di montare le zanzariere. Una cena abbondante e un caffè caldo ci rimettono in sesto: il gruppo sembra buono, si scherza, si ride, c'è armonia. Alle sei è già buio pesto e per le nove siamo già tutti a letto.
La mattina dopo partiamo all'alba, addentrandoci sempre più nella Valle del Baliem e lasciandoci pian piano alle spalle la civiltà.
Dal secondo giorno in avanti le ore di marcia giornaliere sono in media 10. Camminiamo in fila indiana, parliamo poco per risparmiare il fiato: ognuno ha il suo passo e ci aspettiamo strada facendo. Bisogna fare attenzione perché si deve camminare principalmente sui tronchi degli alberi abbattuti dagli indigeni, per non sprofondare nel fango. All'inizio faccio fatica, mi manca l'equilibrio. In seguito diventa un sistema di marcia abituale e riesco a procedere al passo del mio portatore (che non è poco!).
In foresta mi guardo intorno e mi sembra di essere nella Terra dei Dinosauri: la nebbia aleggia e avvolge tutto. Sono circondata da alberi giganteschi, felci enormi e piante sconosciute grondanti di umidità. Di tanto in tanto incontriamo un Dani che procede a passo spedito. Non sappiamo da dove arrivi, abbiamo forse un'idea di dove stia andando. Lui ci guarda, cerca di comunicare con i portatori per sapere quanto abbiamo impiegato per arrivare sino a lì: misura lo scorrere del tempo usando il proprio avambraccio, una spanna partendo dal polso per il primo tratto, un'altra spanna, sino al gomito, per il secondo tratto. Poi via, ognuno per la propria strada, in competizione con l'arrivo del buio.
Ben presto scompaiono i sentieri, i villaggi sono sempre più rari. Procediamo in equilibrio sui tronchi, sprofondiamo nel fango, affrontiamo salite che diventano vere e proprie scalate. Risaliamo il corso dei fiumi quasi in secca, scavalcando i tronchi di enormi alberi caduti e massi staccatisi dalla montagna, precipitati.
La Natura si mostra a noi in tutta la sua potenza, ci inghiotte nella sua più straordinaria bellezza. La Fatica ci sommerge, ci schiaccia. Il dolore ai muscoli e il freddo non mi fanno dormire: allora ascolto i rumori della notte, il respiro dei portatori, le voci ed i canti sconosciuti che si spostano nella foresta. "Sta arrivando l'Uomo Nero che ti mangia..." mi raccontava una volta la nonna.
Dormiamo in tre in tenda, ma non riesco a scaldarmi, non riesco a girarmi, non riesco a muovermi. I piedi sono un pezzo di ghiaccio, l'umidità ha ormai fatto comunella con le mie ossa e con i miei vestiti. Ricordo in particolar modo una notte piovosa passata in tre (io, Giovanni e Gianni) nella mia tenda montata male, con i teli che si toccano ed io che non dormo per tenere sotto controllo le gocce d'acqua che, piano piano, filtrano inesorabilmente all'interno e inzuppano il mio sacco a pelo senza ch'io vi possa porre alcun rimedio. La mattina seguente, mentre mi sto fasciando i piedi, noto un rossore minaccioso e decido di usare gli assorbenti come ulteriore imbottitura: voglio e devo assolutamente evitare le vesciche.
L'umidità e il sudore sono tali che i jeans mi tingono le gambe di blu (mi sorprendo a pensare che, forse, tutto quel blu sulle gambe potrebbe far male alla pelle!); col passare del tempo affino la tecnica di camminata e mi accorgo di fare meno fatica se evito di alzare gli occhi per vedere dove finisce la salita (quindi non mi spavento): sicuramente è solo una questione "di testa" , ma l'espediente funziona, riesco ad aumentare la velocità di risalita e ogni volta che raggiungo la cima dico a me stessa "siamo già arrivati?".
Comunque, tecnica o non tecnica, Angguruk ci appare ora come la Terra Promessa. Di fronte a noi non ci sono altro che cielo, montagne, fiumi e cascate. Ogni giorno chiediamo a Frangkie come sarà il giorno dopo perché ci sembra impossibile che il cammino possa andare continuamente peggiorando. Lui non fa' altro che risponderci "up" "up", vale a dire "su", "su". Talvolta non gli crediamo, scherziamo sul suo Inglese stentato, speriamo dentro di noi che si sia espresso male. Ma Frangkie ha sempre avuto ragione e, un giorno, cammina cammina, siamo arrivati in mezzo alle nuvole.....
A quota 3200 mt. l'altopiano si stende sotto di noi, immensa distesa erbosa e ventosa. Ci indicano la direzione da seguire che, stranamente, lo taglia in linea retta e finisce sul bordo della montagna. Lì dovrebbe esserci il "sentiero difficile" che ci permetterà di ridiscendere a valle.
Mi guardo attorno, e vedo l'Immenso: nuvole enormi arrivano rotolando sospinte dal vento e sbattono contro il costone della montagna, risalgono verso l'alto e si rovesciano sull'altopiano come una cascata di ovatta. La luce del sole è accecante, l'aria che respiro pungente, mi buca il cervello. Il paesaggio è lunare.
I portatori fanno una breve pausa, si canta e si prepara alla svelta qualcosa da mangiare. Il vento forte ruba le loro voci, porta lontano la nenia, la inghiotte nel suo rombo.
Constato a malincuore che la mia macchina fotografica è sempre bloccata a causa dell'umidità e cerco di riempirmi gli occhi e la mente. Non voglio e non potrò mai dimenticare.
Approfittiamo della breve pausa per fare asciugare le tende fradice. Papà Frangkie ci sgrida, ha paura che gli faremo perdere tempo, ma siamo diventati degli esperti. Mangiamo alla velocità della luce, ripieghiamo le tende e siamo pronti in un battibaleno. Giovanni ed io ci incamminiamo per primi con Latius (il mio portatore) a passo sostenuto e ci rendiamo conto che il pianoro è intriso d'acqua, ben nascosta sotto lo strato erboso: bisogna fare attenzione, aggirare gli acquitrini, saltare di pozzanghera in pozzanghera. La pioggia ci avrebbe sicuramente reso impossibile la traversata.
Arriviamo dopo circa mezz'ora sul bordo del precipizio. Cerchiamo di individuare il sentiero, ma le nuvole limitano la visibilità ("è lì sicuramente" ci diciamo "ma non si vede a causa delle nuvole"): mentre aspettiamo gli altri e riprendiamo fiato, Latius mi fa capire che dobbiamo calarci giù, che non c'è sentiero.
Indietro non si può tornare, fermi non si può stare, quindi bisogna scendere. Aspettiamo tutti e partiamo.
Latius è sotto di me, mi indica dove appoggiare i piedi, dove aggrapparmi. Non ho paura, non sento più la fatica, gambe e braccia tengono bene. Durante la prima parte della discesa (che, in totale, durerà all'incirca 5-6 ore) ci caliamo da tronchi appoggiati dagli indigeni a mo' di scala sulla parete della montagna. Ci caliamo uno alla volta, per evitare di trascinare giù i compagni nel caso in cui si perda la presa. Io procedo abbastanza bene, non alzo mai la testa, non devo distrarmi. Latius continua ad assistermi, ad indicarmi il percorso migliore. Ad un certo punto ci troviamo di fronte una parete completamente liscia, senza il minimo spuntone di roccia, senza il minimo appiglio. Giovanni tentenna, perde l'equilibrio, ha paura. Fortunatamente uno dei ragazzi è sotto di lui, se lo carica praticamente sulle spalle e scende. Un'altra volta, Latius mi prende al volo quando sto per scivolare giù. Devo a lui la vita, devo a lui se ora sono qui a scrivere...
Scendiamo, scendiamo, scendiamo. Sempre più giù, senza mai vedere la fine.
Ad un certo punto la discesa si fa più dolce e alla roccia si sostituisce un sentiero di tronchi marci e sdrucciolevoli, sistemati di traverso uno accanto all'altro. La foresta fittissima inghiotte il sentiero, e noi con lui
Io e Latius abbiamo staccato gli altri: non vedo più nessuno, non sento più le loro voci, non so dove siano. Le mie gambe vanno ormai avanti per inerzia: il buio è vicino e dobbiamo assolutamente toglierci dalla foresta. Acceleriamo il passo, ma troppo tardi ci accorgiamo che abbiamo sbagliato, siamo andati troppo avanti rispetto al punto scelto per montare il campo. Le voci degli altri portatori ci raggiungono e dobbiamo tornare indietro.
Raggiungiamo Heidi, Stefano, Giovanni, Gianni e gli altri portatori. Alfredo e Federica sono ancora in foresta, insieme a Frangkie, l'angelo custode, e ad un altro portatore. Uno dei ragazzi torna indietro, deve assolutamente portare loro una torcia, altrimenti sono bloccati.
Nel mezzo dello spiazzo c'è una capanna ed un fuoco che già arde: ci affrettiamo a fare il campo mentre i ragazzi iniziano a preparare da mangiare. Il buio incombe e noi non abbiamo assolutamente tempo di guardarci attorno: siamo stanchissimi, sudati, affamati. Non c'è un solo muscolo che non faccia male. Facciamo fatica a trovare un pezzo di terreno relativamente asciutto dove montare le tende: io, Giovanni e Gianni sistemiamo la mia tenda, in discesa, vicino alla capanna, mentre usiamo la tendina di Giovanni per sistemare gli zaini e cercare di ripararli un po' dall'umidità e dalla pioggia. Heidi e Stefano si sistemano sull'altro lato della capanna e poi, insieme, montiamo la tenda di Alfredo e Federica nella speranza di vederli arrivare prima del buio.
Solo dopo aver sistemato tende, zaini e sacchi a pelo troviamo il tempo di alzare gli occhi, solo allora li vediamo....
Ci guardano, in silenzio. Noi li guardiamo, in silenzio. Gli Yali, i cannibali, sono lì, attorno a noi, con noi. Mi avvicino a loro, accovacciandomi vicino al fuoco. Ci sono uomini adulti (impossibile indovinarne l'età) e bambini: nudi, con l'astuccio penico, le asce di pietra, l'arco e le frecce. Vedo il volto del guerriero Yali dietro al fuoco, vedo le rughe, i denti bianchi, gli occhi che mi scrutano. In un attimo torniamo indietro nel tempo, ci troviamo catapultati all'Età della Pietra. Attorno a noi è solo foresta, cielo, luna piena e stelle. Si sentono altre voci, altri canti che vanno e vengono per poi perdersi nel folto degli enormi alberi. Nessuno di noi parla, sarebbe comunque superfluo. Ci sediamo tutti attorno al fuoco con loro e non facciamo altro che guardarci, osservarci, sorriderci a vicenda.
Poi, ad un certo punto, gli uomini della foresta decidono che è ora di andare: ci salutano con un cenno della mano e spariscono nel buio.
Ricordo quella notte come il momento di maggiore emozione, di maggior fascino. Finalmente incontro gli Yali, coloro che, nonostante le ripetute pressioni da parte dei missionari protestanti, non hanno mai abbandonato i loro usi e tradizioni, rifiutando di indossare abiti "civili" che a nulla sarebbero serviti se non a farli sembrare degli straccioni. Alcuni anni prima, questi stessi uomini avevano ucciso e mangiato un missionario, reo di aver bruciato tutti i loro idoli nell'ostinata convinzione che la religione dell'uomo bianco fosse al di sopra di tutte le altre.
Gli Yali, isolati e protetti dalle loro montagne, rappresentano l'Antico, sono il mistero, la paura, la magia, la leggenda.
Gli Yali sono i cannibali...
La notte è lunga e fredda: non riesco a dormire, i muscoli mi fanno troppo male ed ho sempre i piedi gelati nonostante due paia di calze. I portatori alternano il russare alle chiacchiere, le ore sono interminabili. Il vento continua a portarmi i canti ed i richiami incomprensibili di esseri umani invisibili. La mattina dopo ripartiamo all'alba.
Loro, gli Yali, sono tornati - silenziosi così come erano arrivati la sera prima - per assistere ai preparativi. Uno di loro sposta il mio guanto di cuoio dal fuoco (cercavo di farlo asciugare, ma si stava bruciando): lo ringrazio, lui mi sorride.
Quel giorno cado cinque volte e rischio di rompermi un braccio. Le gambe tremano e non riesco a stare in equilibrio sulla passerella di tronchi marci che attraversa la foresta. Latius è mortificato perché, secondo lui, non sta facendo bene il suo lavoro, non riesce ad impedirmi di cadere. La sera, quando tolgo i pantaloni, le gambe sono coperte di lividi neri, ma sono ancora intera ed in grado di camminare.
Siamo vicini ad Angguruk, ma questo non vuole dire essere arrivati. Continuiamo ad arrampicarci, a scendere, a risalire il corso dei fiumi. Capita anche di dover abbattere degli alberi per poter attraversare i fiumi. Incontriamo gruppi di Yali, uomini, donne e bambini: gli uomini vanno a caccia, mentre le donne e i bambini raccolgono bacche e radici. Talvolta ci seguono, ridono di noi, parlottano fra loro. Nessuno, mai, cercherà di toccarci, di rubare o di farci del male.
Il fango fa' ormai parte di noi, tanto che non cerchiamo nemmeno più di evitarlo. I miei jeans sono coperti di fango sino al ginocchio, pesano almeno il doppio del normale. Scopro del fango che mi cola giù per la schiena e non so' come abbia fatto ad arrivare sino a lì. Le mie scarpe non sono altro che un pezzo di fango mobile. Fango nei capelli, sotto alle unghie, nel sacco a pelo, nelle calze. .... Fa' comunque parte del gioco .....
Ed Angguruk ci sembra sempre più lontana.
Dopo sette giorni vediamo, in lontananza, una striscia di terreno disboscato: è la pista di atterraggio per i Cessna. Attorno alla pista si intravedono alcune case di legno: è Angguruk. Siamo emozionati: in un certo senso ci si sente come il naufrago che vede in lontananza la terra ferma, o come l'assetato che arriva all'oasi in mezzo al deserto. Come per incanto, la fatica sparisce e lascia il posto all'euforia.
Ci vuole comunque ancora un giorno di cammino per raggiungere Angguruk: su e giù, giù e su. Prima di entrare in paese ci fermiamo presso un villaggio Yali poco lontano e ne approfittiamo per lavare noi ed i nostri abiti al fiume. Giovanni sta male, ha la febbre alta, speriamo tutti che non sia malaria, che sia soltanto un effetto della fatica. Verso sera, mentre inizia a gocciolare, entriamo in Angguruk quasi di corsa e siamo ospitati dall'insegnante del posto. Appena mettiamo piede in casa, il cielo apre i rubinetti ed è il Diluvio Universale.
Angguruk è uno sperduto paesino della Valle del Baliem. La pista di atterraggio non è altro che una striscia di terra che termina sul precipizio: quando non si prevedono aerei (vale a dire praticamente quasi sempre), sulla pista razzolano galline e maialetti. Non ci sono probabilmente più di 8 casette in legno: c'è un piccolo ospedale, la stazione radio, non ci sono negozi (i viveri "moderni" arrivano con i Cessna), non c'è energia elettrica, eccezione fatta per la casa del dottore indonesiano addetto alle vaccinazioni, che è provvista di generatore. L'acqua si attinge al fiume che scorre poco più in basso. Ci sono però 3 mucche (probabilmente le uniche di tutta la valle), portate lì con un Cessna quando erano ancora piccole. Una volta a settimana c'è il mercato, grande avvenimento, in quanto raccoglie gente da tutti i villaggi circostanti (la gente si mette in cammino anche due o tre giorni prima): al mercato si vendono patate (di tutti i tipi, forme e colori), qualche pacchetto di biscotti, qualche banana iper verde che ti incolla i denti al primo morso, enormi semi o frutti rossi di cui non conosciamo il nome - ma dai quali si ricava un sugo rosso alquanto indigesto dove si intingono le patate bollite - olio, astucci penici, frecce, insomma di tutto un po'. E' comunque un mercato molto povero.
L'arrivo di un aereo e la partita di pallone sono due avvenimenti seguitissimi e molto attesi.
Ogni giorno, verso le 3 del pomeriggio, la squadra locale si confronta con la squadra in trasferta in una vera e propria partita con tanto di guardalinee, arbitro provvisto di fischietto e ombrellino per proteggersi dal sole e tifosi scalmanati. Ogni tanto una famigliola di galline e pulcini attraversa il campo o si ferma a razzolare davanti alla porta, assolutamente incuranti di quanto succede.
La squadra locale è senz'altro favorita in quanto gli avversari abitano di norma a un giorno o due di marcia da Angguruk. Durante i 3 giorni di permanenza forzata ad Angguruk, in attesa del Cessna che riporterà a Wamena, la partita di pallone diventa un avvenimento da non perdere: i giocatori sono scalzi ed indossano la maglietta con i colori della propria squadra. Una volta si è aggregato anche uno Yali che giocava completamente nudo, se non fosse stato per l'astuccio penico. Quel giorno si va' ai rigori, e la partita è seguita con molto interesse dai due pappagalli Kakadu del villaggio, che imitano il vociare e seguono il pubblico (che ha ormai invaso il campo), schiamazzando e appollaiandosi prima su una porta e poi sull'altra. Ad un certo punto un giocatore si fa' male, ed ecco che una torma di bambini (il servizio di Croce Rossa) lo solleva di peso e lo trasporta al limite del campo dove le donne provvedono ad accudirlo.
Il rombo del motore di un Cessna è il segnale di chiamata a raccolta di tutta la gente di Angguruk e degli abitanti dei villaggi vicini. I bambini arrivano di corsa seguiti dalle mamme. Arrivano cani, maialini, pappagalli ed il Responsabile Aeroportuale ha il suo da fare per far sloggiare dalla pista la solita famigliola di galline, pulcini & Co.. Puntualmente, la moglie del dottore arriva con una tazza di caffè per il pilota. Dopo i saluti di rito, il cessnino risale la collinetta, prende la rincorsa e si lancia nel vuoto per poi riprendere quota e virare bruscamente a destra ("Non vi preoccupate" ci dice il pilota che è venuto a prenderci "lo faccio sempre").
Durante la nostra permanenza ad Angguruk veniamo ospitati nella casa dell'insegnante. Non capiamo cosa questo insegnante insegni, perché una scuola proprio non esiste. Notiamo però che questo signore paffutello e alquanto panciuto si cambia d'abito almeno 2 o 3 volte al giorno, per andare dove e fare cosa non si sa. Purtroppo non possiamo dialogare con lui, e, la maggior parte delle volte preferisce eclissarsi. La sera scende a farci compagnia il capo del villaggio Yali che si trova nelle vicinanze di Angguruk. Veramente non ci accorgiamo subito della sua presenza: la stanza è buia, le candele illuminano a malapena i piatti, tutti siamo troppo occupati a mangiare.
Ad un certo punto lo vediamo, inginocchiato in silenzio in un angolo della stanza, intento a guardarci. Frangkie lo conosce, ed è l'unico in grado di capire la sua lingua. Il capo racconta di quando era bambino ed i suoi genitori uccidevano e tagliavano a pezzi i prigionieri di guerra. La carne veniva poi immersa nell'acqua delle cascate per alcuni giorni, in modo da risultare più tenera: si mangiava tutto, dice, ad eccezione degli intestini. Il sapore della carne umana? "Niente di che", dice lui, "è abbastanza insipida ed ha lo stesso sapore dell'uccello casuario".
Durante una delle nostre passeggiate (che finivano sempre per essere semi-scalate) nei dintorni di Angurruk incrociamo un vecchio Yali la cui gentilezza mi lascia senza parole. Accortosi della nostra difficoltà nel bere il filo d'acqua che filtra dalla roccia, il vecchio raccoglie lo stelo di un'erba, lo curva e lo inserisce nella fessura formando un canaletto dal quale l'acqua purissima sgorga a mo' di fontanella. Lui è felice per averci aiutato, io mi rendo conto di quanto si possa imparare da queste persone.
LA CERIMONIA DEL PAGAMENTO DEI PORTATORI
Approfittando della pausa, armato del suo quadernetto dove ha sempre dettagliatamente appuntato spese e prestazioni di ciascuno, Frangkie chiama a raccolta i portatori e ci fa' partecipare alla cerimonia del pagamento.
Ci riuniamo tutti nella stanzetta che, prima del nostro arrivo, era il "salottino" dell'insegnante mentre ora è adibita a dormitorio, mensa, sala riunioni.
Noi sediamo uno di fianco all'altro su un lato della stanza, l'ufficiale pagatore (Frangkie) in testa, i ragazzi siedono di fronte a noi, sull'altro lato.
Il momento è solenne: nessuno parla, mentre Frangkie da' un'ultima controllata ai suoi appunti. I ragazzi abbassano gli occhi quando incontrano i nostri sguardi, c'è emozione da parte nostra, imbarazzo da parte loro. Quindi, una volta accertata la correttezza dei conti, iniziamo.
Frangkie li chiama uno ad uno: a turno si alzano, riscuotono il denaro da Frangkie, stringono la mano e ringraziano ogn'uno di noi. Probabilmente non si aspettano di essere pagati così bene e di ricevere oltrepiù una così congrua mancia: vediamo infatti il loro volto illuminarsi ogni qualvolta terminano di contare le loro spettanze.
Poi, armati di estremo coraggio (l'unione fà la forza), ci chiedono di dar loro i nostri indirizzi e, a nostra volta, noi chiediamo loro un recapito dove poter spedire le fotografie.
La sera torniamo a riunirci nel salottino dell'insegnante. Illuminati solamente dalla fioca luce di una candela, i ragazzi cantano per noi per l'ultima volta. Sono le nenie che ci hanno accompagnati durante tutto il viaggio, storie di amori non corrisposti, storie di vita. E' un momento affascinante, bellissimo. Noi siamo letteralmente incantati, rimpiangiamo di non poter registrare quelle voci che tante volte erano rimbalzate da un costone all'altro delle montagne che avevamo attraversato.
Poi, terminati i canti, veniamo sopraffatti da una commozione generale. Ci abbracciamo a vicenda, ci stringiamo e ristringiamo la mano, Saul piange come una fontana e si asciuga le lacrime sulle tende della finestra, Federica lo abbraccia e lo tiene stretto. Milus piange e ride, Ies regala ad una Heidi piangente il suo copricapo piumato, Latius e Alfonse mi regalano un braccialetto intrecciato da loro. Ogn'uno cerca di lasciare all'altro un proprio ricordo e sembra che nessuno se ne voglia andare.
Accidenti, mi dispiace veramente lasciarli. Questi ragazzi hanno vegliato su di noi per tutto il tempo, ci hanno aiutati, presi per mano, assistiti in tutto e per tutto. Abbiamo vissuto con loro giorno e notte, superato montagne, attraversato fiumi in bilico sui tronchi degli alberi: abbiamo cercato (mio Dio!!) di cantare con loro, abbiamo riso con loro anche quando non ci si capiva niente, con loro abbiamo diviso cibo e acqua.
Mi torna alla mente la volta in cui, prima di arrivare ad un villaggio, mi ero fermata al fiume per togliere un po' di fango dalle scarpe: Latius mi vede, torna indietro e si china per aiutarmi a pulirle. Non mi sarebbe mai passato per la testa chiedergli di farlo e rifiuto il suo aiuto: non voglio, lui non deve, non ce n'è bisogno. Lo ringrazio prendendogli la mano e facendolo rialzare. Anche se lui non mi capisce, gli dico che lui è il mio portatore, non il mio servo. Poi, superato il mio momento d'imbarazzo, gli faccio cenno che possiamo andare e lui mi porge la mano per aiutarmi a risalire la china scivolosa. Proseguiamo in silenzio, lui davanti, io dietro.
Il terzo giorno la MAF si ricorda di noi ed arrivano i Cessna. Il "Responsabile aeroportuale" viene ad informarci che dobbiamo essere pronti per il peso alle prime luci dell'alba: subito non crediamo possibile che l'aereo possa arrivare così presto (è buio), ma il rombo del motore ci contraddice. Prepariamo velocissimi "armi e bagagli", salutiamo i nostri portatori che torneranno a Wamena a piedi, salutiamo il Teacher paffutello e andiamo. Papà Frangkie viene con noi.
Vista dal finestrino del Cessna la Valle del Baliem è ancora più affascinante: un infinito oceano verde.
A Wamena torniamo a far base all'Hotel di John Wolof, dove comunque ci aspettano Simonetta e l'anziano portatore che l'aveva praticamente adottata (nella speranza di una congrua ricompensa).
Non pare vero di poter fare colazione con pane, burro e marmellata! Non pare vero di poter camminare nuovamente sull'asfalto, senza fare fatica. Dopo un tempo che pare un'eternità mi pettino di fronte ad uno specchio e constato che, a parte il viso un po' scavato e qualche chilo in meno, tutto il resto sembra a posto. Naturalmente non devo fare paragoni con i gruppetti di turisti che sono appena arrivati, puliti e ben nutriti, altrimenti .......
A questo punto il viaggio dovrebbe proseguire con uno spostamento a sud, nel territorio degli Asmat, dei Kombai e Korowai, il popolo degli alberi. Non abbiamo prenotazione aerea, anche perché, inizialmente, sembrava che l'aeroporto di Timika fosse chiuso. Non sappiamo nemmeno se si potrà arrivare sino ad Agats, non sappiamo nulla di nulla.
Riusciamo a farci una velocissima doccia (con il mandi, ma comunque una "doccia"), riesco anche a lavare qualche calzino prima di ripartire inaspettatamente subito per Timika.
L'aereo della Trigana Airways è tutto un rattoppo e, in cabina, i pezzi sono legati con il filo di ferro: comunque decolla, non cade, e riesce anche ad atterrare intatto. Inoltre, cosa importantissima, ci danno anche da mangiare (che meraviglia!)
A Timika rimaniamo per circa un giorno e mezzo e ne approfittiamo per comprare pane ripieno di cioccolato. L'unica possibilità che abbiamo per arrivare ad Agats è per via d'acqua, risalendo i grandi fiumi ed affrontando un tratto in mare aperto. Troviamo una barca a motore e partiamo: dopo circa mezz'ora di navigazione lungo il fiume siamo già arenati in mezzo alle erbe perché si è rotto il cavo di trasmissione dei due motori. Il caldo è insopportabile, l'umidità è alle stelle. Senza scomporsi, il nostro Capitano e il suo aiutante riparano il guasto con un pezzo di corda che, stranamente, terrà sino alla fine.
Siamo convinti di arrivare a destinazione prima del buio, ma la nostra convinzione diventa ben presto una mera illusione. Quando il grande fiume sfocia nel Mare degli Arafura è ormai quasi buio e, di Agats, non c'è traccia. Alle 6 del pomeriggio è già buio pesto ed il nostro Capitano, che continua fumare più di un turco, si orienta con le stelle e la luna. Non abbiamo luci ed ogni tanto ci areniamo a tutta velocità sulle secche. Quando questo succede, Frangkie affonda le unghie nella mia gamba, i motori si ribaltano, le eliche girano a vuoto e tutto si spegne: più volte l'aiutante di Capitan Uncino deve smontare le candele, soffiarle e rimontarle. Poi, ogni qualvolta ci areniamo, il nostro mozzo (che ha un ascesso grande come un pompelmo) scende e spinge. Branchi di pesci enormi (tonni?) sbattono contro la barca ed uno colpisce addirittura Frangkie nella schiena - le scaglie di pesce probabilmente appiccicate ancora adesso alla camicia di Frangkie ci convincono che il pesce era veramente grosso. Cerchiamo di dormire, ma lo spazio è ridotto ed il rumore dei motori buca i timpani. Heidi ha paura, decide di gonfiare il materassino in caso di naufragio. Alla fine, usiamo il materassino come cuscino e alcuni di noi riescono anche a dormire. Io penso che se naufraghiamo sarà probabilmente possibile rimanere in piedi su una secca, ma poi mi viene in mente che il mare degli Arafura è molto frequentato dagli squali e che, comunque, dopo la bassa marea viene l'alta marea... Guardo l'aiutante del Capitano: è tranquillo, quindi non c'è motivo di preoccuparsi. Gli chiedo quando arriveremo ad Agats e lui mi indica la mezzanotte (aiuto! Sono appena le 9!). Beh, penso fra me, al limite, se il Capitano sbaglia rotta approdiamo a Darwin....
Come da pronostico, dopo ulteriori arenamenti e colpi di tonno, a mezzanotte in punto attracchiamo al piccolo molo della casa di Capitan Uncino. Quello che segue sembra tratto da un film a rallentatore. Tutto traballa e ondeggia, noi compresi. Il Capitano ci precede e noi lo seguiamo, inebetiti, stanchi e praticamente sordi. Dal molo si accede direttamente a quella che deve essere la cucina: una grande griglia al centro del locale, pile di piatti sporchi, roba da mangiare non ben identificabile appesa al soffitto, odore di fritto e rancido. Più che una cucina assomiglia ad una sala delle torture medievale. Dal Medioevo passiamo all'era moderna, con tanto di televisore stereo, poster di pin-up appese alle pareti, moquette e divani: siamo in salotto. Continuiamo a seguire Capitan Uncino e ci ritroviamo fuori : di fronte a noi una passerella di legno che passa attraverso le file di case costruite su palafitte. Scopriremo infatti il giorno dopo che Agats è costruita interamente su palafitte.
Arriviamo traballando di fronte al posto dove avremo passato la notte, arriviamo all'Asmat Inn. La locanda (che sembra la casa di Frankenstein) è illuminata all'interno da qualche candela, e la luce tremula e fioca rende l'atmosfera ancora più tetra: evidentemente ci stavano aspettando, dato che il nostro Capitano ne è il proprietario.
La stanza è un forno e per entrare in bagno (se così si può chiamare) serve la maschera antigas. Passo la notte completamente sigillata nel sacco a pelo per evitare i morsi delle zanzare che frequentano assiduamente la nostra camera, anche se il tutto funziona da sauna.
Quella notte dormo pochissimo, dico a me stessa che ben presto sarà l'alba.
Se il pericolo di prendere la malaria era un pensiero quasi inesistente durante il trekking nella Valle del Baliem, la nostra permanenza nel sud dell'Irian Jaya ci ha portato nel bel mezzo di zone ad altissimo rischio malarico. Agats in particolare, città umida, calda, acquitrinosa e molto sporca, era il tipico caso di "sito malarico".
Lo spettro della malaria aggrediva ed influenzava in modo diverso i comportamenti di ciascuno di noi.
Il povero Frangkie, uomo forte e sicuro sulle sue montagne, ma veramente pesce fuor d'acqua al Sud (soprattutto dopo l'esperienza con il tonno), era letteralmente terrorizzato. Avevamo voluto trascinarlo con noi in quello che probabilmente per lui era un incubo e, sfidando un caldo da bagno turco, Frangkie affrontava le zanzare ben protetto da una spessa giacca a vento, chiusa fin sotto al mento e possibilmente ancor più su. Il tutto integrato da una buona dose di Autan + zampironi multipli sparsi per la stanza.
Gianni aveva deciso di mangiare pane e Autan e, secondo me, si lavava con l'Autan. Ricordo che quando si incontravano i mercatini, l'interesse generale si concentrava sui vari tipi di Autan e simili ed ognuno diceva la sua: questo è più protettivo, meno protettivo, quello non serve a niente, te l'avevo detto io di non comprarlo e così via. Oltre ad iniziare a spalmarsi di Autan la mattina appena sveglio (persino sulla punta delle orecchie), Gianni non mancava di accendere almeno due zampironi in stanza, incurante del rischio di intossicare il povero Giovanni, perennemente febbricitante, che con lui divideva la stanza. Quando poi abbiamo abbandonato la civiltà per addentrarci in foresta, il campo era cosparso di zampironi (mi ci sono seduta persino sopra!) e lo zampirone di fronte alla tenda era d'obbligo.
Altra patita dello zampirone è Simonetta, che però preferiva tenerlo vicino al suo letto. Alfredo sfidava le zanzarone malariche in pantaloni corti. Alla fine sembrava avesse la varicella (in barba alle spruzzate di Off), ma sembra che non fosse stata la sua ora. Inoltre, era lui che esaminava le zanzare catturate con tanto di lente d'ingrandimento e decretava "malaria sì, malaria no".
Federica e Giovanni la mettevano molto sulla non-chalance: in maniche corte, del tipo "le zanzare ci sono, ci spruzziamo e speriamo."
Heidi e Stefano erano sincronizzati: si spalma lui, si spalma lei. Si mette la camicia lui, se la mette lei. Ricordo che, mentre eravamo in foresta diretti a Yaniruma, lo zaino di Stefano era risultato molto attraente per le zanzare, visto che lo seguivano a decine. Erano come una nuvoletta che si abbassava quando lui si chinava, che girava a destra quando lui girava a destra o che girava a sinistra quando lui girava a sinistra. Insomma, erano proprio la sua ombra.
Per quanto mi riguarda, al Sud ho veramente avuto paura della malaria. A Timika, dove Simonetta aveva optato per chiusura sigillata del sacco a pelo e fumenti a base di zampirone, io ho smontato mezza stanza (letto compreso) per poter montare la zanzariera della tenda. In foresta avevo sempre la camicia con le maniche lunghe ed il collo ben coperto dalla bandana. Badavo più a coprirmi che non a spruzzarmi, anche perché nel giro di qualche minuto il sudore si sarebbe portato via tutto.
In foresta le zanzare ti svolazzavano davanti al naso, grosse, nere e... dall'aspetto terribilmente malarico. La sera, appena faceva buio, ci si chiudeva in tenda (è capitato di andare a dormire alle 6 del pomeriggio) e allora si sentivano decine di zzzzz...zzzzz.....zzzzz che, talvolta, avevano la fortuna di trovare un polpaccio (nella fattispecie quello di Giovanni) appoggiato contro la zanzariera della tenda. Il giorno dopo detto polpaccio risultava "mitragliato".
Altro incubo era costituito dalla zanzara "in tenda". Per i malcapitati occupanti era un'ossessione battente che sfociava quasi in disperazione: potrà sembrare impossibile, ma scovare una zanzara in una tenda di un metro e 70 x 1 metro e 40 è più facile a dirsi che a farsi.
La malaria è stata nostra compagna di viaggio per tutto il periodo passato nella zona degli Asmat. Purtroppo, ho saputo di recente che Heidi è stata la prima (e speriamo unica) vittima, anche se non si tratta di una forma grave.
La mattina dopo il nostro arrivo via mare facciamo un breve giro per renderci conto di dove siamo, mentre Frangkie si occupa dei viveri e vengono presi gli ultimi accordi per il prezzo della canoa che ci permetterà di risalire i grandi fiumi.
Gli Asmat sono famosi per la loro abilità nell'intagliare il legno ed i ricchi americani si recano ad Agats per comprare i totem che troneggiano all'interno delle Long Houses. Si dice anche che siano stati gli Asmat ad uccidere e mangiare il figlio di Rockfeller che, a seguito del rovesciamento della canoa, aveva nuotato verso riva anziché rimanere con i propri compagni: c'è un villaggio nel quale si dice sia conservato il suo teschio, ma dove, ovviamente, non si può andare...
La viabilità ad Agats è completamente basata sulle passerelle di legno: non esistono strade, né in cemento, né in terra battuta. Ci sono parecchi negozietti e non è difficile trovare generi alimentari di cui ci eravamo quasi dimenticati, come cioccolata e biscotti, ma soprattutto acqua in bottiglia.
Tutte le case sono palafitte, sotto alle quali si accumulano rifiuti di tutti i tipi.
Qui visitiamo velocemente anche il museo Asmat, che aprono apposta per noi, e che custodisce favolose sculture ed una raccolta di teschi: siamo tentati di comprare le sculture, ma il peso ed il prezzo ci dissuadono.
Deve essere piò o meno mezzogiorno quando terminiamo di caricare la grande canoa e partiamo. Abbiamo dovuto limitare di molto la scorta di acqua per via dello spazio ristretto e del peso: speriamo (invano) di poterla trovare strada facendo.
Per imbarcarci attraversiamo un bar che ricorda quelli frequentati dai soldati americani durante la guerra del Vietnam: caldissimo, sgangherato, una luce fioca che illumina un tavolo da biliardo, una nuvola di fumo di sigaretta che aleggia su personaggi dalla faccia tutt'altro che rassicurante. Comunque, se dentro non si respira fuori si cuoce, con un sole allo zenit ed un cielo che non offre la benché minima nuvola.
Nel lungo tratto da Agats a Senggo risaliamo il fiume Siretsi. Abituati a camminare per ore, ci troviamo costretti a rimanere seduti ore ed ore su una panchetta di legno, con uno spazio di movimento ridottissimo, sotto un sole che potrebbe trasformarci in spiedini. Riusciremo ad apprezzare completamente questi lunghi tratti in canoa solamente a viaggio ultimato, quando si riordineranno le idee e ci si renderà effettivamente conto di ciò che si è potuto fare e vedere.
In questa zona, il paesaggio è totalmente l'opposto della Valle del Baliem: non ci sono montagne, tutto è piatto. Navighiamo fra rive coperte da una fittissima vegetazione, l'acqua pare olio e, per effetto del sole riflesso, talvolta sembra che le erbe si prolunghino ed entrino in acqua, riproducendo al contrario il paesaggio che noi vediamo dalla canoa. Il colore del cielo, il sole, il blu dell'acqua e il verde brillante delle piante sono abbaglianti. Di tanto in tanto incrociamo grandi zattere con "casa" - a volte costruite solo con foglie di palma, altre volte vere e proprie capanne di legno - sulle quali vivono gruppi di persone (nuclei familiari + cani e maialetti). Siccome le zattere sono veramente molto grandi supponiamo che, una volta giunti a destinazione, essi vendano i tronchi usati per costruirle e tornino al luogo d'origine.
Dopo Agats, la nostra prima tappa è il villaggio di Biwar-Laut
A causa dell'acqua bassa, per arrivare a Biwar-Laut siamo costretti a tornare in mare aperto anziché tagliare attraverso un canale interno che ci avrebbe permesso di risparmiare oltre un'ora di viaggio: quando finalmente lasciamo il mare per re-immetterci nel canale che ci porta al villaggio, la bassa marea avanza e con essa anche il pericolo di rimanere incagliati nel bel mezzo di un acquitrino, senza luci, circondati da un fango nel quale si sprofonda sino al ginocchio e, soprattutto, da nugoli di zanzare.
Nonostante questo, però, l'atmosfera che ci circonda è magica.
E' ormai il tramonto e il sole calante dipinge il cielo di rosa, giallo, azzurro. La bassa marea lascia pian piano scoperta una vasta fascia di terra coperta di limo, sulla quale si affollano stormi di uccelli intenti a catturare piccoli pesci e crostacei. Ci immettiamo molto lentamente nel canale per evitare le secche e non possiamo non osservare, in silenzio, quel che ci circonda: le rive sono coperte da una vegetazione impenetrabile e stormi di pappagallini rumorosissimi passano veloci sopra di noi. I pipistrelli svolazzano qua e là e la foresta sembra rianimarsi, echeggiante di brusii, sbatter d'ali, squittii e altri rumori indefiniti.
In un attimo però è buio pesto e noi ci ritroviamo arenati, fortunatamente a pochi metri dal molo di Biwar-Laut dove veniamo ospitati (a pagamento) nella scuola (o chiesa) del villaggio. Montiamo le zanzariere perché le zanzare abbondano, mentre Frangkie e il nostro barcaiolo iniziano a preparare la cena. L'edificio si riempie intanto di persone, in maggioranza uomini e bambini venuti a vedere i nuovi arrivati.
Ceniamo a lume di candela e in men che non si dica siamo tutti in tenda.
Umidissimo, caldissimo, molto povero, infestato da mosche, zanzare e tafani, il giorno dopo Biwar-Laut si mostra a noi in tutto il suo squallore. Siamo purtroppo bloccati dalla bassa marea, che ha praticamente prosciugato il canale e dobbiamo aspettare sino quasi a mezzogiorno prima che la canoa accenni a muoversi. Quel giorno stabiliamo che non avremmo voluto vivere 1 anno a Biwar-Laut nemmeno se ci avessero regalato 4 miliardi (forse l'unico che avrebbe contemplato l'idea era Giovanni. "Sai com'è, uno si organizza....." diceva).
Dopo la miseria di Biwar-Laut, l'arrivo ad Atsi è una simpatica sorpresa: piccoli motoscafi attraccati al molo, bel paesino pulito, con vere casette di legno, negozi con generi alimentari (ma non compriamo l'aranciata perché costa troppo), un mercatino dove si vende di tutto, un campo di pallone. Il 90% degli abitanti è di origine indonesiana, nullafacenti spostati lì e finanziati dal governo indonesiano giusto perché facciano presenza e ricordino ai locali che l'Irian Jaya non è indipendente.
Decidiamo di montare le nostre tende quasi di fronte all'albergo che avrebbe dovuto ospitarci (giudicato all'unanimità troppo caldo e, soprattutto, troppo caro) e diventiamo subito l'attrazione principale. Davanti al nostro piccolo "accampamento" si forma subito una fitta schiera di spettatori: c'è chi ride, chi commenta, chi aiuta a montare le tende, chi fa proposte di matrimonio. Arrivano anche le "riccone" del paese: vere e proprie matrone indonesiane, vestite di seta, protette da ombrellino parasole e coperte d'oro, le dame sfilano pavoneggiandosi di fronte a noi, ridono fra loro e si informano sul nostro stato "matrimoniale". Rimangono scandalizzate quando dico loro che non sono sposata con Giovanni: "male, male" dicono "perché hai gli occhi belli".
Per la cena affittiamo una stanzetta dirimpetto alle nostre tende (il che non è male perché ci permette di tenerle costantemente d'occhio) e Frangkie si incarica di cucinare la cena, che risulterà una semi-tragedia greca e ci farà rimpiangere di non essere andati a mangiare in uno dei banchetti del mercatino. A questo punto è d'obbligo aprire una parentesi sulle
Visto che il riso bollito e le patate fritte cominciano a provocare nausee da gravidanza, in uno slancio di coraggio e forse preoccupato per il nostro fegato Frangkie decide di andare al mercato e comprare 36 uova che, purtroppo, risulteranno quasi tutte marce. Essendo un uomo d'onore, il mesto Frangkie (che, per via dell'altezza, dei modi di fare e soprattutto per la capigliatura avevamo paragonato ad un componente della famiglia Simpson) chiede che il costo delle uova andate a male gli venga defalcato dallo stipendio. Sia come sia, le uova diventano un vero e proprio "affare di stato". Dopo Frangkie ci prova anche il nostro barcaiolo con relativo aiutante e, alla fine, partiamo io, Heidi, e Giovanni (vero esperto nello stabilire se l'uovo è marcio o no, a seconda se quest'ultimo va a fondo o galleggia. Se galleggia è perché c'è aria dentro e quindi è marcio, se va a fondo si può mangiare). Chiaramente non possiamo portarci dietro un secchio per fare la prova di immersione al mercato, ma ad ogni bancarella si procede allo "scuotimento" dell'uovo (il che suscita non poco interesse per i nostri spettatori che si chiedono cosa mai stiano facendo quei quattro pazzi che vanno in giro a sbatter uova). Alla fine, comperiamo le uova affidandoci più alla buona sorte che non all'esperienza, le facciamo bollire e le mangiamo anche se non erano andate a fondo.
Mentre scrivo mi rendo conto che questo episodio potrebbe sembrare banale e non degno di nota, ma illustra come ciò che si potrebbe giudicare una "stupidaggine" in condizioni normali (quando cioè il supermercato è dietro l'angolo o il frigorifero è pieno) diventa importantissimo in condizioni - se vogliamo "di sopravvivenza" - precarie, dove non sai se il giorno dopo troverai un pescatore per comprare del pesce, se troverai del riso o dell'acqua. Quando si è via da casa, quando si è in un paese dove niente è certo, dove si può contare unicamente su sé stessi e sui propri compagni, allora anche il pezzetto di spago o di carta, la goccia d'acqua, la spilla da balia, la manciata di riso diventano preziosi. Anche le piccolezze, in Irian Jaya, diventano cose che possono cambiarti la vita.
Durante il tragitto ci fermiamo brevemente (per sgranchire le gambe) presso alcuni villaggetti: sono desolanti, poverissimi, pieni di mosche. Visitiamo le long houses, nelle quali fanno bella mostra i preziosi totem di legno. In un villaggio notiamo su un tagliere i resti abbrustoliti di un cane: rimangono la testa, le interiora e parte delle 4 gambe. Per la gente di Celebes, ci dicono, è normale mangiare i cani, che vengono allevati di proposito.
Senggo è un paesino molto meno ricco di Atsi, ma comunque in grado di offrire acqua in bottiglia, biscotti e scorta di riso. Dopo aver litigato con la padrona dell'unico alberghetto esistente, piantiamo le tende nel giardino di una casa privata il cui padrone, ben volentieri, ci affitta lo spazio.
Qui ci facciamo rilasciare il nuovo surat-jalan che ci permette di proseguire e ripartiamo il giorno dopo, già avvertiti più volte che l'acqua bassa avrebbe causato una variazione di percorso.
Il Dairam Kabur è il fiume che avrebbe dovuto portarci sino a Yaniruma. Dico avrebbe dovuto perché ad un certo punto, anziché immetterci nel Dairam Kabur, siamo costretti a proseguire sul Siretsi per raggiungere Oyemu, dove abbandoniamo definitivamente la canoa per via dell'acqua troppo bassa e dei numerosi tronchi semi-sommersi che rendono la navigazione impossibile e sui quali ci eravamo già più volte incagliati.
Comunque, l'idea di abbandonare la canoa non ci spiace poi tanto: finalmente torniamo a camminare un po' e lasciamo un barcaiolo tutt'altro che simpatico.
Prima di arrivare a Oyemu, Frangkie prende accordi affinché un gruppo di portatori ed una guida ci raggiungano il giorno dopo per accompagnarci a Yaniruma, che dovrebbe distare circa 3-4 giorni di cammino. La speranza che i portatori tengano fede alla parola è molto remota, ma non c'è alternativa: decidiamo comunque che, piuttosto di rimanere bloccati lì, ci saremmo caricati noi i bagagli in spalla (cosa che, in seguito, sarebbe risultata assolutamente impossibile).
Oyemu è un piccolissimo villaggio Citak, più pulito di Biwar-Laut, ma poverissimo, e i cui abitanti sono stati decimati dalla malaria. Qui incontriamo Ivan e il suo gruppo, anche loro diretti a Yaniruma, ma bloccati sul posto perché i loro portatori non si sono presentati (che prospettiva!).
Arriviamo nel tardo pomeriggio e sono in corso le esequie funebri per la morte di un bambino. Piantiamo le tende sulla sabbia bianca e finissima, fra le quattro casette del villaggio ed affittiamo lo "spazio cucina" per poter preparare il solito riso bollito e il thè. Dopo aver preparato il campo, il nostro stato personale è tale da persuadere me e Giovanni a lavarci sommariamente e per quanto possibile nell'acqua color Coca-Cola prima che faccia buio e ci assaltino le zanzare.
L'acqua in bottiglia è agli sgoccioli e cerchiamo di risparmiarla per il percorso in foresta (l'unica speranza di poterne trovare è a Yaniruma). Facciamo quindi bollire e beviamo l'acqua del fiume perché, anche se Alfredo ha un filtro a caduta, l'acqua è talmente densa da passare nel filtro troppo lentamente e, comunque, senza che questo apporti variazioni di colore degne di nota.
Passo una notte insonne: è morto un altro bambino di malaria e si sentono i canti funebri di genitori e parenti spostarsi nella foresta. Talvolta sembrano vicinissimi alla tenda, altre volte si allontanano e quasi si perdono, per poi tornare vicinissimi. Si sentono anche altre voci, persone che gridano, spari, maiali selvatici che continuano a girare e grufolare attorno alla tenda.
La mattina dopo, sia Ivan e il suo gruppo che noi, partiamo, entrambi con la stessa meta, ma seguendo due percorsi diversi.
I portatori sono inaspettatamente arrivati (anche se un loro ritardo ci aveva fatto temere il peggio): Gianni e Simonetta salgono nelle piccole canoe dove abbiamo caricato i bagagli (anche perché non ci fidiamo molto dei portatori) e noi proseguiamo a piedi. L'appuntamento è in un punto a noi ignoto, ad un'ora ignota. Frangkie non ci può aiutare visto che nemmeno lui ha idea di dove ci troviamo. Dobbiamo affidarci completamente alla nostra guida e seguirlo quando ci dice che, prendendo una scorciatoia, possiamo guadagnare parecchie ore anche se ciò significa aprirsi la strada in foresta a colpi di machete e costeggiare le rive limacciose del fiume.
La prima parte del percorso è molto pesante: partiamo a passo sostenuto, fa' molto caldo, ci sono nugoli di zanzare e non c'è traccia di sentiero. Nascoste a terra fra il fogliame ci sono erbe finissime, molto lunghe, completamente ricoperte di spine che si attorcigliano alle gambe a mo' di cappio e ti fanno inciampare costantemente. Talvolta queste erbe penzolano dagli alberi, ma sono praticamente invisibili in quanto si confondono con i colori della vegetazione circostante e ti accorgi di loro solamente quando senti le spine conficcarsi in viso. Altre volte, usiamo come passerella i tronchi degli alberi per non essere inghiottiti dalla vegetazione e per poter attraversare i fiumi: allora capita che il tronco marcio si spacchi e ci si ritrovi qualche metro più in basso (fortunatamente senza mai niente di rotto) rispetto agli altri. La marcia in riva al fiume non è meno faticosa: si scivola, si cade, ci si arrampica o si cerca un passaggio fra cataste di tronchi ammassati a riva dal fiume quasi in secca. La vegetazione attorno a noi è selvaggia, prorompente: incute timore perché si ha l'impressione che qui, l'uomo, non possa nulla. Di tanto in tanto ho l'impressione che questa foresta sia "cattiva", che ci voglia ingoiare: la paragono alla foresta del Lupo Mannaro e la contrappongo nella mente alla foresta "buona" della Valle del Baliem.
Dopo aver ritrovato (con nostro sollievo) gli altri partiti in canoa, recuperiamo gli zaini e le poche provviste e proseguiamo in mezzo alla foresta. Verso le 4 del pomeriggio la nostra guida decide di fermarsi per la notte vicino ad una pozza d'acqua e noi montiamo le tende in tutta fretta, visto che alle 5 il sole inizia a calare. Frangkie riesce a cucinare quel po' di cibo rimasto e facciamo il thè con l'acqua marrone della pozza. Disseminiamo il campo di zampironi perché le zanzare sono più che abbondanti e per le 6 siamo già tutti a letto, eccezione fatta per Heidi che cerca di conversare con i portatori.
La sensazione negativa della foresta mi sta sulla testa come una cappa e, mentre sono in tenda, penso che se solo volessero o avessero abbastanza malizia per farlo, i nostri portatori potrebbero rubarci tutto e farci sparire per sempre. Fortunatamente mi sbaglio, ma passo metà notte insonne ad ascoltare le loro voci, ad indovinare i loro movimenti, a cercare di insinuarmi nelle loro menti.
Comunque, obbiettivo di guida e portatori è quella di arrivare a Yaniruma il più tardi possibile così da riuscire ad avere un giorno in più di paga: a tal fine si fermano per fumare ogni mezz'ora, perdono tempo, sono molto evasivi sulla distanza che ci rimane da percorrere. Interesse nostro, invece, è arrivare a Yaniruma il più presto possibile e siamo disposti a "tirare": fra noi c'è chi si illude di trovare persino un ristorante, io spero solo di trovare un po' d'acqua pulita. Alla fine promettiamo loro un premio in rupie, pur di non perdere più tempo.
L'acqua in bottiglia è finita. Abbiamo ancora qualche misera riserva nelle borracce, ma niente a confronto del nostro fabbisogno. Strada facendo incontriamo un gruppo di Tedeschi e, finalmente, sappiamo che siamo a circa 4 ore di marcia da Yaniruma. Guardandoli, calcoliamo che 4 ore per loro equivalgono molto probabilmente a circa 2 ore per noi.
Mentre ci lasciamo mi fermo ad osservarli, chiedendomi cosa quella gente sia venuta a fare in Irian Jaya: scaricati freschi freschi dal Cessna della MAF sono grassi, sudaticci, già distrutti dopo le poche ore di marcia, uno di loro è persino sull'orlo del collasso. Non riescono a procedere compatti ed ogni tanto incontriamo un ritardatario, sempre più sudato, sempre più disfatto, sempre più lontano dagli altri. Hanno al loro seguito uno stuolo di portatori e servitori con tanto di frigorifero pieno (immagino) di bibite fresche, hanno maialini, riso, pasta, ed ogni sorta di altro cibo. Mi fanno quasi pena e mi domando perché non siano rimasti a casa, a bere birra sotto l'ombrellone.
A causa delle condizioni ambientali, sommate alla mancanza d'acqua e di cibo, ritengo che lo sforzo fisico sostenuto durante la marcia sino a Yaniruma sia stato molto maggiore rispetto al trekking nella Valle del Baliem, dove - a dispetto di salite e discese senza fine - potevamo contare su abbondanza d'acqua e cibo e su condizioni climatiche migliori. Ricordo l'ultimo tratto prima di arrivare a Yaniruma come il peggior momento di tutto il viaggio: sono in ipoglicemia totale, mi gira la testa, mi mancano le forze, sudo freddo e in modo più che abbondante. Non reintegrando praticamente alcun liquido, le gambe vanno avanti per inerzia (o meglio, si trascinano per inerzia) e mi devo appoggiare al bastone per poter continuare.
L'arrivo a Yaniruma, territorio Kombai, è un momento misto a sollievo, curiosità, preoccupazione per quel che avremmo effettivamente trovato. Quando ci accorgiamo che la foresta si va diradando e lascia posto a spazi sempre più ampi, che di norma precedono l'entrata ad un villaggio, il morale si risolleva: Giovanni insiste con il ristorante e con la doccia, io penso unicamente all'acqua e al fatto che non sono più nella bocca del mostro, della foresta cattiva: vedo finalmente il cielo azzurro, vedo le nuvole, mi sento di nuovo libera.
Entriamo nel villaggio dalla pista di atterraggio dei Cessna, lunga striscia di finissima terra bianca, ed abbiamo fretta di vedere ciò che, purtroppo, Yaniruma realmente è: alcune casette di legno, la piccola stazione radio, la chiesa, un piccolo negozietto che vende solamente bottigliette di olio. Nient'altro.
Non c'è acqua, non c'è cibo, non c'è ristorante, non c'è doccia, non c'è niente di niente. Yaniruma è il nulla, è disperazione, sconforto. Mi lascio cadere a terra, non ho più la forza di arrabbiarmi, di pensare. Ho come una sensazione di vuoto mentale.
Perso per perso, decidiamo di cercare comunque qualcosa da bere: incontriamo Paul, antropologo americano che ha vissuto in quella zona per un anno e sta trascorrendo lì un periodo di vacanza per rivedere gli amici. Lui ci conferma che a Yaniruma non c'è acqua e gli unici generi alimentari vengono portati dai Cessna che arrivano da Wamena. Poi ci par di capire (non so da chi e non so come) che al negozio di un cinese si potrebbe trovare qualcosa da bere e ci precipitiamo a bussare alle porte sprangate della casetta in legno. Dopo alcuni interminabili minuti Il cinese fa' capolino da una finestra, mezzo intimorito da questi occidentali che per poco non gli buttano giù la casa e, meraviglia delle meraviglie, mette sul bancone alcune lattine di Coca-Cola, unico genere alimentare di tutto il negozio.
Non mi sembra vero. Abbiamo finalmente qualcosa da bere, qualcosa che non sa di terra, che non può infettarti con tifo e epatite, che non devi bollire, che non devi tapparti il naso per poter bere. Gli compriamo tutte le lattine (3 a testa) pagandole a peso d'oro.
La Coca-Cola riporta il morale e gli zuccheri di tutti a livelli normali. Personalmente, dimentico la fatica e la sete; la fame è molto relativa, in quanto sottostà alle prime due. Riusciamo anche a trovare un po' di riso e della pasta per la cena e montiamo le tende vicino ad una casa di legno dove Frangkie ha attrezzato la cucina. Alla sera paghiamo i portatori, così possono tornare al loro villaggio, e ci prepariamo a trascorrere almeno il giorno seguente in completo riposo forzato, poiché via radio da Wamena ci viene confermato che la MAF prevede di venirci a prendere solamente dopo 5 giorni. La prospettiva di rimanere bloccati a Yaniruma per un tempo superiore al previsto e allo sperato ci spinge ad organizzare un giro nella zona Kombai/Korowai più lungo del previsto, spingendoci sino al villaggio Korowai di Daio che dista da Yaniruma circa 8-9 ore di cammino.
Il giorno dopo l'arrivo a Yaniruma viene dedicato al riposo, al rammendo, al lavaggio dei panni sporchi, alla pulizia tende, alla lettura. Tuttavia, non siamo più abituati a rimanere fermi nello stesso posto "così a lungo" e alla fine iniziamo persino ad annoiarci.
"THERE IS NO WATER IN THE RIVER"
Apro qui una parentesi sul punto pulizia personale per ricordare un episodio che lì per lì è stato (ed è ancor oggi) oggetto di risate a crepapelle (specialmente per me e Heidi) ed ha come protagonista il nostro uomo del tonno e delle uova, vale a dire il nostro Frangkie. Il tutto è dovuto alla grande ed anomala siccità che ha interessato l'arcipelago indonesiano e che causerà, subito dopo la nostra partenza, i gravissimi incendi che hanno distrutto centinaia di migliaia di ettari di foresta e provocato la morte di centinaia di persone.
Approfittando della pausa, Frangkie provvede subito ad assumere come "maggiordomo" un ragazzino del posto, incaricandolo di lavargli i vestiti sporchi e di aiutarlo nelle faccende in cucina. Il giorno stesso, in tarda mattinata (sono circa le 10), Frangkie ha notizia che vicino alla pista d'atterraggio c'è un fiumiciattolo dove potersi lavare: passa quindi da noi per informarci della sua meta, si arma di dentifricio, spazzolino, sapone e asciugamano e parte alla ricerca del fiume seguito dal ragazzino con i panni sporchi. Noi non ci badiamo più di tanto, lo vediamo incamminarsi verso la pista d'atterraggio e poi sparire.
Quando Frangkie torna è l'una passata: è sudatissimo, ha l'aria disfatta, a mezzo fra il demoralizzato e l'affranto: sapone, dentifricio e spazzolino sempre in mano, ragazzino con i panni sporchi sempre al seguito. Veniamo informati che "there is no water in the river", non c'è acqua nel fiume o, meglio, non c'è proprio il fiume. Cosicché Frangkie aveva camminato per 3 ore alla ricerca di una pozza d'acqua decente dove lavarsi (soprattutto i denti, sua necessità principale), e si era visto obbligato a tornare a Yaniruma più sporco di prima.
Visto che Paul, l'antropologo, ci aveva informati circa l'esistenza di un buon posto dove fare il bagno e a cui era possibile arrivare sia in canoa, sia a piedi seguendo un sentiero che costeggiava il braccio di fiume poco distante da noi, decidiamo di andare a cercare un posto dove lavarci. Anche se l'informazione avuta era alquanto evasiva ed imprecisa, l'idea di fare il bagno in acqua corrente e pulita era tutt'altro che spiacevole.
Quindi, Heidi, Stefano, Giovanni, Simonetta ed io, seguiti da Frangkie e aiutante, ci incamminiamo verso il fiumiciattolo poco più a valle, dove l'acqua è fangosa, quasi stagna e puzza non poco. Da lì si sarebbe dovuto trovare il sentiero per raggiungere il fiume vero e proprio.
Lì giunti, visto che di sentiero non c'è traccia, cerchiamo di convincere Frangkie ad andare in avanscoperta in canoa per verificare se, effettivamente, risalendo per un tratto quel canale maleodorante c'è la possibilità di trovare acqua corrente. "Non possiamo" gli diciamo "lavarci in un'acqua così sporca perché potremmo prendere chissà quali malattie". Il poverino, stanco, affranto, terrorizzato dall'idea di dover stare in equilibrio su quel guscio di canoa (che avrebbe tra l'altro dovuto temporaneamente "rubare"), atterrito dall'idea di dover portare con sé di malavoglia una insistente Simonetta (che era ormai diventata il suo incubo personale durante i trekking in foresta), cerca di opporre una blanda resistenza, ma, alla fine, decide di accontentarci e, quasi piangendo, parte con il suo aiutante ed i panni sporchi.
Si sistema a prua, barcollando di qua e di là, ma cercando comunque sempre di mantenere una postura dignitosa: Simonetta si stende dietro di lui e l'aiutante comincia remare. Dopo circa un metro la canoa si incaglia e manca poco che Frangkie non cada: da parte nostra seguono risate malcelate, da parte di Frangkie, probabilmente, insulti mentali a ripetizione.
Alla fine, dopo averli salutati e persi di vista alla prima curva, decidiamo che non vale la pena aspettare il loro ritorno e ci laviamo lo stesso in quella specie di acquitrino maleodorante, dove ci immergiamo fino al collo (che schifo!).
Insomma stimiamo che quel giorno, per potersi alla fine lavare in un'acqua terribile, Frangkie percorre da 5 a 10 Km con una temperatura che sfiora i 38 gradi all'ombra, è costretto a rubare una canoa che si incaglia dopo un metro e per poco non lo fa' cadere in acqua vestito, è obbligato a portarsi appresso Simonetta, naviga per circa mezz'ora, torna gentilmente per dirci di non avere trovato nulla e...... ci trova tutti immersi nell'acquitrino (alla faccia di chissà quali malattie).
Ripartiamo da Yaniruma il giorno dopo per un trekking di 4 giorni nella zona circostante, nella zona delle
RUMAH TINGI - OVVERO CASE SUGLI ALBERI.
Molteplici sono le ragioni per cui, secondo gli antropologi, queste popolazioni costruiscono le loro case sugli alberi ad altezze così elevate, arrivando talvolta a toccare i 40 metri. Si pensa lo facciano per tre ragioni principali, vale a dire:
· essendo animisti, essi credono che di notte la foresta si popoli di mostri e spiriti maligni. Maggiore è l'altezza alla quale costruiscono la casa, minore è il pericolo di visite notturne indesiderate;
· proteggersi dall'attacco di eventuali nemici o animali selvatici;
· sfuggire alle zanzare.
La prima e seconda ipotesi ci sono state confermate da Paul e sono senz'altro quelle a cui dare maggior credito.
I Kombai/Korowai sono popolazioni nomadi. Non coltivano alcun tipo di vegetale (legumi, frutta, cereali) e non allevano bestiame, eccezione fatta per alcuni maialini. Gli uomini si dedicano alla caccia e alla pesca, le donne curano i bambini e cercano bacche e radici commestibili. Più famiglie possono convivere in una stessa rumah tingi sino a che la zona circostante fornisce abbastanza cibo per tutti: poi, la casa viene abbandonata ed il nucleo famigliare si sposta, insediandosi in un'altra rumah tingi a sua volta abbandonata da altri.
ll pavimento della casa poggia sui rami più alti dell'albero, tagliati alla sommità. Pareti e tetto sono formati da foglie di palma intrecciate, mentre il pavimento è ottenuto legando saldamente dei piccoli tronchi l'uno vicino all'altro. Unico accesso alla casa è costituito da piccoli gradini intagliati in un tronco fine e traballante che poggia a terra e sale su sino alla porta d'entrata (nessuno di noi ha mai osato salirvi perché troppo pericoloso).
I Kombai/Korowai hanno una loro lingua, solo parlata, oggetto di studio da parte degli antropologi. Paul aveva vissuto con i Kombai per un anno e l'aveva imparata: ora sta cercando di mettere insieme il primo dizionario della lingua Kombai esistente al mondo, dando una forma scritta a questa lingua inaspettatamente complicata e variegata.
Meta principale del nostro trekking è il villaggio di Daio, a circa 8-9 ore di marcia da Yaniruma. Non è nostra intenzione arrivarvi il giorno stesso visto che il tempo abbonda, le forze sono poche, fa caldo, e durante il tragitto facciamo tappa in un villaggetto molto piacevole, pulito, ombreggiato, ventilato, con un fiume favoloso dove poter fare il bagno. Come al solito, però, le speranze teoriche sono una cosa, la realtà pratica è un'altra: ci fermiamo al villaggetto quel tanto che basta per preparare una minestra e bere un thè (riesco anche a rovesciarmelo tutto addosso), fare qualche foto e ripartire.
Il "mostro" mi inghiotte nuovamente e torna a fare capolino quella sensazione sgradevole, pesante, opprimente che mi ha sempre ed inspiegabilmente accompagnata durante gli spostamenti al sud.
Il tragitto verso Daio si compie quasi esclusivamente camminando su passerelle di tronchi accatastati l'uno sull'altro, coperti in parte o totalmente da liane ed altre erbe che rendono molto difficile vedere dove si mettono i piedi. Si inciampa, si perde l'equilibrio, si cade. Nei tratti liberi da alberi, il sole ti cuoce la testa e la pelle e non vedi l'ora di ritrovare l'ombra della foresta. Le zanzare sono onnipresenti: la camicia con le maniche lunghe è d'obbligo, così come i guanti di cuoio bruciati e bucati che mi hanno salvato le mani dalle spine parecchie volte.
Incontriamo di tanto in tanto delle rumah tingi isolate, ma la più bella e grande viene scoperta quasi per caso, a causa di un errore di percorso. La vediamo da lontano: è altissima, ben tenuta ed immersa nel fogliame verde dell'albero che la sostiene, nel mezzo di uno spiazzo pressoché libero da alberi e disseminato di tronchi semi-sommersi dalle erbe, unica via di accesso fra lei e noi.
Va' detto subito che non ci viene e non ci verrà mai permesso di entrare nel villaggio nemmeno il giorno dopo, tanto che inizieremo (a torto) a dubitare della sua esistenza o del fatto che le rumah tingi fossero realmente abitate e non messe lì apposta per i turisti (sembra infatti che nei pressi di Yaniruma sia stata costruita un'altissima, ma finta, rumah tingi unicamente perché il National Geographic potesse fare un servizio).
Io e Giovanni, seguiti da Heidi e Stefano, arriviamo per primi in prossimità di Daio quando è già pomeriggio inoltrato, stanchi, assetati, irritati per l'ennesima maratona e veniamo ospitati sotto una grande e lunga capanna vuota, dall'aria poco accogliente e molto "pulciosa", dove gli insetti abbondano (mosche, tafani, zanzare e similari). Rimpiangiamo di cuore il non esserci fermati al villaggetto precedente, dove avremmo per lo meno potuto lavarci e dove l'aria era molto più respirabile.
Comunque, piuttosto che montare la tenda su un terreno che minaccia pulci, cimici e zecche decido di montare la tenda all'aria aperta (anche se proprio vicino ad un formicaio), nel poco spazio disponibile subito fuori la capanna, circondata su tre lati da un groviglio di tronchi ed erbe e delimitata da un fiume melmoso sull'altro lato.
Il luogo, però, sembra disabitato. Non si vede anima viva a parte noi ed i portatori, che arrivano alla spicciolata dopo di noi e sistemano in fretta lo spazio cucina e i loro giacigli per la notte: il sole sta velocemente calando ed i colori della foresta diventano mano a mano sempre più brillanti, più caldi e profondi. Due grossi pappagalli Kakadu danzano e si rincorrono gorgheggiando nel cielo di fronte a noi: sono affascinanti e ci offriranno lo stesso spettacolo anche la sera dopo, con gli stessi movimenti, gli stessi spostamenti, gli stessi suoni.
Dopo una cena a base di riso bollito, patate fritte cinesi e thè melmoso, esasperati da nugoli di zanzare e stanchi morti, ci ritiriamo in tenda non più tardi delle otto. Il caldo, però, è opprimente: quasi non si respira, e le salviettine umidificate con le quali ho cercato molto sommariamente di "lavarmi" mi fanno sentire più appiccicaticcia di una carta moschicida. Inoltre, il mio materassino è bucato e mi ritrovo puntualmente a dover rigonfiare i soliti 3 tubi nel bel mezzo della notte.
Dormo pochissimo e verso le 4 del mattino, nel dormiveglia, mi sembra che la capanna si stia ripopolando: è ancora buio, ma c'è trambusto, sento voci di donne e uomini, bambini che piangono. Vengono accesi altri fuochi e il vociare si fa sempre più intenso.
Quando usciamo dalle tende, circa tre ore più tardi, la capanna è affollata: gli uomini sono completamente nudi se non fosse per un cerchio di liane attorno alla vita ed una foglia arrotolata sul pene, le donne portano un gonnellino di liane sui fianchi ed hanno braccia e seni ricamati da bruciature che loro stesse si praticano con tizzoni ardenti (simili alla scarificazione che le donne Karo praticano in Etiopia usando le lamette). Molte di loro sono incinta. Noto che le donne hanno occupato un settore ben delimitato e buio della capanna e rimangono sempre tutte in gruppo, insieme ai bambini. Sono molto timide ed evitano di incontrare i nostri sguardi, anche se ci osservano di nascosto.
In totale, restiamo a Daio due giorni durante i quali ci verrà mostrato come ottenere il sego dal tronco delle palme, come pescare senza amo e reti, come costruire le case sugli alberi. Il sego - alimento principale di queste etnie - è una specie di farina ottenuta sminuzzando e poi filtrando la polpa del tronco della palma: vi si cuoce una specie di pane gommoso, si possono fare delle zuppe e altri intingoli gelatinosi. Eccezione fatta per l'abbattimento della palma, la cerimonia del sego è completamente a carico delle donne e dura quasi tutto il giorno. Mentre alcune sminuzzano la polpa con le asce di pietra e legno, altre preparano i canali di filtrazione usando la corteccia della palma. Segue poi l'impasto della farina e la formazione di "pani" che vengono lasciati a riposare prima di essere cotti.
La pesca, rudimentale, è possibile solamente dove l'acqua è quasi stagna: si costruiscono due piccole dighe con rami e foglie ad una distanza di circa 3-4 metri l'una dall'altra e poi si usa la corteccia ricurva dei tronchi per vuotare la pozza. L'operazione dura parecchio tempo e costa non poca fatica, ma alla fine affiorano dalla melma pescetti e gamberi di fiume.
Per cacciare, gli uomini dispongono di frecce di legno con forma diversa a seconda dell'animale cacciato. Le più appuntite sono per gli uccelli e i roditori (cus-cus); altre hanno una testa più piatta e larga e vengono usate per i pesci e le lucertole. Alcune frecce usate per la caccia all'uomo hanno la punta di metallo e sono considerate preziosissime: è possibile procurarsele solamente recandosi presso i mercati che distano giorni di cammino.
Acquistiamo da loro set di archi e frecce per l'esorbitante cifra di 10.000 rupie (l'equivalente di Lit. 6.000): cercano anche di vendere o barattare collane di cuoio ornate da piccole conchiglie bianche (stranamente sono le stesse conchiglie usate come ornamento dalle donne Karo in Etiopia. In origine, le conchiglie avevano la stessa funzione delle monete, ma l'arrivo del denaro vero e proprio le aveva fatte retrocedere ad uso puramente ornamentale).
La seconda notte passata a Daio è stata per me sicuramente la peggiore di tutto il viaggio. Durante la cerimonia del sego assaggio il cuore della palma e mangio del sego cotto. Inizialmente mi sembra buono (anche perché il cibo è carente), ma col passare delle ore mi rendo conto di avere commesso un grosso errore. Alle sette non riesco più a stare i piedi e avverto una nausea crescente: mi corico in tenda, seguita da Giovanni con la sua solita febbre. Quel che segue è un crescendo di febbri (io arrivo a 38, Giovanni è a quota 40), nausee, coliche renali. Mentre Giovanni vaneggia, io passo da stati febbricitanti a condizioni di temperatura corporea sotto-zero, alterno corse fuori dalla tenda nel buio più completo, fra rovi e tronchi, a mezzi svenimenti e mi sistemo in posizioni contorte che, in qualche modo, possono lenirmi il dolore ai reni. Come se non bastasse, mi si sgonfiano i tre tubi del materassino, che così rimangono sino al mattino seguente.
Alla fine, Giovanni mi dà una pasticca di plasil e, rannicchiandomi su me stessa, riesco (o forse è solo un'impressione) a rendere più sopportabili le fitte che, a intermittenza, mi spaccano il basso ventre e i reni: dopo circa 3-4 ore il dolore inizia ad affievolirsi e, la mattina, è scomparso. Giovanni (il mio compagno di quella notte sventurata) sta meglio, la febbre si è abbassata, ma non scomparsa del tutto.
Ora, ripensando a quella notte ridiamo di frasi dette o di cose fatte fra un attacco di vomito, diarrea e febbre a 40, in condizioni fisiche da ricovero ospedaliero d'urgenza, mentre si cercava di rincuorare e assistere sia il compagno sia sé stessi. Non potevamo comunque fare altro, chiusi in quella tenda lazzaretto a tratti soffocante, a tratti freddissima (a seconda della variazioni della nostra temperatura): potevamo solo aspettare, sperare di rimetterci, far finta di non essere lì.
Il mattino dopo partiamo da Daio di buon'ora e camminiamo per altre 4 ore circa, continuando il tragitto ad anello che ci avrebbe riportato a Yaniruma il giorno seguente. Verso mezzogiorno raggiungiamo un altro nucleo di rumah tingi e facciamo tappa all'interno di una grande long house poco distante, dove troviamo alcune donne con i loro bambini, mentre gli uomini sono fuori a caccia. Inizialmente, l'intenzione era quella di pernottare lì per riposare un po' (avremmo montato le tende all'interno della long house) e raggiungere Yaniruma con comodo il giorno seguente. Tuttavia, la totale mancanza di acqua buona e la prospettiva di dover bere nuovamente l'acqua fangosa delle pozze, unita alla presenze di nugoli di mosche e zanzare e al caldo insopportabile, ci fa' considerare la possibilità di proseguire direttamente sino a Yaniruma. Alla fine, consci del fatto che avremmo dovuto camminare a passo sostenuto nelle ore più calde del giorno (onde arrivare prima del tramonto), senza poter bere o fermarci, io, Heidi, Giovanni e Stefano optiamo per Yaniruma mentre gli altri preferiscono fermarsi sul posto per la notte. Dopo molte contrattazioni e promesse che avremmo pagato loro anche il giorno in meno di lavoro rispetto agli altri, riusciamo a partire con 3 portatori e una guida, un signore barbuto e distinto che, in seguito, passerà alla storia come "il Mago di Oz".
Quando lasciamo gli altri sono circa le 2 del pomeriggio: camminiamo per circa 3-4 ore, concedendoci piccole soste per riprendere fiato. Si parla poco e si procede veloci con lo sguardo sempre rivolto verso terra, per scansare i rami spinosi e le liane finissime che troppe volte ci hanno fatto cadere. Ad un certo punto sentiamo dapprima un fruscio, poi uno sbatter d'ali e vediamo con la coda dell'occhio due grandi uccelli prendere il volo poco lontano da noi: la coda, lunghissima, ed il piumaggio, sono color blu cobalto e brillano, riflettendo i raggi del sole che filtrano fra gli alberi. Abbiamo incontrato gli Uccelli del Paradiso.
Poco a poco, mentre il sole inizia a spegnersi ed i colori si fanno più caldi, la foresta si apre e si dirada, lasciando spazio ad un sentiero che si snoda in mezzo ad un labirinto di erbe altissime che preclude qualsiasi vista.
Noi siamo stanchissimi, affamati, senza alcunché da bere. Ci chiediamo se la promessa fattaci dalla nostra guida (quel signore con la barba che sin dall'inizio non aveva mai portato zaini o altri pesi e che, per portamento e modo di comportarsi, pareva appartenere ad una "casta" superiore) di procurarci da mangiare sarebbe mai stata mantenuta. Giovanni è scettico, io spero solo in un po' di riso bollito, Heidi e Stefano non si pronunciano.
Ad un certo punto, il labirinto di erbe finisce e ci ritroviamo inaspettatamente davanti quella che per noi, in quel momento, è paragonabile ad una visione: siamo sbucati sulla sponda del fiume di Yaniruma, quel fiume che, con acqua corrente pulita, Paul ci aveva indicato come posto ideale per fare il bagno e che Frangkie non aveva raggiunto quando era stato mandato in canoa con il suo aiutante in avanscoperta (probabilmente sarebbe bastato "voltare l'angolo", ma lui aveva preferito rinunciare). In quel punto il fiume forma una piccola ansa e, per via dell'acqua bassa, si era creata una spiaggetta.
Non abbiamo più fretta: Yaniruma è vicina e possiamo fermarci per un rapido "lavaggio". "Mereka mandi di sunghai" ("fate il bagno nel fiume"), ci dicono i nostri portatori sedendosi a riposare poco lontano. Sulla spiaggetta troviamo anche un gruppo di francesi in costume da bagno (!!), arrivati da poco a Yaniruma e bloccati lì in attesa di un aereo. "Che disastro" ci dicono "a Yaniruma non si trova niente, né da mangiare, né da bere".
Ma loro non sapevano del cinese.......
Non crediamo ai nostri occhi: l'acqua è abbondante, pulita, c'è persino una piccola rapida che ne garantisce la bontà. L'aria fresca e una inaspettata abbondanza di acqua finalmente limpida fanno salire il morale alle stelle: ci laviamo, godendo del piacere di ogni goccia d'acqua che scorre sulla pelle, e pensiamo agli altri, rimasti in quella lurida capanna piena di mosche solo perché non avevano voglia di camminare. Lavo la bandana e ricordo che continuavo ad annusarla perché profumava di sapone, profumava di pulito.
Dopo circa mezz'ora, la nostra guida ci fa' capire che bisogna proseguire prima che il sole cali completamente e le zanzare ci assalgano. Raccogliamo tutto in fretta, ripromettendoci di tornar lì il giorno dopo, attraversiamo il fiume, proseguiamo per un tratto in un canale in secca, riattraversiamo un canale melmoso (il braccio di fiume dove noi avevamo fatto il bagno qualche giorno prima!) e ci immettiamo nel sentiero (quello di Paul!) che ci avrebbe portati a Yaniruma dopo circa un'altra mezz'ora di cammino.
L'unica incognita, a questo punto, era il cibo.
Seguiamo il signore barbuto sin di fronte a casa sua, una bella casetta di legno circondata da un prato ben curato. Di fronte, dall'altra parte della stradina di sabbia, c'è la chiesa protestante, bella, grande e ben tenuta.
Purtroppo abbiamo subito constatato che il nostro amico cinese ci ha abbandonati e, mentre montiamo le tende a lato della casa, persiste in noi il dubbio amletico circa la possibilità di ottenere qualcosa da mangiare. Io sono ottimista, mi sembra di aver sentito la nostra guida pronunciare la parola "Sprite", ma non vengo creduta nel modo più assoluto, in particolare da Giovanni (uomo di poca fede): non so perché, ma ho comunque la sensazione che il Mago non ci deluderà. Infatti, mentre siamo ancora intenti a piantar picchetti, lo vediamo comparire con delle lattine di Sprite, tenute sotto chiave nel ripostiglio dietro casa. In tutto, riusciamo ad avere 3 lattine a testa, ad un prezzo di circa 3000 lire l'una sul quale nessuno di noi cerca di contrattare.
Finito di montare le tende, sistemato zaini e sacchi a pelo, non ci resta altro che sederci ad aspettare mentre si continua la disquisizione sul "ci darà qualcosa da mangiare?".
Aspettiamo più o meno una trentina di minuti, seduti a goderci l'aria fresca e ancora godendo dei postumi del bagno. Poi, il nostro ospite fa' capolino dalla porta di casa e ci fa' cenno di entrare: mi scappa un "te l'avevo detto io" rivolto a Giovanni.
Saliamo in fretta i gradini di legno ed entriamo: non c'è elettricità e quindi l'unica luce è quella della candela sistemata nel mezzo alla stanza, completamente vuota se non fosse per un tavolinetto di legno ed alcune fotografie ed un calendario appesi alla pareti. Attorno alla candela sono sistemati quattro recipienti per vivande, quattro bicchieri ed una brocca. Ci sediamo e scopriamo i piatti, uno ad uno, piano piano, quasi come fanno i bambini quando rubano i biscotti e temono di essere sgridati dalla mamma: ed ecco che compaiono una montagna di riso bollito, noodles, patatine fritte cinesi, e..... quattro grandi gamberi di fiume.
Non sappiamo cosa dire, siamo letteralmente stupefatti: li contiamo, li ricontiamo, uno, due, tre, quattro, il che vuol veramente dire che abbiamo diritto ad un intero gambero a testa. Finalmente, dopo giorni di digiuno quasi totale vedo Giovanni mangiare nuovamente, senza fare lo schizzinoso, senza sbocconcellare facendo mille smorfie: è tutto delizioso e persino il riso sembra avere un altro sapore.
Le sorprese, però, non sono ancora finite perché la moglie del nostro padrone di casa ci porge timidamente una confezione di latte in polvere, caffè, zucchero, bustine di thè ed una teiera di metallo, piena di acqua: quando versiamo l'acqua ancora calda nei bicchieri ci accorgiamo che, guardandola in controluce, è trasparente.
Non pare vero: l'acqua è veramente trasparente, pulita, buona. Non ha gusto di fango, non è marrone, non puzza. E' acqua, banalissima acqua che ora, in quella casetta di legno, a Yaniruma, in un paese chiamato Irian Jaya, mi sembra un tesoro. Anche se è calda la bevo con avidità, non voglio thè, caffè, latte. Voglio solo l'acqua, voglio assaporarne il gusto, sentirne l'odore, guardarla mentre viene versata nei bicchieri: metto il bicchiere di fronte alla candela, sul pavimento, e mi chino a guardarlo più volte. Vedo la luce della candela brillare attraverso l'acqua e mi sembra la cosa più bella del mondo. Mi riempio il bicchiere, bevo, ribevo quell'acqua calda sino a quando nel mio stomaco "si sentono le rane" e penso che non la cambierei con null'altro al mondo. Sono forse diventata pazza?
La cena termina in fretta, l'acqua e il cibo rimasti vengono accuratamente messi da parte per il giorno dopo. Aiutiamo per quanto possibile la moglie del nostro ospite a rimettere a posto ed usciamo sul prato, fuori casa.
L'aria è fresca, c'è luna piena, il silenzio è completo.
Ci sediamo vicino alle tende e non possiamo non ridere pensando agli altri, a dove erano rimasti, a cosa avrebbero mangiato e bevuto quella sera. Pensiamo all'assurdo della situazione, alla disperazione prima e all'euforia poi, pensiamo a quanto stiamo bene lì, in quel momento, con quelle persone.
Il Mago di Oz si siede vicino a noi, subito raggiunto dalla sua figlia minore e, nel corso della conversazione che segue - fatta più che altro di gesti e qualche parola di indonesiano che ho imparato strada facendo - scopriamo chi veramente lui sia, vale a dire il personaggio più illustre, ricco ed influente di Yaniruma. Sua è infatti la casa presso la quale avevamo pernottato il giorno del nostre arrivo in paese, così come sua è la casa dove erano stati ospitati Ivan e il suo gruppo. Sua è anche la casa dove noi ora ci troviamo.
Oltre ad essere "proprietario terriero", egli è inoltre il responsabile aeroportuale di Yaniruma e gestisce il traffico aereo in arrivo e in partenza: è anche forse l'unico ad avere abbastanza denaro da poter far arrivare da Wamena i viveri tanto amati dai turisti (incluse Coca-Cole, Sprite, zucchero, thè, latte in polvere), ai quali li fa pagare senza problemi 4 volte tanto.
Il nostro padrone di casa ha 3 figli di cui uno è a scuola (forse a Timika, ma ora non ricordo) e torna a Yaniruma di tanto in tanto, naturalmente in aereo. Avremmo comunque incontrato il figlio del Mago di Oz due giorni dopo, vestito di tutto punto all'occidentale e sbarcato dal Cessna che ci era venuto a prendere (accidenti, come si distingueva da quella massa di bimbi vestiti più o meno di stracci, polverosi e scarmigliati che lo guardavano essi stessi incuriositi!).
Quella sera, la conversazione e il clima sono così piacevoli che andiamo a dormire quando l'umidità ha già inzuppato il telo esterno delle tende (mai avevamo fatto così tardi!).
Il giorno dopo ci accorgiamo che sui pantaloni di Giovanni sono cresciuti dei fiorellini e la maglietta bianca di Stefano è decorata da muffa verdina.
Il Mago di Oz merita, insieme a Frangkie, un posto d'onore nella nostra memoria. Per noi era stato una vera rivelazione: intelligente, colto, affabile oltre che affidabile, rispettato e riverito da tutti, con molta voglia di sapere, comunicare, conoscere. Yaniruma era il suo piccolo regno e lui ne gestiva la vita e le attività con discrezione, chiaramente non senza il proprio tornaconto.
Il resto del gruppo arriva al fiume il giorno dopo in tarda mattinata e noi siamo lì ad aspettarli, accompagnati dai portatori che ci avevano seguiti di soppiatto temendo una nostra fuga senza averli prima pagati. La giornata è dedicato ai bagni, al riposo e al cibo. Io cerco riparo dal sole cocente e mi allontano dal resto del gruppo, arrampicandomi su una collinetta di sabbia che confina con la foresta.
Da lontano osservo i miei compagni di viaggio, i portatori, Frangkie che può finalmente lavarsi i denti ed insaponarsi dalla testa ai piedi: arriva persino un ragazzino che porta zucchero e lattine di sprite, probabilmente mandato lì dal Mago di Oz. Alcuni ragazzi del posto stanno pescando nel tratto di fiume vicino a me, senza molto successo. Voci di gente che ride, il crepitio del fuoco, lo scorrere dell'acqua......
Mi tornano alla mente gli Yali della Valle del Baliem, persone in un "mondo fuori dal mondo", e i Kombai/Korowai, con le loro rumah tingi, i loro idoli, i loro mostri. Penso a Oyemu e alla notte passata ascoltando le nenie funebri per il bimbo morto di malaria. Penso che siamo alla fine, e un velo di tristezza mi avvolge.
Il viaggio è quasi finito, anche se rimane l'incognita di cosa succederà una volta arrivati a Wamena: le poche prenotazioni aeree che avevamo sono infatti completamente saltate (eccezione fatta per il collegamento Bali-Roma) a causa delle continue variazioni di itinerario e non sappiamo se e quando riusciremo ad arrivare a Jayapura. Sia come sia, da Yaniruma non si può far altro se non confidare nella buona stella che ci aveva assistito durante tutto il viaggio.
Il giorno dopo il primo Cessna arriva verso le 8,30 e carica Frangkie, Alfredo, Federica, Gianni e Simonetta. Il secondo aereo arriva, con nostro sommo sollievo alle 11 e recupera me, Giovanni, Heidi e Stefano: sino all'ultimo, noi rimasti avevamo temuto che il forte vento avrebbe impedito l'atterraggio del piccolo aereo.
Questa volta mi siedo vicino al pilota e lui mi passa le cuffie per poter comunicare con me in volo. E' un tipo simpatico, americano, ha circa quarant'anni e lavora in Indonesia da più o meno 20. Abita a Jayapura, ma ammette che la vita lì è dura. Unica sua consolazione è il fatto di poter tornare a casa, in America, una volta l'anno.
Sorvoliamo alcune fra le rumah tingi più alte: sembrano sparate in aria a bucare quel verdissimo mare sottostante che, dopo tanti giorni, lasciamo probabilmente per sempre.
Risaliamo verso nord, volando a vista in mezzo ai canaloni, sfiorando le montagne e scansando le nuvole; passiamo a volo quasi radente su una capanna in cima ad una montagna ed il nostro Barone ci spiega che quella è la casa di uno stregone e che le donne non vi hanno accesso. Ci dice che, di tanto in tanto, sorvolando il territorio in questo modo, i piloti scoprono villaggi sino a quel momento sconosciuti; vi sono tribù pigmee che vivono sugli altipiani a 5000 metri, ma nessuno è ancora riuscito a raggiungerli. Praticamente non conoscono (per loro fortuna) l'uomo bianco.
Gli chiedo se è vero che in Irian Jaya il cannibalismo è ancora effettivamente praticato a dispetto del divieto imposto dal governo indonesiano: lui si volta verso di me e, serio, mi dice "they still do it", lo fanno ancora.
Ad un certo punto, ci chiede se vogliamo provare la sensazione dell'aereo che precipita: rispondo che apprezziamo e lo ringraziamo per l'offerta, ma preferiamo continuare a volare secondo i "metodi tradizionali". Non contento, dopo qualche minuto mi chiede se voglio pilotare l'aereo: io penso di non aver capito bene. Mi esce un "Sorry?" e la domanda mi viene ripetuta, questa volta molto chiaramente: "Would you like to fly it?". Mi volto verso gli altri, chiedo la loro approvazione e, più che altro, la loro fiducia. Volenti o nolenti fanno buon viso a cattivo gioco ed io mi ritrovo con la cloche in mano, anche perché il Barone Rosso ha nel frattempo abbandonato i comandi.
Volo a vista e il mio maestro mi spiega come usare la bussola per puntare dritto su Wamena: provo a far scendere e risalire leggermente l'aereo, viro a destra e sinistra (Ehi! Si sposta veramente!). E' fantastico, un volo speciale a coronamento di un viaggio speciale.
Quando arriviamo in vista di Wamena il mio amico riprende i comandi ed atterriamo scossi dalle correnti d'aria che vanno e vengono dalla valle del Baliem. Salutiamo il Barone rapidamente, gli auguriamo buona fortuna e raggiungiamo rapidamenti gli altri.
A Wamena ci aspetta una brutta sorpresa: sembra infatti che non ci siano più aerei disponibili che tornano a Jayapura, eccezione fatta per uno scassone dove, però, i turisti non sono ammessi. Ci viene detto che la prima prenotazione libera è da lì a quindici giorni.
Torniamo a far base all'hotel di John Wolof in attesa di notizie più attendibili (che impresa!): compriamo pane, biscotti e Coca-Cola, ne approfittiamo per fare un piccolo bucato, io torno a lavarmi il viso e specchiarmi nello stesso specchietto di due settimane prima. Attorno a noi si va intanto raccogliendo una folla di pseudo-guide, pseudo-proprietari di aerei, pseudo-amici del cuore delle varie linee aeree, tutti con l'intento di spillare denaro a chi (nella fattispecie noi) ne aveva al momento proprio poco.
Dopo varie conferme, smentite, telefonate incomprensibili, turbini di parole e speranze vane, mentre sono nell'ufficio della Trigana Airways mi viene detto che l'unica possibilità di lasciare Wamena è di farci imbarcare, previo accordo del pilota, su un cargo previsto in partenza l'indomani mattina e diretto a Jayapura. Non era possibile imbarcarci sul cargo previsto per quella sera stessa in quanto il carico era costituito da fusti di carburante.
Il resto è confusione più completa: siamo costantemente seguiti da una piccola folla di persone, gente mai vista che conferma (non si sa come) la nostra imminente partenza, altri che quasi promettono jet a propulsione, fanno telefonate fantasma a loro amici proprietari di agenzie; ci vengono proposti trekking, astucci penici, maschere, coltellini taglia-dita, birra, arco e frecce (in caso di nostra permanenza forzata a Wamena) e chi più ne ha più ne metta. Tutti parlano e gesticolano, nessuno ascolta. Alla fine, forse per togliersi di dosso il nugolo di venditori che l'aveva addocchiato sin dall'inizio, o forse perchè letteralmente stordito da quella pressante insistenza, Gianni compra un'orribile collana di denti di cinghiale coronata da piume di uccello casuario, roba che, secondo me, nemmeno la moglie del Dani venditore avrebbe accettato come regalo.
Comunque sia, visto che la perseveranza è la virtù dei forti, riusciamo finalmente a trovare il pilota del cargo il quale ci promette che avrebbe contattato l'ufficio Trigana a Jayapura per avere l'autorizzazione ad imbarcare altri passeggeri, poter aggiungere i sedili mancanti e farsi dare una hostess (come da regolamento). La sua è chiaramente solo una promessa, ma, paragonata alla baraonda precedente, ci sembra già una certezza.
Lasciamo l'hotel di John Wolof e Frangkie ci accompagna in un altro hotel più piccolo, più centrale. Lì ci aspettano alcuni dei ragazzi che ci avevano accompagnati durante il trekking nella Valle del Baliem: ci sono Milus (fratello di Frangkie e cuoco formidabile), Saul, Alfonse (il mio secondo angelo custode). Purtroppo non ci sono Latius, perché vive in un villaggio fuori Wamena e Ies il pazzo, fuori per un altro trekking.
Una volta sistemate le nostre cose usciamo per un ultimo giro a Wamena.
Quel paesino incastonato fra montagne imponenti, con l'unico tratto di strada asfaltata di tutta la Valle, punto di fusione fra mondo moderno e antico, aveva rappresentato per noi il punto di riferimento principale, in alcuni casi la salvezza. Wamena, con i suoi negozietti, le scuole, i mercatini multicolori.
Camminando tranquillamente per strada, osservo le grandi montagne attorno a me, il cielo, le nuvole che si tingono di rosa, azzurro e arancione: ripenso agli Yali, a quando anche noi eravamo lì, ripenso alla fatica, al fango, al freddo che ti mangia le ossa, alla fame. E mi rendo conto che, nonostante tutto, avrei ripreso lo zaino e sarei ripartita.....
Il giorno dopo la Trigana tiene fede agli impegni e ci porta a Jayapura, da dove proseguiamo verso Biak, Ujung Pandang ed infine Bali.
L'arrivo a Denpasar è scioccante e non fa che aumentare il mio crescente "umore nero": caos, traffico, musica assordante, puzza di gas di scarico di motorini e automobili, torme di turisti, prostitute in ogni angolo, venditori di erba, soldatacci americani mezzi ubriachi fanno bella mostra di tanti muscoli e poco cervello. Come se non bastasse, la Garuda perde il mio bagaglio e quello di Giovanni cosicché anche la speranza di potersi fare una doccia e mettere una maglietta pulita si perde nel caos.
In attesa di recuperare gli zaini finiti a Djakarta, il giorno dopo io e Giovanni decidiamo d'andare a Ubud, paesino famoso per i suoi pittori. Il turismo di massa è arrivato anche lì, ma in forma ridotta rispetto a Denpasar e l'atmosfera è comunque più sopportabile. Cerco e ritrovo lo studio di pittura del maestro che mi aveva venduto il primo batik, nel 1994, e gli compriamo altre due tele. Lui è sempre uguale, sempre gentile, distinto. Ci offre da bere, si raccomanda di tornare a trovarlo la prossima volta.
Torniamo a Denpasar nel primo pomeriggio, ritiriamo gli zaini, ci cambiamo (finalmente) e, prima di tornare in aeroporto, andiamo a mangiare una pizza in un localino frequentato quasi unicamente da marines. Al bancone ci sono un paio di soldati intenti a dilettarsi con le solite ragazzine in minigonna; altri occupano il tavolo vicino al nostro.
Mentre mi siedo, noto appese alle pareti del locale le gabbiette di bamboo e i pappagallini prigionieri, costretti a sopportare i rumori, le luci colorate, il fumo delle sigarette, l'aria viziata. Provo tristezza per loro, e disgusto per quel mondo sporco che ho dinanzi.
Sono sul Boeing della Garuda che mi riporta in Italia e rivedo mentalmente i giorni passati: probabilmente non tornerò mai più in Irian Jaya, ma porto con me una tale quantità di ricordi, sensazioni, emozioni che non potrò mai dimenticarla.
La Foresta Buona e la Foresta Cattiva, Frangkie ed i ragazzi di Wamena, Capitan Uncino, il Mago di Oz, il Barone Rosso, il guerriero Yali che spostò il mio guanto dal fuoco: luoghi e personaggi fantastici di una favola in cui noi avevamo vissuto per quasi un mese, nel bene e nel male.
Irian Jaya: sei luna piena, cielo stellato, oceano verde e montagne impervie, grandi fiumi e cascate spumeggianti; sei euforia, eccitazione, canti, danze, discorsi incomprensibili.
Irian Jaya: sei l'Imprevedibile; sei freddo, fame, sete, malaria, morte, sconforto.
Irian Jaya: sei terra di magia, sei terra di cannibali.
Irian Jaya, tu rimarrai per sempre nel mio cuore e nella mia mente per il turbinio di sensazioni, emozioni, scariche di adrenalina e, sicuramente, anche per tutta la fatica che mi hai fatto fare.
Paola Datta
Novembre 1997