By Glauco
Posted Friday, August 13, 2004



RESOCONTO DI VIAGGIO






"REBIANA 96" Parte seconda ( Testo di Martines Glauco).

DESTINAZIONE: LIBIA DEL SUD EST
PERIODO: 21/12/96 - 11/01/96
PARTECIPANTI: MARTINES GLAUCO & MARCHETTI DANIELA- TOYOTA BJ 70 VARESE
GRASSI CLAUDIO & DANIELA - LAND ROVER 90
MILANO
CRIVELLI ALFREDO & ROBERTA - LAND ROVER DEFENDER 90
MILANO
MAGANI ETTORE TOYOTA HJ 61
PAVIA
CARA' GERMANO & CINZIA TOYOTA HJ 61
PARMA
TRAGITTO: GENOVA-TUNISI- RASSJDIR-MISURATA-ZILLA-TAZERBO- BUZYMA-REBIANA-KILINGUE-ZUMA-WAW AN NAMUS-WAW EL KEBIR-TMISSAH-MURZUK-UBARI-GAHT-AKAKUS-AL AWAYNAT- SEBHA-MIZDA-ZUARA-TUNISI
CHILOMETRI: 6300 ( DI CUI 2000 CIRCA DI PISTA/FUORIPISTA)

 

 

Oltrepassata la zona minate, Salem ci fa notare dei taffoni alti circa una ventina di metri, e tra le varie insenature e crepe notiamo dei graffiti e delle pitture preistoriche ben conservate. Ci conduce inoltre all'interno di quello che era un antico lago, e qua e là scorgiamo resti di accampamenti millenari con macine ancora in sito. Inoltre ci fa notare una grossa pietra in apparenza insignificante, che in realtà, ad una attenta osservazione, denota due intagli appositamente creati per legare delle funi che venivano poste in prossimità dei luoghi di abbeveraggio degli animali ( nella fattispecie probabilmente elefanti) in modo da creare delle vere e proprie trappole. Continuiamo così la giornata tra un sito e l'altro, e durante una sosta pranzo all'interno di uno ouadi, gironzolando costantemente con gli occhi puntati a terra, con grande emozione scopro delle grandi lastre di pietra poste verticalmente in cerchio : ebbene si, è una antichissima tomba, sicuramente preislamica e addirittura preistorica!.

Il nostro percorso subisce ora una impennata verso nord ovest, infatti sono oramai giorni che viaggiamo costantemente a sud ovest, abbondantemente sotto il Tropico del Cancro, e dobbiamo raggiungere Waw An Namus per la notte di Capodanno. Incrociamo una balise fatta con mucchi di sassi e una indicazione scritta con delle pietre probabilmente dagli Italiani negli anni 30, indicante il passo di Zuma. Passiamo la notte a Zuma, e al risveglio Salem ci mostra quella che era una antichissima miniera di Amazzonite, pietra preziosa per i Touaregh e per le popolazioni Tebu, che affrontavano viaggi di settimane per raccogliere qualche scheggia da vendere o da donare alla propria donna.

Pare che questa sia l'unica miniera di tale minerale azzurrastro, e che oggetti con esso realizzati vengano trovati addirittura sulle sponde del lago Chad, a Nguigmi, a un migliaio di chilometri da qui, così come dimostrato da F. Turco nel suo libro "Preistoria del Tenerè" ( Vedi sezione dedicata ai libri su Internet) .

Comunque, come da accordi (se poi come al soliti ci siamo capiti bene non lo sapremo mai !), ci separiamo dalle guide, che ottimamente ci hanno accompagnati fino ad ora e riprendiamo finalmente la "navigazione" con i nostri mezzi. Dopo neanche 10 chilometri ci accorgiamo di essere fuori rotta, e della pista che Salem ci aveva indicata come evidentissima , neanche l'ombra. Poco male, anzi ben felice di navigare in completo fuoripista tiro fuori tutto l'assortimento di carte che ho della zona: satellitari al 500.000 TPC (quasi inservibili) quelle americane al 2 milioni ottime ma di scala inadeguata, e le mitiche italiane anni 30 del Regio Esercito Italiano realizzate da un rilievo di un certo Tenente De Agostini (??!!), ottenute in fotocopia dall' IGM di Firenze. Sono per nulla aggiornate, ma dato che a noi interessa sapere come è il terreno, sono ottime; tiriamo una riga dritta verso Namus, cercando di prendere una pista indicata come "fustificata" .

Risalendo uno splendido ouadi che sembra chiudersi ogni momento, arriviamo in cima ad un Djebel nei pressi di Eghei, e con immensa soddisfazione, dopo oltre un'ora senza vedere alcuna traccia, incrociamo lungo una discesa da favola tra bassi pinnacoli, una serie di bidoni con una pista ben evidente.

E' lei, sui bidoni si legge ancora chiaramente la sigla del Regio Esercito. E' incredibile come ancora una volta siamo testimoni di come il tempo si fermi quaggiù!.

Seguiamo le tracce ancora ben evidenti e i fusti per molti chilometri, fino a raggiungere un bivio, (sempre indicato artisticamente con delle pietre) indicante Waw el Kebir e Ouzu (in Chad). Ora la pista ci porta un poco fuori dalla rotta teorica, ed allora, decidiamo per un ennesimo fuoripista per riprendere i punti satellitari del Gandini che portano direttamente a Namus. Su uno splendido ciottolato abbastanza veloce e collinoso non vedo più i miei compagni, torno indietro e vedo la Toyota di Germano con il copertone distrutto . Impossibile sentenzio, qua il terreno è ottimo. Il tempo di dare un'occhiata per scrupolo alle mie gomme, e scopro che pure io ho bucato!. Incredibile, se non fosse che pure l'altra posteriore è nello stesso stato : 2 in un colpo solo!!!! (e solo io sono a quota 5).

Raggiungiamo la pista del Gandini, e poco prima di Namus finiamo in un "campo" di fesh fesh mostruoso, dove tutti rimaniamo avvolti un gigantesche nuvole di polvere e qualcuno ci rimane pure dentro. Arriviamo al vulcano al tramonto con una luce stupenda, e venendo da est, non vi è alcun indizio del vulcano (oltre ovviamente alla sabbia nera). Se non si è più che attenti e a conoscenza dell'esistenza del vulcano si rischia decisamente di finire giù dalla scarpata! Il luogo è indescrivibile, lascia senza fiato soprattutto se non siete al corrente di quello che potrete vedere, e di conseguenza non vado oltre nella descrizione.

Nonostante la mia idea contraria (non è bello lasciare tracce di sabbia chiara smossa dalle gomme e la risalita è davvero ripida) colto dall'euforia, come un fesso mi butto giù per la discesa con Ettore e la sua Hj. Dopo poche manovre in vicinanza del laghetto rimaniamo completamente insabbiati, fino alle portiere, e perdipiù sbranati dalle zanzare. Usciamo a fatica dopo circa mezz'ora e una salita al limite della trazione, giusto in tempo per fare i preparativi per il "cenone".

Oramai all'apice dell'ebrezza naturalistico-alcolica, proviamo a fare uno scherzo al gruppetto che si appresta a risalire prima di noi lungo le pendici del cratere precedendolo con una corsa al buio in salita immersi nella sabbia nera. Arriviamo al campo prima di loro, spegnamo le luci e li prendiamo alle spalle con urli spaventosi. Alla fine non sappiamo se il cuore ha subito più danni a loro a causa dello spavento o a noi per la immane fatica (il dislivello è di almeno 150 metri veramente ripidi!) Riusciamo così a tirare la Mezzanotte, brindando chi con lo spumante, chi con il tè, o la birra e chi, non avendo più altri liquidi, con la grappa. Lanciamo i nostri razzi di emergenza che ci trasciniamo da almeno 5 viaggi e scopriamo che su tre se ne accende solo uno (che culo...!).

La mattina ci dirigiamo a Waw el Kebir, con una pista molto dura e a volte con fesh fesh, e l'ultimo tratto per arrivare alla sommità sabbiosa del passo (che è difficile da trovare dato che ci sono tracce in tutte le direzioni e non è visibile direttamente), è un incubo per Claudio, che è costretto far saltare giù dalla Land la sua Daniela per eliminare il "peso superfluo" (beata ragazza!). Inoltre troviamo il militare più negato dell'esercito libico che per indicarci di fermarsi un chilometro più avanti si insabbia a tal punto che occorrono le piastre "assassine" di Claudio per tirarlo fuori. E' alla guida di un Toyota 4200 benzina pick up di circa 5 anni distrutta completamente, con una gomma diversa dall'altra per disegno, dimensione e diametro!.

Arrivati al posto di Polizia solite formalità (tè compreso), e alla nostra richiesta di fare gasolio ( che qui è assolutamente gratis!) mi indicano di accostarmi al generatore di corrente. Con orrore scopro che vogliono collegare i cavi elettrici (se così si possono definire) del generatore a gasolio alla mia batteria per fare partire la pompa del distributore. Declino gentilmente l'invito facendogli capire che adesso che ci penso di gasolio ne ho da vendere (balle). Piuttosto che veder saltare la batteria come successo in Algeria...

La pista che porta all'asfalto di Tmissah è la peggiore e più distrutta dalla tole ondulè che abbia mai fatto (ad eccezione forse di quella di Tarat in Algeria fatta con un Suzuki sj 410), e qui ho giurato di non tornare mai più a Waw an Namus per questo motivo.

Nell'ultimo tratto a circa 30 chilometri dall'asfalto la tole lascia lo spazio a un sabbione assai cedevole, da affrontare a tutta velocità. Bisogna abbandonare la pista principale per cercare alternative ai lati quando arriverete in prossimità di giganteschi rimorchi per il trasporto di ruspe o carri armati che vedrete abbandonati qua e là.

Probabilmente esiste una pista alternativa per evitare il punto (lungo circa 5 o 6 chilometri) dato che numerosissimi camion militari fanno quella pista. Io l'ho fatta 2 volte e non l'ho mai trovata (nè cercata a dire il vero). Comunque si viene nel Sahara anche per questo, no?

Al distributore di Timissah incontriamo un eterogeneo gruppo italo/svizzero/tedesco/sudafricano con moto e un bel Patrol Gr caricato su un camion in quanto ha la frizione esaurita a causa della imperizia della pilota. Infatti è riuscita a bruciare la frizione ai Laghi Mandara, dove (su di una duna!) è stata rifatta e bruciata nuovamente. Li incontreremo ancora sul traghetto e sapremo anche che le disavventure non erano finite lì.

Non sapevamo che anche noi avremmo dovuto tra qualche giorno cercare assiduamente un camion !.

Andiamo a dormire all'ostello di Zwuilah, (subito dopo il distributore a dx e avanti circa 200 metri ancora a dx) gestito dalla Winzrink dove è possibile dormire dentro alcuni alloggi prospettanti un cortiletto.

Si può cucinare (frigorifero imbottito di polli surgelati) fare una doccia, ma se ci tenete alla vita evitatelo. Lo scaldabagno elettrico scarica direttamente sui rubinetti, e se siete sotto l'acqua e li azionate ve lo raccomando!!!.

Da lì lungo asfalto verso Ghat. Si potrebbe andare a Murzuk e da fare Mathandoush, uscire in vicinanza del colle di Anai costeggiando l'imponente (provare per credere) Erg Murzuk, ma occorrono almeno 5 giorni che noi non abbiamo.

Dobbiamo purtroppo separarci da Claudio e Daniela che devono rientrare a casa, comunque soddisfatti per aver fatto un viaggio tanto vario in soli 17 giorni (compreso i traghettamenti.) .

Arriviamo a Ghat il 2 gennaio, praticamente padroni della città in quanto tutti i turisti che si recano li direttamente dalla sbarco (creando caos, penuria di guide ed un affollamento dell'Akakus che non ha paragoni in altri periodi dell'anno) sono già sulla strada del ritorno. In effetti ora sono le Agenzie che ci cercano, mentre a novembre ho faticato parecchio a trovarne una disponibile.

Pernottiamo all'hotel "prefabbricato" in prossimità della piazza del mercato di Ghat, prendiamo una suite a coppia (per circa 20.000 £) e dato che nella nostra camera non arriva acqua alla doccia, in aggiunta ce ne danno un'altra uso toilette. Che signori!! La camera, a parte per le pareti spesse 5 centimetri in cartone pressato è veramente "romantica", dato che tutto l'arredamento, letto con baldacchino compreso, è realizzato con legno di palma, unico prodotto di reale artigianato libico trovabile. Inoltre è abbastanza pulita. Per la prima volta rinnego la nostra insostituibile Air Camping comprata usata, che ha più di trenta anni di vita.

Contattiamo la nostra agenzia e dopo un pasto discreto andiamo a dormire.

La mattina mi sveglio con un profumo strano nelle narici, già sentito ma che a causa del sonno non identifico subito. Mi vesto, attraverso la hall per andare in sala da pranzo e a momenti scivolo sul pavimento rischiando di spaccarmi la testa. Ora connetto: ecco cosa era il profumo. Gasolio. Infatti viene usato come detersivo, lucidante (e chi ne dubita) e anti-scarafoni ! Da insegnare alle nostre mamme! Una sola accortezza per i motociclisti, levatevi gli stivali prima di entrare (o tenete indossato il casco) perchè con il puntale metallico che avete e le suole in gomma rischierete di dire agli amici " ebbene si, ho attraversato tutto il Sahara in moto e mi sono spaccato la testa nell'albergo di Ghat" .

Dopo aver fatto ottimi acquisti (e permute con magliette a scarpe da tennis) con Touaregh nigerini e algerini, partiamo con le due guide (chiamiamole così per distinguerle dalla loro Toyota) per il classico giro dell'Akakus. Purtroppo per noi (cioè per chi ama cercare i luoghi più belli da soli e fugge le zone di turismo "pesante") ma giustamente per la salvaguardia del patrimonio archeologico e ambientalistico della zona , è impossibile addentarsi tra le mille "scogliere" del djebel in completa autonomia. I nostri due accompagnatori (soprannominati Gianni & Pinotto), sono purtroppo degli sprovveduti, guidano l'auto in maniera tale da far insabbiare sempre i nostri mezzi stracarichi e non sanno neppure il nome di alcuni dei luoghi che ci mostrano. Non parlano altro che arabo, la qual cosa è piacevole perchè così si è costretti ad imparare questa lingua affascinante, ma in caso di emergenza è dura imparare tutto in 5 minuti.

In meno di mezz'ora si sono già fermati tre volte, e alla fine devo provvedere io con una fascetta a fare la riparazione al loro acceleratore.

I luoghi attraversati sono affascinanti e maestosi, i pinnacoli di roccia rossa sommersi dalla sabbia sono spettacolari e danno una emozione impagabile ai motociclisti che li risalgono e discendono a velocità folli.

Ovunque tracce di civiltà remote emergono dalle sabbie e appaiono sulle pareti, è veramente un luogo unico per chi fa' della passione archeologica motivo del viaggio.

Con nostalgia ricordiamo i luoghi simili (ma forse ancora più belli) che a pochi chilometri (non più di un centinaio) giacciono oramai privi di ammiratori , e chissà per quanto ancora, nel vicino massiccio del Tassili in territorio Algerino.

Al terzo giorno di esplorazione purtroppo succede quello che un sahariano sempre prevede, mette in preventivo e dà per inevitabile, ma che data la fortuna avuta in precedenti 6 viaggi sembrava oramai solo uno spauracchio.

La Toyota di Ettore (4000 turbodiesel con oltre 400.000 chilometri e tre viaggi sahariani all'attivo) pur essendo stata iper revisionata e controllata, comincia a emettere rumori strani dal cambio.

Non vi sto ad elencare i tentativi si smontaggio, rimontaggio, ipotesi, certezze e cazzate senza senso effettuate in una giornata intera di "passione".

Alla fine un sonoro "crank" ci permette di sentenziare che il cambio o il riduttore sono andati in malora. Cerchiamo di fare affidamento su Gianni & Pinotto, che , dopo aver visto come erano abili a fare la Tagella (o pane di sabbia) avevano guadagnato qualche punto.

La loro soluzione è: loro vanno a Al Awaynat (150 chilometri di pista/fuoripista) , telefonano a Ghat, fanno partire un camion ( che può trasportare rimorchiare un Toyota passo lungo che a pieno carico pesa circa 3.000 chili ) arriva a Al Awaynat ( 120 chilometri di asfalto) vengono da noi (altri 150 di pista) e ci riporta a Al Awaynat (ulteriori 150) Tempo richiesto: circa 5 o 6 giorni!

Oggi è il 5 gennaio e noi abbiamo il traghetto il 10. Bocciato.

Grazie anche al consigli di guide "vere" che nel frattempo ci raggiungono e che ci confermano che non esistono collegamenti radio possibili per avvisare qualcuno, partiamo alle 12,15 dalla capanna dello Chebani (il capo dei Touaregh dell'Akakus) vicino a Teschuinat trainando a turno la " vecchia cammella". Alcuni tratti di sabbia li dobbiamo fare a "trenino", con tre macchine che trainano la quarta che grazie al cielo, riesce a muoversi in 1a ridotta a velocità minima senza bloccarsi definitivamente. Alla fine dobbiamo fare noi strada perchè i due poveracci che ci ha appioppato l'Agenzia non sanno neanche loro che passaggi prendere.

Incredibilmente alle 20,00dello stesso giorno, con il buio pesto, arriviamo all'ostello di Al Awaynat con un sollievo inimmaginabile

La mattina dopo il meccanico del paese (l'unico) smonta un poco di pezzi dalla parte interna della macchina per cercare di arrivare alla scatola del cambio e sentenzia "cambiu mafish". Il cambio è rotto.

Cominciamo a cercare un camion che possa trainare Ettore o caricarlo sul cassone dato che mancano oltre 2.000 chilometri a Tunisi. Si offre gentilmente un personaggio, che con fare molto umano dichiara che con l'equivalente di sole 600.000 la porta fino a Ubari (262 chilometri). Notare come si nota subito l'influenza del turismo diffuso.

Ringraziamo vivamente e mandandolo a cagare aggancio Ettore alla mia Toyota e partiamo.

Velocità massima 60 all'ora dato che oltre e fino a 70 /80 le mie ruote anteriori non sono equilibrate e sbandano alla follia. Arrivati a Ubari cerchiamo altri camion ma effettivamente è dura trovarne uno di quelle dimensioni.

Di paese in paese, da posto di blocco ad un'altro (tra l'altro sempre gentili e disponibili all'aiuto), arranco fino a all'albergo di Sebha. Grazie alla disponibilità di un dipendente dell'albergo Al Fatha (Mohamed Omar Alì) troviamo finalmente un camion adatto allo scopo: con circa 300.000 £ ci porta fino alla frontiera con la Tunisia. Alla mattina le mie perplessità trovano conferma : come caricare la macchina sul camion ? (un vecchio Fiat a sponde mobili) Ma chiaro, con una rampa! (in libico "buca"!!) Non sto a narrare i tentativi per trovarla., ve li lascio immaginare.

Partiamo da Sebha il 7 gennaio ad un'orario che non saprei precisare, dato che è la terza volta che ci fanno cambiare l'ora ufficiale! (manco stessimo viaggiando su un jet attraverso il pacifico).

Di sicuro non si tratta di un jet, visto che ora il camion, a tutta velocità in pieno rettilineo pianeggiante arriva quasi a 55 Km/h. Chi ha fatto la strada da Sebha alla frontiera mi capirà senz'altro.

Io e Daniela stiamo a volte dietro il camion, a volte facciamo sorpassi sul filo dei 70 all'ora , e poi guidiamo, a piedi fuori dal finestrino intenti a mangiare, leggere, . e a fare tutto quanto possibile su una strada deserta lunga circa 700 chilometri priva di curve, salite e discese, alberi ecc.

La notte ci fermiamo a dormire presso l'abitazione del giovane autista (il simpatico e bravo Mahmud) Anche qui ospitalità a non finire.

Finalmente nel pomeriggio del 9 arriviamo a Zuara, dove tutti ci avevano "garantita" la presenza della "buca" necessari aper scaricare l'auto. Anche qui tralascio cosa possa innescare la fantasia e precisione tipicamente mediterranea e decisamente "italiana" del nostro amico.

Alla fine, dopo avere mobilitata mezza Zuara, grazie all'intervento di un simpatico personaggio (che poi scopriremo essere fratello di Salah che già due anni prima ci aveva ospitati presso di lui), riusciamo nell'impresa.

Passiamo la frontiera ancora a traino, e arrivati a Medenine, (constatata la differenza di disponibilità tunisina rispetto a quale libica) Ettore carica nuovamente la macchina su un camion con tutte le oramai solite difficoltà dovute alla "buca".

FINE.