Posted Friday, August 13, 2004
Nicola
ed Emanuele:
un lungo viaggio attraverso il Sahara
Parte II
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Parte
I
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"Il
deserto è il giardino di Allah dal quale il Dio dei Giusti ha tolto ogni vita
umana o animale superflua,
per poter disporre di un luogo dove poter camminare in pace.." (detto
arabo).
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Nicola |
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Emanuele |
Il nostro
viaggio si è svolto dal 28 novembre al 29 dicembre 1982. L’itinerario è stato: Tunisi,
El Golea, Tamanrasset, Arlit, Agadez, Tahoua, Niamey, Gao, Reggane , il deserto
del Tanezrouft, Ouargla, Tunisi. Abbiamo attraversato la Tunisia,
l’Algeria, il Niger e il Mali percorrendo circa 10.000 km.
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Partiamo in
direzione di Arlit, il prima paese dopo la frontiera. Tutt’intorno
solo sabbia. La pista è segnata dalle "balise", molto
distanti l’una dall’altra. Appena se ne supera una bisogna subito scrutare
l’orizzonte per cercare l’altra. Quando la trovi ci punti il muso del land
davanti e vai. Al tramonto usciamo dalla pista con una deviazione di 90 ° e
procediamo dritti per qualche km per fermarci per la notte. |
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Giriamo l’auto
col muso nella direzione in cui siano venuti e ci fermiamo. Vuoto assoluto, il
silenzio rotto solo dal rumore del vento, il sole cala all’orizzonte. Di notte
il cielo ha un numero incredibile di stelle. Se ne vedono cadere in
continuazione.
13 dicembre
1982 – lunedì
Se i nostri
calcoli sono giusti dovrebbero mancare 200 km per Arlit. Il terreno si è
fatto più duro e si riesce a tenere una discreta ( per il nostro mezzo...)
velocità. Ogni tanto si trovano grandi catini di sabbia da aggirare. Un grande
nuvolone si alza dietro di noi. Erwin ci segue a distanza. Lungo il percorso
aiutiamo un paio di auto a disinsabbiarsi. Una di questa, una mercedes,
è guidata da un nero, distinto, con la camicia bianca e la cravatta. Sembra
appena uscito dall’ufficio.... Più avanti una donna con un bambino in braccio,
in piedi ai bordi della pista, ci fa cenno di fermarci. Ci chiede dell’acqua e
delle medicine. Le riempiamo la ghirba che porta a tracolla e le diamo alcune
pastiglie di aspirina.
Arriviamo ad Arlit,
un paesino polveroso, con piccole costruzioni di fango ai lati della pista. Si
comincia a respirare l’atmosfera dell’Africa Nera. Tanta gente per
strada, bancarelle piene di cianfrusaglie, gente vestita in modo colorato, più
viva. Sembra quasi che se la passino meglio ( si fa per dire..) degli algerini.
Ci fermiamo nel campeggio, un posto abbastanza accogliente. Abbiamo ancora
qualche ora di luce e ne approfittiamo per andare a curiosare tra le
bancarelle. Emanuele vede uno splendido portafoglio tuareg e, dopo
un’accesa contrattazione, lo porta via in cambio di una pinza, di un seghetto
da ferro e di un cacciavite. Io vedo una borsa di pelle, quelle che si
appendono alla sella del cammello, e alcuni ornamenti d’argento. Sono molto
belli e soprattutto antichi. Non riusciamo però ad accordarci sul prezzo. Il
commerciante ci dice che sarebbe venuto la mattina dopo in campeggio portando
altri oggetti
14 dicembre
1982 – martedì
La mattina arriva
al campeggio assieme ad un altro gruppetto e stendono la loro mercanzia per
terra vicino alla nostra piazzola. Ci sono oggetti molto belli e dopo un po’ di
contrattazioni riusciamo ad acquistarne alcuni in argento.
In tarda
mattinata partiamo alla volta di Agadez. La pista è buona e il paesaggio
cambia. Si cominciano a vedere cespugli e molte acacie. E’ una zona di
transizione tra la savana e il deserto. La temperatura è veramente piacevole,
nelle ore centrali della giornata arriva a 30°, con un clima secco. Al tramonto
arriviamo a destinazione. Il paese è costruito tutto col fango e la guida
turistica dice che se dovesse piovere più di sei ore di seguito tutto si
dissolverebbe in un lago di fango.
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Splendida la
moschea di argilla costruita nel XVI secolo. Il campeggio è poco fuori
dal paese, un posto discreto, col pozzo per prendere l’acqua. Ci sono molti
cespugli di buganvillee. |
15 dicembre
1982 - mercoledì
La mattina
andiamo a visitare il mercato. Nella grande piazza ci sono bancarelle e
tante piccole botteghe costruite con lamiera ondulata. Si vende di tutto: dai
semi vari alle grosse radio stereo, dalle scarpe di plastica ai biscotti della Costa
d’Avorio. Compriamo una torcia in alluminio ( modello " Tiger Head -
made in China". La conservo ancora adesso come ricordo) perchè la nostra
comincia a funzionare male. E’ un posto veramente pittoresco dove si trova dal
venditore ambulante di minestra a quello di giradischi. Mi è dispiaciuto molto
non poter fare fotografie ( ci voleva un permesso che purtroppo non abbiamo
potuto procurarci ). Alcune bancarelle avevano in mostra splendidi ornamenti
tuareg in argento.
16 dicembre
1982 – giovedì
Torniamo al
mercato per vedere se possiamo concludere qualche affare. Emanuele baratta un
maglione e una coperta di cotone con una collana di piastrine d’argento, tipico
oggetto dei tuareg del Niger, e un anello sempre d’argento.
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Io riesco a
barattare una coperta grigia militare con un alcune croci d’argento, una con
una pietra rossa, la croce di In Gall. |
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Conclusi gli
affari prendiamo la pista per In Gall e poi Tahoua che si snoda
attraverso il sahel. Ad un pozzo incontriamo una mandria che si
abbevera. Mentre scatto alcune foto un tuareg sul cammello si avvicina, seguito
da altre due persone a piedi. Non parlano francese per cui comunichiamo con
difficoltà. Diamo loro alcuni fiammiferi, dello zucchero e qualche pomodoro,
regali molto graditi.
Riprendiamo il
viaggio. Attraversiamo il villaggio di Abalak, poche capanne di fango e
rami secchi. Un assembramento nella piazza del mercato ci incuriosisce e ci fermiamo.
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Siamo capitati
nel bel mezzo di una festa locale. La gente è radunata attorno ad uno
spiazzo un cui due uomini lottano al suono di un tamburo. Un altro, che
sembra l’arbitro, impugna una frusta e ogni tanto la usa tenendo lontano gli
spettatori che si avvicinano troppo. Si vedono persone di diverse tribù, tuareg,
peul ed altri, con diversi vestiti e copricapi.. Molto velocemente riesco
a scattare qualche foto. |
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Un tuareg mi
offre in vendita un vecchio coltello con fodero lavorato. Un pezzo veramente
bello Dovrebbe essere un pugnale "telek", con due anelli sul
fodero per allacciarlo sul braccio sinistro. |
Si riparte. Prima
del tramonto facciamo il campo nella savana, ad un centinaio di km da Taoua.
Scarichiamo le nostre auto, prepariamo il tavolo per la cena, e mentre bolle
l’acqua per gli spaghetti ci godiamo il nostro meritato aperitivo serale
commentando la giornata. Improvvisamente dal nulla che circonda appaiono tre
ragazzi. Molto educatamente ci salutano e si accovacciano a terra guardandoci.
Ogni tanto parlottano tra di loro, forse commentando i nostri movimenti. Sono
vestiti allo stesso modo, forse appartengono alla stessa tribù e al fianco
portano le classiche spade (takuba). Dopo un po’ ci salutano di nuovo e
spariscono. Non è la prima volta che pensiamo di essere i soli esseri umani nel
raggio di chissà quanti km e invece all’improvviso appare qualcuno.
17 dicembre
1982 – venerdì
Giornata lunga e
monotona senza incontri interessanti. Passiamo Tahoua e proseguiamo per Niamey,
via Birni-Nkonni. La pista finisce e comincia la strada asfaltata. Siamo
in ritardo sulla tabella di marcia e decidiamo di guidare anche col buio. Ogni
tanto ci accorgiamo di attraversare un piccolo paese perché vediamo dei
lumicini ai bordi della strada e allora procediamo a passo d’uomo. Ci sono
piccole bancarelle illuminate da un lume a petrolio o da un lumino di cera,
tipo cimitero. E’ uno spettacolo suggestivo Si vedono ombre aggirarsi attorno
alle lucine. Un focolare indica la presenza di abitazioni. Qualche bottega è
illuminata da lampade a petrolio. Ogni tanto si scorge una piccola lampada al
neon, insegna di qualche "hotel" che possiede un generatore. E per la
strada un gran via vai di gente illuminata di sfuggita dalla luce dei nostri
fanali. Arriviamo a Dosso, superiamo il paese e ci fermiamo per passare
la notte.
18
dicembre 1982 – sabato
Si parte presto
per Niamey. Non dovrebbero mancare più di un paio d’ore di strada.
Incontriamo un blocco della polizia. Non si può proseguire. Chiediamo il
motivo. La strada serve per ….una corsa ciclistica e pertanto nessuno può
transitare fintanto che non è finita. Siamo senza parole: bloccati da una corsa
ciclistica in Niger. Consultiamo le nostre carte e vediamo che c’è una
vecchia pista che porta in città. La troviamo senza problemi e procediamo
velocemente. Una volta giunti in città la prima tappa è la "Securitè
Nationale " per il permesso di transito: senza di questo non è
possibile proseguire il viaggio. Un agente di guardia all’ingresso ci informa
che oggi è festa nazionale per cui gli uffici sono chiusi. Ci rimanda al lunedì
per il disbrigo della nostra pratica. Questa notizia non ci fa per nulla
piacere: siamo in notevole ritardo
La nostra meta
finale è Gao, nel Mali, dopodichè dovremo riprendere velocemente
la strada del ritorno.
Abbiamo infatti
abbandonato l’idea di raggiungere Timbuctu causa il ritardo accumulato.
Abbiamo 11
giorni ancora a disposizione perché la nave del ritorno è il 29 dicembre.
11 giorni per arrivare dalle sponde del fiume Niger al mediterraneo,
quasi 4.000 km tra cui il deserto del Tanezrouft.
Spieghiamo i
nostri problemi al poliziotto e uno di loro si dice disponibile ad
acccompagnarci a casa del funzionario che rilascia i documenti a noi necessari.
Sale in auto con noi e ci porta a destinazione. Il funzionario, ascoltate le
nostre spiegazioni si dimostra estremamente disponibile. Prende posto nel
fuoristrada, torna in ufficio e nel giro di una decina di minuti ci prepara i
documenti necessari. Lo riaccompagniamo a casa. Vorremmo sdebitarci per la sua
cortesia, ma non accetta nulla. Ci saluta cordialmente e ci augura buon
viaggio. Forse i famosi tre giri attorno alla tomba del santone sono serviti….
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Il pomeriggio
facciamo un po’ di spesa in un piccolo supermercato e poi andiamo in un
campeggio sulla riva del fiume Niger per trascorrere la notte. Il
posto è molto bello, dalla riva si vedono passare delle canoe. La sera il
silenzio è rotto dai mille rumori della foresta e dal cinguettio di strani
uccelli. |
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19 dicembre
1982 – domenica
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Si parte alla
volta di Gao, ultima tappa del nostro viaggio prima del ritorno. La
strada corre in mezzo alla savana costeggiando il fiume. In alcuni punti
si arrampica sulle colline e si può vedere un bellissimo paesaggio: piccoli
villaggi sulla riva, piroghe, animali che si abbeverano. Nel pomeriggio
raggiungiamo la frontiera a Labeganza. Le pratiche doganali sono
abbastanza veloci per i "tempi africani", favorite anche dal fatto di
lasciare ai doganieri alcuni medicinali. Riprendiamo la strada e il paesaggio è
identico L’asfalto, finito prima di raggiungere il confine, è sostituito da una
pista di sabbia e sassi. Attraversiamo tanti piccoli paesi e ogni volta frotte
di bambini corrono verso la nostra auto tendendo la mano e chiedendo qualcosa.
Il Mali è il paese più povero dell’Africa e per questa gente appena vede
uno straniero si precipita a chiedere qualcosa. Dovunque ci si ferma vengono a
chiedere qualcosa per mangiare, per vestirsi, delle scarpe e soprattutto
medicinali.
Da queste parti
il principale alimento è il miglio. Attraversando i villaggi si vedono
le donne che lo pestano con dei bastoni dentro grossi mortai per ridurlo in
farina. Questa serve poi per fare delle specie di focacce o una zuppa. Nelle
zone dove c’è possibilità di irrigazione si trovano anche vegetali. Per il
resto la terra non offre di più.
Verso sera ci
accampiamo nella savana, lontano dalla pista. Abbiamo cercato un posto
isolato, lontano dai villaggi per evitare che la luce della nostra lampada a
gas attirasse i soliti curiosi. Ma naturalmente è stato inutile. Pensare di
essere soli è un’illusione. Abbiamo appena iniziato i preparativi per la cena
quando dal buoi pesto attorno a noi spunta un ragazzo che avrà forse 15 o 16
anni. Educatamente ci saluta e si ferma a qualche metro osservandoci
incuriosito. Essere osservati durante le proprie attività è una cosa un po’
imbarazzante, però dopo un po’ non ci fa più caso. Naturalmente non ce la sentiamo
di cenare lasciandolo a guardarci, per cui aumentiamo le porzioni di spaghetti
e una volta pronti lo invitiamo a cenare con noi. La notte nel deserto è molta
fredda. Il ragazzo è vestito in modo leggero e ha anche una brutta tosse. Gli
diamo alcune pastiglie e gli spieghiamo che deve prenderle per alcuni giorni.
Prima che vada via gli diamo del pane, dello zucchero, dei biscotti e una
maglia di lana.
Per ricambiare ci
invita al suo villaggio. Ci fa capire che c’è in corso una cerimonia: sentiamo
in lontananza musica, rulli di tamburi e canti. Ci piacerebbe andare ma
abbiamo paura che, essendo senz’altro gli unici estranei, potremmo creare
imbarazzo tra la sua gente capitando come inattesi ospiti
Una misura della
povertà di questa gente l’abbiamo avuta qualche giorno fa quando, mentre
caricavamo l’auto per partire abbiamo visto un ragazzo frugare nel sacchetto
dei rifiuti. Ha portato via i piatti sporchi di plastica, le scatolette vuote
della carne e le lattine vuote della birra. Quelli che per noi sono i rifiuti
quotidiani per loro sono oggetto che possono essere utilizzati per altri scopi.
20 dicembre
1982 – lunedì
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Siamo
finalmente arrivati a Gao, una delle città più importanti del Mali.
In realtà è poco più di un paese sulle sponde del Niger. Gao è
stata nell’antichità la capitale degli Askia, i sovrani dell’impero
Songhai |
Le attrattive
principali sono il mercato, l’" hotel Atlantide" il "restaurant
Oasis" e il battello. Il mercato è la parte più bella e brutta
nello stesso tempo. Confusionario, pieno di colori, di rumori, di odori.
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E’ diviso tra
la zona dei prodotti alimentare e quella dei prodotti diversi.
Nella prima si possono trovare verdure, pezzi di carne ricoperta dalle
mosche, scatolame, thè in foglie, sale in lastre grigiastre arrivate a dorso
di cammello da saline lontanissime, datteri, noccioline, strani tuberi. Tutta
la merce è esposta per terra, appoggiata su teli sporchi o nelle rivendite
più "lussuose" su panchetti di legno. |
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C’è poi la
parte degli artigiani che confezionano caffettani di tela in pochi
minuti usando macchine da cucire che farebbero la gioia di un collezionista
di vecchie cose. Ci sono i conciatori di pelli di capra e pecora; i fabbri
che lavorano i metalli preparando piccoli bracieri che serviranno per
cucinare o preparare il thè. |
C’è chi fabbrica
sandali usando pezzi di vecchi copertoni e chi otri usando le camere d’aria.
Tutte queste attività svolgono nella più incredibile sporcizia. Gli odori che
poi aleggiano nell’aria sono veramente una cosa nauseabonda. Nugoli di mosche
fanno da contorno al tutto.
Vicino al mercato
c’è il cosiddetto " Hotel Atlantide". E’ l’unico...albergo del
paese dove fanno scalo quei pochi turisti che si avventurano in questo paese. Sembra
un residuo dell’epoca coloniale, inalterato nel tempo. Vicino alla porta di
ingresso un registratore a tutto volume inonda la piazza di musica africana.
Sono le prime ore del pomeriggio, fa molto caldo. C’è nell’aria un’atmosfera
sonnolenta e questa musica movimentata contrasta con l’ambiente circostante.
Sembra cadere nel vuoto.
C’è poi il "restaurant
Oasis", locale "in" di Gao, punto di ritrovo di quei
rari europei che arrivano qui. Si trova in una strada sporca e per entrare si
scavalca il canale di una fogna a cielo aperto. Si scostano tendine che hanno
visto tempi migliori e si entra in una stanza in penombra. La padrona è sulla
sinistra, sdraiata per terra con la testa appoggiata ad un gradino a mo’ di
cuscino. Ci facciamo preparare un paio di omelette e servire birra. A parte
l’albergo, questo è l’unico posto dove si la si può trovare. Pranziamo con un
inglese che sta andando a Dakar, in Senegal, per vedere l’arrivo
del rally "Parigi – Dakar" previsto per la fine di gennaio.
Il battello è un
altro fantastico spettacolo. Da qui parte questa imbarcazione , a fondo piatto,
che raggiunge Mopti in circa 4 giorni con diversi scali. Trasporta
persone, pecore, galline, merci e una automobile. Era appena arrivato dal suo
viaggio di ritorno e aveva appena finito di scaricare di tutto in una
confusione indescrivibile. Il porto e il mercato sono vicini uno all’altro. Le
scene che si vedono sono senza età. Si vedono oggi come probabilmente si
vedevano cinquant’anni fa. E continueranno uguali nel futuro.
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Tra i nostri
giri visitiamo anche la tomba degli Askia che risale al 1525, una
costruzione in argilla e rami di legno. E’ possibile visitare anche l’interno
attraversato da stretti cunicoli. |
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21
dicembre 1982 martedì
Oggi ripartiamo
da soli per il nostro viaggio di ritorno. Erwin e sua moglie, non avendo
problemi di tempo si fermano a Gao per qualche giorno e poi
proseguiranno per la Costa d’Avorio. Facciamo il pieno completo di
benzina Fino a Reggane, dove dovrebbe esserci la possibilità di un’altro
rifornimento, ci sono quasi 1.300 km.
La strada è la
stessa, talvolta asfalto rovinato e tanta pista. Si attraversa la "Valleè
du Tilemsi", nella zona chiamata " Adrar des Iforhas",
percorribile solo nella stagione secca. .
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Nel pomeriggio,
vicino al pozzo di Aguelhok, frequentato dalle tribù della zona
incontriamo alcuni tuareg che abbeverano la loro mandria. Ci fermiamo
per fare alcune foto. Ci chiedono medicine e diamo loro aspirine, pastiglie per
la tosse, bende, pomata per la pelle. Il loro capo ci regala alcune punte di
freccia ed altre pietre.
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Ci indica anche
la zona dove dove trovarle. Il luogo si trova sulla nostra strada per cui
facciamo una deviazione per cercarne per conto nostro. Nel giro di un’ora
troviamo frammenti di piccole asce e pezzi lavorati di vasi di coccio. Concluse le
nostre "ricerche" proseguiamo fino ad Anefis dove ci
fermiamo per la notte. |
22
dicembre 1982 – mercoled’
Ci stiamo
avvicinando al grande deserto del Tanezrouft. Oggi è stata una di quelle
giornate in cui abbiamo ripensato ai famosi tre giri intorno al marabutto.
Stavamo viaggiando su una pista sabbiosa con una discreta velocità, quando
abbiamo sentito un rumore metallico sotto il pianale, come se un sasso
sollevato dalle ruote avesse picchiato sul forno. Un rumore però troppo
"anomalo". Ci siamo fermati e dopo esserci infilati sotto l’auto
scopriamo che cinque degli otto bulloni di un cerchione si erano spezzati. La
testa invece era rimasta al suo posto, per cui esternamente non si notava nulla
di strano. Il rumore sentito era proprio quello del pezzo rotto che aveva
picchiato contro il fondo.
Sostituiamo il
cerchione con quello di scorta e riprendiamo il viaggio diretti al posto di
confine di Tessalit. Lungo la pista incontriamo una famiglia tuareg
che vive in una tenda nella savana. Lasciamo loro un po’ d’acqua. Ci offrono
del latte di capra, che però rifiutiamo. Parlano solo la loro lingua. Ci fanno
capire che vorrebbero dei fiammiferi, che però abbiamo finito. Emanuele prende
dalla tasca l’accendino e fa scattare la fiamma. Il tuareg fa un salto
indietro spaventato: non ha mai visto un accendino. La cosa ci ha lasciato
sbalorditi. Ma poi pensando al luogo isolato dove questi vivono e al fatto che
in questa zona passano pochissime persone capiamo il suo stupore.
Il passaggio
della dogana di Tessalit è abbastanza veloce. Ci fermiamo per la notte.
C’è un solo locale dove "prenotiamo" una cena e in attesa che venga
preparata ci concediamo una doccia. Il proprietario ci mostra il
"bagno": una stanzetta buia con un buco per terra che funge da scolo,
un bidone con dell’acqua e una latta vuota per versarsela in testa. Sul
pavimento corrono grossi scarafaggi neri. La cena consiste in una zuppa con
pezzi di carne che potrebbero tranquillamente essere pezzi di copertone, tanto
sono duri. Con nostra grande meraviglia l’oste ci offre delle bottiglie di
birra, le ultime a sua disposizione. Facevano parte dei rifornimenti portati
per i partecipanti della Parigi-Dakar transitati qualche giorno prima.
23 dicembre
1982 - giovedì
Raggiungiamo il
posto di confine algerino di Bordj Moktar da dove inizia la traversata
del Tanezrouft ( "il deserto dei deserti"), 800 km di
sabbia a 360°. Si narra che nel 1800 una carovana di 2.000 uomini
e 1.800 cammelli si perse nelle sue sabbie e furono ritrovati tempo dopo
tutti mummificati dal sole. In estate in questo deserto la temperatura può
superare i 60°.
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Gli unici
riferimento sono le balise, qualche carcassa d’auto e qualche
pneumatico. La pista è larghissima. Le tracce vanno in tutte le direzioni: la
"toule ondulè" è tremenda per cui ci si sposta sempre più in
fuori alla ricerca di un fondo più regolare La nostra prima meta tappa è
" Bidon V", il vecchio campo abbandonata dell’aviazione
francese. Il nome deriva da una spedizione francese del 1913 che,
partendo dal Mali, mise come segnali della pista un bidone vuoto di
benzina ogni 50 km. In questo punto fu posto quello del 250mo km da Tessalit.
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Si viaggia
tutto il giorno. Vediamo il sole sorgere alla nostra destra, passare sopra di
noi e calare a sinistra. Al tramonto appare finalmente all’orizzonte un
traliccio: siamo arrivati. Si è alzato un vento gelido. Nel campo ci sono
ancora dei ripari di lamiera ondulata. Mettiamo il land dietro uno di questi
e prepariamo il tavolino per la cena dentro il riparo. Con il vento che c’è è
impossibile rimanere fuori. Si cena rapidamente e poi ci infiliamo dentro
l’auto nei nostri sacchi a pelo. Ci attende un’altra lunga giornata. |
24
dicembre 1982 – venerdì.
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Giornata di
viaggio. Tutto piatto all’orizzonte. Ogni tanto ci fermiamo per sgranchirci
le gambe e riempire i serbatoi. Nel pomeriggio vediamo in lontananza una
piccola carovana con alcuni dromedari. La temperatura comincia ad abbassarsi
visto che andiamo sempre più a nord. |
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Passiamo il
"Tropico del Cancro". Si avvicina la sera e dobbiamo cercare un
posto per fermarci. E’ tutto piatto intorno a noi finchè non vediamo qualcosa
spuntare all’orizzonte |
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E’ la carcassa
di un pullmino VW. Ci fermiamo accanto per ripararci un po’ dal solito
fortissimo vento gelido. Riusciamo a mettere all’interno il tavolino con le
sedie in modo da cenare al riparo. Meglio che stare fuori all’aperto. Anche
questa sera cena rapida e poi di corsa nel sacco a pelo. |
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25 dicembre
1982 -sabato
Riprendiamo la
lunga marcia verso il nord. Raggiungiamo Reggane, nel passato centro
atomico francese dove nel 1960 fu fatta esplodere la prima bomba
atomica francese; chiuso poi nel 1967. All’ora di pranzo arriviamo ad Adrar,
la prima oasi dopo il Tanezrouft. Dopo le solite formalità di polizia e
dogana ci fermiamo a pranzo nel ristorante di un albergo. E’ Natale e
almeno oggi qualche lusso ce lo concediamo. Con calma nel pomeriggio ripartiamo
per Timimoun, dove ci fermiamo per la notte.
26 dicembre -
28 dicembre 1982.
Si viaggia
sempre: El Golea, Ouargla, Touggourt, El Oued, Tozeur, Gafsa, Kairouan,
Tunisi. Arriviamo la sera prima della partenza. Per chiudere in bellezza il
viaggio ci fermiamo all’ Hilton. Parcheggiamo il land impolverato
proprio davanti all’ingresso, ci presentiamo alla reception in condizioni non
certo da "Hilton", però dietro presentazione di una carta di credito
otteniamo una camera.
29 dicembre -
Breve giro per la
medina di Tunisi in attesa dell’ora della partenza. Il pomeriggio ci
imbarchiamo. Prima tappa in Sicilia e poi sbarco a Napoli ( per
il ritorno non abbiamo trovato posto per Genova) nel tardo pomeriggio. Iniziamo
quindi il lungo viaggio verso Milano dopo arriviamo nella mattinata del
giorno dopo.

Nicola,
Emanuele, Katherine, Erwin.
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