By Nicola ed Emanuele
Posted Friday, August 13, 2004


Nicola ed Emanuele:

un lungo viaggio attraverso il Sahara

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"Il deserto è il giardino di Allah dal quale il Dio dei Giusti ha tolto ogni vita umana o animale superflua,
per poter disporre di un luogo dove poter camminare in pace.." (detto arabo).

Nicola

 

Emanuele

Il nostro viaggio si è svolto dal 28 novembre al 29 dicembre 1982. L’itinerario è stato: Tunisi, El Golea, Tamanrasset, Arlit, Agadez, Tahoua, Niamey, Gao, Reggane , il deserto del Tanezrouft, Ouargla, Tunisi. Abbiamo attraversato la Tunisia, l’Algeria, il Niger e il Mali percorrendo circa 10.000 km.


 

Partiamo in direzione di Arlit, il prima paese dopo la frontiera. Tutt’intorno solo sabbia. La pista è segnata dalle "balise", molto distanti l’una dall’altra. Appena se ne supera una bisogna subito scrutare l’orizzonte per cercare l’altra. Quando la trovi ci punti il muso del land davanti e vai. Al tramonto usciamo dalla pista con una deviazione di 90 ° e procediamo dritti per qualche km per fermarci per la notte.

 

Giriamo l’auto col muso nella direzione in cui siano venuti e ci fermiamo. Vuoto assoluto, il silenzio rotto solo dal rumore del vento, il sole cala all’orizzonte. Di notte il cielo ha un numero incredibile di stelle. Se ne vedono cadere in continuazione.

13 dicembre 1982 – lunedì

Se i nostri calcoli sono giusti dovrebbero mancare 200 km per Arlit. Il terreno si è fatto più duro e si riesce a tenere una discreta ( per il nostro mezzo...) velocità. Ogni tanto si trovano grandi catini di sabbia da aggirare. Un grande nuvolone si alza dietro di noi. Erwin ci segue a distanza. Lungo il percorso aiutiamo un paio di auto a disinsabbiarsi. Una di questa, una mercedes, è guidata da un nero, distinto, con la camicia bianca e la cravatta. Sembra appena uscito dall’ufficio.... Più avanti una donna con un bambino in braccio, in piedi ai bordi della pista, ci fa cenno di fermarci. Ci chiede dell’acqua e delle medicine. Le riempiamo la ghirba che porta a tracolla e le diamo alcune pastiglie di aspirina.

Arriviamo ad Arlit, un paesino polveroso, con piccole costruzioni di fango ai lati della pista. Si comincia a respirare l’atmosfera dell’Africa Nera. Tanta gente per strada, bancarelle piene di cianfrusaglie, gente vestita in modo colorato, più viva. Sembra quasi che se la passino meglio ( si fa per dire..) degli algerini. Ci fermiamo nel campeggio, un posto abbastanza accogliente. Abbiamo ancora qualche ora di luce e ne approfittiamo per andare a curiosare tra le bancarelle. Emanuele vede uno splendido portafoglio tuareg e, dopo un’accesa contrattazione, lo porta via in cambio di una pinza, di un seghetto da ferro e di un cacciavite. Io vedo una borsa di pelle, quelle che si appendono alla sella del cammello, e alcuni ornamenti d’argento. Sono molto belli e soprattutto antichi. Non riusciamo però ad accordarci sul prezzo. Il commerciante ci dice che sarebbe venuto la mattina dopo in campeggio portando altri oggetti

14 dicembre 1982 – martedì

La mattina arriva al campeggio assieme ad un altro gruppetto e stendono la loro mercanzia per terra vicino alla nostra piazzola. Ci sono oggetti molto belli e dopo un po’ di contrattazioni riusciamo ad acquistarne alcuni in argento.

In tarda mattinata partiamo alla volta di Agadez. La pista è buona e il paesaggio cambia. Si cominciano a vedere cespugli e molte acacie. E’ una zona di transizione tra la savana e il deserto. La temperatura è veramente piacevole, nelle ore centrali della giornata arriva a 30°, con un clima secco. Al tramonto arriviamo a destinazione. Il paese è costruito tutto col fango e la guida turistica dice che se dovesse piovere più di sei ore di seguito tutto si dissolverebbe in un lago di fango.

 

Splendida la moschea di argilla costruita nel XVI secolo. Il campeggio è poco fuori dal paese, un posto discreto, col pozzo per prendere l’acqua. Ci sono molti cespugli di buganvillee.

15 dicembre 1982 - mercoledì

La mattina andiamo a visitare il mercato. Nella grande piazza ci sono bancarelle e tante piccole botteghe costruite con lamiera ondulata. Si vende di tutto: dai semi vari alle grosse radio stereo, dalle scarpe di plastica ai biscotti della Costa d’Avorio. Compriamo una torcia in alluminio ( modello " Tiger Head - made in China". La conservo ancora adesso come ricordo) perchè la nostra comincia a funzionare male. E’ un posto veramente pittoresco dove si trova dal venditore ambulante di minestra a quello di giradischi. Mi è dispiaciuto molto non poter fare fotografie ( ci voleva un permesso che purtroppo non abbiamo potuto procurarci ). Alcune bancarelle avevano in mostra splendidi ornamenti tuareg in argento.

16 dicembre 1982 – giovedì

Torniamo al mercato per vedere se possiamo concludere qualche affare. Emanuele baratta un maglione e una coperta di cotone con una collana di piastrine d’argento, tipico oggetto dei tuareg del Niger, e un anello sempre d’argento.

 

Io riesco a barattare una coperta grigia militare con un alcune croci d’argento, una con una pietra rossa, la croce di In Gall.

Conclusi gli affari prendiamo la pista per In Gall e poi Tahoua che si snoda attraverso il sahel. Ad un pozzo incontriamo una mandria che si abbevera. Mentre scatto alcune foto un tuareg sul cammello si avvicina, seguito da altre due persone a piedi. Non parlano francese per cui comunichiamo con difficoltà. Diamo loro alcuni fiammiferi, dello zucchero e qualche pomodoro, regali molto graditi.

Riprendiamo il viaggio. Attraversiamo il villaggio di Abalak, poche capanne di fango e rami secchi. Un assembramento nella piazza del mercato ci incuriosisce e ci fermiamo.

 

Siamo capitati nel bel mezzo di una festa locale. La gente è radunata attorno ad uno spiazzo un cui due uomini lottano al suono di un tamburo. Un altro, che sembra l’arbitro, impugna una frusta e ogni tanto la usa tenendo lontano gli spettatori che si avvicinano troppo. Si vedono persone di diverse tribù, tuareg, peul ed altri, con diversi vestiti e copricapi.. Molto velocemente riesco a scattare qualche foto.

 

 

Un tuareg mi offre in vendita un vecchio coltello con fodero lavorato. Un pezzo veramente bello Dovrebbe essere un pugnale "telek", con due anelli sul fodero per allacciarlo sul braccio sinistro.

Si riparte. Prima del tramonto facciamo il campo nella savana, ad un centinaio di km da Taoua. Scarichiamo le nostre auto, prepariamo il tavolo per la cena, e mentre bolle l’acqua per gli spaghetti ci godiamo il nostro meritato aperitivo serale commentando la giornata. Improvvisamente dal nulla che circonda appaiono tre ragazzi. Molto educatamente ci salutano e si accovacciano a terra guardandoci. Ogni tanto parlottano tra di loro, forse commentando i nostri movimenti. Sono vestiti allo stesso modo, forse appartengono alla stessa tribù e al fianco portano le classiche spade (takuba). Dopo un po’ ci salutano di nuovo e spariscono. Non è la prima volta che pensiamo di essere i soli esseri umani nel raggio di chissà quanti km e invece all’improvviso appare qualcuno.

17 dicembre 1982 – venerdì

Giornata lunga e monotona senza incontri interessanti. Passiamo Tahoua e proseguiamo per Niamey, via Birni-Nkonni. La pista finisce e comincia la strada asfaltata. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia e decidiamo di guidare anche col buio. Ogni tanto ci accorgiamo di attraversare un piccolo paese perché vediamo dei lumicini ai bordi della strada e allora procediamo a passo d’uomo. Ci sono piccole bancarelle illuminate da un lume a petrolio o da un lumino di cera, tipo cimitero. E’ uno spettacolo suggestivo Si vedono ombre aggirarsi attorno alle lucine. Un focolare indica la presenza di abitazioni. Qualche bottega è illuminata da lampade a petrolio. Ogni tanto si scorge una piccola lampada al neon, insegna di qualche "hotel" che possiede un generatore. E per la strada un gran via vai di gente illuminata di sfuggita dalla luce dei nostri fanali. Arriviamo a Dosso, superiamo il paese e ci fermiamo per passare la notte.

18 dicembre 1982 – sabato

Si parte presto per Niamey. Non dovrebbero mancare più di un paio d’ore di strada. Incontriamo un blocco della polizia. Non si può proseguire. Chiediamo il motivo. La strada serve per ….una corsa ciclistica e pertanto nessuno può transitare fintanto che non è finita. Siamo senza parole: bloccati da una corsa ciclistica in Niger. Consultiamo le nostre carte e vediamo che c’è una vecchia pista che porta in città. La troviamo senza problemi e procediamo velocemente. Una volta giunti in città la prima tappa è la "Securitè Nationale " per il permesso di transito: senza di questo non è possibile proseguire il viaggio. Un agente di guardia all’ingresso ci informa che oggi è festa nazionale per cui gli uffici sono chiusi. Ci rimanda al lunedì per il disbrigo della nostra pratica. Questa notizia non ci fa per nulla piacere: siamo in notevole ritardo

La nostra meta finale è Gao, nel Mali, dopodichè dovremo riprendere velocemente la strada del ritorno.

Abbiamo infatti abbandonato l’idea di raggiungere Timbuctu causa il ritardo accumulato.

Abbiamo 11 giorni ancora a disposizione perché la nave del ritorno è il 29 dicembre. 11 giorni per arrivare dalle sponde del fiume Niger al mediterraneo, quasi 4.000 km tra cui il deserto del Tanezrouft.

Spieghiamo i nostri problemi al poliziotto e uno di loro si dice disponibile ad acccompagnarci a casa del funzionario che rilascia i documenti a noi necessari. Sale in auto con noi e ci porta a destinazione. Il funzionario, ascoltate le nostre spiegazioni si dimostra estremamente disponibile. Prende posto nel fuoristrada, torna in ufficio e nel giro di una decina di minuti ci prepara i documenti necessari. Lo riaccompagniamo a casa. Vorremmo sdebitarci per la sua cortesia, ma non accetta nulla. Ci saluta cordialmente e ci augura buon viaggio. Forse i famosi tre giri attorno alla tomba del santone sono serviti….

Il pomeriggio facciamo un po’ di spesa in un piccolo supermercato e poi andiamo in un campeggio sulla riva del fiume Niger per trascorrere la notte. Il posto è molto bello, dalla riva si vedono passare delle canoe. La sera il silenzio è rotto dai mille rumori della foresta e dal cinguettio di strani uccelli.

 

19 dicembre 1982 – domenica

Si parte alla volta di Gao, ultima tappa del nostro viaggio prima del ritorno. La strada corre in mezzo alla savana costeggiando il fiume. In alcuni punti si arrampica sulle colline e si può vedere un bellissimo paesaggio: piccoli villaggi sulla riva, piroghe, animali che si abbeverano. Nel pomeriggio raggiungiamo la frontiera a Labeganza. Le pratiche doganali sono abbastanza veloci per i "tempi africani", favorite anche dal fatto di lasciare ai doganieri alcuni medicinali. Riprendiamo la strada e il paesaggio è identico L’asfalto, finito prima di raggiungere il confine, è sostituito da una pista di sabbia e sassi. Attraversiamo tanti piccoli paesi e ogni volta frotte di bambini corrono verso la nostra auto tendendo la mano e chiedendo qualcosa. Il Mali è il paese più povero dell’Africa e per questa gente appena vede uno straniero si precipita a chiedere qualcosa. Dovunque ci si ferma vengono a chiedere qualcosa per mangiare, per vestirsi, delle scarpe e soprattutto medicinali.

Da queste parti il principale alimento è il miglio. Attraversando i villaggi si vedono le donne che lo pestano con dei bastoni dentro grossi mortai per ridurlo in farina. Questa serve poi per fare delle specie di focacce o una zuppa. Nelle zone dove c’è possibilità di irrigazione si trovano anche vegetali. Per il resto la terra non offre di più.

Verso sera ci accampiamo nella savana, lontano dalla pista. Abbiamo cercato un posto isolato, lontano dai villaggi per evitare che la luce della nostra lampada a gas attirasse i soliti curiosi. Ma naturalmente è stato inutile. Pensare di essere soli è un’illusione. Abbiamo appena iniziato i preparativi per la cena quando dal buoi pesto attorno a noi spunta un ragazzo che avrà forse 15 o 16 anni. Educatamente ci saluta e si ferma a qualche metro osservandoci incuriosito. Essere osservati durante le proprie attività è una cosa un po’ imbarazzante, però dopo un po’ non ci fa più caso. Naturalmente non ce la sentiamo di cenare lasciandolo a guardarci, per cui aumentiamo le porzioni di spaghetti e una volta pronti lo invitiamo a cenare con noi. La notte nel deserto è molta fredda. Il ragazzo è vestito in modo leggero e ha anche una brutta tosse. Gli diamo alcune pastiglie e gli spieghiamo che deve prenderle per alcuni giorni. Prima che vada via gli diamo del pane, dello zucchero, dei biscotti e una maglia di lana.

Per ricambiare ci invita al suo villaggio. Ci fa capire che c’è in corso una cerimonia: sentiamo in lontananza musica, rulli di tamburi e canti. Ci piacerebbe andare ma abbiamo paura che, essendo senz’altro gli unici estranei, potremmo creare imbarazzo tra la sua gente capitando come inattesi ospiti

Una misura della povertà di questa gente l’abbiamo avuta qualche giorno fa quando, mentre caricavamo l’auto per partire abbiamo visto un ragazzo frugare nel sacchetto dei rifiuti. Ha portato via i piatti sporchi di plastica, le scatolette vuote della carne e le lattine vuote della birra. Quelli che per noi sono i rifiuti quotidiani per loro sono oggetto che possono essere utilizzati per altri scopi.

20 dicembre 1982 – lunedì

 

Siamo finalmente arrivati a Gao, una delle città più importanti del Mali. In realtà è poco più di un paese sulle sponde del Niger. Gao è stata nell’antichità la capitale degli Askia, i sovrani dell’impero Songhai

Le attrattive principali sono il mercato, l’" hotel Atlantide" il "restaurant Oasis" e il battello. Il mercato è la parte più bella e brutta nello stesso tempo. Confusionario, pieno di colori, di rumori, di odori.

E’ diviso tra la zona dei prodotti alimentare e quella dei prodotti diversi. Nella prima si possono trovare verdure, pezzi di carne ricoperta dalle mosche, scatolame, thè in foglie, sale in lastre grigiastre arrivate a dorso di cammello da saline lontanissime, datteri, noccioline, strani tuberi. Tutta la merce è esposta per terra, appoggiata su teli sporchi o nelle rivendite più "lussuose" su panchetti di legno.

 

 

 

C’è poi la parte degli artigiani che confezionano caffettani di tela in pochi minuti usando macchine da cucire che farebbero la gioia di un collezionista di vecchie cose. Ci sono i conciatori di pelli di capra e pecora; i fabbri che lavorano i metalli preparando piccoli bracieri che serviranno per cucinare o preparare il thè.

C’è chi fabbrica sandali usando pezzi di vecchi copertoni e chi otri usando le camere d’aria. Tutte queste attività svolgono nella più incredibile sporcizia. Gli odori che poi aleggiano nell’aria sono veramente una cosa nauseabonda. Nugoli di mosche fanno da contorno al tutto.

Vicino al mercato c’è il cosiddetto " Hotel Atlantide". E’ l’unico...albergo del paese dove fanno scalo quei pochi turisti che si avventurano in questo paese. Sembra un residuo dell’epoca coloniale, inalterato nel tempo. Vicino alla porta di ingresso un registratore a tutto volume inonda la piazza di musica africana. Sono le prime ore del pomeriggio, fa molto caldo. C’è nell’aria un’atmosfera sonnolenta e questa musica movimentata contrasta con l’ambiente circostante. Sembra cadere nel vuoto.

C’è poi il "restaurant Oasis", locale "in" di Gao, punto di ritrovo di quei rari europei che arrivano qui. Si trova in una strada sporca e per entrare si scavalca il canale di una fogna a cielo aperto. Si scostano tendine che hanno visto tempi migliori e si entra in una stanza in penombra. La padrona è sulla sinistra, sdraiata per terra con la testa appoggiata ad un gradino a mo’ di cuscino. Ci facciamo preparare un paio di omelette e servire birra. A parte l’albergo, questo è l’unico posto dove si la si può trovare. Pranziamo con un inglese che sta andando a Dakar, in Senegal, per vedere l’arrivo del rally "Parigi – Dakar" previsto per la fine di gennaio.

Il battello è un altro fantastico spettacolo. Da qui parte questa imbarcazione , a fondo piatto, che raggiunge Mopti in circa 4 giorni con diversi scali. Trasporta persone, pecore, galline, merci e una automobile. Era appena arrivato dal suo viaggio di ritorno e aveva appena finito di scaricare di tutto in una confusione indescrivibile. Il porto e il mercato sono vicini uno all’altro. Le scene che si vedono sono senza età. Si vedono oggi come probabilmente si vedevano cinquant’anni fa. E continueranno uguali nel futuro.

Tra i nostri giri visitiamo anche la tomba degli Askia che risale al 1525, una costruzione in argilla e rami di legno. E’ possibile visitare anche l’interno attraversato da stretti cunicoli.

 

21 dicembre 1982 martedì

Oggi ripartiamo da soli per il nostro viaggio di ritorno. Erwin e sua moglie, non avendo problemi di tempo si fermano a Gao per qualche giorno e poi proseguiranno per la Costa d’Avorio. Facciamo il pieno completo di benzina Fino a Reggane, dove dovrebbe esserci la possibilità di un’altro rifornimento, ci sono quasi 1.300 km.

La strada è la stessa, talvolta asfalto rovinato e tanta pista. Si attraversa la "Valleè du Tilemsi", nella zona chiamata " Adrar des Iforhas", percorribile solo nella stagione secca. .

Nel pomeriggio, vicino al pozzo di Aguelhok, frequentato dalle tribù della zona incontriamo alcuni tuareg che abbeverano la loro mandria. Ci fermiamo per fare alcune foto. Ci chiedono medicine e diamo loro aspirine, pastiglie per la tosse, bende, pomata per la pelle. Il loro capo ci regala alcune punte di freccia ed altre pietre.

 

Ci indica anche la zona dove dove trovarle. Il luogo si trova sulla nostra strada per cui facciamo una deviazione per cercarne per conto nostro. Nel giro di un’ora troviamo frammenti di piccole asce e pezzi lavorati di vasi di coccio.

Concluse le nostre "ricerche" proseguiamo fino ad Anefis dove ci fermiamo per la notte.

22 dicembre 1982 – mercoled’

Ci stiamo avvicinando al grande deserto del Tanezrouft. Oggi è stata una di quelle giornate in cui abbiamo ripensato ai famosi tre giri intorno al marabutto. Stavamo viaggiando su una pista sabbiosa con una discreta velocità, quando abbiamo sentito un rumore metallico sotto il pianale, come se un sasso sollevato dalle ruote avesse picchiato sul forno. Un rumore però troppo "anomalo". Ci siamo fermati e dopo esserci infilati sotto l’auto scopriamo che cinque degli otto bulloni di un cerchione si erano spezzati. La testa invece era rimasta al suo posto, per cui esternamente non si notava nulla di strano. Il rumore sentito era proprio quello del pezzo rotto che aveva picchiato contro il fondo.

Sostituiamo il cerchione con quello di scorta e riprendiamo il viaggio diretti al posto di confine di Tessalit. Lungo la pista incontriamo una famiglia tuareg che vive in una tenda nella savana. Lasciamo loro un po’ d’acqua. Ci offrono del latte di capra, che però rifiutiamo. Parlano solo la loro lingua. Ci fanno capire che vorrebbero dei fiammiferi, che però abbiamo finito. Emanuele prende dalla tasca l’accendino e fa scattare la fiamma. Il tuareg fa un salto indietro spaventato: non ha mai visto un accendino. La cosa ci ha lasciato sbalorditi. Ma poi pensando al luogo isolato dove questi vivono e al fatto che in questa zona passano pochissime persone capiamo il suo stupore.

Il passaggio della dogana di Tessalit è abbastanza veloce. Ci fermiamo per la notte. C’è un solo locale dove "prenotiamo" una cena e in attesa che venga preparata ci concediamo una doccia. Il proprietario ci mostra il "bagno": una stanzetta buia con un buco per terra che funge da scolo, un bidone con dell’acqua e una latta vuota per versarsela in testa. Sul pavimento corrono grossi scarafaggi neri. La cena consiste in una zuppa con pezzi di carne che potrebbero tranquillamente essere pezzi di copertone, tanto sono duri. Con nostra grande meraviglia l’oste ci offre delle bottiglie di birra, le ultime a sua disposizione. Facevano parte dei rifornimenti portati per i partecipanti della Parigi-Dakar transitati qualche giorno prima.

23 dicembre 1982 - giovedì

Raggiungiamo il posto di confine algerino di Bordj Moktar da dove inizia la traversata del Tanezrouft ( "il deserto dei deserti"), 800 km di sabbia a 360°. Si narra che nel 1800 una carovana di 2.000 uomini e 1.800 cammelli si perse nelle sue sabbie e furono ritrovati tempo dopo tutti mummificati dal sole. In estate in questo deserto la temperatura può superare i 60°.

Gli unici riferimento sono le balise, qualche carcassa d’auto e qualche pneumatico. La pista è larghissima. Le tracce vanno in tutte le direzioni: la "toule ondulè" è tremenda per cui ci si sposta sempre più in fuori alla ricerca di un fondo più regolare La nostra prima meta tappa è " Bidon V", il vecchio campo abbandonata dell’aviazione francese. Il nome deriva da una spedizione francese del 1913 che, partendo dal Mali, mise come segnali della pista un bidone vuoto di benzina ogni 50 km. In questo punto fu posto quello del 250mo km da Tessalit.

 

 

 

Si viaggia tutto il giorno. Vediamo il sole sorgere alla nostra destra, passare sopra di noi e calare a sinistra. Al tramonto appare finalmente all’orizzonte un traliccio: siamo arrivati. Si è alzato un vento gelido. Nel campo ci sono ancora dei ripari di lamiera ondulata. Mettiamo il land dietro uno di questi e prepariamo il tavolino per la cena dentro il riparo. Con il vento che c’è è impossibile rimanere fuori. Si cena rapidamente e poi ci infiliamo dentro l’auto nei nostri sacchi a pelo. Ci attende un’altra lunga giornata.

24 dicembre 1982 – venerdì.

Giornata di viaggio. Tutto piatto all’orizzonte. Ogni tanto ci fermiamo per sgranchirci le gambe e riempire i serbatoi. Nel pomeriggio vediamo in lontananza una piccola carovana con alcuni dromedari. La temperatura comincia ad abbassarsi visto che andiamo sempre più a nord.

 

 

 

 

Passiamo il "Tropico del Cancro". Si avvicina la sera e dobbiamo cercare un posto per fermarci. E’ tutto piatto intorno a noi finchè non vediamo qualcosa spuntare all’orizzonte

 

 

 

E’ la carcassa di un pullmino VW. Ci fermiamo accanto per ripararci un po’ dal solito fortissimo vento gelido. Riusciamo a mettere all’interno il tavolino con le sedie in modo da cenare al riparo. Meglio che stare fuori all’aperto. Anche questa sera cena rapida e poi di corsa nel sacco a pelo.

 

25 dicembre 1982 -sabato

Riprendiamo la lunga marcia verso il nord. Raggiungiamo Reggane, nel passato centro atomico francese dove nel 1960 fu fatta esplodere la prima bomba atomica francese; chiuso poi nel 1967. All’ora di pranzo arriviamo ad Adrar, la prima oasi dopo il Tanezrouft. Dopo le solite formalità di polizia e dogana ci fermiamo a pranzo nel ristorante di un albergo. E’ Natale e almeno oggi qualche lusso ce lo concediamo. Con calma nel pomeriggio ripartiamo per Timimoun, dove ci fermiamo per la notte.

26 dicembre - 28 dicembre 1982.

Si viaggia sempre: El Golea, Ouargla, Touggourt, El Oued, Tozeur, Gafsa, Kairouan, Tunisi. Arriviamo la sera prima della partenza. Per chiudere in bellezza il viaggio ci fermiamo all’ Hilton. Parcheggiamo il land impolverato proprio davanti all’ingresso, ci presentiamo alla reception in condizioni non certo da "Hilton", però dietro presentazione di una carta di credito otteniamo una camera.

29 dicembre -

Breve giro per la medina di Tunisi in attesa dell’ora della partenza. Il pomeriggio ci imbarchiamo. Prima tappa in Sicilia e poi sbarco a Napoli ( per il ritorno non abbiamo trovato posto per Genova) nel tardo pomeriggio. Iniziamo quindi il lungo viaggio verso Milano dopo arriviamo nella mattinata del giorno dopo.

Nicola, Emanuele, Katherine, Erwin.

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