Posted Monday, November 24, 2008
A caccia dei tesori nascosti
Un’introduzione al «Livre des perles enfouies et du mystère précieux»
Giancarlo Negro
Nella terra d’Egitto si trovano grandi ricchezze,
inoltre si racconta che nella maggior parte del suo territorio
vi siano tesori sepolti; e si dice addirittura
che non vi sia luogo che non sia pieno d’oro
(‘Umar Ibn Al-Wardi, m. 1457, “Prodigi e Meraviglie”)
Per gli arabi l’Egitto è da sempre una terra favolosa, letteralmente disseminata di tesori sepolti. D’altronde non potrebbe essere diversamente, visti gli antichi monumenti presenti dappertutto sul suo territorio e soprattutto le straordinarie ricchezze trovate in alcune tombe inviolate e non, come in tempi recenti in quella celeberrima di Tutankhamon. Tutti i monumenti in Egitto erano considerati potenziali luoghi di tesori nascosti, dalle piramidi, al tempio di Hator a Dendera, al tempio di Tod (probabilmente Toth) e a quelli di Karnak, alle tombe della Valle dei Re e delle altre famose necropoli sparse lungo la Valle del Nilo. Molti furono gli arabi, ma anche famosi personaggi europei, come per esempio il grande esploratore del Deserto Occidentale egiziano Gerhard Rohlfs[1], che si dedicarono alla ricerca degli antichi tesori sepolti, sia per brama di ricchezza, sia, anche se in proporzione più limitata, per fini culturali e di studio o più semplicemente per sete di fama e di gloria personale.
Ma tradizionalmente per gli autori arabi medievali e per l’intero popolo questi tesori, più o meno “incantati”, erano ben sorvegliati da tremende e potentissime entità d’ogni sorta, solitamente nefaste e maligne: spiriti, fantasmi, spettri, geni e terribili demoni, posti fin dalla notte dei tempi a costante guardia dei tesori, pronti con i loro lunghi coltelli a tagliare la testa dei poveri malcapitati che imprudentemente tentavano di sottrarre loro queste enormi ricchezze. Questi geni-guardiani armati di enormi coltelli erano quasi sempre ben rappresentati nelle pitture delle tombe, come d’altronde erano dipinti anche gli sfortunati profanatori a cui avevano mozzato la testa. Gli stessi autori arabi inoltre spesso avevano evocato le storie dei tesori sepolti, prima nel libro “Le Cento e una Notte”, la cui redazione risale al IX secolo, poi nella celebre “Le Mille e una Notte” del XIV secolo, nel racconto di Ali Baba, nelle “Avventure di Antar”[2] e persino nel Corano, alle Sure 10: 88 e 26: 57-58, dove si parla delle immense ricchezze dei faraoni e di Qarun, un membro della tribù di Mosè. Di quest’ultimo si diceva che le sue ricchezze fossero così grandi da richiedere un’intera squadra di uomini robusti solo per trasportare le chiavi dei nascondigli che le racchiudevano, e si credeva che questi tesori fossero proprio sepolti in Egitto. Nelle Sure del Corano inoltre si afferma che Dio stesso aveva fatto sprofondare i tesori del faraone nelle profondità della terra per avergli disobbedito, e si dice che il suo trono appare ancora a “Jazirat al-Dahab”, ovvero la “Isola dell’Oro”, tutte le volte che il livello del Nilo si abbassa. Nacquero così nell’immaginario degli arabi improbabili città impenetrabili fatte di rame o dai tetti di bronzo rosso, senza alcuna porta d’entrata e popolate da geni, dove si era rifugiato un re astrologo, per mettersi al sicuro da un imminente diluvio che lui aveva predetto. Ma se si mandava qualcuno sulle mura, questi appena gettava lo sguardo sulla città, per ragioni misteriose si lanciava immediatamente all’interno e scompariva per sempre: nessuno era mai tornato vivo da quell’esperienza. Inoltre nelle “Avventure di Antar” si descrivono castelli di cristallo in vetta ad altissime e irraggiungibili montagne, comandati da demoni malvagi, spiriti maligni, geni giocherelloni e terribili streghe. Una delle leggende più famose tra le tribù bedu riguarda il deserto del Rub’ al-Khali, nell’Arabia Saudita, e si riferisce all’antica città di Wabar (o Ubar), dove ancora si troverebbero le preziose “Lacrime di Fatima”[3].

Nonostante i pericoli prospettati, la ricerca degli antichi tesori divenne così importante che il governo egiziano, nella persona del califfo Ibn Tulun, regolamentò fin dal IX secolo la caccia alle ricchezze nascoste e i cacciatori di tesori furono inseriti in un vero e proprio ordine professionale, non solo ufficialmente riconosciuto, ma addirittura promosso e sostenuto dal califfato stesso in cambio di una parte dei tesori ritrovati. Ibn Tulun emanò infatti un decreto che rendeva monopolio di stato la ricerca e lo sfruttamento dei tesori sepolti. A far data da allora furono rilasciati regolari permessi di scavo e, per evitare un’indebita sottrazione di ricchezze alla tesoreria, ogni scavo dovette essere attentamente seguito da un ufficiale di stato anziano, al quale spettava l’obbligo di riferire direttamente al califfo. Questa professione raggiunse il suo zenith durante la dinastia fatimide. Il sultano Al-Mustanir, verso la metà dell’XI secolo, nominò a capo della categoria un emiro chiamato “Supervisore dei Cacciatori di Tesori” con l’incarico di riscuotere la parte dei preziosi spettanti al sultanato, fissata in un quinto di tutti i tesori ritrovati, in accordo con la legislazione islamica. Questa figura divenne nel tempo sempre più importante e influente, fino a portare il prestigioso titolo di “Pilastro dello Stato” e di “Presidente della Corporazione”.
Fu così che i cacciatori di tesori divennero una potente categoria di professionisti a tempo pieno, rispettati, ma anche temuti, per il loro misterioso sapere e per le conoscenze iniziatiche alle arti magiche, dapprima in tutto l’Egitto per espandersi poco dopo in tutto il mondo arabo dove si erano succedute le più antiche civiltà, particolarmente nel Maghreb, in Nubia, in Turchia, in Arabia Saudita, nello Yemen, nella Grande Siria e nell’antica Persia.
Indubbiamente un elemento non trascurabile che provocò questa vera e propria “corsa ai tesori sepolti” furono le cospicue ricchezze ostentate dai copti[4], i quali, almeno inizialmente, non avevano remore a mostrarle ai califfi e a tutto il popolo arabo, un’ostentazione che certo si rifaceva alle abitudini dei loro antenati, dato che i copti dopo tutto non erano altro che gli ultimi discendenti degli antichi egizi[5]. I califfi Ibn Marwan, Al-Ma’moun e ‘Umar Ibn ‘Abd Al-‘Aziz poterono constatare di persona queste ricchezze e i cronisti arabi dell’epoca ne magnificarono l’incredibile opulenza. Tutto questo confermò e tramandò l’esistenza dei tesori dei faraoni, diede nuovo impulso alla ricerca dei tesori antichi e contribuì certamente alla sottomissione dei copti al potere dei califfi e alla loro successiva persecuzione. La nuova classe dominante araba si impossessò delle ricchezze dei copti e aumentarono i sequestri verso coloro che vennero accusati di possesso illegale di tali tesori. Per esempio il califfo Umar Ibn ‘Abd Al-‘Aziz, che governò dal 717 al 729, raccolse una notevole quantità di antichità egizie che mostrava a Damasco con orgoglio ai suoi ospiti. La sua collezione, che apparentemente fu la prima collezione di antichità egizie all’estero, comprendeva degli equipaggiamenti funerari e diverse statue egizie, presumibilmente trovate in alcune tombe, che egli mostrava come uomini tramutati in pietra a causa della punizione di dio verso i faraoni miscredenti e persecutori di Mosè. Ma comunque è importante sottolineare come la ricerca dei tesori in Egitto fu fomentata da un gran numero di manoscritti più o meno segreti, di origine medievale, che si diffusero rapidamente tra pochi facoltosi cercatori di tesori. Questo perché questi testi erano da tutti considerati di inestimabile valore, le cui conoscenze scritte assolutamente non potevano e tantomeno dovevano essere divulgate a nessuno, pena la sparizione dei tesori descritti nei libri stessi.
Per questa ragione, tutti i manuali dei cercatori di tesori, come il “Livre des perles enfouies et du mystère précieux au sujet des indications des cachettes, des trouvailles et des trésors” (in seguito “Livre”), indicano la presenza di tesori sepolti preferibilmente in località copte. In effetti le chiese, i monasteri, i conventi, le necropoli e i luoghi sacri dei copti sorgevano sempre sugli antichi insediamenti egizi, per il semplice motivo che i copti erano gli ultimi discendenti degli egizi ed erano ancora a conoscenza di molti loro segreti. Per questo nel “Livre”, come negli altri manuali, si invocano spesso nomi di santi e angeli copti e formule copte, che gli arabi ritenevano dotate di un grande potere magico e apotropaico, proprio perché facevano parte dell’eredità culturale dell’antico Egitto. Compaiono comunque anche riferimenti ebraici, come alla Descrizione[6] § 23 “Al Convento di Isacco” o § 399 dove si invoca il re Salomone[7]. Ma certamente il suggerimento di scavare nelle località copte era ottimo e rappresentava l’opportunità più favorevole per trovare gli antichi tesori sepolti.
Proprio alla ricerca di questi tesori il califfo abasside Al-Ma’moun, che governò dal 813 al 833 e fu un grande collezionista di libri scientifici e magici, diede l’ordine di violare la Grande Piramide di Giza. Al-Ma’moun aveva fondato a Baghdad la “Casa della Sapienza”, o “Casa della Saggezza”, con annessi una biblioteca, all’epoca la più grande del mondo, e un osservatorio astronomico, dove si riunirono tutti i più grandi e rinomati scienzati, trattati con magnificenza nella più grande tolleranza e senza alcuna discriminazione religiosa. Questo califfo illuminato manteneva al proprio servizio schiere di traduttori, copisti, matematici, storici, geografi, cartografi, astronomi, maghi ed esperti di tutte le discipline scientifiche e sapientali dell’epoca. Per suo ordine, fra l’altro, venne misurato l’arco del meridiano terrestre e fu disposta la compilazione di una carta geografica completa della terra, affidata ai più grandi geografi, matematici e astronomi dell’epoca, quali Al-Khuwarizmi (ca. 780-850), Al-Kindi (801-873) e Al-Istakhari (m. ca. 934)[8]. Per amore della sapienza degli antichi Al-Ma’moun inviò ovunque, in particolare nella Magna Grecia e a Costantinopoli, degli emissari per procurarsi tutti i libri che raccoglievano le conoscenze delle antiche culture che avevano preceduto l’Islam e fece tradurre in arabo tutti i testi scientifici ed esoterici di una certa importanza, soprattutto dall’aramaico, dal greco, dal latino, dal copto e dal siriaco. Ma, fatto più importante, egli diede inoltre l’incarico a quegli studiosi che sostenevano di sapere come decifrare e interpretare l’antica scrittura egizia, come Jabir Ibn Hayan, Ayub Ibn Maslama, Dhu Al-Nun Al-Misri, Ibn Wahshiyah Al-Sufi, Mohammad Ibn Umail e Abu Al-Qasim Al-‘Iraqi, di tradurre le antiche iscrizioni geroglifiche e demotiche[9]. Si racconta anche che, vincitore dell’imperatore di Costantinopoli, gli impose come condizione per la pace la consegna di un raro esemplare manoscritto dell'Almagesto del grande astronomo e geografo alessandrino Claudio Tolomeo. Con la convizione di impossessarsi delle conoscenze segrete degli antichi egizi nel corso della sua permanenza in Egitto, Al-Ma’moun diede dunque l’ordine di violare la Grande Piramide, ma la difficile impresa si rivelò un disastro economico a causa delle ingenti spese affrontate per scavare un tunnel d’accesso al suo interno. Per non essere accusato di sperperare il tesoro del califfato, Al-Ma’moun fu perciò costretto a inventarsi la leggenda, tramandata da El-Masudi, da Al-Idrisi e da altri storici arabi, che all’interno della piramide venne trovato solo un ammirevole bacile verde fatto di puro smeraldo e colmo di monete d’oro. Dopo un accurato conteggio da parte del Tesoriere di Stato in persona, il valore delle monete si rivelò pari all’esatto ammontare delle spese sostenute per aprire la piramide. Al-Ma’moun si disse dunque grandemente stupito nel constatare come gli antichi conoscessero perfettamente quale sarebbe stato il costo per raggiungere il bacile con le monete d’oro, diede le monete al tesoriere per ripagare le spese sostenute, ma tenne per sé il mirabile bacile di smeraldo. Una circostanza molto simile dovette verificarsi anche per la piramide di Chephren, che fu aperta da G.B. Belzoni il 2 marzo 1818, poiché l’esploratore italiano trovò due scritte arabe graffite col carboncino nella stanza del sarcofago e sappiamo da Al-Idrisi e altri autori arabi che l’area di questa piramide fu oggetto di una intensa ricerca di antiche ricchezze da parte di un certo Ibn Al-Shahrzuri insieme a un gruppo di cercatori di tesori ai tempi di Saladino, e che questi in effetti trovarono “moltissime insolite meraviglie”. Lo stesso accadde in seguito per tutte le altre piramidi e tombe di Giza, Saqqara e delle altre zone dove sorgevano piramidi e tombe. Esaurita la ricerca dei tesori si procedette a prelevare le pietre delle piramidi e dei templi circostanti per utilizzarle nelle costruzioni del Cairo, provocando in questo modo la demolizione e la sparizione di molti monumenti egizi, fra cui, come ci tramanda Al-Baghdadi ‘Abd Al-Latif (1161-1232), l’intera antica capitale egizia di Memfi.
L’epopea della caccia ai tesori, in un certo senso vera e propria industria, richiedeva delle guide adeguate e delle fonti di informazioni che portassero il cacciatore sulle tracce delle ricchezze disperatamente agognate. Ma poiché si credeva che tutti i tesori sepolti fossero guardati a vista da forze arcane e da terribili potenze infernali create ad hoc dagli antichi egizi, maestri del sapere magico, era opinione comune che solo i maghi, gli astrologi, i chiaroveggenti, gli alchimisti, gli sciamani, i cultori della cabala e gli iniziati ai più diversi saperi esoterici, mistici e occulti potevano dare indicazioni valide sulle procedure per neutralizzare queste entità maligne ed entrare in possesso dei tesori. I primi libri dedicati ai cercatori di tesori erano popolari già nel X secolo. Al-Nadim Al-Maghrabi nella sua opera “Sumus” scrisse per esempio un capitolo “Sull’apertura dei tesori” dove c’erano già le indicazioni e le formule magiche per invocare gli spiriti, e le istruzioni di alcuni profeti fra cui Akhnukh, Soliman e Muhammad, sul metodo per neutralizzare le entità malevole citando alcuni versetti del Corano. Un altro capitolo, intitolato “Sull’abbassamento delle acque”, spiega che molti antichi tesori erano protetti da acque magiche. Erano poi indicate delle formule magiche, sotto forma di una tavola composta da 47 riquadri: ciascun riquadro contiene una parola in modo che unendo un’intera linea si legge un verso del Corano (Q67: 30) che recita “Guarda! Se il tuo ruscello un certo giorno si dovesse perdere (nella terra), chi mai potrà più rifornirti di acqua limpida e fluente?”. Un’opera simile a questa fu redatta nel XIII secolo anche da Al-Buni intitolata “Shams”.
Questi libri trovano il loro fondamento nell’antica tradizione magica degli egizi. Gli arabi erano a conoscenza, per tradizione orale, certamente appresa dai copti, che presso gli egizi era esistito il magico “Libro di Toth” (in seguito nel periodo greco-romano divenne il “Libro di Hermes” e per gli arabi “Libro di Hermes il Copto”)[10] che, si diceva fosse un giorno piombato direttamente dal cielo nel Tempio di Coptos. Cheope aveva ordinato che alla sua morte questo prezioso libro venisse nascosto in un angolo inaccessibile della sua piramide[11]. Si tramandava che questo libro magico fosse stato redatto da Toth (Hermes) in persona, il dio inventore della scrittura e della sapienza, e che questo libro contenesse tutte le verità e tutte le formule magiche esistenti, e chi lo possedeva aveva di conseguenza una sapienza e un potere magico incommensurabili[12]. Spesso in effetti, conformemente all’usanza religiosa degli antichi egizi che portavano con sé nella tomba i papiri che avrebbero loro indicato nell’aldilà la strada e i modi per attraversare il Duat e conquistare la vita eterna, si erano trovati nelle tombe e nei templi antichi papiri e libri egizi, pieni di indecifrabili figure magiche e di caratteri misteriosi. Per esempio lo scriba tebano di nome Nesmin, del IV secolo a.C., oltre al classico “Libro dei Morti” e al più raro “Libro per sconfiggere Apopis”, si era portato nella tomba un testo unico, intitolato “Libro segreto del Tesoro che nessuno ha mai visto”. Inoltre il grande mago Nektanebo II della XXX Dinastia, l’ultimo vero faraone nativo dell’Egitto, si diceva che fosse in possesso di papiri e libri magici il cui contenuto non è dato di sapere, ma estremamente potenti. Si dice anche che Alessandro Magno, ben noto agli arabi come Dhu Al-Qarneen, ovvero il “Re Cornuto”, per via delle corna di ariete che gli donò suo padre il dio Ammone, dovesse il suo sconfinato potere e la sua invincibilità ad alcuni papiri e libri magici di cui si era impossessato nel corso della conquista di regni perduti situati oltre ai confini del mondo, libri e papiri che si diceva avesse portato con sé nella tomba e che furono in seguito rubati dagli invasori romani, e si diceva da Giulio Cesare in persona. Fu così che in questo contesto in tutto l’Egitto molti alchimisti, cabalisti, astrologi e maghi arabi affermarono possedere il libro magico scritto da Toth o Hermes o vari libri e papiri magici più o meno segreti. Di conseguenza nacque nella tradizione araba la convinzione che all’interno elle piramidi fosse scritto tutto il sapere dell’umanità, ma in caratteri che nessuno è in più in grado di interpretare.
E in effetti questi personaggi erano in possesso di molte informazioni utili alla ricerca dei tesori sepolti, e con tutta probabilità si trattava di informazioni ottenute dai copti, o magari in qualche modo estorte. La ricerca dei tesori sepolti divenne ben presto una pratica quotidiana. Ciò già accadeva già ai tempi di Al-Baghdadi ‘Abd Al-Latif (1161-1232) che nella sua opera “Relazione dell’Egitto” così ci riporta: “C’è un sacco di gente che non ha altro mezzo per campare che scavare nei cimiteri e prendere tutto quello che possono ricavare dalle loro ricerche”. Al-Idrisi (m. 1251), per esempio, riporta che lo Sceicco Abu Al-Futuh Al-Matalibi, allora capo dei cercatori di tesori, aveva organizzato delle spedizioni a est di Helwan e nell’area di Muqattam, e trovato 70 piramidi e innumerevoli tesori per mezzo di alcuni antichi papiri magici. La tradizione dei testi che elencavano tesori nascosti proseguì nall’antico Medio Oriente con il ritrovamento del “Rotolo di Rame” (catalogato come 3Q), risalente probabilmente al 68 d.C., due anni prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme, scoperto a Qumrân nel 1952. Il rotolo descrive, in caratteri ebraici incisi a bulino su foglia di rame, una serie di tesori nascosti dagli esseni in Palestina, fra cui il tesoro del Tempio di Gerusalemme poco prima della sua distruzione. Vi sono elencati 64 toponomi in cui sono sepolti o nascosti altrettanti tesori, che ammontano a ben 65 tonnellate d’argento e 26 tonnellate d’oro, e, similmente all’impostazione del “Livre”, il rotolo riporta la designazione del luogo, la sua posizione, la qualità e la quantità del tesoro lì nascosto e come accedervi. Un’altra tradizione araba, riportata fra gli altri dallo storico Al-Maqrizi (1364-1442), che nella sua “Descrizione dell’Egitto” tramanda che in quella terra sarebbero nascosti i tesori di Giuseppe e quelli dei re che lo hanno preceduto e seguito, e che i tesori dei faraoni sarebbero stati trasformati in pietra perché questi re erano solo dei miscredenti. A riprova di questa credenza, Al-Maqrizi riporta che un certo Daoud ben Rizq ben Abd Allah gli aveva riferito di essere stato in una valle presso Qalimun (Dakhla) dove vide grandi campi coltivati ad angurie e a frutti, ma che tutti questi erano stati trasformati in pietra. A suo dire i greci, i romani e i bizantini, poco prima di abbandonare l’Egitto, avevano sepellito immensi tesori e avevano depositato nella Cattedrale di Costantinopoli un prezioso “Libro della della scienza dei tesori” che conteneva tutte le precise indicazioni sul modo di ritrovarli[13]. Si diceva anche che i romani non avevano scritto niente di più a proposito, ma che avevano semplicemente trovato in Egitto i libri di coloro che li avevano preceduti nella conquista, cioé i libri dei greci, caldei e dei persiani che contenevano tutte le indicazioni per trovare i tesori sepolti in quella terra. A riprova di questa tradizione si tramandava che il primo comandante musulmano ‘Amr Ibn Al-‘As, l’eroico conquistatore dell’Egitto intero, grazie a questi testi avesse scoperto in Egitto i nascondigli dei tesori sepolti e come in questo modo avesse accumulato molte tonnellate d’oro. Al-Masudi riporta poi nella sua opera intitolalata le “Praterie d’oro” che al tempo di Al-Ikhshid Mahamed ben Taghadj, che governò l’Egitto dal 935 al 946, dei cercatori di tesori nell’anno 940 trovarono un libro scritto in caratteri antichi, che in qualche modo vennero interpretati. Il libro descriveva una località nei pressi delle piramidi, che conteneva incommensurabili tesori. Al-Masoudi (m. ca. 956), nella sua opera Muruj, riporta che questi cercatori di tesori scavarono nel luogo indicato dal libro e lì trovarono delle gallerie e dei sarcofagi in legno, posti all’interno di apposite nicchie scavate nella roccia, su cui erano dipinte delle immagini di uomini, donne, giovani e bambini. Ogni viso dipinto era il ritratto in vita del defunto. Gli occhi di queste figure erano intarsiati con tutte le qualità di bellissime pietre preziose, rubini, smeraldi, lapislazzuli, turchesi, e sui volti di molte mummie erano poste maschere d’oro o d’argento. All’interno dei sarcofagi furono trovate delle mummie con vicino dei vasi pieni di sostanze imbalsamatorie per conservarle. Bruciate sul fuoco, queste misteriose sostanze produssero profumi meravigliosi, mai sentiti prima di allora. Inoltre vicino a ogni sarcofago si trovava una statua in alabastro del defunto. Ibn Khaldoun (1332-1406) nel suo Prolegomenes riporta come i franchi, cioé i crociati, prima di lasciare il Nordafrica in mano agli arabi, avessero nascosto sotto terra tutti i loro tesori, e scritto in alcuni libri dove si trovassero questi nascondigli, al fine di poterli recuperare alla prima occasione favorevole a questo fine. Similmente Leone l’Africano (1485-1554) nella sua Africa Descriptio riporta come a Fez nel Marocco esistessero dei cercatori di tesori chiamati el-Kannazìn che credevano che i Romani in fuga avessero nascosto i loro tesori e che li avessero occultati per mezzo di un incantesimo, ma che, grazie alle arti magiche e alle fumigazioni descritte nei libri dei cercatori di tesori, si poteva togliere quest’incantesimo e prendere questi tesori. La tradizione di questi libri perdurò a lungo, e si dice che anche i templari, molti secoli dopo, quando l’Ordine dei Templari venne sciolto d’imperio, avessero nascosto il loro incommensurabile tesoro proveniente dal Tempio di Gerusalemme e che l’avessero trasportato in un luogo segreto e inaccessibile, scrivendo in un libro introvabile dove fosse nascosto e il luogo dove venne sepolto. In seguito durante il nazismo Hitler, per il tramite di Himmler, fece cercare a lungo sia il libro che il tesoro dei Templari, ma, per quanto se ne sappia, senza alcun risultato effettivo. Una cosa simile capitò ancora più avanti nel tempo con libri più o meno misteriosi che indicavano dove cercare il sacro Graal, l’Arca dell’Alleanza e, perché no, anche i favolosi tesori sepolti dai pirati nelle isole più inaccessibili con enigmatiche mappe e libri scritti in codici misteriosi per ritrovarli.

L’esploratore Harding King, l’infaticabile ricercatore della mitica Oasi di Zerzura, il “Mistero delle Sabbie” come la soprannominò in seguito Almasy, rimase molto sorpreso quando la sua guida, Haggi Mohammed Said Qwaytin, un bedayat di etnia zaghawa originario dell’oasi di Cufra, lo condusse, seguendo le indicazioni di un libro dei tesori di cui era in possesso, nel deserto lungo l’antica via di Derb el-Tawil alle rovine di Bu Gerara, situate sul plateau ca. 30 km a nordest di Balat (una frazione di Dakhla), e gli mostrò delle monete tolemaiche, resti di vaso, dei vasetti di vetro color porpora e altri reperti che aveva trovato presso l’antico pozzo insabbiato. Qwaytin spiegò a Harding King che nel suo libro c’era scritto non solo come raggiungere il sito di Bu Gerara, ma che vicino alle rovine si trovava una collina ad ovest e Qwaytin gliela indicò. Il libro affermava che in cima alla collina c’era un pozzo in cui furono sepolti i tesori di tre sultani. In effetti quando salirono la collina trovarono un pozzo insabbiato di 3 m di diametro e profondo 2,5 m. Harding King dovette ammettere che in effetti questi libri non sono solo frutto della fantasia di presunti maghi e astrologi, ma che spesso contengono delle informazioni veritiere e soprattutto utili per la ricerca degli antichi insediamenti. D’altronde l’esploratore sapeva bene della innata credenza presso tutti gli arabi sull’esistenza degli spiriti da loro chiamati afrit, jinn e jenun[14], e che quasi in ogni villaggio esisteva ancora un “Sheikh el-afrit”, cioé il “Comandante degli spiriti” o “Comandante dei demoni”[15], a cui i cercatori di tesori facevano riferimento per guidarli nei luoghi dove erano sepolte le ricchezze e si rese comunque conto che questi manuali indicavano effettivamente antichi percorsi e oasi ormai abbandonate. Comunque il tesoro dei tre sultani in effetti non fu trovato, e Qwaytin dette la colpa al fatto che non avevano con sé l’incenso indispensabile alle fumigazioni magiche. Un suo compagno, Abd er-Rahman, era d’accordo, e a riprova riferì la storia di un arabo maghrabi che con due fellahin era andato in cerca di un tesoro sepolto dentro alcune tombe poste nel fianco di una collina che però aveva un incantesimo: la tomba non poteva essere aperta senza prima eseguire le necessarie formalità. Dopo aver trovato il luogo esatto dove si trovavano le tombe, essi eseguirono tutti gli incantesimi necessari e bruciarono dell’incenso, a questo punto tutte le tombe si aprirono d’incanto. I due fellahin si precipitarono all’interno delle tombe, mentre il maghrabi era rimasto fuori per custodire i cammelli e tenere l’incenso ben attizzato. Ma sfortunatamente l’incenso finì e, come si spense, improvvisamente le tombe si richiusero con un sonoro “bang”, sepellendo per sempre i due fellahin, e il maghrabi non potè far altro che tornarsene mestamente a casa a mani vuote.
Non sempre i manuali dei cercatori di tesori si riferivano a vere e proprie ricchezze tangibili, ma in alcuni casi a oggetti dotati di potere magico. Per esempio Al-Idrisi, nella sua opera Anwar, racconta come due egiziani del Cairo trovarono per caso un rotolo contenente le istruzioni di andare a Giza e di scavare in un certo luogo dove si trovava un cofanetto di vetro che avrebbe arricchito il suo scopritore. I due seguirono le istruzioni e trovarono all’interno del cofanetto un vaso fatto del “vetro dei faraoni” che a sua volta conteneva un dinaro. Delusi, si recarono al mercato per cambiare il dinaro, ma dopo averlo fatto si accorsero con stupore di avere nelle mani un altro dinaro, oltre a quello originale. Si resero quindi conto che il dinaro trovato nel vaso era magico e aveva il potere di moltiplicarsi. Non solo, presto si accorsero che anche il vaso era magico e aveva il potere di trasformare l’acqua in vino.
Tutti gli egiziani sapevano bene che cercare i tesori era un mestiere molto, molto pericoloso: il mondo arabo era pieno di racconti di morti orribili avvenute nelle tombe degli antichi egizi. Morti misteriose e inesplicabili, maledizioni che avevano perseguitato per tutta la vita chi era riuscito a sopravvivere dopo aver portato via degli oggetti preziosi dalle tombe e dai templi antichi. Sempre Al-Idrisi racconta la storia di un gruppo di cercatori di tesori che, durante il regno di Al-Afdal, tra il 1186 e il 1196, entrò in una piramide. Uno di loro scomparve misteriosamente e ricomparve solo dopo tre giorni rosso in viso. Parlava a voce alta in modo concitato, ma in una lingua incomprensibile che non era arabo. Allora i suoi compagni cercarono qualcuno che conoscesse le lingue antiche, e finalmente si trovò in un monastero un monaco copto che sapeva l’antico egizio. Il monaco così tradusse quanto diceva il loro compagno: “Questo è il destino di coloro che violano la santità dei re e delle loro dimore”. D’altronde tutti gli arabi sanno che ogni piramide è sorvegliata da un genio che protegge il riposo eterno delle anime dei re e dei principi che le abitano.
Si arriva così alla storia recente della tomba del faraone fanciullo, Tutankhamon, su cui si mormorava che l’archeologo inglese che l’aveva violata, Howard Carter, non avesse con sé neanche un libro magico per proteggersi dalle maledizioni, e che quando entrò per primo nella tomba avesse taciuto e fatto sparire una tavoletta, o forse un papiro, dove era scritto: “La morte colpirà con le sue ali chiunque disturberà il sonno del Faraone”[16]. D’accordo, Carter era sopravvissuto alla maledizione, e non si sa perché, ma quasi tutti i suoi compagni erano morti poco dopo l’apertura della tomba in circostanze inquietanti. A cominciare dal finanziatore Lord Carnarvon, il maggior responsabile della scoperta, morto improvvisamente poco tempo dopo l’apertura della tomba a causa del morso di una zanzara sulla sua guancia, che in seguito si infettò causando un “avvelenamento del sangue” che lo portò rapidamente alla morte per setticemia. Proprio come era scritto nella maledizione della tavoletta: “La morte colpirà con le sue ali”! Lord Carnavon morì all’Hotel Continental-Savoy del Cairo il 5 aprile 1923, proprio mentre Carter sbendava la mummia di Tutankhamon e si constatò che nella guancia della mummia c’era una ferita provocata probabilmente da una puntura di insetto che si era poi infettata, e la posizione di questa ferita era esattamente quella che aveva provocato la morte di Lord Carnavon. E poi come spiegare il fatto che improvvisamente, proprio la notte della sua morte, al Cairo si spensero tutte le luci. Nessuno tra gli arabi aveva il minimo dubbio che tutto questo fosse successo per via della maledizione che proteggeva la tomba del faraone fanciullo e delle sue entità protettrici. E poi non era forse vero che Maspero, durante uno scavo, vide una mummia appena disseppellita puntare un braccio minaccioso indicando colui che l’aveva riportata alla luce, e che tutti i lavoratori arabi presenti all’avvenimento fuggirono in preda al terrore più nero? E che dire di quella tomba nella Valle dei Re dove si rinvennero i cadaveri di due cercatori di tesori e profanatori di tombe schiacciati chissà quando da un enorme masso caduto chissà come e chissà perché dal soffitto della tomba stessa? E come ignorare tutti quelli che, profanando un’antica tomba, sono pronti a giurare di essere rimasti terrorizzati vedendo le statue poste a protezione dei defunti rivolgersi a loro parlando una lingua misteriosa, e persino muoversi? Infine tutti gli arabi cairoti sanno bene che nel giorno del Venerdì Santo nel cimitero di Giza i morti, mummie, musulmani, cristiani, copti ed ebrei, per un giorno resuscitano ed escono dalle loro tombe per poi rientrarvi la notte seguente e moltissimi sono gli arabi che li hanno visti[17]. Si potrebbe andare avanti all’infinito citando questi fatti inquietanti che dimostravano l’esistenza delle maledizioni presenti nelle tombe e nei templi egizi. Questo fatto era per la stragrande maggioranza degli arabi semplicemente innegabile oltre che incontrovertibile.
Quindi, per cercare i tesori nascosti nelle tombe, tutti gli abitanti locali ritenevano indispensabile possedere un collaudato libro magico con i potenti incantesimi necessari per neutralizzare le maledizioni lasciate dagli antichi proprietari delle tombe. Il problema era che questi rari manoscritti magici erano in possesso di pochi facoltosi ricercatori di tesori e costavano delle vere e proprie fortune. Ma a risolvere la questione ci pensò nel 1907 Gaston Maspero.
Quando l’Egitto intraprese la strada per trasformarsi in uno stato moderno, i cacciatori di tesori nascosti divennero una delle prime preoccupazioni per gli archeologi, che cercarono di limitare per quanto possibile il devastante fenomeno. Il celebre archeologo Gaston Maspero (1846-1930), fondatore e primo direttore del neonato Egyptian Antiquity Service egiziano, a cui erano ben famigliari i vari libri segreti che circolavano a quel tempo tra i cacciatori di tesori, incaricò ai primi del ‘900 Ahmed Kamal Bey di tradurre e pubblicare uno di questi manuali. Nel 1907[18] vennero così pubblicati a cura dell’Imprimerie de l’Institut Français d’Archéologie Orientale (IFAO) i due volumi: Tomo I, testo arabo dal titolo “Kitab Al-Dur Al-Maknuz wa Al-Sir Al-Ma’zuz fi Al-Dalayal wa Al-Khabaya wa Al-Dafa’n wa Al-Kunuz”; Tomo II, traduzione francese dal titolo “Livre des perles enfouies et du mystère précieux au sujet des indications des cachettes, des trouvailles et des trésors”, basati su tre antichi manoscritti di autori anonimi, tutti presenti nella Biblioteca del Cairo e catalogati con i numeri 4609, 3726 e 1300[19]. In particolare il manoscritto N° 1300, che risale almeno al XV secolo, il cui testo è preso come il primario nella pubblicazione di Kamal Bey, è quello che apparteneva a Johnson Pasha, il Governatore inglese dell’oasi di Kharga, che fu anche il traduttore in inglese della celebre opera “Rubaiyat” di Omar Khayyàm. Johnon Pasha aveva acquistato questa manoscritto dalla vedova di Ahmad El-Halfawi di Dronkah che lo possedeva da più di vent’anni[20]. L’intenzione di Gaston Maspero era chiara ed è esplicitata nella prefazione di Kamal Bey alla pag. VIII: facendo in modo che tali libri fossero facilmente disponibili, Maspero riteneva che quelle che venivano spacciate come segrete conoscenze disponibili solo a una ristretta cerchia di iniziati, dopo la pubblicazione sarebbero divenute notizie screditate e di conseguenza inutili per i cercatori illegali di tesori sepolti.
Ahmed Kamal Bey (o Basha, termine onorifico di origine turca che significa “onore”, un attributo conferito nei paesi che facevano parte dell’Impero Ottomano a personaggi di alto livello sociale e intellettuale) fu un grande archeologo e studioso delle antichità nonché della storia egiziana. Nato in Egitto il 29 giugno del 1851, compie i suoi studi al Cairo. Studia la storia egizia, con particolare riguardo alla sua lingua antica e a quella eritrea e copta. Fu il primo egiziano a lavorare per l’Istituto Archeologico, che fino ad allora era un ente esclusivamente frequentato e diretto da europei, e per il Museo Egizio del Cairo con il ruolo di segretario, dove resterà fino al suo pensionamento avvenuto nel 1914. Insegnò inoltre civiltà e lingua egiziana antica all’Università Al-Aliia e contribuì attivamente alla creazione di un Dipartimento di archeologia nella nascente Università egiziana. La produzione letteraria di Kamal Bey sia in arabo che in francese fu molto vasta, con opere che spaziano dalla grammatica, alla letteratura, alla scrittura geroglifica, a una sorta di enciclopedia sulla botanica e in generale sulle scienze dell’antico Egitto. Inoltre scrisse saggi di storia antica ricostruendo la vita e l’evoluzione di città antiche, e pubblicò una raccolta delle conferenze che tenne presso l’università. Ma l’opera più famosa di Kamal Bey fu senza dubbio il “Dizionario della ligua egiziana antica” costituito da 22 tomi, alcuni dei quali superano le 1000 pagine e raccolgono parole e geroglifici dell’antica lingua egizia e con le traduzioni in arabo, francese, copto, aramaico, eritreo ed ebraico. Purtroppo questa colossale opera non venne mai pubblicata e ci è pervenuta solo nella forma di manoscritto. Ahmed Kamal Bey muore il 5 agosto del 1923.
Superfluo dire che le speranze e le buone intenzioni di Maspero non ebbero successo, come ammise tra le righe dieci anni dopo anche l’egittologo Georges Daressy (1864-1938) nella premessa al suo “Indicateur topographique...”, che in due articoli del 1917-18, entrambi apparsi sul Bulletin de l’IFAO, impiegò ben 90 pagine solo per dare delle indicazioni sulla toponomastica e l’etimologia antica impiegata nel “Livre”, corredando i due articoli integrativi anche con tre utili carte esplicative. Fu un’impresa comunque di notevole valore storico-culturale, perché tentava di ricostruire e identificare molti toponimi elencati nel “Livre” e in uso più di quattro secoli prima, località scomparse da tempo, soprattutto nel Delta del Nilo a causa del continuo incremento dello sfruttamento agricolo di quell’area. Comunque la conseguenza fu semplice e anche, col senno di poi, banale: l’edizione andò immediatamente a ruba e venne rapidamente esaurita. L’unico effetto apparente fu quello di moltiplicare in maniera esponenziale gli aspiranti cercatori di tesori, ai quali peraltro non sembrò vero di poter acquistare a poco prezzo un raro e preziosissimo testo fino a poco prima ritenuto introvabile e di inestimabile valore. Per questo motivo ancora oggi l’edizione originale è praticamente introvabile sul mercato librario mondiale.
L’anonimo autore del “Livre” si rivolge al figlio, a cui evidentemente l’opera è destinata e dedicata, e, dopo aver invocato “In nome di Dio clemente e misericordioso. O voi che facilitate tutti gli affari, facilitate anche i nostri”, quindi, riferendosi al capitolo sul Cairo e dintorni, l’anonimo autore prosegue affermando: “Questo è stato copiato dai libri dei nostri antenati e tramandati direttamente da loro stessi, quindi noi siamo certi della loro veridicità, poiché abbiamo la prova che le loro indicazioni sono esatte”. Quindi evoca l’aiuto degli “angeli custodi dell’alfabeto”, in arabo gli “Almalaika Khadim Alhuruf”, che avranno il compito di aiutare il cercatore di tesori nella sua ricerca dei beni preziosi. Ma lo stesso autore cerca intenzionalmente di modificare i caratteri arabi, come nelle Descrizioni § 1-6-7-33-95-354-356-357-358-361-362-363-372-373-374-375-376-378-393-417, ridisegnandoli ad arte, o “ornandoli”, per celare dietro di essi significati che intendeva far rimanere oscuri e misteriosi. Nelle Descrizioni § 131-207-208-278-354-356-357-358-363-372-373-374-375-376-377-384-393-396-407-417 vengono utilizzati, talvolta inframmezzati alle lettere arabe, anche alcuni caratteri non arabi, utilizzando alfabeti “misterici” di origine demotica, aramaica, ebraica, greca, siriaca e copta, o di fonte non meglio determinata. Ma soprattutto nel caso specifico delle Descrizioni § 131-207-208-278-393-396-407-417, vengono impiegati alfabeti di evidente origine cabalistica, numerologica, astrologica, alchemica e in partcolare nel § 417, si fa addirittura ricorso a sigilli esoterici e mistici noti solo a una ristretta cerchia di iniziati. Questi alfabeti crittografici derivano direttamente dagli antichi “papiri magici” di origine demotica che furono tramandati dalla tradizione magico-religiosa greco-copta anche utilizzando altri alfabeti, come quello chiamato dagli arabi saryāniyya, di origine aramaico-ebraica considerato anche come il “Linguaggio degli Angeli e di Adamo”, o come gli alfabeti chiamati ’ibrāniyya, che deriva dall’ebraico, e anche altri, come i syriac, aramaic o persian, thamudic, safaitic, libyan o tifinag e infine come l’alfabeto chiamato musnad che deriva direttamente dagli antichi caratteri sudarabici preislamici[21].
Solo per citare qualcuna delle Descrizioni più curiose, vorrei menzionare la § 264 intitolata “Madinet-Ahnas”. In questo paragrafo si parla di una città nel deserto da cui parte un tragitto, quindi così prosegue: “tenete la direzione verso l’ovest, senza deviare né a destra né a sinistra. Dopo tre giorni (cioè tre tappe) vedrete delle depressioni e dei rilievi di buon aspetto. Quando sarete lì, cercate verso ovest un tell nero che è il più elevato e che non assomiglia per nulla agli altri. Saliteci sopra e fate delle fumigazioni, guardando verso ovest alla distanza di un tiro di freccia vedrete coi vostri occhi a ovest una colonna ancora in piedi, quindi discendete e dirigetevi verso la colonna. Quando voi ci arriverete, scoprirete che si tratta di un idolo che suona un piffero[22], che tiene con la sua mano destra, mentre con la mano sinistra tiene un pugnale. Davanti all’idolo si trova un gregge di quaranta pecore bianche e nere sorvegliate da un cane col muso girato verso la sua coda. Praticate a questo punto le vostre fumigazioni e quindi guardate a destra del gregge, vedrete allora un campo di quattro feddans piantato ad angurie, cetrioli faqqous, cetrioli chate e a zucche. Le angurie sono d’oro, i faqqous sono pieni d’argento, i cetrioli sono pieni di perle fini e le zucche contengono un elisir eccellente di cui un mithqal aggiunto a un quintale di piombo lo trasforma in oro[23]. Il tutto deve essere chiuso con il fango della saggezza. Di queste ricchezze prendete quello che volete, facendo continuamente delle fumigazioni e recitando gli incantesimi fino alla vostra partenza”. Poi, dopo aver indicato quali sono i giusti componenti da impiegare nella fumigazione, segue una curiosa esortazione di cui non si capiscono bene le motivazioni: “Attenzione a non essere uccisi per tradimento”. Il paragrafo prosegue affermando che se quanto sopra non vi avesse ancora soddisfatto, dovete dirigervi in un luogo lì vicino dove si trova una scala che dà accesso a una grande camera piena di lingotti d’oro, e poi seguono indicazioni per trovare le più preziose pietre preziose, e così via. Il paragrafo è molto lungo, ma è pieno di fascino e di un’ambientazione estremamente suggestiva e affascinante.
I tesori citati nel “Livre” non sono solo sotto forma di oro e argento già pronti, ma sono anche sotto forma di miniere da cui essi vengono estratti, come per esempio nella Descrizione § 372 “Esna nell’Alto Egitto”. In questo capitolo si danno le indicazioni per raggiungere le “miniere di re Aqmisous”: il cercatore di tesori, che nella fattispecie è suo figlio, troverà in una grotta, evidentemente una galleria mineraria, tutti gli attrezzi necessari per cavare il minerale e anche la necessaria attrezzatura per poterlo fondere. Il capitolo dà inoltre le indicazioni su come estrarre dalla miniera una polvere gialla e dei pezzi di minerale grandi come piselli, e l’autore afferma che, una volta fusi, un rotoli di questo materiale dona 11 once (d’oro puro)” e così prosegue: “Più voi scendete più lo troverete abbondante, come le piccole radici di colocaso (un’aracere) e la porpora del corallo. Un rotoli di questo minerale non perde assolutamente niente nella fusione perché è oro puro ed è il minerale più prezioso dell’Egitto e voi non ne troverete da nessuna altra parte di più prezioso né di più puro. Voi là troverete in questa montagna una grotta di accesso difficile con una porta quadrata alla quale si accede tramite una scala di 20 gradini”, dove secondo l’autore si trova della polvere grigiastra che assomiglia a della cenere e che, una volta scavata, produrrà della polvere verde attraversata da venature verdi e che assomiglia a limatura d’argento: “Prendetene quanto ne volete, poiché questo è dell’argento che Dio ha creato nella terra e di cui ciascun rotoli dona dieci once di metallo”. Poi l’autore accenna che in quei luoghi si trova “un’alta fortezza dove si produce della malachite: essa si chiama ‘Qaleh il-Dalmag’. Partite da questa fortezza verso i tre pozzi di smeraldi e del minerale di rame. Quest’ultimo si trova in polvere in una caverna con una porta quadrata; esso assomiglia a del verderame di un colore molto verde, ed è attraversato da vene rosse come il sangue. Prendetene quanto ne volete; è un minerale di rame di cui un quintale dona settantasette (di rame puro). Questo è tutto”.
Questo stesso capitolo è riportato con qualche variante anche da Harding King, e in seguito anche da Almasy, che evidentemente lo riprese da un’altra redazione del “Livre”, ma questa volta il re Aqmisous è divenuto il re Cambise e le miniere sono ora divenute le “Miniere di Re Cambise”. Le stesse miniere sono citate da Al-Maqrizi, che però le colloca stranamente nei dintorni di Siwa. Comunque secondo quest’altra versione l’autore dice al figlio: “Recati alla città di Esna, situata a nord di Edfu e lì cerca le Miniere di Re Cambise (riportato nel testo come “Kambisoos”). Re Cambise era il figlio di Ciro il Grande, il conquistatore di Babilonia (nome dell’antico insediamento greco-romano, che in seguito è stato integrato come un quartiere del Cairo dopo dell’arrivo degli arabi, n.d.r.), che governò sui medi e sui persiani quando l’Impero Persiano era al suo massimo splendore. Egli fu un grandissimo Re, e le ricercate miniere di Re Salomone, che al confronto fu un semplice sultano, probabilmente si trovano nella stessa relazione con quelle di Re Cambise come una moneta di pochi centesimi rispetto al debito nazionale. Chiedi dove si trova il Santo Convento e ti indicheranno una valle chiamata la Valle dei Re (“Wadi el-Muluk”). Lì troverai dei crogiuoli, degli strumenti e tutti gli attrezzi necessari per fondere i minerali, che aspettano solo di essere usati. Andando un po’ più avanti tu arriverai alla miniera più importante, che è in effetti anche la più ricca. Qui devi scavare un buco profondo solo mezzo cubito e tu vedrai un minerale che rassomiglia a un terriccio giallo su un suolo roccioso. Prima lo troverai in pezzi grandi come piselli, che sono inviati direttamente da Dio e tu, figlio mio, sei destinato a impossessartene, per tua buona fortuna. Poi, scavando più in profondità, troverai lo stesso minerale in blocchi delle dimensioni di un melone: questo è l’oro dell’Egitto, e non esiste al mondo un oro migliore”. L’argento si trova in simili circostanze, ma “in una terriccio nero con venature bianche come polvere d’argento”, però bisogna proseguire il cammino fino a quando “Oh figlio mio, tu vedrai davanti a te un’alta collina sulla quale troverai i peridoti”. Subito dopo esorta ancora il figlio ad andare fino “ai pozzi di smeraldo che sono in numero di tre”, quindi “alle miniere di rame che si trovano in una grotta chiusa da una porta”, aggiungendo che “la vena di rame si trova in un terriccio verde molto simile allo zenzero verde con delle venature rosse come il sangue” e infine termina il capitolo menzionando ancora l’esistenza di peridoti vicino a Esna. Anche se nessuno in epoca moderna ha mai trovato dei peridoti nella regione d’Esna, in gioielleria sono noti i cosiddetti “peridoti d’Esna”, e questa circostanza rende il racconto più plausibile.
La Descrizione § 369 intitolata “La città di Warda”, che Harding King, Almasy e altri traducono come “La città di Wardaba”, è quella celebre che descrive la mitica oasi di Zerzura, la “città dei piccoli uccelli”, dal vocabolo arabo “zarzur” che designa un passeraceo del Sahara, simile al nostro culbianco. Nella traduzione di Kamal Bey appare evidente un errore: nella traslitterazione dal testo arabo egli riporta “Farzourah” in luogo di “Zarzourah”, senza che se ne capisca bene il motivo, poiché nel testo arabo è chiaramente scritta la lettera Z, e non la F. Non si sa quale fonte ha utilizzato l’autore del “Livre”, ma è indicato che il percorso che conduce a Zerzura parte dalla “città di Warda, situata dietro El-qala a Essoury”, o, secondo la traduzione di Johnson Pasha riportata da Harding King, “Qala’a es-Suri”. Il problema maggiore per situare geograficamente questa località è che non si sa dove si trovi “El-qala a Essoury”, né tantomeno “Qala’a es-Suri”, e neanche l’articolo di Daressy ne dà una collocazione topografica. L’unica indicazione è che la sezione in cui è inserito il capitolo è intitolata “Nelle Oasi” e che il capitolo precedente si riferisce a Qalamon, un villaggio che fa parte dell’oasi di Dakhla, dove effettivamente si trovano le rovine del convento di Deïr el-(Seba’a) Banat, il “Convento delle (Sette) Fanciulle” citato nel capitolo. L’‘omda (il sindaco) del villaggio di Rashida (una frazione di Dakhla) disse fra l’altro a Harding King che si racconta che tra queste rovine sia sotterrato un libro e uno specchio, e che seguendo le indicazioni del libro e guardando nello specchio magicamente apparirà la via per raggiungere Zerzura[24]. Inoltre la citazione che a Essoury si troverebbero “delle palme, dei vigneti e delle sorgenti” è perfettamente compatibile con il gruppo delle oasi di Dakhla, poiché in epoca greco-romana e copta questa regione era un centro di viticoltura molto importante. E’ quindi molto probabile che la località citata nel capitolo si trovi proprio nella regione di Dakhla. Secondo la Descrizione, da questa località si deve risalire un wadi, fino a incontrare un secono wadi situato tra due montagne da dove parte verso ovest la strada che conduce a Zerzura. E’ probabile che le “due montagne” siano le due colline di Abu Ballas, da dove effettivamente parte l’antica pista che va verso il Gilf Kebir[25]. Comunque nel capitolo non si afferma che Zerzura sia un’oasi, ma solo che è: “una città bianca come un piccione (o una colomba), sulla cui porta è scolpito un uccello”, uccello che ha nel becco la chiave per aprire la porta chiusa della città. Al suo interno si trova il castello dove il re e la regina dormono un sonno incantato. Il paragrafo conclude dicendo: “Non avvicinarti a loro, ma prendi solo i tesori. Fin”. In questa Descrizione la novità sta nella chiave racchiusa nel becco dell’uccello scolpito sulla porta, circostanza che, almeno a mia conoscenza, non ha precedenti nella letteratura araba. La chiave posta nel becco del “zarzur” scolpito molto probabilmente ha un significato metaforico: è la chiave della conoscenza e della sapienza che sola può dare accesso ai tesori e alle ricchezze, ma di più il capitolo non dice e non ci è dato di sapere. D’altronde un’indagine sul nascere e sui motivi che per secoli hanno alimentato il mito di Zerzura esula dagli scopi di questa introduzione, chi volesse approfondire l’argomento può riferirsi ai testi di Harding King (1925), Almasy (1936 e1942), Sers (1994), Monod et Diemer (2000), Kelly (2002), Diemer (2002), ecc.
In alcuni casi, come nella Descrizione conclusiva § 417, vengono addirittura impiegati due strani simboli, che sono in effetti due “firme” di chiara provenienza alchemica. In questo paragrafo, che fra l’altro è proprio l’ultimo del “Livre”, e che è ermeticamente intitolato “Capitolo relativo al mistero dell’attributo divino, alla sua origine, alla sua natura e alle sue definizioni”, si descrive un vero e proprio procedimento alchemico che per mezzo di una cottura a fuoco lento di più settimane, “a una temperatura uguale a quella degli uccelli”, di alcuni sali e sostanze racchiuse in un vaso si avrà la vera purificazione della materia, col risultato di ottenere alla fine del complesso procedimento alchemico “sette ghirlande dotate di virtù” che voi “dovrete riunire, poiché dall’unione perfetta di queste materie si formerà una pietra che sarà possibile sollevare. Scoprirete allora sotto a essa una scala che vi porterà a una sala piena di ricchezze e di tesori. Prendete pure quello che vi serve”. Per dosare le sostanze durante questo complesso procedimento alchemico viene utilizzato e illustrato un quadrato magico con nove caselle numerate, la cui somma numerica dovrebbe essere pari a 15, ma c’è un errore, evidentemente intenzionale: è infatti inserito un 9 in luogo di un 6, come anche è indicato nella nota a margine del capitolo di Kamal Bey. Quale sia il motivo di questa anomalia non ci è dato di sapere, ma è molto probabile che sia solo al fine di fare corrispondere il totale delle cifre in tabella al numero magico 42, invece del tradizionale 45.
D’altronde diversi capitoli lel “Livre” hanno un carattere essenzialmente alchemico e molti sono gli esempi di trasmutazioni di varie sostanze e materiali in oro e argento. Iniziando sin dalla Descrizione § 1 “Al Vecchio Cairo”, dove secondo l’autore nella chiesa chiamata “Kéniset Anba-Manquora” si trova il pozzo della “Dama benedetta (la Santa Vergine)” con tre nicchie piene di lingotti d’oro e un ramo con dei frutti: “Se si taglia in due uno di questi frutti, ci si accorge che una metà è rossa mentre l’altra è gialla, essi guariranno la lebbra, l’elefantiasi e la cecità. Mescolando un pezzo di questo frutto a del mercurio, quest’ultimo si trasforma in pietra filosofale”, la quale ha il potere di guarire dalle malattie e i ciechi potranno rivedere la luce. Segue una formula magica in relazione a Saturno da recitare per asciugare il pozzo della Santa Vergine. Quindi, almeno in questo caso, la “pietra filosofale” non serve a trasformare la materia in oro, ma bensì a guarire dalle malattie. Circostanza curiosa per un manuale che dovrebbe servire ad arricchirsi, ma forse è perché a questo fine sarebbero dovuti bastare i lingotti d’oro nascosti nel pozzo. Altri esempi sono alle Descrizioni § 4 e 188, dove sono citate delle pietre filosofali che trasformano qualsiasi corpo in argento, mentre ai § 108, 205 e 364 trasformano tutti i corpi in oro; inoltre altre pietre filisofali dai poteri non meglio specificati sono citate alle Descrizioni § 124 e 186.
Harding King riferisce anche del medico copto di Dakhla, di nome Wissa, una persona colta che aveva studiato medicina in Inghilterra e in altre nazioni europee, che era un ardente cercatore di tesori e che possedeva anche lui un libro magico per cercarli. Il medico aveva stretto un’alleanza con l’‘omda di Rashida e lo sceicco dei Senussi di Dakhla, Ahmed el-Mawhub, per cercare i tesori e l’accordo era che avrebbero diviso in tre parti tutti quello che avrebbero ricavato dalla loro ricerca. Wissa raccontò a Harding King che presso Mut si trovava un antico palazzo di mattoni costruito su delle fondamenta in pietra bianca e coperto da una cupola, noto con il nome di “Deir el-Arais”. Il suo libro affermava che all’interno della cupola si trovava una scala composta da sette rampe, in cima alla quale c’era un passaggio lungo sette cubiti, e alla fine di questo passaggio si trovava su un muro il dipinto di un monaco. Il libro affermava inoltre che ai piedi di questa pittura si trovava un anello di ferro e che tirando questo anello sarebbe apparsa una porta o una botola. Dietro di essa c’era una scalinata che, secondo il libro, bisognava discendere senza timore. Alla fine, in una piccola camera, era sepolto un re che portava al dito un anello d’oro incastonato da una pietra. Questo era un anello magico che se veniva immerso nell’acqua e poi dato a una persona malata questi sarebbe immediatamente guarito, non ha importanza da quale malattia fosse afflitto. Nella camera si trovava anche un orologio che funziona per sempre e inoltre una sagia, una ruota per sollevare l’acqua, in cui si trova il segreto di Zerzura. Ma quando il dottore e Harding King si erano messi d’accordo per iniziare la ricerca nel palazzo, il medico fu improvvisamente trasferito a Luxor e poi cadde in disgrazia e finì a Sollum.
L’autore utilizza diverse lingue, impiegando termini arabo-ebraici, arabo-copti, ma anche più antichi nomi greci e demotici. E’ notevole inoltre l’impiego della numerologia esoterica e un linguaggio legato alla magia cabalistica, quindi spesso impenetrabile nel contenuto ermetico e mistico, il cui utilizzo è evidente soprattutto nelle innumerevoli formule magiche al fine di cacciare gli spiriti malevoli i demoni e i geni[26] per accedere ai tesori. Incredibilmente abbondante è il ricorso a sostanze misteriose, a ignote essenze vegetali e non, che dimostrano come un “cercatore di tesori” dovesse essere ben ferrato in botanica e geologia[27]. Senza contare la difficoltà e il costo esorbitante necessario per reperire alcune di quelle strane sostanze, soprattutto quelle molto rare e ricercate. In tutto il libro è anche notevole il ricorso a varie qualità di incensi, olibani e similari resine e a diverse sostanze aromatiche, con cui compiere le necessarie fumigazioni magiche al fine di ammansire e soggiogare le entità malevoli, come per esempio alla Descrizione § 366 intitolata “Incenso”, dove si dice che “questo incenso evita tutti gli ostacoli e rende impotenti gli spiriti-guardiani a cui sono confidati i luoghi sotto la protezione dei talismani”. Come d’altronde il ricorso a pietre, talismani, sostanze più o meno misteriose e a una fraseologia tipicamente magico-rituale, a litanie e a versetti incantatori che ricordano molto da vicino i più antichi papiri magici demotici, greci e copti. Spesso il significato del testo diventa addirittura impenetrabile, come se l’autore volesse comunque proteggere e preservare i tesori di cui si parla, o forse perché alcuni di questi tesori sono metaforicamente più spirituali che materiali, come d’altronde sembra recitare il titolo quando nomina quel “mistero prezioso”, che sembra volersi offrire a sempre nuove interpretazioni magico-esoteriche e a quelle suggestioni tipiche dell’antico mondo arabo e semitico.
Il “Livre” non è un libro organico, non ha una storia da raccontare, non ha uno sviluppo logico, non possiede un inizio né una fine, ma è solo un manuale puramente magico-esoterico e come tale va letto e interpretato. Ogni singola Descrizione è fine a se stessa con una lunghezza estremamente diseguale una con l’altra, e ogni Descrizione possiede già di per sè un senso compiuto, senza alcuna connessione, né alcuna relazione logica, storica o geografica, o un qualsivoglia ordine o nesso logico rispetto alla Descrizione precedente o a quella seguente, e a tutto il restante contenuto del testo. Di consequenza non è necessario leggerlo interamente: è sufficiente leggere le singoe Descrizioni fino a quando non si è stufi. Ma questa anomala costruzione e struttura del “Livre”, invece di togliere fascino al testo, in effetti lo rende molto più affascinante, e in qualche modo riesce a creare una profonda sugestione sul lettore. Il “Livre” è innanzitutto un indicatore topografico[28] per trovare i tesori, ma una volta trovato, ogni tesoro nasce e svanisce nel nulla appena si esauriscono la litania e la procedura per poter accedere al suo contenuto, come d’altronde è ribadito alla conclusione di molti dei capitoli che terminano con un disarmante, ma eloquente, “Fin”, cioé non troverai altro all’infuori del tesoro stesso a cui ti ho condotto. Non c’è bisogno di cercare un senso organico del libro o un significato recondito tra le sue righe, anzi questa ricerca è perfettamente inutile. In un certo senso il “Livre” è un libro impenetrabile, come d’altronde recita il suo titolo citando i “misteri preziosi”, misteri che il testo non svela se non nella ricerca dei tesori. In effetti il manuale ti dice solo: questi sono i tesori e questo è semplicemente il metodo e la procedura per ottenerli, ma non ti dice volutamente nulla di più. Se ci riesci, se possiedi tutte le sostanze necessarie, e soprattutto se hai la fede, la pazienza e la costanza necessarie a questo fine, fai le fumigazioni e recita la filastrocca magica scritta nel libro, quindi prendi le ricchezze che ti bastino, ma senza esagerare, e vai in pace. Se non ci riesci, puoi sempre provare con un altro capitolo, un altro luogo e un altro tesoro: dopotutto ce ne sono così tanti che ti aspettano, tutti sepolti nella terra d’Egitto. “Fin”.
In quanto poi a cosa ci possa essere in fondo di vero in quello che c’è scritto nel libro, forse non c’è nulla, forse solo un po’, o forse tutto: ma personalmente non consiglierei a nessuno di recitare quelle litanie e quelle invocazioni scritte nel “Livre” a voce alta in una tomba o in un tempio egizio e tantomento di eseguire le fumigazioni lì indicate: potreste improvvisamente accorgervi di qualche inquietante presenza che vi circonda...
Bibliografia essenziale
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[2] Le “Avventure di Antar” (Norris H.T., 1980. The Adventures of Antar. Warminster: Aris & Phillips) sono raccolte in un romanzo epico arabo il cui protagonista è Antar Ibn Shaddad, un eroico cavaliere beduino le cui gesta si svolgono in Yemen, Persia, Nordafrica e nella Spagna dei Mori. Il libro fu redatto tra il 1080 e il 1400, ma la sua ispirazione e la figura di Antar è molto precedente e probabilmente risale all’epoca della prima crociata.
[3] Wabar (o Ubar) la "Città dalle Colonne" era ed è la più favolosa tra le città perdute dell’antica Arabia preislamica, ricordata dal Corano col nome di “Iram (o Irem) dalle colonne”, identificabile probabilmente con le rovine nabatee di Mada’in Salih e Al-‘Ula in Arabia Saudita, per la sua grandiosità e la superbia dei suoi abitanti. Per questo, come Sodoma e Gomorra, fu distrutta da Dio e venne sepolta dalle sabbie che ne cancellarono per sempre le tracce, così che divenne “l’Atlantide del Deserto”, o “l’Atlantide delle Sabbie”, come la soprannominò Lawrence d’Arabia. Nel corso dei secoli, molti tentarono senza successo di riportarla alla luce, finché si cominciò a dubitare che fosse mai esistita. La cercò invano, fra gli altri, l’esploratore Bertram Thomas nella sua epica traversata dell’Empty Quarter del 1931. Poi negli anni ’80, Nicholas Clapp, in collaborazione con l’esploratore Ranulph Fiennes, si imbatté nella sua leggenda: "La ricerca di Ubar aveva un sapore da “Mille e una Notte”, era un groviglio di storie imbastite da studiosi e avventurieri. Ubar, ammesso che esistesse veramente, era ancora lì da scoprire, una città fantasma a cui si arrivava attraverso una strada che si perdeva nelle dune". E’ così che inizia la ricerca di Ubar-Wabar da parte di Nicholas Clapp. Curiosando tra antichi manoscritti dall’anno 1460, Clapp si accorse che un amanuense, copiando la mappa Tolemaica, aveva confuso l’87° meridiano con il 78°; ed infatti molti avevano cercato l’Omanum Emporium in un punto dove non c’era altro che deserto. Clapp poi, si rivolse alla NASA e con il suo massimo stupore, dopo aver spiegato la storia, venne subito accontentato. Ubar secondo le leggende era stata distrutta da Dio in persona, e in tutte le leggende si trova il profeta Hud che accusa il re e tutti i suoi concittadini di non avere fede in Dio. Hud prova a convertirli al monoteismo, perché se avessero continuato nella loro vita dissoluta, Dio li avrebbe distrutti. E così avvenne, condannando presso i musulmani il re e i figli di ‘Ad, insieme alla loro meravigliosa città, alla punizione, alla distruzione e alla dannazione eterna. L’importanza di questo profeta e dell’avvenimento narrato dal Corano è ancora viva tra tutti gli arabi e soprattutto tra le tribù yemenite, tant’è vero che una volta ogni anno si recano in pellegrinaggio presso la sua presunta tomba. Tornando alla storia di Clapp, dopo aver ricevuto i dati dalla NASA, decise insieme ad altre persone di organizzare una spedizione alla ricerca di Ubar. Nel 1991, approfondendo gli studi, Clapp scoprì che Ubar doveva essere stato il più grande centro per la raccolta e lo smistamento del prezioso olibano, l’incenso più pregiato. Grazie all’olibano era spiegata la ricchezza degli abitanti di Ubar: basti pensare che questo tipo di incenso era ricercatissimo in Grecia e a Roma per usi celebrativi e funerari e veniva considerato e pagato come fosse oro. L’olibano cresceva sui vicini monti del Dhofar al confine del Rub’ al-Khali, il deserto più assoluto di tutta la Penisola Araba. Ma allora, come poteva una città sopravvivere in mezzo a uno dei deserti più estesi del mondo? La risposta stava nel fatto che Ubar sorgeva nel luogo in cui oggi sorge Shisur; infatti Clapp e la sua squadra si accorsero che le torri dell’odierna città di Shisur erano costruite sopra delle strutture più antiche. E scavando, portarono alla luce la città scomparsa di Ubar in cui si raccoglieva il miglior olibano di tutto il mondo antico. Inoltre scoprirono che la fine della città fu dovuta allo smottamento del terreno causato dal ritiro della falda acquifera. Sulla costa c’era inoltre la città di Ain Humran che era molto simile ad Ubar per archittettura, per questo fu facile pensare che Ain Humran fosse un avamposto del popolo di ‘Ad sul mare, da cui veniva spedito l’incenso raccolto sui monti del Dhofar. Mentre da Ubar partivano e arrivavano migliaia di carovane che attraversavano il Rub’ al-Khali. Così finisce la leggenda di Ubar fondata nel 900 a.C. e distrutta per cause naturali nel 400 d.C. Nel Corano si parla direttamente del re ‘Ad, che era un discendente diretto di Noè, e del suo popolo che non volle sottomettersi al volere di Allah. Il Corano racconta che Dio per mezzo del suo profeta Hud aveva messo in guardia il re e i suoi sudditi miscredenti, ma che essi non vollero ubbidire alle ammonizioni di Dio e così per colpa sua la città su cui regnava e tutto il suo popolo furono distrutti da una “nuvola nera” portata da un vento impetuoso, sprofondandola nelle sabbie del deserto in cui sparì per sempre. Nel 1932 Harry St. John “Abdullah” Philby, più noto in seguito come “Philby d’Arabia”, trovò nel deserto del Rub’ al-Khali, nel sud-est dell’Arabia Saudita, una strana area dove coesistevano resti di vetro nero, frammenti di roccia bianca e frammenti di ferro. Il luogo era chiamato dagli arabi Al-Hadida (la cosa di ferro) ed era il sito leggendario della città di Wabar, dove si trovavano le cosiddette “Lacrime di Fatima”, delle perle di vetro nero naturale, che in effetti sono delle tectiti create dall’impatto di un meteorite sulla sabbia, fenomeno probabilmente molto simile alla creazione del silica glass (LDG o LDSG) del Deserto Libico. Philby scoprì in quella zona tre crateri nella sabbia provocati dell’impatto di un meteorite che evidentemente si spaccò in almeno tre parti e ne dedusse che la tradizione che Dio un giorno cancellò per sempre la città e la stirpe dei "Figli di 'Ad", facendo piombare dal cielo il "Martello di Dio", corrispondeva sostanzialmente alla verità. Uno di questi pezzi della meteorite di Wabar, pesante 2200 chili, fu trasportato a Riyadh, alla King Saud University, ed attualmente è esposto nella capitale dall’Arabia Saudita. Secondo la ricercatrice Elisabeth Thomsen anche la Kaaba, la sacra pietra nera oggetto di culto dei musulmani conservata a La Mecca, sarebbe un pezzo di impattite proveniente dalla distruzione di Ubar-Wabar. Così presso i beduini dei deserti della penisola araba recita ancora oggi la leggenda della distruzione di Ubar-Wabar: “Da Qariya il sole cade sulla città;/ Non biasimare la guida che oggi la cerca invano,/ perché è il Potere Divino che l’ha abbattuta,/ senza lasciare nè un grembiule di cotone nè un abito di seta”. Quindi anche secondo la tradizione araba Dio un giorno cancellò per sempre la stirpe dei "Figli di 'Ad" facendo piombare sulla superba città il “Martello di Dio”, cioé un meteorite che provocò un evento catastrofico. Evidentemente a questo avvenimento ci si riferisce nella Descrizione § 158 del “Livre” che si conclude con la frase: “Questo è il nacondiglio di Shaddad, figlio di ‘Ad” con ovviamente tutte le sue favolose ricchezze. La citazione è d’altronde molto simile a quella delle “Mille e una Notte”, dove il 996° racconto recita: “Questo è il tesoro di Shadaad, figlio di ‘Ad, fu lui che posò le fondamenta di Irem dalle molte colonne, e una cosa simile a questa non fu mai più fatta su tutta la terra”.
[4] Il vocabolo “copto” deriva dall’arabo qub, che a sua volta deriva dal greco aiguptus cioè “egiziano”. Il significato etimologico del termine si riferisce pertanto alle persone di origine egiziane autoctone, e quindi non solo a quelle che professano la religione cristiana copta. Dopo la conversione di gran parte del popolo di origine egiziana all’Islam, il termine copto iniziò a essere associato agli egiziani cristiani che non vollero unirsi in matrimonio agli arabi e che quindi non vollero diventare musulmani.
[5] Spesso gli autori arabi riportavano l’antica conoscenza dei copti riguardo ai loro predecessori come storie riferite da un non meglio identificato “Vecchio copto”. In effetti col termine “Vecchio copto” gli autori arabi volevano metaforicamente indicare una personaggio copto che possedeva ancora una profonda conoscenza della cultura e della storia degli antichi egizi, che erano a tutti gli effetti i suoi diretti antenati. Per esempio, Al-Jobry, un astrologo siriano, nella prima metà del XIII secolo incontrò nel monastero copto di Al-Bahnsa nel Medio Egitto un anziano monaco di nome Ashmonit, che conosceva i segreti degli antichi egizi e che sapeva ancorra tradurre e interpretare le antiche iscrizione geroglifiche.
[6] Ognuno dei 417 capitoli, o paragrafi, del “Livre” iniziava originariamente con la parola “Description”, seguita dal numero del capitolo e dal titolo. Kamal Bey nella traduzione in francese del “Livre” emendò la parola “Description”, sostituendola col simbolo § (cioé paragrafo), come è indicato dallo stesso Kamal nella Nota 1 a pag. 1. Per maggiore completezza in questo testo abbiamo mantenuto entrambe le denominazioni.
[7] Il re Salomone era considerato dagli arabi, oltre che un re giudaico, uno dei più grandi maghi noti. Harding King riferisce sull’impiego presso gli arabi e i copti delle cosiddette “Tavole di Re Salomone” a scopo divinatorio in congiunzione con lo zodiaco. Queste tavole sono scritte in caratteri copti e per mezzo di una chiave o di una pedina esse rispondono alle domande che si sottopongono, e gli arabi che le hanno utilizzate sostengono che le risposte si rivelano quasi sempre giuste.
[8] Purtroppo questa famoso mappamondo redatto per ordine da Al-Ma’moun non ci è pervenuto, ma abbiamo il testo arabo che l’accompagnava compilato da Al-Khuwarizmi e intitolato il “Libro della figura della Terra riguardo alle città, ai monti, ai mari, alle isole e ai fiumi” che conteneva un elenco con le coordinate tolemaiche di tutti i riferimenti geografici della carta. Non è chiaro quali fossero le fonti di Al-Khuwarizmi (ca. 780-850), oltre ovviamente al geografo e astronomo Claudio Tolomeo, ma la maggior parte delle sue coordinate tolemaiche sono straordinariamente corrette. E’ quindi evidente che ila famoso mappamondo d’argento fatto a Palermo da Al-Idrisi (m.1251) su ordine del re Ruggero II il Normanno fu ricavato dalla suddetta carta di Al-Khuwarizmi di cui evidentemente ne possedeva una copia.
[9] Dell’opera di interpretazione e traduzione della scrittura geroglifica di Jabir Ibn Hayan (metà del VII secolo-metà de VIII secolo), che fu un famoso alchimista sufi, abbiamo solo informazioni indirette sulla sua opera intorno a questo argomento, intitolata Hall Al-Rumuz wa Mafatih Al-Kunuz, poiché questo teso non ci è pervenuto. Sappiamo però dalle citazioni di altri autori posteriori, che questo autore conosceva diverse lingue e scritture antiche, e che fondò e sviluppò il concetto di una “filosofia delle lettere”, per cui la forma delle lettere stesse indicava la natura delle cose che descriveva e che di conseguenza le forme delle lettere erano di eguale importanza delle idee e del significato che esse denotano. In effetti questa intuizione si adatta molto bene alla scrittura geroglifica, dove dei simboli materiali e concreti rappresentano sia le parole che sono a esse relazionate, sia dei semplici suoni.
Di Ayub Ibn Maslama (prima metà del IX secolo), di cui ci è pervenuta solo l’opera a lui attribuita e intitolata Aqlam Al-Mutaqadimeen (MS 1024 in Al-Assad Library Damascus), sappiamo da Al-Idrisi che fu uno studioso egiziano con una profonda conoscenza del geroglifico e che tradusse per ordine di Al-Ma’moun in arabo molti antichi testi geroglifici che lui stesso copiò nell’area delle piramidi e nella necropoli di Giza. Purtroppo non sappiamo come fece e quale metodo utilizzò questo studioso per tradurre questi testi, ma secondo la testimonianza di Al-Idrisi, che era in possesso di un suo libro intitolato Al-Talismat Al-Kahiniya, cioé “Talismani dei Sacerdoti”, sappiamo che questo autore in effetti fece la traduzione di numerossime iscrizioni egizie.
Sappiamo poi che Dhu Al-Nun Al-Misri (m. ca. 860) interpretò diversi caratteri demotici identificandoli e traducendoli correttamente, inoltre nella sua opera Hall Al-Rumzi (MS Muallim Cevdet K 290, in Ataturk Kitapligi, Instanbul) mostra di conoscere profondamente la lingua copta e di saper tradurre correttamente la sua scrittura.
Inoltre sappiamo che il più famoso e attivo traduttore di testi egizi fu certamente Ibn Wahshiyah Al-Sufi (IX-X secolo), un erudito alchimista persiano che soggiornò molto a lungo in Egitto, frequentando l’allora famoso centro alchemico di Akhmim, e che scrisse molti libri sulla magia, statuaria, alchimia, medicina, fisica e soprattutto sulle scienze degli antichi egizi di cui era un profondo conoscitore. In particolare nel suo lavoro sull’antica scrittura egiziana intitolato Shauq Al-Mustaham (MS Arabe 6805, Bibliothèque Nationale de Paris) identifica correttamente diversi caratteri geroglifici, dando correttamente ai geroglifici anche un valore fonetico e identificando inoltre correttamente molti dei determinativi.
In seguito l’alchimista Mohammad Ibn Umail (X secolo) nel suo libro Al-Ma’ Al-Waraqi, un grande erudito e profondo studioso dell’antica cultura egizia, descrisse molti monumenti e raffigurazioni dei templi antichi, studiando particolarmente il pantheon delle divinità egizie e la simbologia a loro collegata.
Più tardi ancora Abu Al-Qasim Al-‘Iraqi (m. 1341), un altro alchimista originario dell’Iraq che però visse in Egitto, nei suoi due manoscritti alchemici Al-Aqalim Al-Sab’ah, cioé “Le sette sfere”, e Hall Al-Rumuz wa Fak Al-Aqlam (MS Add 25724 British Library e MS Arabe 2676, Bibliothèque Nationale de Paris), studiò molte antichità egiziane, poiché era convinto che la scienza alchemica fosse nata nell’antico Egitto, come in effetti fu, e nei suoi libri, oltre a riprodurre diversi simboli, talismani e iscrizioni egizie, redasse una lista e una tabella di segni geroglifici col loro valore fonetico in arabo, e anche qui in diversi casi queste traslitterazioni e traduzioni si sono rivelate sostanzialmente corrette.
Inoltre già nel X-XI secolo alcuni autori arabi come Ibn Fatik, e in seguito da Ibn Abi Usaybi’ah (m. 1270), conoscevano i tre diversi metodi di scrittura egizia: il demotico, lo ieratico e la vera scrittura sacra, il geroglifico.
Purtroppo, per motivi non ancora chiariti, sembra che in seguito questo filone di studi da parte degli studiosi e degli autori arabi si interruppe bruscamente. E’ anche un fatto certo che questi studi degli autori arabi non arrivarono mai in Europa e furono completamente sconosciuti agli studiosi occidentali, dove i primi vocabolari e grammatiche copte furono introdotte solo agli inizi del 1600, principalmente per opera di Pietro della Valle, pubblicate solo nel 1617 da Nicolaus Fabricius e furono in seguito studiate principalmente da Thomas Obicini. Il tentativo di interpretazione e traduzione dei simboli geroglifici, a parte il testo classico di Orapollo Hierogyphica che risale al V secolo, fu intrapreso solo nella metà del XVII secolo, per merito del gesuita ed erudito tedesco Athanasius Kircher (1602-1680) con le sue opere: Podromus Coptus sive Ægyptiacus (Roma, 1636), Lingua Ægyptiaca Restituita (Roma, 1643), Obeliscus Pamphilius (Roma, 1650), Œdipus Ægyptiacus (3 Voll., Amsterdam, 1652-54) e Obelisci Ægyptiaci, chiamato anche ObelisciÆgyptiaci (Roma, 1666) e infine con la sua Sphinx Mystagoga (Amsterdam, 1676). In particolare nel 1665 Athanasius Kircher ebbe modo di dimostrare al mondo la propria conoscenza e preparazione nel campo dell’antica scrittura egizia: alla notizia del ritrovamento, durante i lavori nel cortile della chiesa di S. Maria sopra Minerva di un obelisco di epoca egizia, chiamato “Obelisco Alessandrino”, o “Obelisco della Minerva”, attualmente eretto nella Piazza della Minerva nel monumento fatto dal Bernini. Durante i lavori questo obelisco venne casualmente scoperto e dissoterrato e giaceva disteso su un lato. Il gesuita, che in quel momento si trovava a Tivoli, si fece inviare una copia fatta al carboncino dei tre lati esposti e quindi visibili. Con l'immagine dei tre lati noti inviatagli dal suo allievo Giuseppe Petrucci il giesuita ricostruì il disegno della quarta faccia, cioé quella invisibile perché volta verso il terreno, che spedì ai Padri Domenicani i quali, una volta sollevata la stele, ne constatarono con stupore l'esattezza rispetto al disegno di Kircher. Non solo, il gesuita fece più tardun’operazione del tutto simile con il cosiddetto “Obelisco Ludovisiano”. In effetti non è chiaro come Athanasius Kircher fece a indovinare e a rappresentare le iscrizioni geroglifiche della faccia nascosta dei due obelischi, anche se per simmetria i lati nascosti erano abbastanza simili a quelli visibili. Comunque l’interpretazione dei segni geroglifici da parte di Kircher e le traduzioni degli stessi erano essenzialmente di matrice simbolica, talvolta addirittura fantasiosa, e, mancando ancora un indispensabile testo bilingue, erano basate essenzialmente solo sulla sua conoscenza della scrittura copta e su delle sue congetture personali che derivavano dalla sua grande erudizione di orientalista. Quindi come risultato, la traduzione stessa risultava poco affidabile e tantomeno veritiera. Per arrivare a una corretta traduzione dei geroglifici bisognerà attendere il fortuito ritrovamento da parte della Spedizione di Napoleone della famosa Stele di Rosetta, che col suo suo testo trilingue portò prima Thomas Young (1773-1829) alla corretta interpretazione dei primi nomi reali, per sfociare finalmente alla definitiva soluzione della traduzione intrapresa da Jean-François Champollion (1790-1832) con la sua celebre Lettera a M. Dacier, datata 27 settembre 1822.
[10] Toth, il dio della sapienza, della conoscenza, della scrittura, di cui egli fu l’inventore, fondatore della magia e di tutte le scienze dell’umanità, è rappresentato come un ’ibis con in mano gli strumenti dello scriba o sotto forma di babbuino con la luna come emblema, fu per gli egizi l’autore delle “Sacre Scritture di Toth” o del “Libro delle Parole Divine”, per cui venne anche chiamato dagli egizi il “Signore delle Parole Divine”. Fu lui a raccogliere e mettere per iscritto tutte le parole pronunciate dagli déi del pantheon egizio. Oltre al menzionato “Libro di Toth”, questo dio era ritenuto l’autore dei libri sacri scolpiti e rappresentati nei templi egizi, dove erano anche indicati i canoni dell’architettura sacra che indicavano come doveva essere edificato un tempio e come dovesse essere adornato. Inoltre a lui si attribuivano i libri sacri che indicavano come svolgere i rituali, i servizi sacerdotali nei templi e nelle sepolture, indicando tutte le sacre formule magiche che dovevano essere recitate dai fedeli. Si credeva infine che Toth fosse anche l’autore del libro di rituali magici intitolato “Bau Re”. Di tutti questi libri attribuiti a Toth esistevano delle copie conservate nelle biblioteche dei templi di cui costituivano la sezione più sacra e preziosa. In epoca greco-romana Toth venne identificato con Hermes, e quindi con Ermete Trimegisto (cioè “tre volte santo”), fondatore dell’ermetismo e ispiratore della gnosi. L’antica “Sede della Verità” egizia quindi divenne la “Sala di Hermes”, chiamata anche “Sala della Verità” o “Sala delle Rimembranze”, che similmente al suo antico modello egizio, dovrebbe contenere tutti i magici libri sacri scritti da Hermes in persona e che, secondo una tradizione, si troverebbe in una segreta camera sotterranea la cui galleria di ingresso sarebbe celata tra le zampe della Sfinge. Gli arabi in seguito assimilarono “Hermes il Copto”, che per loro era vissuto prima del Diluvio Universale, con Imhotep, il famoso architetto e medico del faraone Djoser durante la III dinastia, in seguito divinizzato dagli egizi, e anche con il medico greco Esculapio, il fondatore della scienza medica. In particolare gli alchimisti arabi ritenevano che Hermes fosse a conoscenza di come trasformare il piombo in oro e che lui in persona avesse inciso la celebre “Tabula Smaragdina”, cioè la “Tavola di Smeraldo”, che secondo loro contiene la chiave di tutti i segreti dell’universo e che è all’origine della sapienza e della conoscenza sacra. Nel “Livre” Hermes viene nominato tre volte, alla Descrizione § 7 (“chambre d’Hermès, fils de Qommos”) e § 220 (“dépôts de Hermès” e “couvent de Hermès, fils d’Hermès”).
[11] Questa antica tradizione del “Libro di Toth” occultato nella Piramide di Cheope, insieme al ritrovamento nelle piramidi della V dinastia dei “Testi delle Piramidi” incisi all’interno delle loro camere funerarie, indusse molti autori arabi medievali a tramandare che nelle piramidi fossero incisi nell’antica scrittura egizia tutte le verità che esistevano al mondo, tutte le scienze, le conoscenze, tutte le formule magiche e non, e la soluzione a tutti i misteri esistenti. Inoltre si riteneva che ci fosse scritto tutto il passato, il presente e il futuro del mondo, e persino che fosse accuratamente descritto l’universo intero.
[12] Durante il Nuovo Regno, un grande cultore dei libri sacri e soprattutto magici, oltre che grande sacerdote di Ptah, grande architetto reale e restauratore della necropoli di Menfi, fu il principe Khamwasete, quarto figlio di Ramsete II, che curò personalmente la biblioteca reale, la cosiddetta “Casa dei Libri”, che si trovava all’interno della “Sede della Verità” di Menfi, allora la massima sede del sapere egizio. In un papiro demotico si racconta come Khamwasete, che studiava con grande impegno tutte le iscrizioni delle tombe e dei monumenti della necropoli menfita, entrò un giorno nella tomba del principe Ni-noferka-Ptah, figlio del faraone Mer-neb-Ptah, dove sapeva che si trovava una copia del perduto “Libro di Toth”, il più grande dei libri magici dove “sono scritte tutte le formule per incantare il cielo, la terra, l’Ade, le montagne, le acque e che ti consentono di capire tutto ciò che si dicono gli uccelli del cielo, gli animali della terra e i pesci delle profondità marine, mentre la potenza divina aleggerà sopra di loro. Se pronuncerai un’altra formula, mentre ti trovi nel regno dei morti, risorgerai e tornerai in vita, e allora vedrai Râ, il Dio del Sole comparire nel firmamento, lo vedrai apparire in mezzo alla Cerchia degli Dei e vedrai la luna sorgere nella forma che avrà quel giorno stesso”. Ma, per quanto Khamwasete cercasse dappertutto nella tomba, non riusciva a trovare il libro agognato, allora pronunciò una formula magica che fece risplendere il libro, così potè vedere che esso era legato all’anima di Ni-noferka-Ptah. Khamwasete voleva impossessarsi del prezioso libro ad ogni costo, anche con la forza, e questo nonostante l’anima di Ni-noferka-Ptah lo mettesse più volte in guardia sulla maledizione che possedeva quel libro, maledizione che aveva perseguitato lui e la sua famiglia portandoli fino alla morte, e una tremenda sfortuna avrebbe colpito anche colui che se ne fosse in qualsiasi modo impossessato. (...) Visto che Khamwasete non voleva desistere, anche se messo in guardia sui poteri malefici del libro, Ni-noferka-Ptah gli disse che se fosse riuscito a sconfiggerlo agli scacchi, avrebbe potuto prendersi il libro. Khamwasete perse tutte e tre le partite contro l’anima, ma tanto era il desiderio di avere e leggere il libro che Khamwasete lo rubò ugualmente, strappandolo dalle mani dell’anima di Ni-noferka-Ptah. Khamwasete uscì così dalla tomba tenendo il libro sacro: “lo precedeva la luce e lo seguiva la notte”. Egli non si stancava mai di leggere il libro sacro e un giorno, mentre si trovava presso il tempio di Ptah, di cui era il gran sacerdote, vide una bellissima donna, di nome Tabubu, e se ne innamorò perdutamente, tanto da perdere immediatamente i sensi. Ripresosi, Khamwasete desiderò a ogni costo di passare la notte con lei e a questo fine le offrì dieci pezzi d’oro. Tabubu fece finta di accettare la proposta, ma dichiarò che, essendo la sacerdotessa di Bastet, ella era una donna consacrata ed era obbligata a passare la notte nel suo tempio e dimora, che era la “Casa di Bastet”, la dea dell’amore. Lì giunto, Khamwasete chiese a Tabubu di passare la notte con lei, ma Tabubu gli disse che se voleva questo doveva cedergli tutti i suoi beni, e Khamwasete accettò e, chiamato uno scriba, firmò la cessione di tutto quello che possedeva. Ma questo non bastava a Tabubu, e gli chiese per amore suo di uccidere tutti i suoi figli, nel timore che questi l’accusassero di aver estorto con la forza dell’amore al loro padre la cessione dei beni e così Khamwasete, accecato dall’amore, diede immediatamente ordine di compiere questo terribile gesto. Ma quando finalmente Khamwasete si sdraiò a fianco di Tabubu si sentì mancare e svenne. Quando ritornò in sé, Tabubu era scomparsa, ma davanti a Khamwasete c’era invece suo padre, il faraone Ramsete II che si fece raccontare tutto quello che era successo e gli disse: “ora torna pure a Menfi dai tuoi figli, poiché essi sono tutti vivi”. Tornato a Menfi e dopo aver riabbracciato i suoi figli sani e salvi, il faraone disse a Khamwasete di riportare immediatamente nella tomba di Ni-nofreka-Ra il libro magico, che era la causa della sventura che gli era successa e che se non avesse fatto ciò, sarebbe sicuramente stato ucciso. Allora Khamwasete tornò mestamente nella tomba pronto a farsi perdonare dal defunto e vide l’anima di Ni-nofreka-Ra che se la rideva e che gli disse: “Hai visto, cosa ti avevo detto?”. Khamwasete fece allora in modo che la tomba fosse innondata dai raggi di Râ e benedisse l’anima di Ni-nofreka-Ra restituendogli il libro magico. (...) Inoltre, su richiesta dell’anima, si recò a Copto e riportò nella tomba le mummie della moglie e del figlio di Ni-nofreka-Ra, e richiuse la tomba. Fu così che il “Libro di Toth” venne alla fine restituito al legittimo proprietario che tornò a riposare in pace nella sua tomba e che il principe Khamwasete ebbe salva la vita.
[13] In effetti, quando abbandonarono l’Egitto, i romani depositarono nella Cattedrale di Costantinopoli, la Santa Sofia, molti tesori depredati nella terra egiziana, fra cui quelli cospicui trovati da loro nel Tempio di Philae, e con tutta probabilità lì depositarono anche molti testi e papiri egizi antichi che si erano portati con loro. Tutti questi tesori caddero in mano araba dopo la conquista di Costantinopoli e da allora non se ne seppe più nulla.
[14] Gli afrit sono degli spiriti, dei geni, dei fantasmi e anche dei demoni, ma gli arabi egiziani, che sia per natura sia per cultura e per tradizione sono profondamente superstiziosi, credono all’esistenza, oltre agli afrit comuni, di altri tipi di fantasmi, geni e entità spirituali e non, come i jinn o jenun che normalmente si manifestano con i turbinii, mulinelli o vortici di sabbia e sono specializzati a far perdere ai malcapitati la strada nel deserto, o anche di reincarnazioni soprannaturali, con caratteristiche e poteri molto differenti fra loro. Gli afrit secondo gli arabi potevano essere entità sia di sesso maschili che femminili e possono essere di natura buona, come lo “spirito (o angelo) protettore”, lo “spirito (o angelo) guida”, lo “spirito (o angelo) di famiglia”, o lo “spirito (o demone) guardiano della casa”, che certamente deriva dall’antico spirito-demone greco-copto guardiano nonché protettore della casa, chiamato Agathodaimon, che gli arabi credevano fosse sepolto nella più grande delle piramidi di Giza e mentre nella seconda ritenevano fosse sepolto il grande Ermete Trimegisto, oppure potevano avere una nattura cattiva, o addirittura malvagia, come sono solitamente tutti gli afrit che proteggono e sorvegliano le tombe, i templi e le piramidi egizie (per i fantasmi degli antichi egizi si veda anche la Nota 12 qui sopra).
Ai tempi di Harding King, all’inizio degli anni ’20, esisteva in ogni villaggio un “Sheikh el-afrit”, che era una specie di mago che sapeva come comandare gli spiriti, un personaggio a cui si rivolgevano tutti i cittadini perseguitati dagli spiriti o che desideravano conoscere il loro destino. Uno di questi maghi spiegò a Harding King che al fine di non inimicarsi gli spiriti era della massima importanza utilizzare per le fumigazioni il giusto tipo d’incenso e la giusta qualità, e che se si sbagliava l’incenso l’afrit poteva arrabbiarsi molto e addirittura poteva uccidere il mago che lo invocava. Gli afrit potevano essere sia maschi che femmine, e forse anche un po’ di tendenza gay. Per esempio, a Qasr Dakhla c’era un giovane che veniva sempre consultato dai locali quando volevano ritrovare qualcosa che avevano perduto, oppure che volevano informazioni su tesori o volevano previsioni sul loro destino futuro. Il ragazzo era in comunicazione con una afrit femmina, che spesso compariva durante la notte. Egli sapeva sempre quando lo spirito di lei stava arrivando e prima cadeva in trance per uno o due giorni e dopo la visita dell’afrit il giovane restava in uno stato di chiaroveggenza per alcune ore. E’ durante questo stato di trance che la gente gli faceva le domande, e normalmente egli rispondeva con previsioni che in seguito si rivelavano sempre esatte. Inoltre il medico copto di Dakhla raccontò a Harding King che un giorno gli fu chiesto di visitare la moglie di un ben noto “Sheikh el-afrit” che viveva a Zeitun, vicino al Cairo. Lei si lamentò col dottore dicendo che il marito la trascurava in favore di un afrit maschio, che era lo spirito della sua famiglia, e con cui era uso intrattenersi tutto il giorno. Il dottore incontrò quindi il marito, un arabo maghrebino di nome ‘Abd ul-Atif, e lo prese in giro sulla storia dell’afrit, e gli chiese di predirgli tramite lo spirito qualcosa che desiderava sapere. ‘Abd ul-Atif gli promise di farlo, se il dottore fosse tornato dopo qualche giorno portando un giovane con lui. Il medico scelse allora un ragazzo che conosceva e con lui tornò alla casa del mago. Lo Sheikh el-afrit si sedette allora su un divano e fece sedere il giovane in un altro divano posto di fronte a lui. Poi egli si sedette più distane, nell’altro lato della stanza, dove cominciò a battere ritmicamente il pavimento col suo bastone. Improvvisamente il giovane si assopì e dopo pochi minuti emise un grido e svenne cadendo sul pavimento. Il dottore si precipitò per soccorrere il giovane, si accorse che stava asfissiando e che il ragazzo presto sarebbe morto. Ma il mago lo rassicurò che il giovane non correva alcun pericolo, e gli disse di interrogarlo sulla questione che stava a cuore al medico nella lingua che preferiva. Il dottore lo interrogò allora in inglese, dato che sapeva che il giovane non conosceva quella lingua. Ma effettivamente il ragazzo gli rispose in inglese e gli diede tutte le informazioni che il medico desiderava, informazioni che in seguito si rivelarono esatte. Subito dopo il giovane tornò in se, ma restò ammalato per un mese.
In un’altra occasione Harding King assistette, sempre grazie al suddetto dottore copto di Dakhla, a un mandal, che é una performance di chiaroveggenza magica. Un giorno il medico e un Sheikh al-afrit, un seguace della Senussia che portava in una mano un bastone e un rosario nell’altra, si recarono insieme presso l’abitazione dell’esploratore. Il senusso salì le scale mormorando delle parole che Harding King pensò fossero degli incantesimi. Giunto nella stanza, il mago per praticare la sua performance di chiaroveggenza chiese la presenza di un giovane che gli venne subito procurato. Egli chiese inoltre di procurargli un braciere con del carbone acceso, dei fogli di carta e dell’inchiostro. Dopo aver fatto chiudere porta e persiane, si sedette su una pelle nera di pecora nell’angolo più buio della sala col braciere davanti a lui che mandava una luce spettrale e chiese di essere lasciato solo per poter compiere le necessarie cerimonie preliminari. Poco dopo si sparse nella casa un penetrante profumo d’incenso e si udì un mormorio, come se il mago stesse invocando degli spiriti, e quindi si capì che il personaggio si era messo al lavoro. Dopo che si erano svolte le sue invocazioni per molte decine di minuti, il mago ci fece entrare nella stanza dicendo che ora era pronto e disse al ragazzo di sedersi davanti a lui e si mise a recitare delle preghiere. Poi con l’inchiostro disegnò un sigillo magico sul palmo della mano destra del giovane, quindi pose sulla sua fronte un foglietto scritto leccandolo in modo che aderisse sulla pelle. Poi mise al centro di un diagramma magico che aveva disegnato una grande macchia circolare di inchiostro e disse al giovane di fissare la macchia. Proseguì quindi a recitare i suoi incantamenti, fra cui si udirono pronunciare distintamente più volte le parole Maimun e afrit, e subito dopo cominciò a sudare copiosamente in viso e di tanto in tanto buttava dell’incenso e dei profumi nel braciere mentre osservava attentamente se il ragazzo fosse influenzato dalle sue arti magiche. Ma ciò apparentemente non stava succedendo, allora il mago disse al giovane di ripetere la parola ataro e di dire cosa vedeva nella macchia d’inchiostro. Ma il giovane non riusciva a vederci niente dentro, e così l’esperimento si rivelò un completo fallimento. Ciò nonostante Harding King convinse in seguito lo stesso mago di mettergli per iscritto le formule degli incantesimi richiesti per le sue performance magiche. La traduzione dell’invocazione magica che egli scrisse era questa: “Discendete adesso oh Spiriti Celestiali , così che egli possa vedervi qui con i suoi propri occhi e che egli possa parlarvi con la sua stessa bocca e possa porvi le domande che desidera. Discendete velocemente, senza attendere, in questo preciso minuto. Io vi invoco nel nome di Salomone, nel nome di Allah clemente e condiscendente, affinché obbediate e vi sottomettiate ai miei ordini per amore di Allah. Zaagra zagiran zaafran hafayan nakeb, Zaagra Zagiran Zaafran hafayan nkeb, zaagra zagiran zaafran hafayan nakeb”. Questa formula magica doveva essere ripetuta più volte intervallate dall’invocazione “Maimun”, che era presumibilmente il nome del suo spirito di famiglia, e di altri nomi di spiriti. L’intera procedura era abbastanza impressionante, e probabilmente era fatta per fare colpo sia sugli spettatori sia sul medium del mago. Inoltre egli disse a Harding King che se l’invocazione avesse avuto l’effetto desiderato, e se egli fosse riuscito a tenere gli spiriti convocati sotto il suo controllo, avrebbe poi dovuto pronunciare un’altra formula magica, che egli chiamò “saraf”, per poterli liberare. Questa formula diceva: “Nel nome di Allah che vi ha inviato e sottoposto ai miei voleri, io vi prego, oh spiriti, di tornare indietro da dove siete venuti. Io prego Allah di proteggervi per sempre a fare del bene e di soddisfare tutto quello che vi è richiesto”.
Più avanti Harding King assistette a Luxor a un’altra performance magica, che questa volta ebbe maggiore successo. La dawa, o invocazione magica, era molto simile a quella svolta dal mago di Dakhla, ma questa volta lo Sheikh el-afrit non tentò di impressionare gli astanti e svolse tutta la procedura in maniera noncurante, e il ragazzo sembrava solo infastidito e impaziente di tornare a giocare. Quando il mago finì di recitare l’incantesimo gli chiese di dire cosa vedeva nella macchia di inchiostro. Il giovane rispose che vedeva una scopa pulire un pavimento. Allora il mago gli disse che, quando la scopa avesse finito di pulire, egli avrebbe dovuto dire “a loro” (probabilmente agli spiriti) di piantare una tenda. Dopo un breve intervallo, durante il quale il ragazzo osservava attentamente la macchia d’inchiostro, egli disse che la tenda era stata piantata. Il mago gli disse quindi di comandare agli spiriti di mettere nella tenda sette sedie. Quando il giovane disse che questo era stato fatto, il mago gli disse di far chiamare dagli spiriti i sette re. Poco dopo il ragazzo dichiarò che i re erano arrivati e si erano seduti sulle sette sedie. Poi il mago chiese a Harding King cosa voleva sapere e l’esploratore gli rispose che desiderava che il giovane gli dicesse cosa stava pensando in quel momento, mentre si concentrava a ricordare la figura di un giovane tuareg che una volta aveva incontrato nel deserto. Il ragazzo guardò attentamente per un po’ di tempo nella macchia di inchiostro e rispose che vedeva una donna. Harding King gli chiese allora se la donna era velata, e il giovane rispose che lo era. Quindi gli chiese di descrivergli il velo, e il ragazzo rispose che il velo era nero e che esso era diviso in due parti, una copriva la parte più bassa del viso e l’altra la parte superiore. Questo era giusto, infatti il tuareg che l’esploratore aveva incontrato portava un litham, il velo tradizionale portato dalla sua etnia, che consisteva in una lunga striscia di cotone nero avvolta due volte intorno alla sua testa, la parte inferiore copriva il suo viso fino all’altezza dei suoi occhi mentre la parte superiore copriva la sua fronte, lasciando solo una stretta apertura all’altezza degli occhi. Harding King chiese allora al giovane se poteva vedere i capelli della donna, e passò molto tempo prima che gli rispondesse. Quindi gli rispose con voce un po’ titubante che riusciva solo a vederli spuntare dalla cima della sua testa. Anche questo si rivelò esatto, poiché in effetti l’esploratore ricordava bene che i capelli spuntavano solo dalla cima del litham indossato dal tuareg. Questo era ancora più notevole, poiché era nota l’abitudine per le donne musulmane coprire accuratamente tutti i propri capelli che non potevano essere visti neppure dal loro stesso padre. Poi Harding King chiese al giovane se l’uomo portava delle armi, mentre pensava a un curioso lungo pugnale che il tuareg portava legato al suo avambraccio sinistro, lui gli rispose che portava una spada e anche questo era abbastanza giusto. Gli chiese quindi di dire cosa facesse con quell’arma, e il ragazzo rispose, anche se in maniera un po’ titubante, che riusciva a vedere una spada sguainata e che l’uomo la teneva con la sua mano sinistra. Poché la mano sinistra è considerata impura da tutti i musulmani, questa affermazione era evidentemente errata, ma d’altronde era corretta la relazione col braccio sinistro, dove il tuareg portava il pugnale, oppure che il ragazzo stesse vedendo l’immagine dell’uomo a rovescio, come se guardasse in uno specchio. Tutto sommato l’unica cosa che non corrispondeva era che il tuareg portava un coltello, mentre il giovane affermava di vedere una spada. A questo punto della seduta un altro astante volle fare al ragazzo delle domande stupide, costringendolo a sollevare lo sguardo dalla macchia di inchiostro per rispondergli, e di conseguenza il mago affermò che sarebbe stato inutile continuare perché l’incantesimo si era interrotto. Harding King dopo questa esperienza ne concluse che questo tipo di chiaroveggenza, cioè la lettura del pensiero, era molto diffuso nel mondo arabo e che in un’inspiegabile maniera in effetti essa funzionava, dando delle risposte esatte al di fuori di ogni possibile collusione o inganno tra l’assistente e il medium. Inoltre questo tipo di performance magica era utilizzata non solo per la lettura del pensiero, come nel caso appena descritto, ma anche per altri fini, come il ritrovare oggetti smarriti e persino la ricerca dei tesori nascosti, e gli arabi assicurano che quasi sempre questi mandal, se correttamente eseguiti, ottengono l’effetto desiderato. Harding King conclude affermando che, in alternativa alla macchia di inchiostro, gli fu detto che si poteva utilizzare anche un piccolo specchio, un bicchiere d’acqua o una bacinella con dell’olio.
[15] Gli arabi credono all’esistenza di molti demoni terrificanti sia come esseri soprannaturali, sia come reincarnazioni diaboliche, come ad esempio i ghul, che sono ritenuti essere dei terribili demoni cannibali e divoratori di cadaveri che possono cambiare aspetto a loro piacimento o prendere la forma di animali, soprattutto della iena. Questi ultimi potrebbero aver origine nella credenza dell’esistenza degli zombi, cioé dei cosiddetti “morti viventi” cannibali e divoratori di uomini che potevano essere fermati e uccisi solo con la loro decapitazione. La loro presenza sembra sia attestata già nell’antico Egitto sin dall’epoca predinastica, e che, secondo alcuni studiosi, giustificherebbe sia la frequente presenza nelle necropoli egizie di inumazioni con scheletri privi del loro teschio, partcolarmente abbondanti nel sito di Hierakonpolis, sia le numerose rappresentazioni nelle tombe di personaggi decapitati. Si veda a questo proposito: http://www.archaeology.org/online/features/hierakonpolis/zombies.html e http://www.archaeology.org/online/interviews/zombies/
[16] La storia della vasta famiglia delle “Maledizione della Mummia”, in cui la più famosa manifestazione è la cosiddetta “Maledizione di Tutankhamon”, nacque in Inghilterra ai primi del 1820 col libro di Jane Loudon Webb intitolato "The Mummy", creando un filone di romanzi horror che ha avuto e ha tuttora molto seguito con, per esempio, una fortunara serie di film dedicati a una mummia che non può morire. Sull’argomento della “maledizione della mummia” si sono spesi fiumi di inchiostro, ma ovviamente qui non è in discussione la veridicità o meno dell’esistenza di questa cosiddetta maledizione, ma piuttosto la circostanza che la stragrande maggioranza degli arabi egiziani erano, e ne sono anche attualmente, profondamente convinti della sua esistenza. Riguardo poi al fatto che molti personaggi furono perseguitati in vita da questa forma di ossessione basterà riferirsi, come esempio, a quanto racconta Ardito Desio nel suo “Le vie della sete” (1950, Milano: Ulrico Hoepli Ed.) e dal diario di Giuseppe Ferlini, riportato in “La Regina di Meroe” a cura di Mario Pincherle (1985, Ancona: Filelfo). In particolare Ferlini fu ossessionato per tutta la vita da una figura barbuta, che probabilmente ritraeva il dio egizio Bes, uguale a quella ritratta in un bacile che trovò e asportò dal tesoro della piramide di Meroe, che gli appariva continuamente nel sonno e che gli imponeva di riportare il tesoro da dove l’aveva trafugato. Il fantasma smise di ossessionarlo solo quando Ferlini vendette il suo tesoro, compreso il bacile, al principe Ludwig II.
[17] Si veda descrizione e fonti in: Sauneron S., 1983. “Villes et légendes d’Égypte” Caire: IFAO, pagg. 151-158 e 166-170.
[18] Sebbene l’edizione di entrambi i volumi sia chiaramente datata 1907, la prefazione di Ahmed Kamal Bey stranamente riporta in calce “Caire, 17 février 1908”: un altro “mistero” del “Livre”?
[19] El-Daly segnala altri quattro manoscritti similari presso la collezione araba della Biblioteca Nazionale di Parigi, catalogati come “MS Arabe 2763a, 2764, 2765 e 2767”, la compilazione di quest’ultimo manoscritto risale almeno al XVII secolo. I titoli sono: “Il desiderio finale di scoprire i preziosi tesori nascosti”, che contiene anche alcuni disegni e schizzi per meglio illustrare le tombe, i templi e i luoghi da ricercare, un altro intitolato semplicemente “Indicatore dei tesori”. Nella prefazione del “Livre”, alla pag. VI, sono inoltre elencati altri manoscritti su questo argomento sempre della Biblioteca Nazionale di Parigi, catalogati come “MS Arabe 2767, 2357 n° 2 e 2602 n° 10”.
[20] E’ necessario notare come alcuni capitoli del “Livre” riportati da Harding King differiscano anche notevolmente dalla versione tradotta da Kamal Bey, nonostante che la fonte riportata da Harding King sia lo stesso manoscritto possesso di Johnson Pasha che in seguito lo donò alla biblioteca del Museo del Cairo.
[21] Questi alfabeti e queste iscrizioni “misteriche” sono anche presenti graffite sull’arenaria in diverse località egiziane e in particolare nei deserti a est e a ovest del Nilo. Si veda per esempio: Petrie F.W.M., 1912. The formation of the alphabet. B.S.A.E. Studies 3. London: MacMillan & Co and Bernard Quarrich; Bates O., 1914. The Eastern Libyans; an essay. London: MacMillan & Co. (reprinted 1970, London: Frank Cass & Co.); Harding King W.J., 1925: 326-336; Fakhry A., 1974. The Oases of Egypt; Volume II: Bahariyah and Farafra Oases. Cairo: The American University Press; Monod Th, 1993. Sur quelques inscriptions sahariennes n’appatenant pas ni à l’écriture arabe, ni à l’alphabet tifinagh. In: G. Callegari (ed.), L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni, Mem. Soc. It. di Sci. Nat., Vol. XXVI, Fasc. II: 381-386; Lemaire A. et G. Negro 2000. Inscription araméenne dans l’abri du Wadi Sura et nord-arabique à l’oasis de Baharieh (Egypte) ? Sahara, 12: 170-171; Negro G., 2001-2002. Some “Cabalistic” inscriptions around the Great Pyramid’s original entrance. Dating the most ancient Libyco-Berber inscriptions. Sahara, 13: 148-165; El-Daly O., 2005 (op. citata); Pichler W. and G. Negro, 2005. The Lybico-Berber inscriptions in the Selima Oasis. Sahara, 16: 173-178.
[22] Quindi probabilmente si tratta del dio Min o di Pan, che in epoca greco-romana era il dio protettore del Deserto Orientale egiziano che faceva crescere la vegetazione e quindi donava la vita a quel deserto.
[23] E’ molto probabile che questo campo pieno di angurie, cetrioli e zucche sia ispirato ai cosiddetti “meloni di pietra”, cioè delle concrezioni sferoidali e ovoidali di arenaria quarzitica che si trovano in molte zone del Deserto Occidentale egiziano, come per esempio nella regione di Bahariya e che sono distribuiti in maniera regolare, come se in effetti fossero stati un tempo coltivati in un campo. E’ anche rilevante notare come i locali tuttora credano che alcuni di questi “meloni” celino al loro interno delle ricchezze e spesso li rompano con degli attrezzi pesanti al fine di cercarne al loro interno dei tesori.
[24] Sembrerebbe più verosimilmente che il significato metaforico dei due oggetti sepolti sia piuttosto che nel libro ci sia scritto dove si trova la via per raggiungere Zerzura, ma lo specchio sta a indicare che la si sta cercando proprio nella direzione opposta.
[25] Questa antica pista che partiva da Mut (Dakhla) con andamento di circa 250° fino ai piedi della scarpata orientale del Gilf Kebir, dove se ne perdono le tracce, è attualmente nota come “Abu Ballas Trail”, o col suo acronimo “ABT”. Il sito di Abu Ballas, che in arabo significa il “Padre delle Giare” dal nome che gli diede il principe esploratore Kemal el-Din, è una collina nel Deserto Occidentale egiziano scoperta da John Ball nel 1917 che è situata a circa 1/3 del percorso che partendo da Mut (Dakhla) porta probabilmente fino a Cufra. Alla sua base fu trovato un grande deposito di giare, oltre 300, ciascuna con una capienza di oltre 50 l, datate per la maggior parte all’Antico Regno. Quindi con tutta evidenza si trattava di un importante punto di transito per le carovane di asini dell’antico Egitto dove si rifornivano di acqua e di viveri, predisposti in precedenza, per poter poi proseguire la difficile traversata del deserto. Dai numerosi insediamenti (oltre 30) e dai reperti recentementi trovati lungo il tracciato dell’ABT, si evidenzia che essa fu frequentata fin dall’Antico Regno, poi nel Medio e Nuovo Regno, e in seguito anche durante l’epoca persiana, fino all’epoca greco-romana. Con tutta probabilità un ramo dell’ABT arrivava fino al gruppo delle oasi di Cufra, mentre un secondo ramo raggiungeva il Jebel Uweinat, dove ci sono più punti d’acqua, e probabilmente oltre, forse fino alle distanti regioni dell’Erdi-Ennedi situate nel nord del Ciad..
Per riferimenti e descrizione dell’ABT si veda:
http://www.uni-koeln.de/sfb389/ (Project E3); http://www.britishmuseum.org/pdf/Foerster.pdf; http://www.uni-koeln.de/sfb389/a/a1/download/acacia%20A1-E3_report%202006-1.pdf; http://www.carlo-bergmann.de;
http://www.fjexpeditions.com/frameset/ancientroute.htm
Ball J., 1927. Problems of the Libyan Desert. Geog. Jal, 70: 21-38, 105-128 e 209-224; Kemal el-Din Hussein, 1928. L’exploration du Désert Libyque. La Geographie, 50: 171-183 et 320-336; Harding King W.J., 1925 (op. citata); Almasy L.E., 1936; 1942 (op. citate); Sers J.-F., 1994 (op. citata); Monod Th. et E. Diemer, 2000 (op. citata); Bubenzer O., A. Bolten and F. Darius (eds), 2007. Atlas of cultural and Environmental Change in Arid Africa. Africa Praehistorica 21. Köln: Heinrich-Barth-Institut; Clayton J., A. De Trafford and M. Borda, 2008. A Hieroglyphic Inscription found at Jebel Uweinat mentioning Yam and Tekhebet. Sahara, 19: 129-134.
[26] Nel sommario del “Livre”, alle pagg. 249-251, si trova anche un ”Indice III – Nomi dei geni”, dove sono elencati ben 313 nomi di differenti geni. “313” è evidentemente un altro numero magico.
[27] Alcune di esse sono sostanze misteriose e di natura incerta, come le seguenti:
Agalloche, Arondo-donax, Asclépias gigantia, Bdellium, Boue de la sagesse, Cantarious, Carbion, Castor, Cumin Carmani, Cumin chypriote, Ecorce de ban, Ecorce de lebakh, Elixir empoisonné, Elixir de cocombres, Elixir philosophal, Emerald Zabani, Essence de ban, Extrait de ban, Feuilles de nébac, Feuilles de jujubier napàca, Goudron Barqui, Huile philosophale, Jujubier napéca, Karos, Lebakh, Libanos, Libanos male, Miron, Pierre appelée Ilaïtam, Pin mahlab, Sarcocolle sec, Stagonias, Styrax, Vitis.
Altre sono sostanze molto bizzarre e di apparenza per così dire “stregonesca”, che sembrano molto più adatte a preparare pozioni magiche di fatucchiere piuttosto che fumigazioni, quali:
Arêtes de torpille, Assa foetida, Bois de la vraie Croix, Bosse de chameaux, Boue de la sagesse ou philosophale, Bouse de vache, Briques pétrifiées, Cheveux de nègre, Cheveux di fille de coleur chàtain, Cheveux de fille rousse ayant les yeux grisâtres, Cœur de chat noir, Cœur de onagre, Côte de huppe, Cràne de baleine, Crocs de vipère, Dent de serpent, Ecaille de tortue, Ecaille de vipère, Fard pour les cils, Graisse humaine fondue, Griffes de coq blanc tacheté de bleu, Griffes et yeux de huppe, Limaille de corne de buffle, Mastic male, Ongles de cynocéphale, Ongles de huppe, Peau de serpent, Piquants de hérisson, Plumes d’aigle, Plumes d’autruche, Plumes de huppe, Plumes de milan, Poil d’àne noir et blanc, Poil de chameau, Poil de chameau blanc, Poil de chameau domestique, Poil de chat, Poil de chevreu, Poil de gazelle, Poil de gazelle male, Poil de guépard male, Poil de hérisson, Poil d’homme, Poil d’homme noir, Poil de jument, Poil de lion, Poil de lion rouge, Poil de nègre, Poil d’ours, Poil de panthère, Rhinocéros monocorne, Rognure de sabots d’un baudel sauvage, Sang de dragon, Sanguine broyée, Soie de porc, Teinture de cheveux en noir, Tète de porc, Tibia de huppe, Tige de rue.
Stupisce la citazione dell’onagro, poiché in Africa questo asino selvatico, o ermione, è estinto da molto tempo, a quanto se ne sa sino dalla preistoria: di questo animale esistono solo alcune rare rappresentazioni nell’arte rupestre sahariana risalenti probabilmente al Neolitico. A meno che per “onagro” si voglia intendere la zebra.
[28] Nelle Descrizioni il “Livre” enumera un totale di ben 416 luoghi, toponimi e località diverse.
[1] W.J. Harding King, fu un esploratore inglese che dedicò gran parte della sua vita alla ricerca della mitica oasi di Zerzura. Nel suo libro “Mysteries of the Libyan Desert”, pubblicato nel 1925, riferisce che un anziano abitante di Dakhla gli riferì che quando Gerard Rohlfs, o come lo pronunciò lui “Ro-hol-fus”, visitò l’oasi nel 1874 era in possesso di un “libro dei tesori”. L’esploratore tedesco si recò alle rovine del tempio di Der el-Hagar (il “Convento di Pietra”) per compiervi degli scavi in cerca di tesori. Impiegò a tal fine un gran numero di uomini, ma il tesoro era sorvegliato da un afrit (uno spirito, un genio o un fantasma) e di conseguenza per molto tempo egli non riuscì a trovarlo, diventando estremamente irritato e scontento. Alla fine, un giorno egli mandò tutti fuori dal tempio, eccetto un negro che prese con lui. Gli altri uomini uscirono e si sedettero per terra aspettando degli sviluppi, dato che essi erano a conoscenza del fatto che Rohlfs aveva intenzione di scrivere un talismano o che avrebbe fatto qualcosa di simile per ingraziarsi l’afrit. Per molto tempo non accadde nulla, poi udirono delle grida che invocavano aiuto, seguite da forti urla provenienti dal tempio, che facevano raggelare il sangue. Pensarono quindi che il talismano stava funzionando e credettero che l’afrit stesse reagendo violentemente contro di esso. Passò dell’altro tempo, poi si udì un suono scoppiettante, seguito da un denso fumo nero che si alzava dal tempio. Il crepitio e il fumo continuarono per parecchio tempo, e poi Rohlfs apparve dal tempio con un aspetto sorridente e soddisfatto, annunciando che egli aveva finalmente trovato il tesoro e invitando gli altri a venire a vederlo. Tutti si precipitarono dentro e videro che egli aveva scoperto l’ingresso della stanza del tesoro che era una botola che celava dei gradini che portavano giù fino a una cripta piena d’oro, d’argento, diamanti e di ogni sorta di tesori, e Rohlfs era visibilmente molto soddisfatto. Poi cercarno il negro, ma non riuscirono a trovarlo. Alla fine uno di loro vide, in un’altra parte del tempio, le braci ancora accese di un enorme fuoco e scoprì che in mezzo a esse c’erano un teschio e delle ossa: il negro era stato sacrificato da Rohlfs per propiziarsi l’afrit. Molti degli uomini presenti erano d’accordo con questo racconto, ma nessuno di loro, sebbene vivessero a Qasr Dakhla, era stato personalmente presente all’avvenimento, ma tutti concordavano con questa storia, e tutti nell’oasi ne erano al corrente. Nessuno sapeva bene che fine avesse fatto il tesoro, ma Rohlfs aveva una grande carovana con lui, e tutti i cammelli erano ben carichi quando partì, così tutti erano convinti che egli se lo portò via tutto con lui. Tutto ciò mi fu raccontato con la più grande solennità, e con i più piccoli dettagli, e tutti erano fermamente convinti della veridicità del racconto. Inoltre ciò era successo vicino al loro villaggio, e la maggior parte di loro non solo era allora vivente, ma molti erano già giovani, e non più dei bambini. Però nessuno di loro sembrava condannare Rohlfs per il sacrificio che aveva compiuto, anzi tutti sembravano pensare che aveva fatto la cosa più opportuna per sconfiggere il suo afrit.
[1] Le “Avventure di Antar” (Norris H.T., 1980. The Adventures of Antar. Warminster: Aris & Phillips) sono raccolte in un romanzo epico arabo il cui protagonista è Antar Ibn Shaddad, un eroico cavaliere beduino le cui gesta si svolgono in Yemen, Persia, Nordafrica e nella Spagna dei Mori. Il libro fu redatto tra il 1080 e il 1400, ma la sua ispirazione e la figura di Antar è molto precedente e probabilmente risale all’epoca della prima crociata.
[1] Wabar (o Ubar) la "Città dalle Colonne" era ed è la più favolosa tra le città perdute dell’antica Arabia preislamica, ricordata dal Corano col nome di “Iram (o Irem) dalle colonne”, identificabile probabilmente con le rovine nabatee di Mada’in Salih e Al-‘Ula in Arabia Saudita, per la sua grandiosità e la superbia dei suoi abitanti. Per questo, come Sodoma e Gomorra, fu distrutta da Dio e venne sepolta dalle sabbie che ne cancellarono per sempre le tracce, così che divenne “l’Atlantide del Deserto”, o “l’Atlantide delle Sabbie”, come la soprannominò Lawrence d’Arabia. Nel corso dei secoli, molti tentarono senza successo di riportarla alla luce, finché si cominciò a dubitare che fosse mai esistita. La cercò invano, fra gli altri, l’esploratore Bertram Thomas nella sua epica traversata dell’Empty Quarter del 1931. Poi negli anni ’80, Nicholas Clapp, in collaborazione con l’esploratore Ranulph Fiennes, si imbatté nella sua leggenda: "La ricerca di Ubar aveva un sapore da “Mille e una Notte”, era un groviglio di storie imbastite da studiosi e avventurieri. Ubar, ammesso che esistesse veramente, era ancora lì da scoprire, una città fantasma a cui si arrivava attraverso una strada che si perdeva nelle dune". E’ così che inizia la ricerca di Ubar-Wabar da parte di Nicholas Clapp. Curiosando tra antichi manoscritti dall’anno 1460, Clapp si accorse che un amanuense, copiando la mappa Tolemaica, aveva confuso l’87° meridiano con il 78°; ed infatti molti avevano cercato l’Omanum Emporium in un punto dove non c’era altro che deserto. Clapp poi, si rivolse alla NASA e con il suo massimo stupore, dopo aver spiegato la storia, venne subito accontentato. Ubar secondo le leggende era stata distrutta da Dio in persona, e in tutte le leggende si trova il profeta Hud che accusa il re e tutti i suoi concittadini di non avere fede in Dio. Hud prova a convertirli al monoteismo, perché se avessero continuato nella loro vita dissoluta, Dio li avrebbe distrutti. E così avvenne, condannando presso i musulmani il re e i figli di ‘Ad, insieme alla loro meravigliosa città, alla punizione, alla distruzione e alla dannazione eterna. L’importanza di questo profeta e dell’avvenimento narrato dal Corano è ancora viva tra tutti gli arabi e soprattutto tra le tribù yemenite, tant’è vero che una volta ogni anno si recano in pellegrinaggio presso la sua presunta tomba. Tornando alla storia di Clapp, dopo aver ricevuto i dati dalla NASA, decise insieme ad altre persone di organizzare una spedizione alla ricerca di Ubar. Nel 1991, approfondendo gli studi, Clapp scoprì che Ubar doveva essere stato il più grande centro per la raccolta e lo smistamento del prezioso olibano, l’incenso più pregiato. Grazie all’olibano era spiegata la ricchezza degli abitanti di Ubar: basti pensare che questo tipo di incenso era ricercatissimo in Grecia e a Roma per usi celebrativi e funerari e veniva considerato e pagato come fosse oro. L’olibano cresceva sui vicini monti del Dhofar al confine del Rub’ al-Khali, il deserto più assoluto di tutta la Penisola Araba. Ma allora, come poteva una città sopravvivere in mezzo a uno dei deserti più estesi del mondo? La risposta stava nel fatto che Ubar sorgeva nel luogo in cui oggi sorge Shisur; infatti Clapp e la sua squadra si accorsero che le torri dell’odierna città di Shisur erano costruite sopra delle strutture più antiche. E scavando, portarono alla luce la città scomparsa di Ubar in cui si raccoglieva il miglior olibano di tutto il mondo antico. Inoltre scoprirono che la fine della città fu dovuta allo smottamento del terreno causato dal ritiro della falda acquifera. Sulla costa c’era inoltre la città di Ain Humran che era molto simile ad Ubar per archittettura, per questo fu facile pensare che Ain Humran fosse un avamposto del popolo di ‘Ad sul mare, da cui veniva spedito l’incenso raccolto sui monti del Dhofar. Mentre da Ubar partivano e arrivavano migliaia di carovane che attraversavano il Rub’ al-Khali. Così finisce la leggenda di Ubar fondata nel 900 a.C. e distrutta per cause naturali nel 400 d.C. Nel Corano si parla direttamente del re ‘Ad, che era un discendente diretto di Noè, e del suo popolo che non volle sottomettersi al volere di Allah. Il Corano racconta che Dio per mezzo del suo profeta Hud aveva messo in guardia il re e i suoi sudditi miscredenti, ma che essi non vollero ubbidire alle ammonizioni di Dio e così per colpa sua la città su cui regnava e tutto il suo popolo furono distrutti da una “nuvola nera” portata da un vento impetuoso, sprofondandola nelle sabbie del deserto in cui sparì per sempre. Nel 1932 Harry St. John “Abdullah” Philby, più noto in seguito come “Philby d’Arabia”, trovò nel deserto del Rub’ al-Khali, nel sud-est dell’Arabia Saudita, una strana area dove coesistevano resti di vetro nero, frammenti di roccia bianca e frammenti di ferro. Il luogo era chiamato dagli arabi Al-Hadida (la cosa di ferro) ed era il sito leggendario della città di Wabar, dove si trovavano le cosiddette “Lacrime di Fatima”, delle perle di vetro nero naturale, che in effetti sono delle tectiti create dall’impatto di un meteorite sulla sabbia, fenomeno probabilmente molto simile alla creazione del silica glass (LDG o LDSG) del Deserto Libico. Philby scoprì in quella zona tre crateri nella sabbia provocati dell’impatto di un meteorite che evidentemente si spaccò in almeno tre parti e ne dedusse che la tradizione che Dio un giorno cancellò per sempre la città e la stirpe dei "Figli di 'Ad", facendo piombare dal cielo il "Martello di Dio", corrispondeva sostanzialmente alla verità. Uno di questi pezzi della meteorite di Wabar, pesante 2200 chili, fu trasportato a Riyadh, alla King Saud University, ed attualmente è esposto nella capitale dall’Arabia Saudita. Secondo la ricercatrice Elisabeth Thomsen anche la Kaaba, la sacra pietra nera oggetto di culto dei musulmani conservata a La Mecca, sarebbe un pezzo di impattite proveniente dalla distruzione di Ubar-Wabar. Così presso i beduini dei deserti della penisola araba recita ancora oggi la leggenda della distruzione di Ubar-Wabar: “Da Qariya il sole cade sulla città;/ Non biasimare la guida che oggi la cerca invano,/ perché è il Potere Divino che l’ha abbattuta,/ senza lasciare nè un grembiule di cotone nè un abito di seta”. Quindi anche secondo la tradizione araba Dio un giorno cancellò per sempre la stirpe dei "Figli di 'Ad" facendo piombare sulla superba città il “Martello di Dio”, cioé un meteorite che provocò un evento catastrofico. Evidentemente a questo avvenimento ci si riferisce nella Descrizione § 158 del “Livre” che si conclude con la frase: “Questo è il nacondiglio di Shaddad, figlio di ‘Ad” con ovviamente tutte le sue favolose ricchezze. La citazione è d’altronde molto simile a quella delle “Mille e una Notte”, dove il 996° racconto recita: “Questo è il tesoro di Shadaad, figlio di ‘Ad, fu lui che posò le fondamenta di Irem dalle molte colonne, e una cosa simile a questa non fu mai più fatta su tutta la terra”.
[1] Il vocabolo “copto” deriva dall’arabo qub, che a sua volta deriva dal greco aiguptus cioè “egiziano”. Il significato etimologico del termine si riferisce pertanto alle persone di origine egiziane autoctone, e quindi non solo a quelle che professano la religione cristiana copta. Dopo la conversione di gran parte del popolo di origine egiziana all’Islam, il termine copto iniziò a essere associato agli egiziani cristiani che non vollero unirsi in matrimonio agli arabi e che quindi non vollero diventare musulmani.
[1] Spesso gli autori arabi riportavano l’antica conoscenza dei copti riguardo ai loro predecessori come storie riferite da un non meglio identificato “Vecchio copto”. In effetti col termine “Vecchio copto” gli autori arabi volevano metaforicamente indicare una personaggio copto che possedeva ancora una profonda conoscenza della cultura e della storia degli antichi egizi, che erano a tutti gli effetti i suoi diretti antenati. Per esempio, Al-Jobry, un astrologo siriano, nella prima metà del XIII secolo incontrò nel monastero copto di Al-Bahnsa nel Medio Egitto un anziano monaco di nome Ashmonit, che conosceva i segreti degli antichi egizi e che sapeva ancorra tradurre e interpretare le antiche iscrizione geroglifiche.
[1] Ognuno dei 417 capitoli, o paragrafi, del “Livre” iniziava originariamente con la parola “Description”, seguita dal numero del capitolo e dal titolo. Kamal Bey nella traduzione in francese del “Livre” emendò la parola “Description”, sostituendola col simbolo § (cioé paragrafo), come è indicato dallo stesso Kamal nella Nota 1 a pag. 1. Per maggiore completezza in questo testo abbiamo mantenuto entrambe le denominazioni.
[1] Il re Salomone era considerato dagli arabi, oltre che un re giudaico, uno dei più grandi maghi noti. Harding King riferisce sull’impiego presso gli arabi e i copti delle cosiddette “Tavole di Re Salomone” a scopo divinatorio in congiunzione con lo zodiaco. Queste tavole sono scritte in caratteri copti e per mezzo di una chiave o di una pedina esse rispondono alle domande che si sottopongono, e gli arabi che le hanno utilizzate sostengono che le risposte si rivelano quasi sempre giuste.
[1] Purtroppo questa famoso mappamondo redatto per ordine da Al-Ma’moun non ci è pervenuto, ma abbiamo il testo arabo che l’accompagnava compilato da Al-Khuwarizmi e intitolato il “Libro della figura della Terra riguardo alle città, ai monti, ai mari, alle isole e ai fiumi” che conteneva un elenco con le coordinate tolemaiche di tutti i riferimenti geografici della carta. Non è chiaro quali fossero le fonti di Al-Khuwarizmi (ca. 780-850), oltre ovviamente al geografo e astronomo Claudio Tolomeo, ma la maggior parte delle sue coordinate tolemaiche sono straordinariamente corrette. E’ quindi evidente che ila famoso mappamondo d’argento fatto a Palermo da Al-Idrisi (m.1251) su ordine del re Ruggero II il Normanno fu ricavato dalla suddetta carta di Al-Khuwarizmi di cui evidentemente ne possedeva una copia.
[1] Dell’opera di interpretazione e traduzione della scrittura geroglifica di Jabir Ibn Hayan (metà del VII secolo-metà de VIII secolo), che fu un famoso alchimista sufi, abbiamo solo informazioni indirette sulla sua opera intorno a questo argomento, intitolata Hall Al-Rumuz wa Mafatih Al-Kunuz, poiché questo teso non ci è pervenuto. Sappiamo però dalle citazioni di altri autori posteriori, che questo autore conosceva diverse lingue e scritture antiche, e che fondò e sviluppò il concetto di una “filosofia delle lettere”, per cui la forma delle lettere stesse indicava la natura delle cose che descriveva e che di conseguenza le forme delle lettere erano di eguale importanza delle idee e del significato che esse denotano. In effetti questa intuizione si adatta molto bene alla scrittura geroglifica, dove dei simboli materiali e concreti rappresentano sia le parole che sono a esse relazionate, sia dei semplici suoni.
Di Ayub Ibn Maslama (prima metà del IX secolo), di cui ci è pervenuta solo l’opera a lui attribuita e intitolata Aqlam Al-Mutaqadimeen (MS 1024 in Al-Assad Library Damascus), sappiamo da Al-Idrisi che fu uno studioso egiziano con una profonda conoscenza del geroglifico e che tradusse per ordine di Al-Ma’moun in arabo molti antichi testi geroglifici che lui stesso copiò nell’area delle piramidi e nella necropoli di Giza. Purtroppo non sappiamo come fece e quale metodo utilizzò questo studioso per tradurre questi testi, ma secondo la testimonianza di Al-Idrisi, che era in possesso di un suo libro intitolato Al-Talismat Al-Kahiniya, cioé “Talismani dei Sacerdoti”, sappiamo che questo autore in effetti fece la traduzione di numerossime iscrizioni egizie.
Sappiamo poi che Dhu Al-Nun Al-Misri (m. ca. 860) interpretò diversi caratteri demotici identificandoli e traducendoli correttamente, inoltre nella sua opera Hall Al-Rumzi (MS Muallim Cevdet K 290, in Ataturk Kitapligi, Instanbul) mostra di conoscere profondamente la lingua copta e di saper tradurre correttamente la sua scrittura.
Inoltre sappiamo che il più famoso e attivo traduttore di testi egizi fu certamente Ibn Wahshiyah Al-Sufi (IX-X secolo), un erudito alchimista persiano che soggiornò molto a lungo in Egitto, frequentando l’allora famoso centro alchemico di Akhmim, e che scrisse molti libri sulla magia, statuaria, alchimia, medicina, fisica e soprattutto sulle scienze degli antichi egizi di cui era un profondo conoscitore. In particolare nel suo lavoro sull’antica scrittura egiziana intitolato Shauq Al-Mustaham (MS Arabe 6805, Bibliothèque Nationale de Paris) identifica correttamente diversi caratteri geroglifici, dando correttamente ai geroglifici anche un valore fonetico e identificando inoltre correttamente molti dei determinativi.
In seguito l’alchimista Mohammad Ibn Umail (X secolo) nel suo libro Al-Ma’ Al-Waraqi, un grande erudito e profondo studioso dell’antica cultura egizia, descrisse molti monumenti e raffigurazioni dei templi antichi, studiando particolarmente il pantheon delle divinità egizie e la simbologia a loro collegata.
Più tardi ancora Abu Al-Qasim Al-‘Iraqi (m. 1341), un altro alchimista originario dell’Iraq che però visse in Egitto, nei suoi due manoscritti alchemici Al-Aqalim Al-Sab’ah, cioé “Le sette sfere”, e Hall Al-Rumuz wa Fak Al-Aqlam (MS Add 25724 British Library e MS Arabe 2676, Bibliothèque Nationale de Paris), studiò molte antichità egiziane, poiché era convinto che la scienza alchemica fosse nata nell’antico Egitto, come in effetti fu, e nei suoi libri, oltre a riprodurre diversi simboli, talismani e iscrizioni egizie, redasse una lista e una tabella di segni geroglifici col loro valore fonetico in arabo, e anche qui in diversi casi queste traslitterazioni e traduzioni si sono rivelate sostanzialmente corrette.
Inoltre già nel X-XI secolo alcuni autori arabi come Ibn Fatik, e in seguito da Ibn Abi Usaybi’ah (m. 1270), conoscevano i tre diversi metodi di scrittura egizia: il demotico, lo ieratico e la vera scrittura sacra, il geroglifico.
Purtroppo, per motivi non ancora chiariti, sembra che in seguito questo filone di studi da parte degli studiosi e degli autori arabi si interruppe bruscamente. E’ anche un fatto certo che questi studi degli autori arabi non arrivarono mai in Europa e furono completamente sconosciuti agli studiosi occidentali, dove i primi vocabolari e grammatiche copte furono introdotte solo agli inizi del 1600, principalmente per opera di Pietro della Valle, pubblicate solo nel 1617 da Nicolaus Fabricius e furono in seguito studiate principalmente da Thomas Obicini. Il tentativo di interpretazione e traduzione dei simboli geroglifici, a parte il testo classico di Orapollo Hierogyphica che risale al V secolo, fu intrapreso solo nella metà del XVII secolo, per merito del gesuita ed erudito tedesco Athanasius Kircher (1602-1680) con le sue opere: Podromus Coptus sive Ægyptiacus (Roma, 1636), Lingua Ægyptiaca Restituita (Roma, 1643), Obeliscus Pamphilius (Roma, 1650), Œdipus Ægyptiacus (3 Voll., Amsterdam, 1652-54) e Obelisci Ægyptiaci, chiamato anche ObelisciÆgyptiaci (Roma, 1666) e infine con la sua Sphinx Mystagoga (Amsterdam, 1676). In particolare nel 1665 Athanasius Kircher ebbe modo di dimostrare al mondo la propria conoscenza e preparazione nel campo dell’antica scrittura egizia: alla notizia del ritrovamento, durante i lavori nel cortile della chiesa di S. Maria sopra Minerva di un obelisco di epoca egizia, chiamato “Obelisco Alessandrino”, o “Obelisco della Minerva”, attualmente eretto nella Piazza della Minerva nel monumento fatto dal Bernini. Durante i lavori questo obelisco venne casualmente scoperto e dissoterrato e giaceva disteso su un lato. Il gesuita, che in quel momento si trovava a Tivoli, si fece inviare una copia fatta al carboncino dei tre lati esposti e quindi visibili. Con l'immagine dei tre lati noti inviatagli dal suo allievo Giuseppe Petrucci il giesuita ricostruì il disegno della quarta faccia, cioé quella invisibile perché volta verso il terreno, che spedì ai Padri Domenicani i quali, una volta sollevata la stele, ne constatarono con stupore l'esattezza rispetto al disegno di Kircher. Non solo, il gesuita fece più tardun’operazione del tutto simile con il cosiddetto “Obelisco Ludovisiano”. In effetti non è chiaro come Athanasius Kircher fece a indovinare e a rappresentare le iscrizioni geroglifiche della faccia nascosta dei due obelischi, anche se per simmetria i lati nascosti erano abbastanza simili a quelli visibili. Comunque l’interpretazione dei segni geroglifici da parte di Kircher e le traduzioni degli stessi erano essenzialmente di matrice simbolica, talvolta addirittura fantasiosa, e, mancando ancora un indispensabile testo bilingue, erano basate essenzialmente solo sulla sua conoscenza della scrittura copta e su delle sue congetture personali che derivavano dalla sua grande erudizione di orientalista. Quindi come risultato, la traduzione stessa risultava poco affidabile e tantomeno veritiera. Per arrivare a una corretta traduzione dei geroglifici bisognerà attendere il fortuito ritrovamento da parte della Spedizione di Napoleone della famosa Stele di Rosetta, che col suo suo testo trilingue portò prima Thomas Young (1773-1829) alla corretta interpretazione dei primi nomi reali, per sfociare finalmente alla definitiva soluzione della traduzione intrapresa da Jean-François Champollion (1790-1832) con la sua celebre Lettera a M. Dacier, datata 27 settembre 1822.
[1] Toth, il dio della sapienza, della conoscenza, della scrittura, di cui egli fu l’inventore, fondatore della magia e di tutte le scienze dell’umanità, è rappresentato come un ’ibis con in mano gli strumenti dello scriba o sotto forma di babbuino con la luna come emblema, fu per gli egizi l’autore delle “Sacre Scritture di Toth” o del “Libro delle Parole Divine”, per cui venne anche chiamato dagli egizi il “Signore delle Parole Divine”. Fu lui a raccogliere e mettere per iscritto tutte le parole pronunciate dagli déi del pantheon egizio. Oltre al menzionato “Libro di Toth”, questo dio era ritenuto l’autore dei libri sacri scolpiti e rappresentati nei templi egizi, dove erano anche indicati i canoni dell’architettura sacra che indicavano come doveva essere edificato un tempio e come dovesse essere adornato. Inoltre a lui si attribuivano i libri sacri che indicavano come svolgere i rituali, i servizi sacerdotali nei templi e nelle sepolture, indicando tutte le sacre formule magiche che dovevano essere recitate dai fedeli. Si credeva infine che Toth fosse anche l’autore del libro di rituali magici intitolato “Bau Re”. Di tutti questi libri attribuiti a Toth esistevano delle copie conservate nelle biblioteche dei templi di cui costituivano la sezione più sacra e preziosa. In epoca greco-romana Toth venne identificato con Hermes, e quindi con Ermete Trimegisto (cioè “tre volte santo”), fondatore dell’ermetismo e ispiratore della gnosi. L’antica “Sede della Verità” egizia quindi divenne la “Sala di Hermes”, chiamata anche “Sala della Verità” o “Sala delle Rimembranze”, che similmente al suo antico modello egizio, dovrebbe contenere tutti i magici libri sacri scritti da Hermes in persona e che, secondo una tradizione, si troverebbe in una segreta camera sotterranea la cui galleria di ingresso sarebbe celata tra le zampe della Sfinge. Gli arabi in seguito assimilarono “Hermes il Copto”, che per loro era vissuto prima del Diluvio Universale, con Imhotep, il famoso architetto e medico del faraone Djoser durante la III dinastia, in seguito divinizzato dagli egizi, e anche con il medico greco Esculapio, il fondatore della scienza medica. In particolare gli alchimisti arabi ritenevano che Hermes fosse a conoscenza di come trasformare il piombo in oro e che lui in persona avesse inciso la celebre “Tabula Smaragdina”, cioè la “Tavola di Smeraldo”, che secondo loro contiene la chiave di tutti i segreti dell’universo e che è all’origine della sapienza e della conoscenza sacra. Nel “Livre” Hermes viene nominato tre volte, alla Descrizione § 7 (“chambre d’Hermès, fils de Qommos”) e § 220 (“dépôts de Hermès” e “couvent de Hermès, fils d’Hermès”).
[1] Questa antica tradizione del “Libro di Toth” occultato nella Piramide di Cheope, insieme al ritrovamento nelle piramidi della V dinastia dei “Testi delle Piramidi” incisi all’interno delle loro camere funerarie, indusse molti autori arabi medievali a tramandare che nelle piramidi fossero incisi nell’antica scrittura egizia tutte le verità che esistevano al mondo, tutte le scienze, le conoscenze, tutte le formule magiche e non, e la soluzione a tutti i misteri esistenti. Inoltre si riteneva che ci fosse scritto tutto il passato, il presente e il futuro del mondo, e persino che fosse accuratamente descritto l’universo intero.
[1] Durante il Nuovo Regno, un grande cultore dei libri sacri e soprattutto magici, oltre che grande sacerdote di Ptah, grande architetto reale e restauratore della necropoli di Menfi, fu il principe Khamwasete, quarto figlio di Ramsete II, che curò personalmente la biblioteca reale, la cosiddetta “Casa dei Libri”, che si trovava all’interno della “Sede della Verità” di Menfi, allora la massima sede del sapere egizio. In un papiro demotico si racconta come Khamwasete, che studiava con grande impegno tutte le iscrizioni delle tombe e dei monumenti della necropoli menfita, entrò un giorno nella tomba del principe Ni-noferka-Ptah, figlio del faraone Mer-neb-Ptah, dove sapeva che si trovava una copia del perduto “Libro di Toth”, il più grande dei libri magici dove “sono scritte tutte le formule per incantare il cielo, la terra, l’Ade, le montagne, le acque e che ti consentono di capire tutto ciò che si dicono gli uccelli del cielo, gli animali della terra e i pesci delle profondità marine, mentre la potenza divina aleggerà sopra di loro. Se pronuncerai un’altra formula, mentre ti trovi nel regno dei morti, risorgerai e tornerai in vita, e allora vedrai Râ, il Dio del Sole comparire nel firmamento, lo vedrai apparire in mezzo alla Cerchia degli Dei e vedrai la luna sorgere nella forma che avrà quel giorno stesso”. Ma, per quanto Khamwasete cercasse dappertutto nella tomba, non riusciva a trovare il libro agognato, allora pronunciò una formula magica che fece risplendere il libro, così potè vedere che esso era legato all’anima di Ni-noferka-Ptah. Khamwasete voleva impossessarsi del prezioso libro ad ogni costo, anche con la forza, e questo nonostante l’anima di Ni-noferka-Ptah lo mettesse più volte in guardia sulla maledizione che possedeva quel libro, maledizione che aveva perseguitato lui e la sua famiglia portandoli fino alla morte, e una tremenda sfortuna avrebbe colpito anche colui che se ne fosse in qualsiasi modo impossessato. (...) Visto che Khamwasete non voleva desistere, anche se messo in guardia sui poteri malefici del libro, Ni-noferka-Ptah gli disse che se fosse riuscito a sconfiggerlo agli scacchi, avrebbe potuto prendersi il libro. Khamwasete perse tutte e tre le partite contro l’anima, ma tanto era il desiderio di avere e leggere il libro che Khamwasete lo rubò ugualmente, strappandolo dalle mani dell’anima di Ni-noferka-Ptah. Khamwasete uscì così dalla tomba tenendo il libro sacro: “lo precedeva la luce e lo seguiva la notte”. Egli non si stancava mai di leggere il libro sacro e un giorno, mentre si trovava presso il tempio di Ptah, di cui era il gran sacerdote, vide una bellissima donna, di nome Tabubu, e se ne innamorò perdutamente, tanto da perdere immediatamente i sensi. Ripresosi, Khamwasete desiderò a ogni costo di passare la notte con lei e a questo fine le offrì dieci pezzi d’oro. Tabubu fece finta di accettare la proposta, ma dichiarò che, essendo la sacerdotessa di Bastet, ella era una donna consacrata ed era obbligata a passare la notte nel suo tempio e dimora, che era la “Casa di Bastet”, la dea dell’amore. Lì giunto, Khamwasete chiese a Tabubu di passare la notte con lei, ma Tabubu gli disse che se voleva questo doveva cedergli tutti i suoi beni, e Khamwasete accettò e, chiamato uno scriba, firmò la cessione di tutto quello che possedeva. Ma questo non bastava a Tabubu, e gli chiese per amore suo di uccidere tutti i suoi figli, nel timore che questi l’accusassero di aver estorto con la forza dell’amore al loro padre la cessione dei beni e così Khamwasete, accecato dall’amore, diede immediatamente ordine di compiere questo terribile gesto. Ma quando finalmente Khamwasete si sdraiò a fianco di Tabubu si sentì mancare e svenne. Quando ritornò in sé, Tabubu era scomparsa, ma davanti a Khamwasete c’era invece suo padre, il faraone Ramsete II che si fece raccontare tutto quello che era successo e gli disse: “ora torna pure a Menfi dai tuoi figli, poiché essi sono tutti vivi”. Tornato a Menfi e dopo aver riabbracciato i suoi figli sani e salvi, il faraone disse a Khamwasete di riportare immediatamente nella tomba di Ni-nofreka-Ra il libro magico, che era la causa della sventura che gli era successa e che se non avesse fatto ciò, sarebbe sicuramente stato ucciso. Allora Khamwasete tornò mestamente nella tomba pronto a farsi perdonare dal defunto e vide l’anima di Ni-nofreka-Ra che se la rideva e che gli disse: “Hai visto, cosa ti avevo detto?”. Khamwasete fece allora in modo che la tomba fosse innondata dai raggi di Râ e benedisse l’anima di Ni-nofreka-Ra restituendogli il libro magico. (...) Inoltre, su richiesta dell’anima, si recò a Copto e riportò nella tomba le mummie della moglie e del figlio di Ni-nofreka-Ra, e richiuse la tomba. Fu così che il “Libro di Toth” venne alla fine restituito al legittimo proprietario che tornò a riposare in pace nella sua tomba e che il principe Khamwasete ebbe salva la vita.
[1] In effetti, quando abbandonarono l’Egitto, i romani depositarono nella Cattedrale di Costantinopoli, la Santa Sofia, molti tesori depredati nella terra egiziana, fra cui quelli cospicui trovati da loro nel Tempio di Philae, e con tutta probabilità lì depositarono anche molti testi e papiri egizi antichi che si erano portati con loro. Tutti questi tesori caddero in mano araba dopo la conquista di Costantinopoli e da allora non se ne seppe più nulla.
[1] Gli afrit sono degli spiriti, dei geni, dei fantasmi e anche dei demoni, ma gli arabi egiziani, che sia per natura sia per cultura e per tradizione sono profondamente superstiziosi, credono all’esistenza, oltre agli afrit comuni, di altri tipi di fantasmi, geni e entità spirituali e non, come i jinn o jenun che normalmente si manifestano con i turbinii, mulinelli o vortici di sabbia e sono specializzati a far perdere ai malcapitati la strada nel deserto, o anche di reincarnazioni soprannaturali, con caratteristiche e poteri molto differenti fra loro. Gli afrit secondo gli arabi potevano essere entità sia di sesso maschili che femminili e possono essere di natura buona, come lo “spirito (o angelo) protettore”, lo “spirito (o angelo) guida”, lo “spirito (o angelo) di famiglia”, o lo “spirito (o demone) guardiano della casa”, che certamente deriva dall’antico spirito-demone greco-copto guardiano nonché protettore della casa, chiamato Agathodaimon, che gli arabi credevano fosse sepolto nella più grande delle piramidi di Giza e mentre nella seconda ritenevano fosse sepolto il grande Ermete Trimegisto, oppure potevano avere una nattura cattiva, o addirittura malvagia, come sono solitamente tutti gli afrit che proteggono e sorvegliano le tombe, i templi e le piramidi egizie (per i fantasmi degli antichi egizi si veda anche la Nota 12 qui sopra).
Ai tempi di Harding King, all’inizio degli anni ’20, esisteva in ogni villaggio un “Sheikh el-afrit”, che era una specie di mago che sapeva come comandare gli spiriti, un personaggio a cui si rivolgevano tutti i cittadini perseguitati dagli spiriti o che desideravano conoscere il loro destino. Uno di questi maghi spiegò a Harding King che al fine di non inimicarsi gli spiriti era della massima importanza utilizzare per le fumigazioni il giusto tipo d’incenso e la giusta qualità, e che se si sbagliava l’incenso l’afrit poteva arrabbiarsi molto e addirittura poteva uccidere il mago che lo invocava. Gli afrit potevano essere sia maschi che femmine, e forse anche un po’ di tendenza gay. Per esempio, a Qasr Dakhla c’era un giovane che veniva sempre consultato dai locali quando volevano ritrovare qualcosa che avevano perduto, oppure che volevano informazioni su tesori o volevano previsioni sul loro destino futuro. Il ragazzo era in comunicazione con una afrit femmina, che spesso compariva durante la notte. Egli sapeva sempre quando lo spirito di lei stava arrivando e prima cadeva in trance per uno o due giorni e dopo la visita dell’afrit il giovane restava in uno stato di chiaroveggenza per alcune ore. E’ durante questo stato di trance che la gente gli faceva le domande, e normalmente egli rispondeva con previsioni che in seguito si rivelavano sempre esatte. Inoltre il medico copto di Dakhla raccontò a Harding King che un giorno gli fu chiesto di visitare la moglie di un ben noto “Sheikh el-afrit” che viveva a Zeitun, vicino al Cairo. Lei si lamentò col dottore dicendo che il marito la trascurava in favore di un afrit maschio, che era lo spirito della sua famiglia, e con cui era uso intrattenersi tutto il giorno. Il dottore incontrò quindi il marito, un arabo maghrebino di nome ‘Abd ul-Atif, e lo prese in giro sulla storia dell’afrit, e gli chiese di predirgli tramite lo spirito qualcosa che desiderava sapere. ‘Abd ul-Atif gli promise di farlo, se il dottore fosse tornato dopo qualche giorno portando un giovane con lui. Il medico scelse allora un ragazzo che conosceva e con lui tornò alla casa del mago. Lo Sheikh el-afrit si sedette allora su un divano e fece sedere il giovane in un altro divano posto di fronte a lui. Poi egli si sedette più distane, nell’altro lato della stanza, dove cominciò a battere ritmicamente il pavimento col suo bastone. Improvvisamente il giovane si assopì e dopo pochi minuti emise un grido e svenne cadendo sul pavimento. Il dottore si precipitò per soccorrere il giovane, si accorse che stava asfissiando e che il ragazzo presto sarebbe morto. Ma il mago lo rassicurò che il giovane non correva alcun pericolo, e gli disse di interrogarlo sulla questione che stava a cuore al medico nella lingua che preferiva. Il dottore lo interrogò allora in inglese, dato che sapeva che il giovane non conosceva quella lingua. Ma effettivamente il ragazzo gli rispose in inglese e gli diede tutte le informazioni che il medico desiderava, informazioni che in seguito si rivelarono esatte. Subito dopo il giovane tornò in se, ma restò ammalato per un mese.
In un’altra occasione Harding King assistette, sempre grazie al suddetto dottore copto di Dakhla, a un mandal, che é una performance di chiaroveggenza magica. Un giorno il medico e un Sheikh al-afrit, un seguace della Senussia che portava in una mano un bastone e un rosario nell’altra, si recarono insieme presso l’abitazione dell’esploratore. Il senusso salì le scale mormorando delle parole che Harding King pensò fossero degli incantesimi. Giunto nella stanza, il mago per praticare la sua performance di chiaroveggenza chiese la presenza di un giovane che gli venne subito procurato. Egli chiese inoltre di procurargli un braciere con del carbone acceso, dei fogli di carta e dell’inchiostro. Dopo aver fatto chiudere porta e persiane, si sedette su una pelle nera di pecora nell’angolo più buio della sala col braciere davanti a lui che mandava una luce spettrale e chiese di essere lasciato solo per poter compiere le necessarie cerimonie preliminari. Poco dopo si sparse nella casa un penetrante profumo d’incenso e si udì un mormorio, come se il mago stesse invocando degli spiriti, e quindi si capì che il personaggio si era messo al lavoro. Dopo che si erano svolte le sue invocazioni per molte decine di minuti, il mago ci fece entrare nella stanza dicendo che ora era pronto e disse al ragazzo di sedersi davanti a lui e si mise a recitare delle preghiere. Poi con l’inchiostro disegnò un sigillo magico sul palmo della mano destra del giovane, quindi pose sulla sua fronte un foglietto scritto leccandolo in modo che aderisse sulla pelle. Poi mise al centro di un diagramma magico che aveva disegnato una grande macchia circolare di inchiostro e disse al giovane di fissare la macchia. Proseguì quindi a recitare i suoi incantamenti, fra cui si udirono pronunciare distintamente più volte le parole Maimun e afrit, e subito dopo cominciò a sudare copiosamente in viso e di tanto in tanto buttava dell’incenso e dei profumi nel braciere mentre osservava attentamente se il ragazzo fosse influenzato dalle sue arti magiche. Ma ciò apparentemente non stava succedendo, allora il mago disse al giovane di ripetere la parola ataro e di dire cosa vedeva nella macchia d’inchiostro. Ma il giovane non riusciva a vederci niente dentro, e così l’esperimento si rivelò un completo fallimento. Ciò nonostante Harding King convinse in seguito lo stesso mago di mettergli per iscritto le formule degli incantesimi richiesti per le sue performance magiche. La traduzione dell’invocazione magica che egli scrisse era questa: “Discendete adesso oh Spiriti Celestiali , così che egli possa vedervi qui con i suoi propri occhi e che egli possa parlarvi con la sua stessa bocca e possa porvi le domande che desidera. Discendete velocemente, senza attendere, in questo preciso minuto. Io vi invoco nel nome di Salomone, nel nome di Allah clemente e condiscendente, affinché obbediate e vi sottomettiate ai miei ordini per amore di Allah. Zaagra zagiran zaafran hafayan nakeb, Zaagra Zagiran Zaafran hafayan nkeb, zaagra zagiran zaafran hafayan nakeb”. Questa formula magica doveva essere ripetuta più volte intervallate dall’invocazione “Maimun”, che era presumibilmente il nome del suo spirito di famiglia, e di altri nomi di spiriti. L’intera procedura era abbastanza impressionante, e probabilmente era fatta per fare colpo sia sugli spettatori sia sul medium del mago. Inoltre egli disse a Harding King che se l’invocazione avesse avuto l’effetto desiderato, e se egli fosse riuscito a tenere gli spiriti convocati sotto il suo controllo, avrebbe poi dovuto pronunciare un’altra formula magica, che egli chiamò “saraf”, per poterli liberare. Questa formula diceva: “Nel nome di Allah che vi ha inviato e sottoposto ai miei voleri, io vi prego, oh spiriti, di tornare indietro da dove siete venuti. Io prego Allah di proteggervi per sempre a fare del bene e di soddisfare tutto quello che vi è richiesto”.
Più avanti Harding King assistette a Luxor a un’altra performance magica, che questa volta ebbe maggiore successo. La dawa, o invocazione magica, era molto simile a quella svolta dal mago di Dakhla, ma questa volta lo Sheikh el-afrit non tentò di impressionare gli astanti e svolse tutta la procedura in maniera noncurante, e il ragazzo sembrava solo infastidito e impaziente di tornare a giocare. Quando il mago finì di recitare l’incantesimo gli chiese di dire cosa vedeva nella macchia di inchiostro. Il giovane rispose che vedeva una scopa pulire un pavimento. Allora il mago gli disse che, quando la scopa avesse finito di pulire, egli avrebbe dovuto dire “a loro” (probabilmente agli spiriti) di piantare una tenda. Dopo un breve intervallo, durante il quale il ragazzo osservava attentamente la macchia d’inchiostro, egli disse che la tenda era stata piantata. Il mago gli disse quindi di comandare agli spiriti di mettere nella tenda sette sedie. Quando il giovane disse che questo era stato fatto, il mago gli disse di far chiamare dagli spiriti i sette re. Poco dopo il ragazzo dichiarò che i re erano arrivati e si erano seduti sulle sette sedie. Poi il mago chiese a Harding King cosa voleva sapere e l’esploratore gli rispose che desiderava che il giovane gli dicesse cosa stava pensando in quel momento, mentre si concentrava a ricordare la figura di un giovane tuareg che una volta aveva incontrato nel deserto. Il ragazzo guardò attentamente per un po’ di tempo nella macchia di inchiostro e rispose che vedeva una donna. Harding King gli chiese allora se la donna era velata, e il giovane rispose che lo era. Quindi gli chiese di descrivergli il velo, e il ragazzo rispose che il velo era nero e che esso era diviso in due parti, una copriva la parte più bassa del viso e l’altra la parte superiore. Questo era giusto, infatti il tuareg che l’esploratore aveva incontrato portava un litham, il velo tradizionale portato dalla sua etnia, che consisteva in una lunga striscia di cotone nero avvolta due volte intorno alla sua testa, la parte inferiore copriva il suo viso fino all’altezza dei suoi occhi mentre la parte superiore copriva la sua fronte, lasciando solo una stretta apertura all’altezza degli occhi. Harding King chiese allora al giovane se poteva vedere i capelli della donna, e passò molto tempo prima che gli rispondesse. Quindi gli rispose con voce un po’ titubante che riusciva solo a vederli spuntare dalla cima della sua testa. Anche questo si rivelò esatto, poiché in effetti l’esploratore ricordava bene che i capelli spuntavano solo dalla cima del litham indossato dal tuareg. Questo era ancora più notevole, poiché era nota l’abitudine per le donne musulmane coprire accuratamente tutti i propri capelli che non potevano essere visti neppure dal loro stesso padre. Poi Harding King chiese al giovane se l’uomo portava delle armi, mentre pensava a un curioso lungo pugnale che il tuareg portava legato al suo avambraccio sinistro, lui gli rispose che portava una spada e anche questo era abbastanza giusto. Gli chiese quindi di dire cosa facesse con quell’arma, e il ragazzo rispose, anche se in maniera un po’ titubante, che riusciva a vedere una spada sguainata e che l’uomo la teneva con la sua mano sinistra. Poché la mano sinistra è considerata impura da tutti i musulmani, questa affermazione era evidentemente errata, ma d’altronde era corretta la relazione col braccio sinistro, dove il tuareg portava il pugnale, oppure che il ragazzo stesse vedendo l’immagine dell’uomo a rovescio, come se guardasse in uno specchio. Tutto sommato l’unica cosa che non corrispondeva era che il tuareg portava un coltello, mentre il giovane affermava di vedere una spada. A questo punto della seduta un altro astante volle fare al ragazzo delle domande stupide, costringendolo a sollevare lo sguardo dalla macchia di inchiostro per rispondergli, e di conseguenza il mago affermò che sarebbe stato inutile continuare perché l’incantesimo si era interrotto. Harding King dopo questa esperienza ne concluse che questo tipo di chiaroveggenza, cioè la lettura del pensiero, era molto diffuso nel mondo arabo e che in un’inspiegabile maniera in effetti essa funzionava, dando delle risposte esatte al di fuori di ogni possibile collusione o inganno tra l’assistente e il medium. Inoltre questo tipo di performance magica era utilizzata non solo per la lettura del pensiero, come nel caso appena descritto, ma anche per altri fini, come il ritrovare oggetti smarriti e persino la ricerca dei tesori nascosti, e gli arabi assicurano che quasi sempre questi mandal, se correttamente eseguiti, ottengono l’effetto desiderato. Harding King conclude affermando che, in alternativa alla macchia di inchiostro, gli fu detto che si poteva utilizzare anche un piccolo specchio, un bicchiere d’acqua o una bacinella con dell’olio.
[1] Gli arabi credono all’esistenza di molti demoni terrificanti sia come esseri soprannaturali, sia come reincarnazioni diaboliche, come ad esempio i ghul, che sono ritenuti essere dei terribili demoni cannibali e divoratori di cadaveri che possono cambiare aspetto a loro piacimento o prendere la forma di animali, soprattutto della iena. Questi ultimi potrebbero aver origine nella credenza dell’esistenza degli zombi, cioé dei cosiddetti “morti viventi” cannibali e divoratori di uomini che potevano essere fermati e uccisi solo con la loro decapitazione. La loro presenza sembra sia attestata già nell’antico Egitto sin dall’epoca predinastica, e che, secondo alcuni studiosi, giustificherebbe sia la frequente presenza nelle necropoli egizie di inumazioni con scheletri privi del loro teschio, partcolarmente abbondanti nel sito di Hierakonpolis, sia le numerose rappresentazioni nelle tombe di personaggi decapitati. Si veda a questo proposito: http://www.archaeology.org/online/features/hierakonpolis/zombies.html e http://www.archaeology.org/online/interviews/zombies/
[1] La storia della vasta famiglia delle “Maledizione della Mummia”, in cui la più famosa manifestazione è la cosiddetta “Maledizione di Tutankhamon”, nacque in Inghilterra ai primi del 1820 col libro di Jane Loudon Webb intitolato "The Mummy", creando un filone di romanzi horror che ha avuto e ha tuttora molto seguito con, per esempio, una fortunara serie di film dedicati a una mummia che non può morire. Sull’argomento della “maledizione della mummia” si sono spesi fiumi di inchiostro, ma ovviamente qui non è in discussione la veridicità o meno dell’esistenza di questa cosiddetta maledizione, ma piuttosto la circostanza che la stragrande maggioranza degli arabi egiziani erano, e ne sono anche attualmente, profondamente convinti della sua esistenza. Riguardo poi al fatto che molti personaggi furono perseguitati in vita da questa forma di ossessione basterà riferirsi, come esempio, a quanto racconta Ardito Desio nel suo “Le vie della sete” (1950, Milano: Ulrico Hoepli Ed.) e dal diario di Giuseppe Ferlini, riportato in “La Regina di Meroe” a cura di Mario Pincherle (1985, Ancona: Filelfo). In particolare Ferlini fu ossessionato per tutta la vita da una figura barbuta, che probabilmente ritraeva il dio egizio Bes, uguale a quella ritratta in un bacile che trovò e asportò dal tesoro della piramide di Meroe, che gli appariva continuamente nel sonno e che gli imponeva di riportare il tesoro da dove l’aveva trafugato. Il fantasma smise di ossessionarlo solo quando Ferlini vendette il suo tesoro, compreso il bacile, al principe Ludwig II.
[1] Si veda descrizione e fonti in: Sauneron S., 1983. “Villes et légendes d’Égypte” Caire: IFAO, pagg. 151-158 e 166-170.
[1] Sebbene l’edizione di entrambi i volumi sia chiaramente datata 1907, la prefazione di Ahmed Kamal Bey stranamente riporta in calce “Caire, 17 février 1908”: un altro “mistero” del “Livre”?
[1] El-Daly segnala altri quattro manoscritti similari presso la collezione araba della Biblioteca Nazionale di Parigi, catalogati come “MS Arabe 2763a, 2764, 2765 e 2767”, la compilazione di quest’ultimo manoscritto risale almeno al XVII secolo. I titoli sono: “Il desiderio finale di scoprire i preziosi tesori nascosti”, che contiene anche alcuni disegni e schizzi per meglio illustrare le tombe, i templi e i luoghi da ricercare, un altro intitolato semplicemente “Indicatore dei tesori”. Nella prefazione del “Livre”, alla pag. VI, sono inoltre elencati altri manoscritti su questo argomento sempre della Biblioteca Nazionale di Parigi, catalogati come “MS Arabe 2767, 2357 n° 2 e 2602 n° 10”.
[1] E’ necessario notare come alcuni capitoli del “Livre” riportati da Harding King differiscano anche notevolmente dalla versione tradotta da Kamal Bey, nonostante che la fonte riportata da Harding King sia lo stesso manoscritto possesso di Johnson Pasha che in seguito lo donò alla biblioteca del Museo del Cairo.
[1] Questi alfabeti e queste iscrizioni “misteriche” sono anche presenti graffite sull’arenaria in diverse località egiziane e in particolare nei deserti a est e a ovest del Nilo. Si veda per esempio: Petrie F.W.M., 1912. The formation of the alphabet. B.S.A.E. Studies 3. London: MacMillan & Co and Bernard Quarrich; Bates O., 1914. The Eastern Libyans; an essay. London: MacMillan & Co. (reprinted 1970, London: Frank Cass & Co.); Harding King W.J., 1925: 326-336; Fakhry A., 1974. The Oases of Egypt; Volume II: Bahariyah and Farafra Oases. Cairo: The American University Press; Monod Th, 1993. Sur quelques inscriptions sahariennes n’appatenant pas ni à l’écriture arabe, ni à l’alphabet tifinagh. In: G. Callegari (ed.), L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni, Mem. Soc. It. di Sci. Nat., Vol. XXVI, Fasc. II: 381-386; Lemaire A. et G. Negro 2000. Inscription araméenne dans l’abri du Wadi Sura et nord-arabique à l’oasis de Baharieh (Egypte) ? Sahara, 12: 170-171; Negro G., 2001-2002. Some “Cabalistic” inscriptions around the Great Pyramid’s original entrance. Dating the most ancient Libyco-Berber inscriptions. Sahara, 13: 148-165; El-Daly O., 2005 (op. citata); Pichler W. and G. Negro, 2005. The Lybico-Berber inscriptions in the Selima Oasis. Sahara, 16: 173-178.
[1] Quindi probabilmente si tratta del dio Min o di Pan, che in epoca greco-romana era il dio protettore del Deserto Orientale egiziano che faceva crescere la vegetazione e quindi donava la vita a quel deserto.
[1] E’ molto probabile che questo campo pieno di angurie, cetrioli e zucche sia ispirato ai cosiddetti “meloni di pietra”, cioè delle concrezioni sferoidali e ovoidali di arenaria quarzitica che si trovano in molte zone del Deserto Occidentale egiziano, come per esempio nella regione di Bahariya e che sono distribuiti in maniera regolare, come se in effetti fossero stati un tempo coltivati in un campo. E’ anche rilevante notare come i locali tuttora credano che alcuni di questi “meloni” celino al loro interno delle ricchezze e spesso li rompano con degli attrezzi pesanti al fine di cercarne al loro interno dei tesori.
[1] Sembrerebbe più verosimilmente che il significato metaforico dei due oggetti sepolti sia piuttosto che nel libro ci sia scritto dove si trova la via per raggiungere Zerzura, ma lo specchio sta a indicare che la si sta cercando proprio nella direzione opposta.
[1] Questa antica pista che partiva da Mut (Dakhla) con andamento di circa 250° fino ai piedi della scarpata orientale del Gilf Kebir, dove se ne perdono le tracce, è attualmente nota come “Abu Ballas Trail”, o col suo acronimo “ABT”. Il sito di Abu Ballas, che in arabo significa il “Padre delle Giare” dal nome che gli diede il principe esploratore Kemal el-Din, è una collina nel Deserto Occidentale egiziano scoperta da John Ball nel 1917 che è situata a circa 1/3 del percorso che partendo da Mut (Dakhla) porta probabilmente fino a Cufra. Alla sua base fu trovato un grande deposito di giare, oltre 300, ciascuna con una capienza di oltre 50 l, datate per la maggior parte all’Antico Regno. Quindi con tutta evidenza si trattava di un importante punto di transito per le carovane di asini dell’antico Egitto dove si rifornivano di acqua e di viveri, predisposti in precedenza, per poter poi proseguire la difficile traversata del deserto. Dai numerosi insediamenti (oltre 30) e dai reperti recentementi trovati lungo il tracciato dell’ABT, si evidenzia che essa fu frequentata fin dall’Antico Regno, poi nel Medio e Nuovo Regno, e in seguito anche durante l’epoca persiana, fino all’epoca greco-romana. Con tutta probabilità un ramo dell’ABT arrivava fino al gruppo delle oasi di Cufra, mentre un secondo ramo raggiungeva il Jebel Uweinat, dove ci sono più punti d’acqua, e probabilmente oltre, forse fino alle distanti regioni dell’Erdi-Ennedi situate nel nord del Ciad..
Per riferimenti e descrizione dell’ABT si veda:
http://www.uni-koeln.de/sfb389/ (Project E3); http://www.britishmuseum.org/pdf/Foerster.pdf; http://www.uni-koeln.de/sfb389/a/a1/download/acacia%20A1-E3_report%202006-1.pdf; http://www.carlo-bergmann.de;
http://www.fjexpeditions.com/frameset/ancientroute.htm
Ball J., 1927. Problems of the Libyan Desert. Geog. Jal, 70: 21-38, 105-128 e 209-224; Kemal el-Din Hussein, 1928. L’exploration du Désert Libyque. La Geographie, 50: 171-183 et 320-336; Harding King W.J., 1925 (op. citata); Almasy L.E., 1936; 1942 (op. citate); Sers J.-F., 1994 (op. citata); Monod Th. et E. Diemer, 2000 (op. citata); Bubenzer O., A. Bolten and F. Darius (eds), 2007. Atlas of cultural and Environmental Change in Arid Africa. Africa Praehistorica 21. Köln: Heinrich-Barth-Institut; Clayton J., A. De Trafford and M. Borda, 2008. A Hieroglyphic Inscription found at Jebel Uweinat mentioning Yam and Tekhebet. Sahara, 19: 129-134.
[1] Nel sommario del “Livre”, alle pagg. 249-251, si trova anche un ”Indice III – Nomi dei geni”, dove sono elencati ben 313 nomi di differenti geni. “313” è evidentemente un altro numero magico.
[1] Alcune di esse sono sostanze misteriose e di natura incerta, come le seguenti:
Agalloche, Arondo-donax, Asclépias gigantia, Bdellium, Boue de la sagesse, Cantarious, Carbion, Castor, Cumin Carmani, Cumin chypriote, Ecorce de ban, Ecorce de lebakh, Elixir empoisonné, Elixir de cocombres, Elixir philosophal, Emerald Zabani, Essence de ban, Extrait de ban, Feuilles de nébac, Feuilles de jujubier napàca, Goudron Barqui, Huile philosophale, Jujubier napéca, Karos, Lebakh, Libanos, Libanos male, Miron, Pierre appelée Ilaïtam, Pin mahlab, Sarcocolle sec, Stagonias, Styrax, Vitis.
Altre sono sostanze molto bizzarre e di apparenza per così dire “stregonesca”, che sembrano molto più adatte a preparare pozioni magiche di fatucchiere piuttosto che fumigazioni, quali:
Arêtes de torpille, Assa foetida, Bois de la vraie Croix, Bosse de chameaux, Boue de la sagesse ou philosophale, Bouse de vache, Briques pétrifiées, Cheveux de nègre, Cheveux di fille de coleur chàtain, Cheveux de fille rousse ayant les yeux grisâtres, Cœur de chat noir, Cœur de onagre, Côte de huppe, Cràne de baleine, Crocs de vipère, Dent de serpent, Ecaille de tortue, Ecaille de vipère, Fard pour les cils, Graisse humaine fondue, Griffes de coq blanc tacheté de bleu, Griffes et yeux de huppe, Limaille de corne de buffle, Mastic male, Ongles de cynocéphale, Ongles de huppe, Peau de serpent, Piquants de hérisson, Plumes d’aigle, Plumes d’autruche, Plumes de huppe, Plumes de milan, Poil d’àne noir et blanc, Poil de chameau, Poil de chameau blanc, Poil de chameau domestique, Poil de chat, Poil de chevreu, Poil de gazelle, Poil de gazelle male, Poil de guépard male, Poil de hérisson, Poil d’homme, Poil d’homme noir, Poil de jument, Poil de lion, Poil de lion rouge, Poil de nègre, Poil d’ours, Poil de panthère, Rhinocéros monocorne, Rognure de sabots d’un baudel sauvage, Sang de dragon, Sanguine broyée, Soie de porc, Teinture de cheveux en noir, Tète de porc, Tibia de huppe, Tige de rue.
Stupisce la citazione dell’onagro, poiché in Africa questo asino selvatico, o ermione, è estinto da molto tempo, a quanto se ne sa sino dalla preistoria: di questo animale esistono solo alcune rare rappresentazioni nell’arte rupestre sahariana risalenti probabilmente al Neolitico. A meno che per “onagro” si voglia intendere la zebra.
[1] Nelle Descrizioni il “Livre” enumera un totale di ben 416 luoghi, toponimi e località diverse.