Sahara.it

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Nella valle degli dei di Pietra

– Posted in: Cultura, Storia

By G.F. Catania
Originally Posted Saturday, January 29, 2005

 

NELLA VALLE DEGLI DEI DI PIETRA

Ex Africa semper aliquid novi.” Dall’Africa giunge sempre qualcosa di nuovo”,scriveva quasi 2000 anni fa Plinio il Vecchio.

Certo,da dove ci troviamo le cose non parrebbero così:distese di dune a perdita d’occhio come un oceano essiccato.Ampi altopiani solcati da profonde fenditure che millenni or sono altro non erano che i letti scoscesi di impetuosi fiumi,oggi arsi alvei di pietra.

Solitudini immense dove l’assordante silenzio del deserto ha sostituito il fruscio di verdeggianti foreste tropicali.

Qui dove il Sahara è più inospitale e deserto che mai,tre fuoristrada di una spedizione archeologica franco libica sono parcheggiati in prossimità di ripide pareti di arenaria stratificata,sulle quali mani sconosciute hanno tracciato fra le più impressionanti incisioni su roccia che la preistoria ci abbia lasciato.

 

PERCORSI TURISTICI TRA LE VIE FOSSILI

A centocinquanta anni dalla loro scoperta è pressochè impossibile descrivere o catalogare le incisioni del bacino del Mathendusc e del suo sistema di affluenti che si sviluppa in decine di chilometri,molti dei quali inesplorati e raggiungibili esclusivamente a piedi.

Uadi Im Aramas in Kufar,Tilizagen,In Habeter,Ghigalen,Tin Gobya,Anbritt,In Afuda,In Amellel,Intananait,Tiduwa,Alamas,Imrawen,In Eblobu,tutti indicati in lingua tuareg,sono solo alcune di queste vie fossili,La stazione più interessante per ricchezza di siti rupestri è In Habeter,riservata ai turisti per via delle facili vie di accesso e della minore distanza da Germa.La difficoltà principale però è quella di non poter risiedere a lungo sul posto a causa della totale assenza di acqua,delle elevate escursioni termiche e delle lunghe distanze da percorrere a piedi.

Le guide locali che conoscono i passaggi alternativi all’ingresso dell’area sono inoltre veramente poche.Quasi impossibile,infine,la distinzione delle decine di affluenti minori.Anche con l’aiuto dei GPS resta disagevole seguire la via del ritorno o ritrovare le incisioni precedentemente notate.Il variare della luce,in certe ore del giorno,le cancella anche allo sguardo più attento.

NELLA VALLE DEL FIUME FOSSILE

Siamo nella valle del wadi Mathendusc,un fiume fossile che si estende su un’area di 250 chilometri quadrati nel sud ovest della Libia compresa fra l’Hammada El Hamra,rossiccio altopiano pietroso,il Messak Mellet,altro impervio altopiano, e l’Edeyen Murzuk,immenso mare di dune che superano i trecento metri,recondito rifugio del leggendario condottiero targhi Kaossen che dalle steppose lande del Damerghou (Niger) condusse fino alle oasi del Gebel cirenaico la prima rivolta del sahara contro l’invasore straniero.

Murzuk,”la Parigi del deserto” con il suo grande “Dendal”,il vialone che divide in due la città,è anche la capitale del Fezzan,regione meridionale della Libia,nonchè base di partenza della spedizione.La prima guida è Quarnafuda anziano amenokal (capo tuareg)sedentarizzato nelle vicinanze di Germa,l’antica Garama,capitale del misterioso popolo dei Garamanti.

Da queste sabbie,con carri leggeri trainati da cavalli,essi si spingevano in lunghe scorribande contro il popolo Ataranti oltre l'”Agysimba”,odierno Tchad,fino a raggiungere l’attuale golfo di Guinea.

Dopo avere lasciato l’asfalto che collega Murzuk a Sebha e a Ghat,mezza giornata di gimcana fra grossi massi di pietra nera è sufficente per raggiungere le scoscese rive dei primi canyons dove,migliaia di anni or sono,scorrevano turbinose le acque di uno dei più antichi bacini idrici del sahara.

E’ in prossimità del punto in cui il Mathrndusc si biforca procedendo verso ovest e nord decidiamo di montare il primo campo.Oggi in questi fiumi diventati valli fossili si deve procedere a piedi,anzi arrampicarsi.Tutto introrno è un ammasso di pietre levigate e desolate,mute testimoni dell’esistenza della più antica civilizzazione sahariana.Pareti che abbracciano uadi polverosi componendo uno scenario di imponente asprezza,in cui è preservata la memoria intellettuale dell’uomo preistorico.Su questi massi,diecimila anni fa,abilissime mani hanno tracciato migliaia di incisioni trasformando il letto del mathendusc e del suo principale affluente,il Bergiuz,in una gigantesca pellicola fotografica della preistoria.

Con utensili e metodi ancora oggi sconosciuti,i nostri progenitori hanno inciso il ricordo del mondo che potevano contemplare mentre,su rudimentali imbarcazioni secendevano sui medesimi impetuosi fiumi.

Ai nostri giorni,in questa remota regione della Libia,l’acqua è sparita.Ma nella valle ormai morta gli animali sopravvivono ancora,fissati come in instantanee.

 

IMPRESSI NELLA MENTE DELL’UOMO PREISTORICO

Testimonianza di una civiltà che aveva raggiunto altissimi livelli di sviluppo artistico,le incisioni del Mathendusc datano di un tempo in cui il Sahara rappresentava un ecosistema ottimale per la vita dell’uomo.Un passato compreso fra i dieci e i seimila anni fa (antecedente l’Egitto faraonico) che tuttora presenta irrisolti anelli di congiunzione fra la preistoria e le prime grandi civiltà:l’Assiro Babilonese e l’Egizia.Con sufficente probabilità,molti fra questi ignoti artisti erano prossimi al superamento del limite più importante dell’uomo preistorico:il linguaggio.Si può infatti affermare,senza tema di smentite,che l’arte rupestre del Mathendusc costituisce una delle più cospicue testimonianze sull’identità e sulla visione dell’uomo,prima della comparsa della scrittura.

Delle avventure cognitive dell’Homo Sapiens colpisce in particolare l’assenza di raffigurazioni di dromedari (animali che oggi consideriamo tipici del Sahara),ma soprattutto incuriosisce la presenza di esseri metà umani e metà animali,immagini chimeriche dall’evidente significato sacrale che istintivamente suggeriscono una conturbante analogia con l’arte predinastica egiziana.

Non a caso su queste pareti si ravvisano gli archetipi di alcune divinità che occuperanno l’affollato pantheon della religione egizia:Seth il Dio con la testa di antilope,Anubis con la testa di siacallo,Sekhmet con la testa di felino,Sobek con la testa di coccodrillo,Tueris con la testa di ippopotamo,Hator con la testa di mucca,Bes,Amon Ra,Guerzil ed Ermes,spesso raffigurato sulle tombe egizie con la testa di Ibis.E che dire delle raffigurazioni che richiamano il dio Thot,rappresentato come un animale e come uccello,che anticipa il culto e l’adorazione degli animali dell’antico Egitto?.

Volgendo lo sguardo dal Mathendousc verso il nilo sembra evidente,così come apparve sin dal 1956 agli esploratori francesi Reygasse e Diolè,che le popolazioni africane possono essere all’origine della civilizzazione egiziana.

I siti rupestri sono tracciati con arte scientifica,con elevata sensibilità artistica (gli stili spaziano da quello naturalistico medio a quello stilizzato o simbolico) e con una precisa conoscenza del mondo animale (separazione degli animali domestici da quelli selvatici).

Se è vero che gli splendori artistico-religiosi della valle del nilo non possono essere sorti dal nulla,i fasti di Menfi e Tebe devono avere avuto un qualche primordiale precedente:forse le dimenticate civiltà preistoriche del Sahara?

Gli studi dell’americano Wendorf nel deserto occidentale egiziano riguardanti un villaggio epipaleolitico (fase terminale dell’età della pietra) composto da 18 capanne,con evidenti tracce di allevamento animale e di produzione ceramica,attestano un primordiale processo di sedentarizzazione umana.

La civiltà dei faraoni appare sempre più matrice africana e non originaria della “fertile mezzaluna”.Generalmente riconosciuta è l’influenza che questi cacciatori-protocoltivatori sahariani ebbero sulla formazione dell’antico Egitto e sulla mediazione fra il retroterra sahariano e la valle del Nilo,dove giunsero spinti dal progressivo inadirimento delle loro terre d’origine:l’Hoggar,il Tassili,il Mathendusc.

Un luogo di sacralità,che,forse,doveva riunire ciclicamente queste popolazioni nomadi sahariane per propiziare la clemenza di animali feroci e di spiriti ostili attraverso l’evocazione di rituali e cerimonie sconosciuti.

A quel tempo la mente dell’uomo preistorico non concepiva la distinzione tra arte e realtà:rappresentando un soggetto,o collegandolo ad una divinità,egli credeva di acquisire su di esso un potere magico che gli consentiva di possederlo e dominarlo.

L’importanza della regione del Uadi Mathendusc risiede nella ricchezza dei personaggi mitici e divinizzati,probabilmente intercessori fra il mondo animale e quello umano,che potrebbero suggerire la funzione rituale ed iniziatica di uno dei siti culturalmente più significativi del Sahara.

A conferma di questa tesi:l’eccezzionale numero di graffiti e la loro concentrazione in prossimità dei punti in cui il passaggio dell’acqua era più abbondante (così come testimoniano le pietre levigate dall’intenso scorrere dell’acqua),l’assenza di strumenti litici,sia per la caccia che per le altre attività di sussistenza,che generalmente contraddistingue le zone di culto da quelle abitative.

 

ALLE ORIGINI DELLE DIVINITA’

I circa sessanta chilometri del Mathendusc sono segnati da decine di stazioni (così vengono definiti i luoghi di maggior concentramento di petroglifici),sparate da passaggi affacciati su pareti che normalmente non superano il centinaio di metri di altezza.Ma ecco che ci confrontiamo con il momento più atteso ed eccitante.Troviamo per prime le giraffe dal lungo collo pezzato che,nei loro meticolosi ritratti,sembra si muovano.Più in alto un Bubalus Atiquus,il bufalo dalle grandi corna ricurve,è riprodotto con insolita arditezza espressiva.Lanciato alla carica e fieramente aggressivo a pari dell’elefante,tema ricorrente nell’iconografia rupestre del paleolitico africano.I graffiti si presentano in tutta la loro maestosità con dimensioni che variano dai quattro metri dei rinoceronti ai due degli elefanti e dei coccodrilli.Antilopi e struzzi completano un intero zoo di pietra,muto testimone di un tempo in cui nell’abboddante acqua vivevano coccodrilli ed ippopotami.

Ma accanto a questa fauna selvaggia ne è ritratta anche una domestica: i cani appaiono già nella loro funzione di compagni dell’uomo,mentre intere mandrie di bovini,ovini e caprini si dirigono ordinatamente verso est anticipando,in un certo senso,la convinzione del già citato Wendorf.

In occasione della sua ricerca egiziana a Nabta Playa egli fa infatti risalire l’introduzione e l’addomesticamento delle specie ruminanti direttamente all’Africa,e non ad epoche mediorientali più recenti come ritenuto fino ad oggi.

Gli studi di Clyde A. Winters evidenziano inoltre rassomiglianze tra l’agricoltura protosahariana e quella nubiana identificando un’ origine comune delle religioni,probabilmente sorte sulle misteriose rive di un lago libico chiamato “Tritonis” esistito 10.000 anni fa.

Sono proprio le figure umane o zoomorfe del Mathendusc ad avvalorare l’ipotesi dell’ascendenza sahariana sulla cultura egizia e a fare di questo angolo di Libia il reliquario dell’umanità.Il carattere di sacralità è evidenziato dal forte uso di maschere elaborate,di copricapi stilizzati,di collane e bracciali attorno ai bicipiti (usanza frequente nell’antico Egitto),di “gonnellini” che ricordavano i pantaloni corti del Dio egizio Bes,come nel caso dei due celebri felini conosciuti col nome di “gatti mammoni “.A guardarli sembrano piuttosto leoni stilizzati come appunto era ritratto Bes,la divinità dalla testa leonina che proteggeva i defunti dagli spiriti del male:La posizione elevata del graffito e l’estrema cura nell’esecuzione sembrano precorrere l’importanza che questo Dio avrà nell’Olimpo delle divinità egizie.Ritenuto proprio dagli antichi Egizi proveniente da una zona al di là del Nilo,la Nubia,forse Bes cela un’origine più remota:il Mathendusc.

E che dire delle altre immagini astratte che rimandano ad Anubi,il Dio sciacallo guardiano dei defunti e dei segreti dell’aldilà,o a Sekmeth,il dio dalla testa di leonessa che aveva santuari dove i leoni andavano ad abbeverarsi,e sappiamo che l’acqua del Mathendusc non scarseggiava di certo?

Ma confronti ancora più evidenti con le divinità egizie sono le diverse rappresentazioni di Bos (il bue) e della mucca divina,Hator,la dea della rinascita che fra le corna porta un disco solare simile a quello di Amon Ra,il dio sole signore del cielo.Una divinità dalla doppia natura animale e solare che dall’Occidente – e non viceversa – sarebbe entrata a far parte della cultura egiziana e che gli studiosi ritengono appartenesse al culto del bue sole,probabile figlio di Gurzil,dio libico venerato a Ghirza.

Dei delle nascite e delle gravidanze con il corpo da coccodrillo o la testa da ippopotamo evocano l’aspetto di Tueris toccando il tema della sessualità,assai frequente nell’iconografia sahariana.

Sarà l’agile Mashay,il responsabile delle antichità di Sebha arrampicatosi più in alto di tutti,a ritrovare la rarissima e realistica scena di una partoriente con neonato.Tutto intorno rappresentazioni falliche e di accompiamento completano l’eterno ciclo della riproduzione umana.

Nel frattempo gli unici segni di vita fra le fessure delle rocce sono dati da furtive apparizzioni di grossi lucertoloni e di “cauca” (grossi roditori locali).Immersi nella solitudine respiriamo l’aria fresca e frizzante del Sahara,la stessa che da migliaia di anni avvolge e custodisce i segreti degli Dei del Mathendusc.

 

Si ringrazia per la cortese diponibilità l’Autore

Articolo pubblicato sulla rivista Africa,Epicentro srl

1 comment… add one
riccardo chisari December 18, 2020, 19:58

bellissimo articolo!!
sSono convinto da sempre che la Libya ha moltissimo da scopriere. Non per nulla vi abbiamo Cirene, Sebha, Sabratha, Leptis Magna ecc. Sicuramente la maggior parte delle “cose” sono conservate sotto la sabbia del deserto e chissà per quanti anni ancora lo resteranno. Probabilmente sarà possibile effettuare dei ritrovamenti attraverso la ricognizione dei satelliti dotati di sonar che potrebbero favorire i ritrovamenti.

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