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Sudan – alla ricerca di Berenice Pancrisia testo e foto di Luciano Pieri

– Posted in: Cultura, Storia

By Luciano Pieri
Originally Posted Thursday, January 12, 2012

SUDAN – alla ricerca di Berenice Pancrisia testo e foto di Luciano Pieri

Plinio il Vecchio, nei suoi volumi di “Historia naturalis”, parla di tre città chiamate Berenice: la Troglodyte, la Epidire e la Pancrisia.

Dagli archeologi, in diverse epoche, sono state tutte individuate geograficamente, Berenice Pancrisia, la città dell’oro, lo è stata molto recentemente, il 12 febbraio 1989 dalla spedizione italiana Negro-Castiglioni-Balbo.
Chiamata Berenice dagli egiziani e Pancrisia dai greci, era collocata in una zona ricca di affioranti filoni di quarzo aurifero che, fin dalla notte dei tempi, i faraoni sfruttavano per estrarre il prezioso minerale utilizzando galeotti, schiavi e avversari politici. Il luogo si trova in uno wadi in mezzo ad aspre montagne, sul confine egiziano sudanese, dove passava una importante via che da Aidhab, porto sul Mar Rosso, arrivava fino al Nilo.
Per 2000 anni si perde l’ubicazione di Berenice Pancrisia e nei pochi racconti in cui se ne parla viene immaginata alla pari di un fantastico mito, come altri del deserto. Tuttoggi é una difficile meta perchè pochi sanno raggiungerla, se non qualche esperto navigatore del Sahara con l’ausilio di GPS e carte satellitari.
Io ci andai nell’ottobre 2004 accompagnato da una vecchia e rodata guida, Piero Rossi, organizzati da Maurizio Levi di Milano.
Partiamo da Khartoum con tre Toyota ben attrezzate e tanta voglia di realizzare un sogno. Costeggiando la riva destra del grande fiume Nilo, passando da bellissimi siti archeologici come Wan Ben Naga, Musawarat e Meroe, la necropoli imperiale dei faraoni neri, individuata e saccheggiata nel 1834 dall’avventuriero italiano Giuseppe Ferlini, Indiana Jones ante litteram.
Arriviamo ad Abu Hamed situata su un’ansa del fiume, ultimo luogo abitato dove poter fare rifornimento di gasolio e di provviste alimentari fresche. Da qui si inizia un percorso che attraversa un deserto di colline pietrose, alte poche decine di metri, fino ad arrivare, gradualmente, a vere montagne. Risalendo antichi wadi che corrono paralleli al Mar Rosso incontriamo rari gruppetti di nomadi Beja, uomini fieri usciti indenni da tempi remoti, vestiti di una tunica bianca che gli arriva quasi alle caviglie, di una specie di gilet e di sandali ai piedi, armati di lunghi pugnali e corte lance, con particolari scudi di cuoio appesi ai basti dei loro cammelli. Entriamo nel cratere Onib, enorme catino di sabbia bianca, dove l’unico ingresso é rintracciabile solo col GPS, all’interno del quale troviamo interessanti tumuli funerari, forse preislamici, ben conservati e apparentemente mai aperti.
Seguendo sempre il GPS arriviamo ad una miniera d’oro abbandonata da tempo, già riportata sulle vecchie carte inglesi del Sudan col nome di: Onib Mines. Qui ci sono ancora i ruderi delle antiche abitazioni dei minatori, tuguri essenziali costruiti con pietra nera locale, tutto intorno centinaia di macine di pietra con un foro centrale, consunte dal gran lavoro fatto per sminuzzare il quarzo da cui ricavare minime quantità d’oro.

Attraversiamo ancora sperduti territori incontrando altri nomadi Beja che ci guardano come noi potremmo guardare degli extraterrestri atterrati nel giardino di casa nostra, sono diffidenti ma la curiosità umana prevale e ci permette un minimo contatto, quasi amichevole. Vediamo tumuli funerari preislamici, alcuni visitati dai fratelli Castiglioni e da Negro, i quali da oggetti in essi ritrovati, poterono collocarli nel periodo temporale che và dal Medio Regno a al Regno di Kerma.
Siamo nel wadi Allaqi, conosciuto fin dal tempo dei faraoni per i suoi giacimenti auriferi, il GPS ci dice che il nostro punto di arrivo è qui vicino ma bisogna districarsi in un dedalo di valli secondarie che ingannano, portano fuori strada, ti fanno ritornare indietro quando credi di essere arrivato. A noi il tutto è costato due giorni in più del previsto, ma leggendo resoconti di altre spedizioni sembra che il problema sia comune, forse sta proprio qui il fascino di questo luogo dove gli “Afrite”, spiritelli dispettosi del deserto, si divertono a proteggere Berenice facendola sparire agli occhi dei mortali. Finalmente ci siamo, le coordinate sono N 21.56.93 E 35.08.88 la nostra meta è raggiunta, dietro ad un’ansa del wadi Allaqi appare quello che resta di Berenice Pancrisia, la città dell’oro, chiamata dai Beja “Deraheib”, vale a dire le costruzioni. I ruderi di due antichi palazzi fortificati, dove i governatori del faraone e le loro truppe custodivano l’oro estratto in attesa di inviarlo a nord, appaiono nella loro suggestiva bellezza e a un chilometro circa a est, rinveniamo le fondamenta e muri della città che alloggiava almeno 10.000 schiavi.

A questo punto un minimo essenziale di storia mi sembra necessario: Plinio il Vecchio aveva trovato tracce di Berenice su scritti particolareggiati di Diodoro Siculo che a sua volta aveva preso spunto da un’opera perduta di Agatarchide di Cnido, poi per duemila anni di queste rovine rimane solo il sogno.
Nel 1832 di qui passa M.Linant de Bellefonds che le descrive nel suo libro “Etbaye”
Nel 1907 W.E.Budge descrive Deraheib basandosi su racconti dei Beja.
Nel 1938 E.Drioton e I.Vandier parlano di miniere d’oro a monte di wadi Allaqi. Nel 1948 D.Newbold passa di qui, trova cocci di ceramica e vetro e li data all’epoca Greco-romana.
Nel 1957 U.Monngret de Villard vede queste costruzioni e le fa risalire al X secolo d.c.
Nel 1977 sono viste da W.Y.Adams.
Però nessuno di questi esploratori e studiosi aveva intuito aver scoperto Berenice Pancrisia.
Il grande merito degli archeologi italiani è stato quello di essere partiti cercando qualcosa in cui credevano e di aver avvallato poi il loro ritrovamento con molti oggetti, rinvenuti particolarmente in tombe, databili all’era dei faraoni che storicamente avevano sfruttato queste miniere.

La nostra visita a Berenice Pancrisia finisce prima del programmato a causa dei ritardi accumulati, usciamo quindi dal wadi Allaqi carichi di emozioni e fotografie, e passando per Fort Murrat ricco di reperti minerari, via per una direzione ovest-ovest-sud che ci porterà dritti alla mitica stazione 6 del vecchio tratto ferroviario Wadi Alfa-Khartoum. Erano i primi del novecento quando gli inglesi, in pieno colonialismo, progettarono di fare una linea ferroviaria che dal Cairo, attraversando tutte regioni sotto il loro dominio, arrivasse a Citta del Capo. Giunti a Khartoum scoppiò la prima guerra mondiale, il progetto fu sospeso e la storia del secolo scorso non consenti più la realizzazione. Di questo grande progetto rimane integro il tratto Wadi Alfa-Khartoum, con alcune stazioni perdute in mezzo al deserto; stazioni fantasma, con il loro aspetto fuori dal tempo, di una bellezza struggente.

Da qui verso sud, attraverso famosi siti archeologici regno dei faraoni neri: Soleb, Sedeinga, Kawa, Old dongola, Karima, Jebel Barkal. Jebel Barcal merita un piccolo commento, è un luogo dello spirito, uno di quei posti dove la presenza di qualcosa di ultraterreno si fa tangibile.
Fu luogo di culto prima che arrivassero gli egiziani con la loro religione basata sul dio Ra, il sole.
I faraoni fecero qui costruire un grandioso tempio, di cui rimangono ricche vestigia ed in particolare un altare di pietra verde riccamente decorato. Attraversiamo il Nilo per poi dirigersi a sud, fino a Khartoum, dove ci attende un aereo della Lufthansa che ci riporta a casa.
E’ stato un viaggio da sogno e del sogno rimangono i ricordi e meno male tanti fotogrammi che ci rammentano una realtà appena trascorsa.

1 comment… add one
Mauro Superina October 13, 2016, 15:01

Conosco il Sudan dove ho lavorato nel 1963 alla di Diga di kasher El ghirba .il viaggio a Berenice sarà’ mai realizzabile per me ? Il sogno continua!

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