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Sudan: Berenike Panchrysos

– Posted in: Africa, Africa Est, Cultura, Geologia, Resoconti di viaggio, Storia

Originally Posted Thursday, September 2, 2004

Sudan: Berenike Panchrysos

Forse i sogni un giorno, prima o poi diventano realtà e quindi dopo tanti anni di intrepida attesa, forse è arrivata finalmente l’occasione tanto attesa.

Partiremo pertanto da Khartum, alla confluenza del Nilo Bianco con il Nilo Azzurro, dove ad attenderci ci saranno due 4×4 che abbiamo preparato con cura e che saranno opportunamente allestite per dividere con noi le gioie e le sofferenze di questa nuova avventura; lentamente, come il corso del grande fiume che scorre accanto a noi nel primo tratto di questo itinerario, ci lasceremo trasportare al cospetto di quelle grandi opere egizie di ingegneria e di estetica in territorio sudanese, raggiungendo così Naga, Musawarat e la grande necropoli reale di Meroe.

Allora verrà il tempo per puntare finalmente a nord, addentrandoci nei silenzi del deserto nubiano, abbandonando progressivamente strade, piste e con esse i villaggi e le genti che li popolano.

Sulle tracce degli esploratori e degli archeologi che ci hanno preceduto cercheremo di guadagnare la via per Berenice ed i tumuli del cratere di Onib, non senza avventurarci anche in percorsi alternativi ed inediti che speriamo ci offrano l’opportunità di imbatterci in nuovi ritrovamenti, rinvenendo ulteriori pozzi, villaggi Beja o resti di antichi insediamenti minerari che lontani dalle principali vie carovaniere e di trasporto delle merci e dell’oro magari ancora oggi si sono preservati dallo sguardo curioso degli avventurieri. A quel punto non ci rimarrà che rientrare puntando ad ovest la strada ferrata che unisce, nemmeno fosse un sogno !, Wadi Halfa a Khartum; passando prima per l’avamposto di fort Murrat e successivamente per le miniere di Umm Nabari, intersecheremo la ferrovia all’altezza della stazione numero 6 che si erge nel vuoto totale a 360° nell’orizzonte, e da lì, tagliando ancora il deserto, raggiungeremo le rive del Nilo per gustarci prima delle luci del tramonto Karima e le sue grandiosità.

Mancano diverse centinaia di chilometri a Khartum, e ci attende il Bayuda, il deserto che ci separa ancora dalla capitale, ma le difficoltà oramai saranno già alle nostre spalle e a noi non rimarrà a quel punto che cominciare ad attingere nella memoria le immagini e le emozioni più vive che avremmo saputo portare via con noi da questa nuova avventura.

1 Karthoum

Ripenso alle parole di presentazione di questa nuova avventura, così come sono state proposte nell’anticipazione del nostro viaggio proprio qui, in internet, sul sito di Sahara el Kebir, unitamente alle foto di Berenice, di Naga e di Meroe.

Abbiamo scritto che forse i sogni un giorno diventano realtà ed ora sento che sta per sopraggiungere proprio quel momento.

A bordo del volo Lufhansa appena decollato dal Cairo e diretto a Khartoum, con il naso incollato all’oblò del finestrino, vedo scorrere veloci sotto di noi le immagini del deserto e dei grandi spazi vuoti egiziani che incredibilmente mi conferiscono un grande senso di pace e tranquillità.

Posso così serenamente riprendere la lettura del mio libro, non prima di aver incrociato lo sguardo di Stefano; entrambi non possiamo far altro che pensare al nostro viaggio nel Gilf Kebir, un’avventura che per noi si è felicemente conclusa qualche anno fa proprio qui sotto, al Cairo, riprendendo un aereo che ci ha portato in Italia e dal quale, per qualche istante, si poteva godere la stessa veduta aerea della sottostante piana di Giza e del Nilo che ritrovo ora; e quasi mi viene da pensare che il tempo si sia fermato ….

Le ore di viaggio trascorrono pigre, poi ecco sorprenderci uno splendido tramonto con il sole infuocato sulla linea dell’orizzonte e finanche la sera e, a breve, la notte. Oltrepassato il grande vuoto nel buio più nero vediamo improvvisamente accendersi, come stelle nel firmamento, un’infinità di minuscole flebili luci bianche; eccoci a destinazione, siamo a Khartoum che in tutta la sua estensione ora dominiamo completamente dall’alto. Pochi minuti ancora di lunga planata ed è già tempo di scendere a terra.

Il ritrovo con Martin, che ci ha preceduto in Sudan e che è reduce da un mese di lavoro svolto in loco con un’equipe archeologica dell’Università di Roma, è previsto all’Acropole Hotel; perciò imbarcati “armi e bagagli” su un improbabile pick up locale adibito ad estemporaneo trasporto navetta guadagniamo la strada che a breve ci porta all’albergo.

Ed ora eccoci qua, finalmente tutti insieme e pronti, pronti per questa nuova avventura.

Il tempo di ricontrollare tutti i necessari permessi di visita rilasciatici nei giorni precedenti dal Servizio Antichità Sudanese e di fare una telefonata col GSM in Italia per dire tutto ok, e… buona notte a tutti, ci si vede domani.

L’indomani Marino e Khalid, i nostri due drivers arrivano puntuali con aquila 1 e aquila 2, ovvero le due Toyotone superattrezzate che ci sono state gelosamente affidate da Michele Dutto per l’occasione e che subito finiamo di allestire tirando e sistemando cavi, antenne, gps, plotter, personal computer e tutto il materiale cartografico necessario per la navigazione.

Valeria, Martin e Domenico si occupano di acquistare al mercato locale le ultime provviste della spesa, l’acqua, il pane e le verdure che ci serviranno nei prossimi giorni.

Poi tutti in carrozza, signori si parte.

2. Il Regno di Meroe

Usciamo dal centro di Khartoum, poi la periferia e finalmente corriamo liberi sul nastro di asfalto parallelo al Nilo che ci porterà in breve a Naga, poi a Musawarat e, speriamo entro sera, a Meroe.Naga è un sito da cartolina, in prossimità di un profondo pozzo dal quale i nomadi attingono l’acqua svettano il Tempio dedicato ad Amon con numerosi sfingi raffigurate con le teste di ariete ed il famoso “chiosco”; i capitelli, gli archi e le sequenze delle facciate evidenziano gli influssi architettonici greco-romani.

Qui Martin ritrova il professor Lech e la sua equipe, con il quale ci intratteniamo a tal punto da convincerlo a scoprire per noi un tesoro ancora nascosto, ovvero una scena di pittura realizzata con maestria e dagli incredibili colori. Essa è destinata ad adornare un altare sacrificale, ora completamente riportato alla luce, e l’insieme viene custodito gelosamente sotto una tenda al riparo dai raggi del sole e dall’erosione del vento.

Ci spostiamo poi a Musawarat, dove Martin ha effettuato nel corso degli anni passati diverse campagne di scavo e di restauro. Là, ad attenderci, c’è il professor Wenig dell’università di Berlino ed i resti di un tempio che, oggi come allora, è sicuramente il più imponente rinvenuto in Sudan. Camminiamo tra ciò che resta delle colonne, ora muovendoci lungo muri perimetrali, ora risalendo rampe di accesso; il sito dovrebbe essere stato al tempo certamente maestoso ma di quel glorioso passato oggi rimangono sul terreno ancora una quantità incredibile di tessere da ricomporre in un complicato mosaico cosicché all’occhio del visitatore il complesso risulta essere un’opera ancora incompiuta ed improba di impegni di future energie.

Poco lontano, al di là del wadi, si erge isolato il tempio del Leone dedicato al dio Apedemak ricostruito negli anni 60 dalla missione archeologica tedesca, che ora fa bella mostra di sé. Il tempo per una visita, e ci ritroviamo tutti in macchina, pronti a raggiungere entro sera la nostra prossima meta, Meroe; lì ci accamperemo nottetempo in attesa che sia l’alba del mattino seguente a sorprenderci tra le grandiosità di questo sito.

Al risveglio ci ritroviamo dolcemente adagiati su un soffice tappeto di sabbia finissima ai piedi di una collina distante circa tre chilometri dal corso del Nilo che ospita la necropoli reale di Meroe, un cimitero con una quantità eccezionali di costruzioni, templi, tombe e, incredibile a dirsi, piramidi che nonostante i furti ed i saccheggi dei tombaroli che si sono succeduti nei secoli, ancora oggi si presentano agli occhi dei pochissimi e solitari visitatori, così come ora lo siamo noi, in tutta la loro sobria, stupefacente bellezza. Uno spettacolo che mozza letteralmente il fiato, anche per chi ha già avuto modo di vedere in passato le piramidi di Giza in Egitto, o quelle Maya in America Centrale o quelle più complesse sparse nel grande continente asiatico.

Qui i faraoni neri del regno di Meroe dal 500 a.C al 350 d.C. decisero di trovare riposo.

Grandi furono in vita del loro gesta, grandi quindi le opere che ci hanno lasciato sulle superfici di queste sabbie.

Riprendiamo il viaggio, raggiungiamo ed oltrepassiamo Atbara, grande, grandissimo centro molto trafficato.

Poi abbandoniamo il Nilo e l’asfalto e puntiamo su pista Abu Hamed inoltrandoci in una zona semidesertica; abbiamo così modo di testare le macchine e tutto l’equipaggiamento prima del “grande salto “ che nei prossimi giorni ci attende in vista di Berenice.

I problemi non tardano a venire : prima una disattenzione di guida del nostro driver fa piantare Aquila 1 in una pozza limacciosa e maleodorante, poi è la volta del radiatore che, incrostato ed intasato, surriscalda pericolosamente la temperatura dell’acqua nel motore.

Ci rimbocchiamo le maniche e dopo una mezzora di manutenzione tutto è nuovamente a posto e finalmente si riparte, avanti che è tardi !0

L’indomani raggiungiamo Abu Hamed, l’ultimo punto di rifornimento per le scorte di gasolio, di cibo e di acqua: il prossimo sarà, se tutto andrà bene, a Karima, non prima di aver percorso circa 1500 km. in totale autonomia.

Ad Abu Hamed ritroviamo il Nilo, i mercati, la simpatia e l’accoglienza della gente sudanese ma anche la loro discrezione e riservatezza : qui il turista è una mosca bianca ed i locali non si curano molto di lui, sono tutti presi nei loro affari, negli scambi delle merci e di notizie arrivate forse da molto lontano, magari giunte tramite la ferrovia costruita dagli inglesi in epoca coloniale.

Ancora oggi lo stesso treno di allora, in parte rimaneggiato, unisce Wadi Halfa in Egitto con Khartum ed uno scartamento ridotto che parte proprio qui, da Abu Hamed, conduce i passeggeri fino a Karima. Incredibile ma vero !

3 Inizia l’avventura

Ad Abu Hamed siamo fortunati, troviamo disponibile il gasolio e quindi rabbocchiamo solamente i serbatoi principali integrando le scorte di carburante precedentemente fatte annotando che, in generale, abbiamo imbarcato a bordo delle due Toyotone complessivamente 760 litri di gasolio, più di 350 litri di acqua ed una ottima provvista di generi alimentari che completano quanto già in nostra dotazione. Che dite, basteranno per una settimana “di vacanza nel pianeta Sahara” ?!!E’ un momento importante, ora è tempo di lasciare tutto e tutti; per noi comincia l’avventura, controlliamo e ricontrolliamo tutto con scrupolo, riportiamo sul taqquino le scorte fatte, azzeriamo il parziale del contachilometri, accendiamo tutti gli strumenti di navigazione, facciamo un respiro profondo e … via; Berenice, questa volta arriviamo !

Risalendo verso nord entriamo nel wadi Elei dove riscontriamo con stupore un traffico inaspettato di automezzi pesanti che vanno e vengono dall’Egitto, qualcuno afflitto dai soliti problemi meccanici tipici da avventura nel deserto : qui un pezzo di ricambio si può aspettare per ore, giorni o settimane come stanno facendo questi sventurati che abbiamo incrociato e che per loro sfortuna hanno rotto un semiasse del camion. Capiamo che hanno cibo ed acqua a sufficienza, quindi scambiamo volentieri quattro ulteriori parole ed offriamo loro il nostro aiuto come sempre è doveroso fare in questi casi. Loro ci ringraziano per le nostre premure, ci sorridono, ci rassicurano e ….. ci augurano buon viaggio!

Ancora pochi chilometri percorsi sulle tracce e prendiamo in direzione est, comincia la navigazione.

Lasciamo gli altopiani e le distese sabbiose e ci insinuiamo in ampi valloni dove ritroviamo i primi villaggi dei nomadi Begia con i loro armenti; è un’etnia spietata, conosciuta in passato per le rapidi incursioni con le quali saccheggiavano i villaggi ed i templi sul Nilo per poi ritirarsi tra le montagne inaccessibili del deserto nubiano.

Conoscono l’uomo bianco da pochi decenni e non avendo contatti con i viaggiatori, essendo tutta la zona assolutamente esclusa da frequentazioni turistiche e sottoposta a rigoroso permesso di visita da parte delle autorità sudanesi, ancora oggi ci osservano con sospetto tenendo la mano sempre lì, vicina alla loro inseparabile spada.

Proseguiamo fino a rinvenire sul terreno i primi segni tangibili dell’opera dell’uomo che dagli albori della civiltà, poi nel medioevo ed ancora fino ai nostri giorni ha scavato pozzi, ha attinto risorse dai filoni auriferi seguendo le preziose indicazioni fornite dai prospettori e ha infine creato a tale scopo impianti di estrazione dell’oro destinati ai faraoni egizi impiegando martelli di ferro, mortai in pietra, macine a rotazione e a sfregamento con le quali frantumavano il quarzo per raccogliere poi le pagliuzze tramite tavole di lavaggio, scivoli, setacci e vasche di decantazione.

Nel deserto nubiano i siti minerari sono molteplici, noi ne visiteremo alcuni dei principali : Alaar, Abaraga, Onib, quelli nel wadi Allaqui e a Umm Nabari ma altri ancora ve ne sono, presidiati da fortezze nelle quali si raccoglieva e si custodiva l’oro prima di essere spedito a nord a Tebe, Menfi o a Luxor; o parimenti a sud a Napata o a Meore.

Questi castelli dislocati per esempio a Fort Murrat o a Berenice Pancrisia conservano le tracce della storia dell’uomo e sono dei capolavori che da soli valgono le fatiche e l’impegno di un viaggio in zone come queste, così disagevoli ed inospitali.

4 Il cratere di Onib:

Superato il sito delle miniere di Alaar dove, in prossimità di un pozzo con acqua disponibile, giacciono a terra i resti dell’insediamento, tra cumuli di macine a rotazione e sfregamento e i carrelli adibiti al trasporti di materiale, tra le rovine dell’impianto e ciò che resta dei ricoveri del personale, ci inoltriamo puntando verso Onib. Dalle carte satellitari si individua un possibile passaggio che forse ci consente di entrare da nord-est nel cratere senza dover percorrere un giro lungo e dispendioso; proviamo in tutti i modi a cercare un varco tra le rocce ma il fondo impervio e roccioso del wadi che percorriamo ci impedisce di proseguire. Se vogliamo andare ad Onib dobbiamo necessariamente fare tutto il giro ed entrare dall’unico ingresso certo e praticabile, quello a sud-est ed aumentare così il ritardo già accumulato nei giorni precedenti sulla tabella di marcia.Ma la grandiosità del cratere ne vale la pena, quindi ci incamminiamo senza alcuna incertezza.

In prossimità dell’ingresso rinveniamo un pozzo con acqua e lì a pochi passi di distanza un piccolo insediamento di zeribe con i nomadi Begia ed i loro armenti. E’ una nuova occasione di incontro alla quale certamente non vogliamo sottrarci, pur nella difficoltà di comunicare con loro.

Anche il nostro driver sudanese Khalid incontra non pochi problemi di comprensione, la loro lingua è un idioma che non ha nulla a che spartire con l’arabo o le sue forme dialettali; noi ci arrabattiamo con i soliti saluti e convenevoli spiaccicando qualche piccolo vocabolo convenzionale che spiana la strada ad una conversazione di tipo “gesticolare” colorata dalle espressioni del viso alternate a rapidi movimenti delle mani che in questi casi vale forse più di mille parole.

Poi ci tuffiamo dapprima verso il centro dell’ampio cratere, ora invece ne fiancheggiamo i contorni ritrovando una collina sulla quale sono ampiamente visibili almeno una quarantina di tumuli.

Più avanti proviamo a cercare l’uscita tentando di insinuarci in un piccolo wadi che, come abbiamo già visto e provato ( vedi sopra ), potrebbe anche portarci fuori; l’accesso è invitante, il fondo semplice e scorrevole, sulla sabbia tracce di dromedario che fanno ben sperare…, passo dopo passo avanziamo lentamente, il gps dice che mancano meno di quattrocentocinquanta metri e siamo fuori, avanti ancora, sempre più stretto, sempre più difficile, dai che è quasi fatta. Poi d’un tratto il wadi si restringe ad una larghezza approssimativa di poco più di una decina di metri e il suo corso si impenna, si complica tra cascatelle, franate e grossi massi che impediscono anche ai più acerrimi fuoristradisti qualunque prosecuzione. Scendiamo dalle macchine e ci incuneiamo tra le rocce a piedi; capiamo subito che ci dividono ancora alcune centinaia di metri dall’uscita e che non vale la pena spendere altro tempo in ricerche o correre inutili rischi aggiuntivi di possibili cedimenti o rotture con le nostre Toyota per avanzare solo pochi metri, perché qui veramente siamo fuori dal mondo ed un qualunque anche piccolo inconveniente o guasto può rivelarsi un grave problema. Una cosa rimane comunque certa: qui un 4×4 non può assolutamente transitare oltre!

Non rimane che “girare i tacchi” e percorrere il cammino dell’andata anche se oramai sarà presto sera.

Oggi la sveglia è arrivata burrascosa, in stile militaresco, alle cinque di mattina, all’urlo “sveglia palle di lardo, giù dalle brande” !

Ieri abbiamo guidato tutto il giorno, cercato passaggi tra le montagne e nei wadi, saltato il pranzo, guidato per ore dopo il tramonto del sole nel buio più totale per cercare di recuperare almeno in parte il ritardo accumulato aiutandoci con gli strumenti di navigazione che non abbiamo mai spento per tutto il giorno. Abbiamo montato il campo in piena notte, mangiato un boccone al volo; a quel punto molti di noi sono caduti nel sonno più profondo; sarà stata l’eccessiva stanchezza o l’adrenalina che ci teneva ancora svegli ma ne Martin, ne Claudio, ne il sottoscritto riuscivamo a chiudere le palpebre; quindi abbiamo deciso di berci sopra ancora un “goccetto di torcibudella” e di rimanere poi fino a notte fonda a gustarci il cielo stellato.

Questa mattina per non vanificare lo sforzo della levataccia all’alba dobbiamo assolutamente raccogliere in fretta le nostre cose, accendere i motori e metterci subito in marcia, ci aspetta Berenice ! Seguendo le indicazioni forniteci dal gps, consultando continuativamente il plotter e le carte satellitari in esso illustrate risaliamo verso nord percorrendo un altopiano roccioso, dove le tracce di passaggio di autoveicoli a volte sono impercettibili e spesso poi spariscono definitivamente.

Ci insinuiamo tra wadi ed augusti passaggi tra le pareti rocciose dove le nostre macchine passano a filo delle sporgenze in un dedalo che sembra non finire mai.

Il fondo spesso è così sconnesso che ci obbliga a continue peripezie, sia in salita che in discesa. Anche se incappiamo in una serie di forature, queste acrobazie finiscono per esaltarci e per farci assaporare con maggiore gusto l’imboccatura del wadi Allaqui nel quale ora ci insinuiamo: ancora poche anse da percorrere con il fiato sospeso, oramai mancano poche centinaia di metri, ma i secondi in questi casi sono un’eternità; viene quasi la voglia irrefrenabile di scendere dalle macchine e mettersi a correre a perdifiato, poi finalmente le sagome dei castelli di Berenice appaiono all’orizzonte scatenando la nostra meraviglia e l’entusiasmo generale di tutto il gruppo.

Il sito si compone di due distinte roccaforti dove l’oro estratto dalle vene aurifere delle miniere circostanti veniva depositato e custodito a cura di alti funzionari assistiti da miliziani armati.

Varchiamo la soglia di ingresso e ci addentriamo tra le rovine di questi due caravanserragli; l’emozione che ci accompagna è grande ed è un po’ come vivere un sogno ad occhi aperti.
Le pietre disposte pazientemente e con perizia una all’altra creano elementi architettonici ancora oggi sopravvissuti alla forza degli elementi, all’erosione del vento, alle piogge, ai terremoti ed alle incursioni ed i saccheggi che nel tempo si sono succeduti.

Archi, colonne, torri e muri di fortificazione si sorreggono a fatica, ma la compattezza dell’impianto è tale da scongiurare improvvisi crolli sul tappeto di sabbia sottostante.

Affacciandosi da una delle torri di guardia si possono vedere sulla sponda opposta del wadi Allaqui ancora i resti dell’antico villaggio e degli alloggi del personale. Tutt’intorno rocce e montagne sfregiate dall’opera dell’uomo compiuta nei tempi, e poi un grande, interminabile silenzio che avvolge in un clima surreale tutto l’ambiente.

“Il sito di Berenice Pancrisia che attualmente porta il nome arabo di Deraheib (cioé “il convento”) fu “riscoperto” (nel senso che venne originariamente “scoperto” il 16 febbraio del 1832 dall’esploratore francese Linant de Bellefonds, che tuttavia non seppe riconoscerne l’antichità e considerò le sue rovine come un insediamento minerario arabo) il 12 febbraio 1989 da Giancarlo Negro, accompagnato in quella occasione dai fratelli Castiglioni e da Luigi Balbo”.

6 Polizia di frontiera

Lasciamo Berenice alle nostre spalle e proseguiamo nel percorrere il wadi Allaqui che sfocia in terra d’Egitto; è un rischio che dobbiamo accettare per recuperare il ritardo sulla tabella di marcia accumulato nei giorni passati.Inizia così per noi il viaggio di ritorno, visto che ci troviamo nel punto più lontano da Khartum ed i giorni rimasti a nostra disposizione per completare tutto l’itinerario sono proprio pochi rapportati alle distanze che dovremmo percorrere. La situazione non tarda a complicarsi ulteriormente: usciti finalmente dal wadi Allaqui e proseguendo la marcia in un ampio pianoro dal fondo sabbioso ma sufficientemente compatto incappiamo in una postazione di controllo egiziana; veniamo subito bloccati, ci sequestrano i passaporti ed incominciano ben presto mille interminabili domande seguite da altrettanti controlli. Dopo quattro ore e mezza di infinite estenuanti trattative, verifiche dei dati, perquisizioni delle nostre macchine e comunicazioni radio veniamo scortati da una pattuglia al di là del confine in territorio sudanese e rimessi sulla retta via del ritorno. E’ oramai l’imbrunire e la nostra posizione è completamente fuori rotta. Nonostante tutto non ci perdiamo d’animo, riaccendiamo gli strumenti di navigazione, consultiamo le carte, facciamo il punto della situazione e programmiamo i nostri gps per riavvicinarci alla traccia del nostro itinerario dal quale siamo separati da una estesa zona montagnosa invalicabile.

Guidando per tre ore abbondanti in piena notte nel buio più totale, aiutati solo dagli strumenti e dai fari delle nostre 4×4, raggiungiamo l’imbocco di un wadi dove decidiamo di fare campo essendo diventato oltremodo difficile proseguire nel pieno dell’oscurità. Siamo talmente stanchi che tutto improvvisamente diventa difficile e complicato forse anche a causa di una fastidiosa brezza di vento che, sollevando polvere e sabbia, ulteriormente ci innervosisce nel montare una tenda o durante le operazioni di scarico delle casse dalla macchina e di accensione del fuoco. A fatica, aiutandoci vicendevolmente, riusciamo comunque ad organizzare il campo, e posizionando ad arte le macchine finiamo per imbastire una opportuna cena a dispetto di chi stava per abbandonarsi nelle braccia di Morfeo a stomaco vuoto; non c’è niente di meglio per ritrovare il coraggio e le forze in questi casi che “buttare giù” un buon piatto di spaghetti, e Valeria e Martin questa volta li hanno confezionati superando proprio loro stessi. E fu così che la serata finì in bellezza, il vento si placò e ritornò il sorriso; ci fu perfino la voglia di riparare le forature occorse a tre gomme ed il tempo di sistemare una delle bagagliere che oppressa dal grave peso e dalle continue sollecitazioni aveva manifestato i primi segni di cedimento. Poi finalmente arrivò per tutti l’ora della buonanotte.

7. L’oro dei Faraoni: Abaraga, Fort Murrat, Umm Nabari

Il mattino seguente imbocchiamo un oued poco distante dal punto nel quale ieri notte ci eravamo accampati, lo percorriamo tutto ed in breve siamo nuovamente sulla rotta del nostro itinerario; nemmeno il tempo per felicitarci e l’ammortizzatore e la balestra di Aquila 2 accusano una grave, preoccupante rottura che ci obbliga tassativamente a fermarci per evitare problemi ben peggiori. L’intervento è complicato e delicato, ma con calma e con pazienza ricomponiamo la balestra, anche servendoci di alcuni fogli portati a scorta, in modo da poter riprendere la marcia; oramai ci siamo immessi nel circuito più lungo del nostro itinerario e non possiamo far altro che completarlo anche se il ritardo è diventato quasi incolmabile. Ma qui è praticamente tutto così bello ed avvincente che quasi non ci preoccupa affatto di perdere il volo di ritorno.Non potendoci concedere tagli di percorso, confidiamo molto sul fatto che a breve il terreno dovrebbe migliorare con decisione garantendoci medie di percorrenza più elevate nonostante lo stato di salute tutt’altro che eccezionale delle nostre macchine.

Ora dopo ora maciniamo chilometri su chilometri, transitiamo sul sito di Abaraga nel quale ci concediamo un attimo di sosta per la visita e via, di nuovo in vettura puntando Fort Murrat e, in successione, le miniere di Umm Nabari che non possiamo assolutamente perdere, cascasse il mondo.

Fort Murrat è incuneato tra le montagne ed impieghiamo un po’ di tempo nelle ricerche per trovarlo ma lo sforzo viene ampiamente ripagato; ci si presenta d’un tratto nuovamente di fronte in piccola scala quanto visto in precedenza a Berenice, ovvero un insediamento presidiato da una roccaforte nella quale si custodiva l’oro, quell’oro estratto fino agli inizi del novecento nelle miniere di Umm Nabari che ora sono il nostro prossimo obiettivo di visita.

Lasciamo il forte e risaliamo, percorrendo infinite diramazioni del wadi principale, le montagne fino al punto più alto che coincide con la casa del direttore della miniera dalla quale a 360 gradi spazia una vista incredibile. Tutt’intorno scavi, materiale di risulta, macine, attrezzi da lavoro, carrelli per il trasporto del materiale e, più in basso, il consueto villaggio dei minatori in disuso da quasi cent’anni.

E’ oramai quasi il tramonto e dobbiamo obbligatoriamente uscire da questo labirinto sfruttando la poca luce rimasta; poi guideremo nella notte in completo fuoripista come oramai nostro solito.

Sessanta chilometri ci separano ancora dalla mitica Stazione nr. 6, ma il terreno è costituito da un fondo sabbioso e compatto, privo di ostacoli, e dobbiamo assolutamente farcela.

8 Stazione n°6

Vi lascio immaginare cosa significa, dopo aver percorso 1200 chilometri fuori dal mondo per giorni e giorni, ritrovare in piena notte le flebili luci delle quattro case adiacenti alla stazione, nelle quali i pochi addetti, al momento del nostro arrivo, sono raccolti per la preghiera della sera; l’interno del locale stentatamente illuminato da alcune lampade a petrolio sfuma i colori della notte che ci avvolge, e noi lì, sdraiati sulla sabbia sotto le stelle, ammaliati e sfiniti, a due passi dall’uscio ad ascoltare le litanie professate ad libitum nel nome di Allah nella magia dell’attimo che respiriamo.Le poche costruzioni sudanesi che compongono il nucleo della Stazione nr. 6, in aggiunta all’impianto originariamente realizzato dai coloni britannici, hanno tutte i tetti a curiosa forma di tronco di cono e si raccolgono vicine al posto di controllo e alla biglietteria proprio a ridosso dei binari, due esili lamine grigie che, parallele a stento, scompaiono nel nulla dell’infinito orizzonte perdendosi tra le sabbie del deserto.

Il prossimo treno passerà tra una settimana, forse più, con il suo carico di merci e novità; in tale attesa le ore ed i giorni trascorreranno pigri trascinati al ritmo alternato di una sigaretta ad un tè, tra un ritrovo all’ombra di un muretto per scambiare quattro ciacole e l’ennesima abluzione prima dell’ora di preghiera.

A noi non rimane che scappare come al solito via, chissà mai in cerca di chi o di che cosa, ma comunque via

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9 Karima

Karima e le acque del Nilo sulle quali si specchia, e dalle cui sponde si ergono con maestosa bellezza Djebel Barka e le sue piramidi, sono al di là di questa distesa di sabbia, un piccolo braccio di mare di trecentocinquanta chilometri che in poche ore di navigazione solitaria dobbiamo, nella buona o nella cattiva sorte, assolutamente attraversare.

Approdare a Karima significa per chi si è lasciato alle spalle il deserto nubiano, oggi come allora, ritrovare la vita e con essa ritrovare i segni delle grandi opere dello spirito e dell’ingegneria dell’uomo. Per noi significa, inoltre, chiudere un grande percorso di quasi 1500 km. iniziato molti giorni or sono ad Abu Hamed, un’avventura pregna di immagini e di momenti incredibilmente belli e profondi il cui ricordo indelebile porteremo sicuramente con noi per tutti i prossimi giorni.

Il centro brulica di mercati, bancarelle, negozi e locali dove la gente si rincorre, ora evitando un camion in transito carico fino all’invero simile, ora menando in giro un carretto trainato da un ciuccio che non ne vuol sapere.

Chi dà sfogo alle incombenze domestiche piuttosto che alle frivolezze del dolce far niente si arrabatta tra le viuzze facendosi trasportare tra uno sciame di urla e di schiamazzi in un caleidoscopio di colori che si alternano e susseguono vorticosamente a nuovi, più disparati odori e profumi; chi più stanco desidera un attimo di pace può trascorrere il tempo consumando comodamente un the all’ombra di una frasca poco lontano dal centro osservando le feluche cullarsi tra le correnti del Nilo. In prossimità del tramonto il ritrovo è a Djebel Barka per perdersi nella solitudine del sito lasciandosi penetrare dai misteri delle sue piramidi o per guadagnarne a fatica la sommità dalla quale si può godere in pieno alle prime luci della sera Karima ed il suo palmeto affacciati sulle sponde del grande fiume.

Se poi scendendo e passando davanti al museo vi capiterà di incontrare vecchie conoscenze locali o compagni di scavo, come qui di consueto succede a Martin che per lunghi mesi ha prestato i suoi servigi al recupero di tale patrimonio di arte e bellezza, allora vi sarete assicurati anche un’allegra compagnia per la serata ed una cena succulenta da leccarsi le dita.

L’importante è non finire i bagordi a notte fonda perché l’indomani all’alba la chiatta che consente di attraversare il Nilo per raggiungere Khartoum in giornata, non sarà lì ad aspettare in eterno….

10: Il Deserto del Bayuda

La notte è trascorsa splendidamente; a Karima siamo stati ospitati nella casa utilizzata dai membri delle diverse missioni archeologiche italiane che si sono succedute sul campo di Djebel Barka, tra i suoi templi e le sue piramidi. E’ doveroso, quindi, ringraziare anche in questa sede il Prof. Roccati dell’Università La Sapienza di Roma per l’ospitalità gentilmente offertaci. Tramite Martin, infatti, che in quella casa aveva appena finito di soggiornare dopo un mese di lavoro trascorso insieme all’equipe di scavo e di ricerca presieduta dal Prof. Roccati in questione, siamo entrati in possesso delle chiavi dell’abitazione e a quel punto non abbiamo certo potuto rifiutare al piacere di una buona doccia tiepida, al gusto delle bevande fresche nel frigo e ad una branda corredata con tanto di comodo materasso che opportunamente abbiamo “spostato” per la notte in giardino sotto le stelle.

La sveglia oggi è alle sei, dobbiamo raggiungere Khartum entro il primo pomeriggio e siamo obbligati a prendere il battello per attraversare con le nostre macchine il Nilo ed approdare sulla sponda orografica sinistra del grande fiume; poi mancheranno ancora poco meno di quattrocento chilometri da affrontare in parte su pista, superando il deserto del Bayuda, ed in parte su comodo asfalto, per raggiungere la capitale. Sappiamo che in sette-otto ore di macchina, se tutto andrà bene, potremmo essere nuovamente davanti all’Hotel Acropole, da dove questo viaggio era cominciato; ormai, dopo tanti giorni di marcia estenuante macinata a tappe forzate per recuperare il ritardo accumulato durante lo sviluppo del viaggio, affrontare questo ultimo “grande salto” nei tempi preventivati ci sembra di fare quasi una passeggiata.

Non ci rimane quindi che partire e guadagnare la strada che conduce al Nilo, all’imbarco sulla chiatta, dove già attendono pazientemente i primi camion stracarichi di merce e gli abitanti locali che devono recarsi per le loro faccende sull’altra sponda, a Napata, a Tam Tam, a Khartum o chissà dove. L’attesa si può “ammazzare” bevendo un tè e trangugiando delle succulente ciambelle calde preparate dagli ambulanti che si appostano con i loro carretti e le loro tende proprio in prossimità dell’argine del fiume, è una buona occasione per gustarsi un momento particolare osservando il placido scorrere delle acque avulse nelle correnti Nilo, o per aiutare una feluca che stenta a prendere il largo per il motore che fa le bizze o una vela che non si issa, per fare conoscenze con qualche sudanese sempre cordiale e simpaticone, o per scambiarsi notizie e novità provenienti dall’altra sponda. Poi finalmente si traghetta, poche decine di chilometri di asfalto, il tempo di prendere quattro piccole provviste al mercato di Merowe e rabboccare una tanica di gasolio di scorta ( non si sà mai ! ), e via, si imbocca la pista per il Bayuda. E’ un deserto di sabbia e ciottolato solcato da tante tracce di 4×4 e mezzi pesanti che lo tagliano nelle più diverse direzioni. A tratti le rotate ed i solchi diventano particolarmente profondi, a tratti quasi spariscono. Khalid, uno dei nostri drivers, lo conosce molto bene e prende le opportune scorciatoie per diminuire le distanze che ci separano dall’asfalto e per evitare ulteriori pericoli e preoccupazioni, presa coscienza anche del precario stato di salute di Aquila 2 che di traversie ne ha viste e passate già di tutti i colori.

Ciò nonostante una ulteriore foratura azzoppa sempre Aquila 2, con un po’ di pazienza si mette mano al crick e ad uno tra i pochissimi pneumatici “ ancora buoni”, scelto selezionando il migliore rimasto tra quelli in dotazione di entrambe le due macchine ……. e si riparte ( a proposito, ma chi ha suggerito agli ingegneri giapponesi di mettere la ruota di scorta tra i longheroni del Toyota, sotto lo chassis della macchina, e di bloccarla con una maledettissima catenella che con il tempo si arrugginisce e non si sblocca se non dopo aver sudato sette camice e sgranato un rosario di bestemmie ???!!! ).

Il tempo di bere un sorso d’acqua, di guardarsi intorno il panorama e di scherzarci sù ripensando ai mille simpatici episodi che nella buona e nella cattiva sorte hanno fatto da contorno a questa nostra avventura nel deserto nubiano e ci ritroviamo finalmente con le ruote nuovamente sull’asfalto; ora sarà lui a condurci felicemente, sani e salvi, a Khartum e in tale attesa, visto che mancano ancora alcune monotone ore di strada dritta ed il caldo nell’abitacolo si fa sempre più opprimente, possiamo anche permetterci il lusso di schiacciare “un pisolino” dopo tanto guerreggiare, anche perché ci attende una notte che probabilmente passeremo “in bianco” a bordo dell’aereo che ci riporterà in Italia mettendo definitivamente fine a questo incredibile, fantastico sogno sudanese.


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