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Una coppia in Transafrica. Terza tappa, da Cotonou a Libreville

– Posted in: Africa, Africa Occidentale, Resoconti di viaggio

UNA COPPIA IN TRANSAFRICA. TERZA TAPPA, DA COTONOU A LIBREVILLE

Di Cristina e Bruno Riccardi – (Onurb55)

4/1/2019. Siamo su un aereo della Turkish Airlines che da Milano Malpensa ci porterà a Istanbul e poi a Cotonou in Benin dove riprenderemo Tatiana, la nostra 4×4, per proseguire la Transafrica in solitaria, che per questa terza tappa, su un percorso attraverso Nigeria e Camerun ci porterà in Gabon, dove depositeremo la macchina da Federico all’Akouango Village nei pressi di Libreville. Sappiamo che sarà un percorso impegnativo per l’attraversamento della Nigeria che ha fama di pericolosità e per il passaggio della zona anglofona del Camerun dove negli ultimi mesi è in rivolta aperta verso il governo centrale del Paese e dove ci sono stati scontri a fuoco con diversi morti e rapimenti e uccisioni di bianchi. Tuttavia abbiamo iniziato questa avventura e cercando di evitare ogni pericolo, utilizzando la massima prudenza, vedremo di proseguirla. Al minimo rischio veramente serio naturalmente, potremmo decidere anche di sospendere il nostro progetto di attraversare l’Africa da nord a sud.

5/1/2019. All’aeroporto di Cotonou ci attende Achille, il beninese col quale siamo ormai amici e che abbiamo invitato con la moglie a cena a casa nostra a Torino in occasione di un suo viaggio in Italia per conto del Ministero dell’Economia del suo Paese del quale è funzionario. Achille ci porta nell’alberghetto di sua proprietà sulla splendida e selvaggia “strada dei pescatori” a pochi chilometri a ovest di Cotonou, dove soggiorneremo un paio di giorni anche per rilassarci in un ambiente meraviglioso e incontrare alcune persone conosciute nella tappa precedente.

6/1/2019. Ritiriamo Tatiana dal garage dove era depositata e dal meccanico di fiducia di Achille facciamo fare manutenzione cambiando olio motore e filtri. La macchina funziona bene. Constatiamo che il compressore portatile della Viair che è sulla macchina, ha il tubo a spirale per il gonfiamento completamente “cotto” e con lieve pressione delle dita, si spezza come se fosse di liquirizia. Sembrerebbe non aver resistito alla terribile temperatura e umidità della zona. E’ un problema poiché non possiamo viaggiare senza compressore nelle pessime strade africane, dove le forature di gomme possono essere frequenti anche se le nostre, robustissime, non ci hanno dato fino ad ora alcun problema. Dovremo cercare un tubo idoneo, anche di fortuna, da usare col compressore dato che è impossibile trovare il ricambio in Benin.

La sera, siamo ospiti a casa di Achille dove la moglie Gloria, una bella signora beninese, ci prepara una ottima cena africana. Gloria è preside in una scuola pubblica e col marito funzionario ministeriale, appartengono alla classe benestante del Benin. Hanno una casa molto bella e tre figli che frequentano le scuole migliori. Sono persone istruite, squisite, educate e gentili. Con loro manterremo i contatti.

7/1/2019. Lasciamo la splendida “strada dei pescatori” e ci dirigiamo verso la Nigeria. Come programmato, al fine di evitare Lagos con prevedibile caos anche al posto di frontiera e come suggeritoci da amici italiani, ci dirigiamo per circa 120 km verso nord alla città di Bohicon per poi raggiungere Kètou più ad est e da li entrare in Nigeria a Imeko, aggirando Lagos. Poco prima di Bohicon, Tatiana ha dei mancamenti, tipico segnale di filtro del gasolio sporco. Ci fermiamo in un meccanico in città e costui constata che il filtro del gasolio, cambiato due giorni prima, è effettivamente molto sporco, dallo stesso escono pezzetti tipo catrame!!! Lo sostituisce con uno nuovo che avevamo di scorta ma decreta che occorre pulire il serbatoio. Con la lentezza tipica dei meccanici africani, prima svuota il serbatoio tirando il gasolio con un tubo in bocca come fosse vino, poi apre una botola di ispezione del serbatoio posta sotto il pianale di carico e con una spugna e uno straccio, vi entra e lo pulisce a suo modo. Sostituito il gasolio con altro nuovo, la macchina riprende a funzionare regolarmente. Lo stesso meccanico con un tubo di fortuna lungo qualche metro, ci mette il compressore in grado di funzionare nuovamente.

Intanto che assistiamo rassegnati per le ore perse dal lavoro del meccanico, una doccia fredda: l’amico Luca ci telefona dall’Italia per comunicarci che in Gabon è in corso un colpo di stato e quindi, di informarci bene prima di proseguire il viaggio. Bruttissima, pessima notizia. Il meccanico sentendoci parlare e capendo che vogliamo entrare in Nigeria, interviene e ci sconsiglia caldamente di entrarvi da Kétou poiché molto pericoloso per diverse rapine negli ultimi tempi a danno di bianchi e anche neri. Lui dice che ci deve andare ogni tanto ma sempre con molta paura. Ci informa che negli ultimi mesi, in un lungo tratto di strada in mezzo alla savana, vengono posti per tutta la larghezza della carreggiata degli assi pieni di chiodi che o ci si ferma, o si forano e rovinano le gomme, e li avviene che ti derubano. Nel frattempo arriva un cliente nigeriano del meccanico e conferma il tutto. Entrambi ci consigliano di tornare sulla costa e entrare in Nigeria da Lagos, zona molto sicura a loro dire, perché molto più frequentata. A titolo informativo, per tutti i lavori del meccanico spendiamo circa 30 euro in franchi CFA.

Le ore perse ci costringono a dormire in un hotel molto “africano” ma decente di Bohicon, dove passiamo la serata a discutere sul da farsi, senza riuscire a contattare Federico in Gabon per capire come stanno realmente le cose. Alla fine decidiamo si tornate sulla costa, entrare da li in Nigeria e attraversare la gigantesca città di Lagos, cosa che attrae molto Cristina la quale è dell’idea che non si può andare in Nigeria senza vedere Lagos. Infine, nell’ipotesi non si potesse entrare in Gabon, lasceremo la macchina a Douala in Camerun, dove abbiamo contatti con dei frati francesi disposti a tenerci l’auto. La strada che percorreremo in Nigeria è comunque la più sicura possibile, lontano dalle incursioni dei Boko Haram del nord, dai banditi del delta del Niger e dalle zone centrali del Paese, terreno di scontri tra i pastori Fulani nomadi e i contadini sedentari, scontri che causano migliaia di vittime ogni anno e sono quasi del tutto ignorati in Europa.

8/1/2019. Partiamo con comodo al mattino, decisi di dormire a Lagos quella sera. Dopo un paio di ore siamo nuovamente a Cotonou dal traffico caotico e da li raggiungiamo il posto di frontiera. Qui abbiamo una graditissima sorpresa: il caos che ci aspettavamo non esiste. I due Paesi hanno unificato il posto frontaliero e in un’ora scarsa, facciamo tutte le pratiche, compresa la timbratura in uscita ed entrata del “Carnet de Passage en Douane”, per giunta con estrema gentilezza da entrambe le parti. A saperlo prima. Nel primo pomeriggio prendiamo la larga strada diretta a Lagos in pessime condizioni e con buche che sembrano tombe, trafficatissima da auto scassate e vecchi camion spaventosi. Nei pressi della località di Badagry ormai periferia di Lagos, non possiamo evitare una buca terribile presa con una certa velocità e Tatiana….si spegne e non riparte più! Accostata la macchina, chiediamo informazioni di dove ci sia un meccanico, quando si ferma un’auto dalla quale scende un doganiere nigeriano, persona che aveva controllato i nostri documenti un’ora prima alla frontiera. Vedendoci fermi, telefona al suo meccanico di fiducia, dice che è molto bravo, ha l’officina nei dintorni e arriverà a breve. Lo ringraziamo e lui riparte. Dopo cinque minuti, arriva effettivamente un ragazzo dall’aria molto competente che dopo controlli vari, dice che la macchina ha il “tank” serbatoio in inglese, molto sporco e bisogna smontarlo e “cleaning” pulirlo molto bene. Gli diciamo che l’operazione è stata fatta il giorno prima in Benin e lui però insiste: il serbatoio va tolto e pulito. Così, chiamati altri due ragazzi e lavorando fino a buio inoltrato, svuotano e tolgono il serbatoio, lo puliscono molto bene, esce parecchio di una sorta di melassa nera, lo lavano e lo rimontano. Filtrano il gasolio recuperato, puliscono il filtro e Tatiana riparte alla grande. Costo dell’operazione in “naira” nigeriani, circa 18 euro. La maledizione del serbatoio sporco è stata così risolta. A ben rifletterci,  nella tappa precedente avevamo constatato che l’auto con il motore nuovo di soli circa 20.000 km, con il gasolio del Benin emetteva un po’ di fumo nero ma quando l’abbiamo lasciata nel garage di Cotonou, funzionava perfettamente. Probabilmente nel serbatoio quasi pieno di gasolio di qualità scadente, i dieci mesi di fermo hanno causato il deposito di porcheria sul fondo, ragione dei problemi. Evidentemente la pulizia sommaria fatta dal meccanico in Benin non e stata sufficiente anzi, forse grattando con spugna e straccio, ha rimosso vecchie incrostazioni non completamente eliminate che sono state il probabile motivo dello spegnimento del motore in Nigeria.

Quella sera ceniamo e dormiamo in un hotel lussuosetto, l’unico in quella località. L’albergo è circondato da muro alto con filo spinato sopra e vi si accede solo dopo aver passato il posto di guardia dove controllano col metal detector. Sorpresa: non accettano pagamenti con carte di credito (abbiamo una VISA) ma solo contanti. Riusciamo finalmente a contattare Federico in Gabon il quale ci dice che il colpo di stato in realtà e una mezza bufala e si è già risolto, tutto è tranquillo e di procedere senza patemi d’animo. Meno male.

Nell’hotel conosciamo un simpatico professore universitario nigeriano, Ashamu Sewanu Fadipe, parlante perfettamente francese ed inglese, laureatosi alla Sorbona in sociologia, specialista di storia dello schiavismo. Gli siamo simpatici e ci regala un suo libro con dedica, interessantissimo, sulla schiavitù, scritto bilingue in inglese e francese. Ci racconta che proprio nella località dove ci troviamo, esisteva un importante punto di imbarco di schiavi catturati nell’entroterra diretti in America ed egli è li, come responsabile storico di un museo sulla schiavitù che si sta allestendo e di prossima apertura.

9/1/2019. Partiamo per l’attraversamento di Lagos, città della quale siamo già in periferia. Lagos è una città dalle dimensioni enormi, la più grande d’Africa e una delle maggiori del pianeta. Sono stati censiti oltre 20 milioni di abitanti ma è noto, altri 2 o 3 milioni o forse più, ci vivono senza essere iscritti all’anagrafe o censiti in qualche modo, inoltre la sua crescita annua è esponenziale. La strada che percorriamo è molto larga, con doppia corsia ma e in pessime condizioni. Il manto stradale a tratti non esiste e diventa pista con buchi e tôle ondulée, oppure, ancora peggio, ha dei resti di asfalto con numerosissime buche profonde e scalini che distruggono i mezzi che ci passano, obbligandoli a fare gimcane continue. I primi 30 km circa, li facciamo a passo d’uomo in tre ore. Attorno a noi giganteschi mercati africani  ai bordi della strada dove si vende di tutto, dal bestiame alle magliette, dalle teiere agli pneumatici usati, dalle banane alle stoffe, dalla ferraglia ai biscotti, ecc. ecc. Il caos regna sovrano cosi come il rumore fortissimo di quella miriade di esseri e mezzi, molti abbandonati guasti in mezzo alla strada. La pessima strada è letteralmente invasa oltre che da camion con fumo nero, auto scassate, furgoni fatiscenti, migliaia di motorini e motorette, da pedoni che attraversano numerosissimi alla rinfusa, molti trascinando carretti e carriole stracariche, tutti incuranti del traffico. Buona parte dei mezzi tiene la destra come è d’obbligo ma il 30% circa, viaggia serenamente in contromano tenendo la sinistra e pertanto, è un continuo controllare di non fare scontri frontali. Un vero inferno. Oltre i mercati si intravedono sterminate baraccopoli brulicanti di esseri umani. Molti sono gli storpi, i ciechi, i mendicanti di vario genere che chiedono l’elemosina. Continuando verso il centro e superando la zona dei mercati, il fondo stradale migliora ma sono numerosi i lavori in corso molto mal segnalati, che deviando il percorso fanno impazzire il navigatore tanto da perderci. Un paio di volte abbiamo dovuto chiedere informazioni per uscirne. Verso la zona centrale si alternano grattacieli moderni, palazzi fatiscenti e sempre, l’immancabile baraccopoli che unisce tutti i quartieri. Dalla zona centrale prendiamo con non poche difficoltà una strada grande e decente che conduce a nord per una sessantina di chilometri sempre dentro la città e, piano piano, a metà pomeriggio usciamo dalla megalopoli imboccando l’autostrada, si fa per dire, che ci conduce sino a Benin City, dove trascorriamo la notte al “Giacomo Hotel” di proprietà di un nigeriano che parla italiano avendo vissuto a Roma. L’albergo è “africano” ma passabile anche come cibo.

10/1/2019. Al mattino partiamo decisi con l’intenzione di raggiungere la frontiera col Camerun nel pomeriggio. La strada è buona fino alla città di Onitsha ma poi da questa località e fino a Enugu, per circa 110 km, è un unico enorme e disordinato cantiere. Proseguiamo con molta fatica incodati a un numero elevato di camion, spessissimo fermi anche per 15-20 minuti, polvere da pista in ogni dove, numerose pattuglie della polizia che fermano spesso. Trascorriamo in questo modo snervante quasi l’intero pomeriggio e solo verso il tramonto arriviamo a Enugu dove essendo ovviamente obbligati a fermare, troviamo un albergo decente, anch’esso blindato. Avendo poca valuta nigeriana, ci fermiamo per prelevare dei “naira” in due bancomat ma li troviamo vuoti. Entriamo due volte in banca per cambiare gli euro e scopriamo che nessuno lo vuol fare; in entrambi i casi ci invitano ad andare al mercato nero nella zona del mercato della città, città che è molto grande.  Enugu a suo tempo, fu la capitale del Biafra che negli anni ’60 del XX secolo, con una secessione si dichiarò indipendente dalla Nigeria, cosa che provocò una guerra terribile con la morte di almeno due milioni di biafrani, soprattutto per fame, poiché l’esercito nigeriano circondò completamente la zona secessionista, impedendo l’arrivo di qualsivoglia rifornimento dall’esterno. Dopo avere assunto informazioni, ci rechiamo nel vasto mercato della città, dove in una zona ben precisa dello stesso, albergano decine di cambiavalute in nero. Costoro che immediatamente ci corrono appresso, sono tutti vestiti uguale con un costume bianco e con copricapo a tronco di cono pure bianco. Così  tutti uguali, sembrano appartenere alla stessa etnia o casta e forse sono musulmani. L’atmosfera è molto strana e surreale, comunque cambiamo da uno di loro che ci fa un buon prezzo per gli euro, entrando nel suo antro oscuro pieno di tappeti. Posto assolutamente incredibile.

11/1/2019. Stavolta siamo decisi a non fermarci fino alla frontiera col Camerun e infatti dopo avere attraversato la località di Ikom e un lungo tratto molto bello di foresta equatoriale, dopo molti posti di controllo della polizia, arriviamo al piccolo posto di frontiera, dove c’è abbastanza gente e regna una certa confusione. Facendoci largo tra la folla che non capiamo il motivo per il quale staziona li, arriviamo al comandante che in un inglese poco comprensibile, dice che non può timbrarci i passaporti per l’uscita in quanto dalla parte camerunese hanno bloccato gli accessi. Ci consiglia di attraversare a piedi il ponte sul fiume che fa da confine tra i due Paesi, per chiedere ai camerunesi se ci fanno entrare. Così, attraversiamo a piedi il malandato ponte in mezzo alla foresta ammirando lo spettacolo dallo stesso davvero suggestivo. In entrambe le rive una foresta fittissima e le piroghe che si muovono nel fiume con acqua verdastra, danno un’impressione di “africanità” unica. Arrivati a parlare coi camerunesi, gli stessi ci dicono che la frontiera è chiusa e lo sarà a tempo indeterminato poiché è in corso una rivolta nelle provincie anglofone del Paese confinanti con la Nigeria ed è troppo pericoloso transitarvi. Ci cade il mondo addosso!! Chiediamo consigli come fare per entrare in Camerun e loro, sottolineando che anche più a nord è tutto chiuso,  dicono che l’unica possibilità è prendere una nave dalla città nigeriana di Calabar che conduce a Douala in zona francofona, cioè in zona fuori pericolo. Ritorniamo dai nigeriani e anche loro ci indicano come unica soluzione per continuare il viaggio andare a pigliare la nave a Calabar. Guardata la carta, constatiamo che Calabar dista da li circa 220 km e si trova nell’estrema parte orientale del delta del Niger, area nota per la sua pericolosità e i rapimenti di bianchi. Una doganiera molto gentile e in inglese perfetto, ci spiega che Calabar confina col delta ma non è delta, bensì un altro stato, il Cross River, che è  posto tranquillo e non ci indicherebbe mai di andarci ci fossero pericoli.

Abbastanza demoralizzati partiamo per Calabar su una strada nel primo tratto ben asfaltata e poi pessima e piena di micidiali buche. Ragioniamo sul da farsi e confidiamo che la nave parta con regolarità. Abbiamo speso molti soldi per questo viaggio e l’ipotesi di doverlo interrompere senza sapere dove lasciare l’auto in Nigeria, perdere i soldi spesi per visti e voli, pensare di rifare la difficilissima e costosa trafila per ottenere i visti nigeriani in Italia, ci induce a cercare di imbarcarci sulla nave ad ogni costo. Una cinquantina di chilometri prima di Calabar, notiamo in lontananza una enorme colonna di fumo nerissimo che sale alta nel cielo. Raggiuntala constatiamo che un vecchio camion cisterna si è ribaltato in un dirupo ai bordi della strada prendendo fuoco. Le fiamme sono molto alte e una cinquantina di persone sono li senza capire bene cosa stiano a fare, se tentano di spegnere l’incendio o meno. Arriviamo a Calabar sul far della sera e non senza difficoltà per la mancanza totale di indicazioni, andiamo subito al porto fluviale che troviamo chiuso da un grosso cancello. Da un gabbiotto esce il guardiano che ci informa che essendo venerdì sera il porto è stato chiuso e riaprirà solo lunedì mattina alle ore 9. Chiediamo informazioni sulla nave per il Camerun e lui ci dice che è partita nel pomeriggio ma non sa quando ritorna. Solita scalogna! Mesti e tristi cerchiamo un albergo e troviamo il bello e blindato Channel View Hotels non lontano dal porto. Quella notte dormiamo male con molti pensieri che ci tormentano.

12-13/1/2019. Trascorriamo il week end facendo qualche giretto per la città che è decisamente bella rispetto alle altre che abbiamo attraversato e conta ormai un milione di abitanti. Fu fondata dai portoghesi nel XV secolo, prima come luogo dove approvvigionare d’acqua dolce le navi dirette alle Indie Orientali, poi come porto per l’imbarco di schiavi. La città sorge su un grande fiume che a sua volta confluisce in altro ancora più grande, il Cross River, e questo sfocia nell’Atlantico. La città e raggiungibile anche da navi di grosso tonnellaggio. Constatiamo che anche li tutti i bancomat sono vuoti, quando finalmente in un ipermercato quasi europeo e super controllato da guardie armate, frequentato solo da persone benestanti, troviamo una serie di bancomat provvisti di valuta che diventeranno la nostra banca nei prossimi giorni. Nel ricordare l’attraversamento fatto della Nigeria da ovest a est, riflettiamo sul fatto che abbiamo sempre trovato persone simpatiche e disponibili e la polizia nelle numerosissime volte che ci ha fermato, è sempre stata molto gentile, corretta e mai ci ha chiesto regali o pizzi. Unico neo è l’inglese quasi incomprensibile che parla il 95% dei nigeriani il cosiddetto “pidgin english” un inglese africanizzato parlato in modo sguaiato e a voce altissima.

Chiediamo agli addetti dell’hotel notizie sulla nave per il Camerun, tutti sanno che esiste ma nessuno sa indicarci giorni ed orari.

Nell’ipotesi di dovere lasciare l’auto a Calabar fino ad ottobre quando prevediamo di tornare in Africa, parliamo con una raffinata, elegante e colta signora “general manager” dell’albergo, la quale dice di essere disponibile a tenerci l’auto dentro il cortile sorvegliato, dietro una somma di 900 euro. Alla disperata, non potessimo imbarcarci sulla nave, è già qualcosa.

14/1/2019. E’ lunedì e alle 8 del mattino siamo già al porto dove ci fanno entrare in macchina. E’ un piccolo porto fluviale abbastanza decadente con un’unica nave all’ancora che non è quella per il Camerun. Chiediamo informazioni ad una poliziotta ma non sa dirci nulla e ci invia alla dogana. Qui un doganiere ci ascolta ma dice che bisogna aspettare il suo capo che arriverà in mattinata. Infine ci indica un uomo molto grasso invitandoci a parlare con lui che “sa tutto della nave”. Costui in una lingua misto inglese e francese e parlando con la patata in bocca, ci dice che lui è quello che comanda tutto ed è sempre lui che decide i prezzi, delle merci delle persone e delle auto da caricare. Informa che la nave arriverà in mattinata e partirà al più tardi mercoledì pomeriggio. Per quanto riguarda il prezzo di imbarco della macchina ci richiede una somma in franchi CFA di poco superiore a 2000 euro! Gli rispondiamo che non se ne parla nemmeno, essendo troppo onerosa la richiesta. Nel frattempo arriva il capo dogana, persona gelida e antipatica che con tutta evidenza, avrebbe preferito non riceverci. Vista la richiesta esorbitante, decidiamo di chiedere al capo dogana modalità e costi per tenere eventualmente la macchina presso la dogana stessa fino ad ottobre prossimo, nel caso avessimo optato per abbandonare il viaggio e rientrare in Italia da li. Costui non risponde a questi quesiti ma insite sul fatto che dovremmo prendere la nave che partirà mercoledì e ci congeda invitandoci a parlare col responsabile del carico della nave. Nel frattempo arriva la nave. Una vecchia piccola bagnarola da carico, ormai abbondantemente in preda alla ruggine, dal nome di “Brenda Corlett”, varata a Glasgow. La fotografiamo ma veniamo subito bloccati da due figuri che ci obbligano brutalmente a cancellare le foto dal cellulare, dicendo che nel porto è tassativamente vietato fare foto. Con lentezza esasperante fanno scendere dalla nave circa 200 passeggeri e al termine, un’orda di 50-60 uomini neri sale di corsa sulla nave e inizia a scaricare a mano tutto il carico che essa contiene. Scopriamo che sono dei disperati che fanno un lavoro durissimo sotto un sole micidiale, per pochissimi soldi alla mercé di spietati caporali.

Passano alcune ore in una calura insopportabile dove, senza successo, cerchiamo di individuare chi sia il responsabile del carico. Sulla banchina arrivano vecchi camion e figuri dal fare losco su SUV ultimo modello, che acquisiscono il carico. Finalmente, chiedendo a un marinaio, ci conduce in un antro oscuro degli uffici (si fa per dire) del porto dove staziona il responsabile del carico della nave. Costui chiuso in un bugigattolo buio e contando spesse mazzette di banconote, in un inglese quasi incomprensibile, ribadisce la richiesta fattaci dal grassone: poco più di 2000 euro. Ne offriamo prima 500 e poi 800 ma, niente da fare, non molla. E’ con tutta evidenza consapevole di averci in pugno, ben sapendo che la frontiera terrestre col Camerun è chiusa pertanto, o prendiamo la nave alle sue condizioni o abbandoniamo il viaggio con enormi problemi. Uscendo per tornare in albergo incontriamo nuovamente il grassone il quale ci comunica che il responsabile del carico col quale abbiamo appena parlato è suo fratello. Siamo a posto pensiamo, sono tutti d’accordo.

Quella sera in hotel valutiamo la situazione. Scopriamo sul forum di un sito della Lonely Planet che, alcuni anni prima, ad un inglese nelle nostre stesse condizioni,  chiesero e pagò 1800 euro per l’imbarco dell’auto sulla nave. Facciamo quindi tutti i conti dei pro e dei contro e, pur se pagassimo i 2000 euro richiesti ci converrebbe lo stesso. Siamo assolutamente consapevoli e preparati alla corruzione africana e, per un viaggio come il nostro, abbiamo messo ampiamente in conto di affrontare situazioni simili. Decidiamo quindi di trattare al massimo il prezzo ma prima, vogliamo parlare col capo doganiere per capire le sue condizioni nel caso dovessimo consegnare l’auto custodita in dogana.

15/1/2019. Andiamo al porto per parlare col capo doganiere. Quattro doganieri musulmani non in divisa ma in lunghi caffettani, sono sdraiati all’ombra davanti all’ufficio. Seccati dalla nostra presenza, ci dicono di non disturbarli che devono pregare, il capo non c’è e arriverà più tardi. Per inciso,  nei molti giorni trascorsi al porto, abbiamo constato che i doganieri maschi non hanno mai lavorato, nullafacenti totali. Le uniche lavoratrici erano tre donne doganiere, loro in divisa. Il capo arriva alle 11 circa su una Peugeot. Gli altri gli aprono la porta, gli prendono la borsa, lo accompagnano in ufficio dove avevano già messo sulla scrivania un quotidiano locale. Chiediamo di essere ricevuti e con molta calma, dopo circa 30-40 minuti, ci fanno entrare. Il capo, seccatissimo di rivederci, ci dice che per tenere  la macchina in dogana fino ad ottobre dobbiamo pagare 2500 euro! Inoltre che lui non può essere responsabile della tenuta della macchina e, ancora una volta, ci invita a prendere la nave. L’impressione è che sia in corso un “gioco di sponda”con gli altri. Compresa la situazione, ci rechiamo nuovamente dal responsabile del carico e qui, inizia una trattativa che durerà con alti e bassi circa sette ore. Ad un certo punto c’è uno stallo: noi offriamo 1500 euro, lui ne vuole 1800. Fuori, veniamo nuovamente avvicinati dal grassone che ci chiede come stanno andando le trattative col fratello e sapute le cifre, ci dice di seguirlo e ci riaccompagna lui dal fratello. Entrati nel bugigattolo buio, i due si parlano nel loro incomprensibile dialetto e alla fine, viene accettata la nostra proposta di 1500 euro. Chiediamo che al pagamento che avverrà il giorno dopo, ci sia una ricevuta. Loro ci dicono che faranno addirittura la fattura! Ci informano che la nave partirà giovedì e non mercoledì. E’ pacifico che siamo in mano a pirati speculatori che faranno partire la nave solo al momento che la stessa sarà stracolma di merci.

16/1/2019. Portiamo i soldi al responsabile del carico che ci rilascia effettivamente una fattura con timbro e firme. Chissà che valore avrà. Intanto la nave è stata scaricata e arrivano vecchi camion carichi di ogni mercanzia che, sempre il gruppo di disperati procede a caricare sulla nave lavorando sotto un sole spietato e un caldo infernale. Contestualmente un gruppo di persone formato soprattutto da donne e bambini. Si fa sempre più numeroso. Sono i passeggeri della nave che verranno imbarcati per il Camerun, molto numerosi poiché la frontiera terrestre è chiusa. Costoro posteggiano in un capannone pieno di merci, dormendo per terra sul cemento, aspettando giorni e giorni che la nave parta. Esiste un solo rubinetto dal quale tutti prendono acqua per bere e lavarsi e non esistono servizi igienici. Lasciamo immaginare la sporcizia nei dintorni. Di loro e di tutto il resto non si cura assolutamente nessuno, nemmeno agenti di polizia  che girano per il porto, come se fosse uno spettacolo normalissimo. In quel frangente e in mezzo a quei poveracci, conosciamo suor Perpetua, una nigeriana che parla italiano essendo stata alcuni anni a Roma. È da tre giorni che accampa anche lei tra quei disgraziati e spera che la nave parta al più presto poiché deve raggiungere il suo convento in Camerun. Ci dice che li è un covo di malaffare (come non lo avessimo capito) e al capitano della nave interessano soprattutto le merci. Solo quando la nave sarà carica a dismisura, consentirà a quei poveracci di salire e appollaiarsi da qualche parte. Agli stessi viene fatto pagare un carissimo biglietto per loro, pari a circa 50 euro a persona. Sostiene che li non c’è la minima umanità. Come darle torto. Individuiamo un bianco che si aggira nel porto e facciamo la sua conoscenza. Si chiama Thomas ed è tedesco, di circa 60 anni, di Kaiserlautern , che sta girando l’Africa coi mezzi locali. Proviene dal Chad da dove ha preso l’aereo fino in Nigeria e ora vuole raggiungere il Camerun. E’ persona simpatica e parla inglese. Parla molto, sembra una macchinetta. La sera consegniamo Tatiana al responsabile del carico, il quale ci dice che verrà caricata la notte stessa, usando assi di legno per farla passare dalla banchina alla nave. La partenza è prevista all’indomani in mattinata. Speriamo bene.

17/1/2019. Recatici al porto, non solo scopriamo che Tatiana non è stata ancora caricata sulla nave, ma altresì che la partenza non si sa se avverrà venerdì 18 o sabato 19 gennaio!! Piuttosto arrabbiati poiché perdiamo in quel postaccio ben otto giorni di tempo, ci rechiamo a protestare dal grassone che è il vero padrone del porto. Decide lui e non il fratello che fa solo il contabile, quando la nave può partire perché carica a sufficienza. Delle nostre proteste ovviamente se ne fa un baffo e vuole parlare solo con Cristina poiché considera Bruno troppo duro! C’est l’Afrique. Quel giorno conosciamo Filippo, un ingegnere trentunenne  di Torino che con la sua bicicletta stracarica sta facendo come noi la traversata dell’Africa da nord a sud ed è partito da un anno e mezzo. La piccola differenza è che noi siamo a bordo di una 4×4, egli invece pedala! Ovviamente diventiamo amici e lui ci racconta la storia del suo viaggio fino a li che ha dei momenti incredibili. E’ un ragazzo simpatico dalla grande serenità e adattabilità. Ci terremo in contatto anche quando saremo in Italia.

18/1/2019. Scopriamo che la data di partenza definitiva è il giorno dopo nel pomeriggio. Abbiamo perso ben otto giorni. Scopriamo altresì chela nave non andrà a Douala, bensì a Tiko, un porto fluviale a circa 50 km a ovest di Douala, ultimo lembo di terra anglofona del Camerun, dalla quale dovremo sgombrare con la massima celerità verso est. Trascorriamo la giornata chiacchierando con Filippo e Thomas.

19/1/2019. Ci rechiamo dal capo dogana il quale con velocità supersonica ci timbra il Carnet in uscita di Tatiana; traspariva il suo grande desiderio di vederci scomparire. La nostra 4×4 è stata caricata sul ponte e coperta con un telo. Il resto ella nave è carico all’inverosimile, soprattutto di sacconi da 750 kg cadauno, pieni di parrucche per signora. Saliamo a bordo in un casino infernale, assieme a tutte le persone che da giorni stazionavano nel porto. Ognuno si arrangia come può nella confusione assoluta. Noi, Filippo e Thomas, ci accucciamo su un piccolo ponte nei pressi della cabina di comando per stare all’aria aperta ed evitare il fetore nauseabondo dell’interno. Sullo stesso ponte si assiepano un gruppo di nigeriani con alcune giovani donne sguaiate e volgarissime che scopriremo essere ferventi protestanti. Individuiamo anche  la figura del capitano, un giovane volgare, zoticone, antipatico e crudele camerunese che si atteggia a comandante del più grande transatlantico del mondo. Tratta malissimo tutte le persone a bordo, ciurma e passeggeri. Una vera bestia. La nave salpa nel tardo pomeriggio per la traversata che durerà circa dodici ore.

Il primo tratto di fiume è molto bello; le rive sono coperte da lussureggiante vegetazione tropicale e ci sembra di essere in “Cuore di Tenebra”, il celebre romanzo di Conrad, ambientato nella risalita del fiume Congo alla ricerca di Kurtz. Incrociamo piroghe tradizionali di pescatori di varie fogge e poi viene buio. All’uscita nell’oceano, ci appare uno spettacolo incredibile. Decine e decine, forse centinaia di piattaforme petrolifere col fuoco della ciminiera acceso, illuminano la notte. Alcune più vicine, altre più lontane, specchiandosi sull’acqua creano un’atmosfera che può apparire Paradiso o Inferno a seconda della fantasia di chi osserva. Uno spettacolo unico. Tentiamo di appisolarci sulle dure assi di legno in spazio ridottissimo, quando in piena notte, i nigeriani protestanti iniziano una sorta di rumorosissima funzione religiosa, dove un uomo intona un canto e le donne con voce altissima rispondono. Un delirio. Cristina divertita filma, Bruno è furibondo per quello sguaiato, rumoroso, idiota non rispetto degli altri, Filippo cerca di dormire adottando una sorta di training e Thomas con teutonica noncuranza, cerca di ignorarli. Vanno avanti per ben due ore, incuranti del disturbo arrecato ad altri.

20/1/2019. In mattinata la nave attracca nel porto fluviale di Tiko, posto davvero degno dei romanzi di Conrad. Il porto in mezzo alla foresta è in decadenza totale. La banchina in mattoni è tutta rotta e il resto è in terra battuta. Si intravedono rovine di un’antica ferrovia e nel fiume posteggiano alcune navi arrugginite, semi affondate, sdraiate su un fianco. Probabilmente l’ultima manutenzione portuale la fecero i britannici settanta anni fa, prima di abbandonare la colonia, poi più niente. Un posto infernale davvero. Numerosi camion sono già parcheggiati e, dopo la discesa dei passeggeri, la solita orda di scaricatori di porto disperati sale sulla nave per scaricare a braccia le merci. Noi salutiamo Thomas, Federico e suor Perpetua ognuno in partenza per la propria destinazione, aspettando che scarichino la nostra 4×4. Con sorpresa constatiamo che la macchina non è più visibile sul ponte, ma coperta da una moltitudine di sacchi di parrucche da 750 kg l’uno (il peso era scritto sui sacchi) ognuno dei quali per essere rimosso necessita di sei uomini forzuti. Incominciamo a preoccuparci poiché non vediamo smuovere alcun sacco da sopra Tatiana. Ad un certo punto ed eravamo a mezzogiorno, un energumeno in maglia bianca e rossa che avevamo già adocchiato a Calabar senza avere rapporti con lui, avvicina Bruno dicendogli in francese: “Se vuoi che ordino lo scarico della macchina devi darmi 180 euro.” Bruno che se lo aspettava, risponde: “Ho già pagato in Nigeria ed ho pure la fattura, quindi la macchina la scaricate e basta.” L’energumeno: “Qui siamo in Camerun e non in Nigeria. Qui comando io e quindi o paghi, o la macchina non la scarichiamo.” Bruno, arrabbiato mostrando l’orologio, ribatte: “ Caro mio, o entro le ore 15 la macchina è sul molo, o chiamo la polizia. Vedi tu.” L’energumeno scompare e lo scarico della nave continua ma senza riguardare i sacconi che ricoprono Tatiana. All’una circa vedendo che nulla si muove e in considerazione del fatto che dobbiamo allontanarci rapidamente dalla zona anglofona poiché il giorno dopo è prevista una manifestazione violenta con probabili scontri a fuoco tra ribelli ed esercito, ci rechiamo allo sgangherato posto della gendarmeria del porto. Qui troviamo una gendarme donna, dice che riferirà tutto al suo capo che sta per arrivare e ci penserà lui. Ci intravede suor Perpetua che aspettava un furgoncino che doveva venire a prelevarla con altri e ci dice che li è una vergogna, era sicura che ci avrebbero chiesto soldi e pertanto, agguanta un tale, con tutta evidenza  un caporale dei disperati che stavano scaricando la nave, dicendogli che si dovevano vergognare e di scaricare subito la macchina. Costui sparisce subito senza che capiamo dove. Intanto arriva il comandante della gendarmeria e con altri due agenti va a parlare con l’energumeno dalla maglia bianca e rossa. Costui, con la faccia di bronzo, dice ai gendarmi: “Se non mi paga quello che voglio, io la macchina non la faccio scaricare.” Poi se ne va. Il gendarme capo cerca di convincerci che prima o dopo, la macchina la scaricheranno! Con tutta evidenza, in quel posto comandano i farabutti ma noi lui. A questo punto Bruno, perse le speranze di avere giustizia dalle autorità, va alla ricerca dell’energumeno e gli propone 50 euro per avere l’auto a terra entro le ore 15. L’energumeno dice che è poco e ne vuole almeno 80. A questo punto Bruno propone: “Te ne do 80 ma la macchina deve essere sul molo alle ore 14,30 non oltre.” L’energumeno accetta, stretta di mano e la macchina è sul molo alle ore 14,15, addirittura in anticipo. Sulla carrozzeria ci sono varie ammaccature dovute ai pesi notevoli che l’auto ha dovuto sopportare. Pazienza, apposta facciamo il viaggio con una macchina vecchia. Veniamo inseguiti da alcuni ragazzi che ci chiedono qualcosa, loro si, hanno spostato tutti i sacchi per liberare la macchina. Volentieri a quei poveri disperati diamo qualcosa e ci ringraziano felicissimi. Uscendo dal porto arriviamo alla sbarra ella gendarmeria; qui, un gendarme che poco prima avrebbe dovuto intervenire a nostro favore, ci chiede un “piccolo obolo” a favore della gendarmeria che veglia per la nostra sicurezza. Gli diamo qualcosina. Più avanti, i doganieri ci fanno scaricare tutta la macchina con un controllo meticoloso. Il loro capo, cattolico fervente il cui desiderio è di recarsi a Roma per vedere il Vaticano, non solo non sapeva cosa sia il Carnet per la macchina e per fortuna ce l’ha timbrato la sua segretaria molto sveglia, ma ci ha pure richiesto di donargli una bottiglia di whisky, cosa che ovviamente non avevamo. Usciti da quell’inferno di mascalzonerie e corruzione ci dirigiamo prima su pista e poi su asfalto, veloci verso Douala dove andiamo a riposarci in un albergo.

21/1/2019. Dopo avere contratto l’assicurazione sulla macchina valida per Camerun e Gabon, decidiamo di percorrere rapidamente la strada principale del Paese passando dalla capitale Yaoundé e quindi Ebolowa, per dirigerci il più presto possibile verso il Gabon, tanto la parte del Camerun che intendevamo visitare è chiusa. Un vero peccato.

Poco prima della città di Edea, amara sorpresa. Veniamo fermati da una pattuglia della gendarmeria che incomincia a controllare meticolosamente tutti i nostri documenti, quelli dell’auto, l’assicurazione, il carico delle valige. Poi uno strafottente gendarme di giovanissima età, armato di mitra, comincia, con tono assolutamente minaccioso e arrogante a chiedere soldi per lasciarci andare, con la scusa che loro sono li a proteggerci. Vuole prima 10.000 franchi CFA, circa 15 euro, che paghiamo pur di uscirne. Poi, fa una telefonata e ne chiede altri 10.000. Dice che ha parlato con un suo superiore a Yaoundé e dobbiamo dargli 10.000 CFA anche per lui. Ci prende il numero di targa, richiama nuovamente qualcuno al telefono comunicandolo. Ci dice che all’arrivo a Yaoundé, città quel giorno interdetta (chissà poi perché) troveremo il suo superiore che ci accompagnerà all’albergo. Gli diciamo che noi non intendiamo andare all’albergo ma proseguire per Ebolowa e quindi il Gabon. Ci dice che è impossibile poiché la città di Yaoundé è chiusa. La questione è evidente: o paghiamo ulteriori 10.000 CFA o da li non ci si muove e, non solo, sospettiamo fortemente che continuando la strada per la capitale, altre pattuglie avvisate, ci spenneranno ulteriormente. Prima di pagare gli chiediamo nome e numero di telefono e lui ce li fornisce ma, solo il nome, non il cognome. Partiamo piuttosto incazzati e decidiamo di non andare verso Yaoundé, ma di raggiungere la città di Ebolowa con percorso secondario, al fine di evitare ulteriori, certi, pagamenti alla gendarmeria. Poi da Ebolowa alla frontiera col Gabon la distanza è solo più di 80 km. Giunti a Edea, deviamo su una bella strada verso sud, fino alla località turistica di Kribi sull’Atlantico, luogo molto carino. La carta 746 della Michelin, indica che da Kribi si può raggiungere Ebolowa con una pista di 180 km circa ed è proprio quella che intendiamo imboccare. A Kribi in direzione della pista, veniamo nuovamente fermati da una pattuglia mista di gendarmeria e polizia. Il gendarme capo, ci dice che la pista non è praticabile e che comunque noi come turisti non siamo autorizzati a farla. Ci dice che dobbiamo tornare ad Edea e prendere la strada per Yaoundé. Di nuovo! Gli diciamo che ci risulta che la capitale è chiusa e lui risponde che non è vero. A questo punto, un graduato della polizia si aggiunge alla discussione e dice che, in via del tutto eccezionale, avendo noi un robusto 4×4, possiamo prendere la pista. Il gendarme capo non fiata più e noi, dopo avere ringraziato il poliziotto, avanziamo verso la pista e la imbocchiamo alle ore 13 circa. La pista è pessima, un vero disastro. Terra rossa indurita con enormi buche tali da contenere per intero Tatiana; lunghi tratti con solchi profondi scavati dal deflusso delle acque della stagione delle piogge, nei quali si viaggia con la macchina inclinata su un fianco a 45°. Un vero inferno che ci obbliga ad andare molto piano per non rompere tutto. Troviamo diversi ponti su fiumiciattoli, strettissimi e senza ringhiera dove la macchina passa appena; questi ponti sono  fatti di assi di legno anche in pessimo stato. In due casi siamo dovuti scendere per rinforzare il ponte con altre assi trovate li accanto. Il percorso tuttavia, è di un selvaggio unico, vera Africa immersa nella foresta con l’incontro ogni tanto di qualche villaggio di capanne dove vivono persone ai limiti della civiltà. Per tutta la durata della pista, incontriamo solamente un pick-up della polizia e un camion carico di tronchi tagliati nella foresta. Ci viene un certo patema d’animo poiché, in caso di guasto a Tatiana sarebbe un problema serissimo, essendo la pista, sostanzialmente, quasi non frequentata. Ad ogni buon conto, verso le ore 19 di sera siamo quasi ad Ebolowa quando scoppia un temporale violentissimo con una pioggia molto copiosa che le spazzole tergicristallo non riescono nemmeno lontanamente a spazzare dal vetro. Stremati, in periferia della città ci fermiamo in un modesto motel che è già buio pesto e successivamente, andiamo in un poverissimo ristorante dove, quasi al buio, una grossa signora ci cucina quattro pesci di fiume alla griglia, unica cosa commestibile disponibile.

22/1/2019. Partiamo di buon mattino verso il Gabon e decidiamo che, alla prima donna povera che incontreremo, doneremo pentola, padella, tazze, scolapiatti che abbiamo in macchina poiché non li usiamo mai. Doneremo altresì il camping gaz e 6 bombole di scorta. Abbiamo capito che ne possiamo fare a meno, che occupano solo spazio e sbattendo nelle piste accidentate, sono rumorosi. La strada è in cattive condizioni e, pochi chilometri prima della frontiera incontriamo un gruppo di baracche dove notiamo davanti alla più misera, una donna e alcuni bambini seminudi. Ci fermiamo e chiamata la donna ancora giovane, ci raggiunge stupita e incredula del “cadeau” che intendiamo farle. Quasi piange dalla gioia. Ci dice che ha proprio bisogno di quelle stoviglie e che è poverissima. Ha quattro figli piccoli e il marito ha perso entrambe le mani in un incidente e ora è invalido senza poter lavorare. Dice che il giorno prima è riuscita a recuperare del riso per i bambini ma che oggi non sa come sfamarli. Gli doniamo altresì un kg di sale, genere che da quelle parti è introvabile e lei, di nome Lidienne, non sa più come ringraziarci. E’ molto credente ed è convinta che è stato Dio a farci fermare davanti alla sua capanna. Passiamo in un paio d’ore le due postazioni di frontiera e, imbroccata una bella strada gabonese in mezzo alla foresta equatoriale, decidiamo di fermarci a metà pomeriggio nella località di Mitzic, dove alloggiamo e mangiamo in un decente alberghetto.

23/1/2019. Ripartiamo con calma verso sud, sempre in una strada in buone condizioni in mezzo alla foresta con traffico inesistente. Ammiriamo una vegetazione veramente lussureggiante e ci fermiamo spesso a fare foto. A volte la vegetazione è talmente fitta che le fronde dai due lati della strada si incrociano in una lunga e buia galleria naturale. Incontriamo camion cinesi che escono dalla foresta carichi di enormi tronchi di legno pregiato, camion che vanno verso il porto di Libreville dove imbarcheranno i tronchi per la Cina. I cinesi hanno stipulato grossi contratti col Gabon e stanno sostituendo gli europei negli affari più importanti. Abbiamo capito che i cinesi sono più graditi che gli europei in quanto costruiscono strade e infrastrutture, mente gli europei, specie i detestati francesi, pigliano solo e non lasciano nulla. Passato l’equatore, nel pomeriggio giungiamo nella poverissima località di Bitoum,  dove alloggiamo in un decente alberghetto di proprietà di un onorevole. La sera ceniamo in una baracca di legno dove Bruno si pappa il coccodrillo cotto in una salsa, talmente buono che fa il bis. Cristina invece, mangia il solito pesce di fiume.

24/1/2019. Partiamo in direzione di Libreville e successivamente nel vicino Cap Santa Clara, dove sorge il resort di Federico e dove lasceremo Tatiana. Paradossalmente, la qualità della strada fino a li percorsa in Gabon è decente, mentre gli ultimi 250 km prima della capitale sono un vero disastro con asfalto inesistente oppure con scalini micidiali sui resti dell’asfalto. Il traffico, soprattutto degli enormi camion che portano il legname cresce in maniera considerevole. Pur avanzando lentamente, arriviamo nel pomeriggio al resort, bella struttura sull’oceano, con bungalow, ottima cucina e piscina, dove intendiamo rilassarci alcuni giorni prima della partenza.

25-26-27/1/2019. Passiamo li gli ultimi giorni chiacchierando con Federico che è di Acqui Terme e con la moglie gaboniana che parla un ottimo italiano, essendosi laureata in lingue a Genova. Sono persone di cultura e ci raccontano le loro storie e di come si vive oggi in Gabon. Ci rilassiamo veramente e il 27 pomeriggio depositiamo Tatiana a fianco di un vecchio Discovery di due italiani che lo hanno lasciato in deposito, stacchiamo la batteria e la copriamo con un telo di spessa plastica. La sera Federico ci accompagna al vicino aeroporto e verso mezzanotte, saliamo sull’aereo che via Istanbul, ci riporta in Italia.

La terza tappa della nostra Transafrica è stata durissima. La chiusura della frontiera tra Nigeria e Camerun ha condizionato il viaggio e non abbiamo potuto visitare le zone del Camerun che volevamo vedere, oltre alla perdita di ben otto giorni bloccati in Nigeria. Le vicende di corruzione con le quali abbiamo avuto a che fare nei porti di Calabar e Tiko, sono state esperienze molto forti ma ci hanno insegnato qualcosa. In sostanza ci aspettavamo un tappa diversa, ma siamo contenti lo stesso. Tutto è stato molto interessante.

2 comments… add one
Luca (Frenesia) February 1, 2019, 15:08

Bravi Cristina e Bruno! Un bel resoconto di una tappa “tosta” della vostra Trans Africa. È’ stato un piacere leggerlo tutto di un fiato

Barziza Pietro February 24, 2019, 01:37

Ho fatto quasi lo stesso percorso alla fine anni 1988 irriconoscibili i luoghi e le situazioni dal paradiso all inferno,io avrei desistito…per quanto attiene i cinesi stanno fregando gli africani alla grande è il loro mercato più florido…l economia è in mano cinese al 60 per cento e gli africani non hanno lavoro e scappano

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