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GPD e Mapping, Riflessioni di un giurassico

– Posted in: Cartografia, Tecnica

By Robogabraoun
Originally Posted Tuesday, February 17, 2009

 

GPS E MAPPING: RIFLESSIONI DI UN GIURASSICO

Ho acquistato il mio primo (ed unico) GPS nel lontano 1996, un Garmin GPSII, che tutt’oggi continua a fare il suo dovere nonostante i suoi poveri 8 satelliti ed i suoi limiti rispetto ai suoi attuali discendenti…Lo acquistai in seguito ad un brutto momento vissuto in Marocco, in quell’anno, rendendomi conto di aver, in situazioni analoghe, assoluta necessità di sapere con esattezza la mia posizione sul territorio.

E questo è, a mio parere, l’utilizzo principale( l’unico?) di questo strabiliante strumento, così capillarmente diffusosi tra i diportisti africani dopo il 1990.

Quest’estate, a Windhoek, il mio povero Garmin è stato giudicato, credo giustamente, come qualcosa di vetusto, giurassico, superato, obsoleto. Perché non cartografico, con memoria limitata ( raccoglie solo 300 waypoints , 200 punti di traccia, consente di memorizzare solo 20 rotte con non più di 30 punti ciascuna…), con schermo visore piccolo ecc ecc.

Ebbene analizziamo questo oggetto: a cosa serve in realtà…A dirti dove sei.

Per dirti dove sei deve darti le coordinate geografiche del punto in cui ti trovi. Me le da, magari con un po’ di lentezza per via dei suoi pochi canali di ricezione, ma me le da.

E allora che cosa serve di piu’? Vediamo…

L’avvento dei navigatori nel traffico europeo ci ha indubbiamente legati allo strumento: pare che senza navigatore viaggiare nelle città sia divenuto impossibile. Eppure fino a dieci anni fa lo abbiamo sempre fatto, e senza navigatore. Ci si fermava con una mappa stropicciata in mano, si chiedeva alla gente, ma tutto si trovava.

Nessuna macchinetta elettronica ci diceva quanti km mancavano alla città X, eppure lo sapevamo. Nessuna voce metallica ci diceva “svolta a sinistra”, eppure svoltavamo..E, sicuramente, senza navigatore tutti noi ci guardavamo molto di più intorno.

E in Africa? A che serve il GPS in Africa? Servono 70 punti gps per attraversare un Erg?

Io ho sempre viaggiato, in questi anni, mettendo in memoria sul mio piccolo dinosauro a soli otto canali, pochissimi punti, a darmi la DIREZIONE. Ad esempio: in Murzuq sono uscito dall’oasi omonima con solo TRE punti GPS davanti a me: quello di imbocco, quello del centro geografico della conca e quello del colle di Anai. Perché? Perché guidando tra le dune sicuramente non hai né tempo né occhi per guardare il visore del GPS che ti snocciola punti in successione, impegnato come sei a guardare davanti al naso del tuo toyota per cercare la via migliore per superare un cordone, imboccare una rampa, buttarti giu’ da una discesa. Così un’occhiata ogni tanto alla freccia di direzione che indica un punto magari a 100 chilometri o piu’, ti serve a renderti conto della direzione da seguire e tutto il resto lo fai sul campo, al momento. Perché nessun GPS, anche mettendogli in pancia duemila punti, ti saprà mai dire dove passare, come affrontare una cresta, con che marcia salire ecc ecc. Può darti l’indicazione di dove sta il passaggio, certo, tra due cordoni. Ma in ogni caso, al momento in cui ci arrivi, non guardi il GPS ma la sabbia, cerchi con gli occhi il passaggio migliore. Perché, almeno io, mi fido di più di ciò che vedo e di ciò che “mi sento” che di un’indicazione di un visore a led, giurassico o nuovissimo che sia. Quindi, e io sostengo “per fortuna”, l’uomo è ancora decisivo ed infinitamente più importante della macchina, per quanto perfetta essa sia.

Il GPS lo uso anche in un altro modo: andando raccolgo punti, memorizzo valichi, discese, catini, insomma luoghi di rilevanza nell’itinerario. Ma li rilevo lì, sul campo, al momento. Per utilizzarli al mio ritorno per analizzare l’itinerario percorso, per metterli a disposizione di chi me li richiederà, per verificare eventuali varianti possibili…Ma laggiù sicuramente non lo uso come filo conduttore. Se non, come detto, per sommi capi.

Ed allora cosa segnare su un GPS? Non so: direi pozzi, luoghi di interesse culturale come tombe, paleosuoli, concentrazioni di fossili, vestigia varie…E sicuramente città, distributori di benzina, incroci fondamentali, balise, redjem…MA non per raggiungerli in corso di itinerario, se non indispensabile, bensì per sapere dove stanno, in relazione alla nostra posizione, in modo da aver sempre chiarissimo dove siamo NOI rispetto al territorio che ci circonda. Per questo ci sono le mappe, oggetti dal fascino misterioso ed ancestrale, oggetti utili indispensabili ed insostituibili per chi sappia penetrare le maglie dei loro segreti. Simboli, colori, curve, alchimia magnifica che racconta agli illuminati TUTTO di un territorio, ma proprio tutto. Ed il GPS, una volta che ti dice le coordinate in cui ti trovi, ti mette in condizione di poter trasferire con una semplicissima operazione matematica sulla carta la tua posizione. Ed allora tutto un mondo di possibilità ti si apre davanti: sei tu a decidere dove andare e perché e non la macchinetta fissata al cruscotto.

E le stesse mappe, senza una conoscenza costruita a monte con letture e letture ed ancora letture sono a loro volta inutili. Perché ,se nel momento in cui srotoli la tua bella mappa russa sul cofano del tuo land cruiser non hai la piu’ pallida idea della morfologia della regione che stai attraversando, allora davvero ti ritrovi davanti a qualcosa di alieno.

Se invece nel tuo bagaglio di cultura (perché di cultura si tratta) sai già che ad esempio Zegher sta nel centro di Ubari, che appena a sud est si trova la pianura di timenokalin, che salendo da Zegher verso nord ovest troverai Tin Kartene ed invece salendo a nord est andrai verso Touil e Nahaia e che ad est di questi ultimi si trovano, già fuori delle dune, i pozzi di Dembada e di Gazeil e l’immensa falesia di Awaynat Ouenine allora saprai cosa cercare su quella mappa, ed i suoi geroglifici ti appariranno come sono, ovvero indicazioni chiare, precise, vitali per il tuo viaggiare. E conoscendo a monte il territorio in cui ti muovi ( non per doti divine ma perché hai passato ore ed ore sulle cartine) allora sicuramente avrai meno bisogno della macchinetta infernale e troverai molto più chiarificante l’osservare cio’ che ti sta intorno, cercando riferimenti reali che ti indichino se la tua strada è la strada corretta oppure no.

Il mio amico Hans Bachstad non faceva che ripetermi “studia la mappa prima di partire, e poi, in corso di viaggio, cerca sul terreno cio’ che in precedenza la mappa ti aveva indicato: cerca di trovare montagne, fiumi, valichi, insomma tutto cio’ che hai già visto sotto forma di rappresentazione grafica; cercali dal vero, guardati intorno, traduci la cartina sul territorio”…” E la volta seguente fai il contrario: osserva la natura intorno a te mentre viaggi e memorizza tutto cio’ che riesci. E la sera, al campo, apri la mappa e cerca, questa volta sulla carta, cio’ che durante il giorno hai visto e vissuto nella realtà”.

Questo per “entrare” nel territorio, per farlo tuo, per scenderne nelle pieghe, per crearti un bagaglio di conoscenza che viceversa si ridurrebbe ad una serie di dati snocciolati da una macchinetta elettronica sicuramente dai poteri spettacolari ma che poco puo’ arricchire il tuo conoscere i luoghi che la vita ti porta ad attraversare.

Prendi la Namibia, l’Etosha: che ti serve avere le coordinate di una pozza di abbeverata? Se non sai a priori dove stanzia il leone, se non conosci le sue abitudini, le tracce che solitamente percorre, ti servirà a poco avere i numeretti in bella vista sulla consolle del tuo GPS, perché si, troverai la pozza (che troveresti comunque, tra l’altro…), ma il GPS non ti indicherà mai dove cercare il leone, non ti dirà sotto che albero avrà dormito ed in che pianura ha cacciato nella notte…La macchinetta non ti dice che, se vedi il leone al mattino presso una pozza, sarà nei paraggi per tutto il giorno e se torni prima o poi lo vedi…Questo devi saperlo tu o provare ad intuirlo tu, in base alle tue conoscenze. Quindi, anche in questo caso, è infinitamente piu’ utile calarsi nell’ambiente, guardarsi intorno, scivolare lentissimamente dentro la natura con occhi aperti abbastanza a catturare tutto cio’ che ci circonda perché questo tutto è maledettamente fuggevole e mutevole. Spegnendo la macchinetta da centinaia di euro che troppo spesso monopolizza la nostra vista. Ed usando l’esperienza, che, in fondo, è l’unica cosa che conta.

PAROLE VIAGGI E VIAGGIATORI

Parole…Parole…

Sarà perché considero la Parola atto supremo del comunicare tra le persone, strumento assoluto per trasmettere noi stessi e per recepire il prossimo…O sarà in parte perché proprio per mezzo delle parole ormai da diversi anni racconto agli altri ed a me stesso della mia più grande passione, rendendomi conto della potenza che in loro possono racchiudere…O ancora sarà perché, proprio per le parole, mi sono trovato e mi trovo a vivere delle grandissime, devastanti delusioni…O, più semplicemente, per l’insieme di tutti questi motivi, non lo so ma spesso ultimamente mi sono ritrovato a riflettere sulla Parola.

Che c’entra con il viaggiare la parola? Bè ne è parte fondamentale. Con la parola trasmettiamo i luoghi visitati, raccontiamo le emozioni vissute, riproduciamo tramite suoni fonetici o ghirigori scritti su un foglio sensazioni, colori, persino profumi. A volte meglio che con le immagini reali scattate con un obbiettivo. Quindi, in un viaggio, la parola è tutto; del viaggio la parola è prosecuzione, proiezione, ricordo. Mi viene da dire che in fondo noi stessi siamo parola, nel senso che per gli altri noi siamo ciò che diciamo, tramite la parola noi doniamo agli altri l’immagine di noi, a volte superficiale altre volte aprendoci fin nel più profondo del nostro intimo.

Ebbene, riflettendo su questo e, cosa che ultimamente faccio spesso, leggendo, mi sono fermato a pensare…Molti, moltissimi anni fa lasciai un ambiente che per decenni mi era appartenuto in maniera totale proprio perché svuotato dalla leggerezza delle parole che lo contraddistinguevano; la musica. Musica a livelli professionistici. Mi ero scontrato con una realtà che, nella comunicazione tra gli addetti ai lavori, naufragava sempre in un atteggiamento che in gergo si definiva “Banfer”, da “Banfata”, termine dialettale per descrivere un atteggiamento spaccone, presuntuoso, egocentrico e, più che altro, mendace. Tutti ne eravamo contagiati: la stessa sopravvivenza sembrava essere legata all’apparire, e per apparire ci si mostrava sempre per più grandi di quanto in effetti si fosse. Grandi in senso di bravi, tosti, conosciuti, famosi. Ma banfare ti espone, ci si puo’ fare male, farsi figure pesanti… Ricordo un episodio; un concerto al palasport di Livorno in cui ci esibimmo con una band che allora godeva di un grande seguito nell’ambito del rock italiano. Un batterista che sembrava un vikingo, dietro ad una batteria con duemila tamburi, cinquanta timpani, due casse e decine di piatti e piattini provando i suoni nel pomeriggio fece un bel riff, un controtempo ad effetto, che terminò con un passaggio stroboscopico con tanto di urlo finale con bacchette roteanti…” ci ho messo dei mesi a tirare giù’sta cosa!”. Il batterista della mia band, nemmeno ventenne come me, era pacioccone, paffuto, tutto tranne che un vikingo, con la faccia che sembrava appena uscito dalla prima media. Ma, anche se allora nemmeno lui lo sapeva, sarebbe diventato Khadim Sarr, uno tra i migliori batteristi di jazz-new age del nostro Paese…

Salì sul palco, dietro la sua batteria con un paio di tamburi , una cassa ed un timpano e rifece lo stesso controtempo arricchendolo con gusto tutto suo, lasciando di sasso vikinghi e non nel giro non di mesi ma di pochi minuti.

Oh certo, anche io non ero immune all’arte del banfare. Ma, crescendo, mi resi conto che sempre è infinitamente meglio essere quello che si è, senza bluffare, senza autoesaltarsi, lasciando agli altri il giudizio sulla bontà della nostra esecuzione. Nella musica come in tutto ciò che concerne la vita.

Entrando nel circo del diporto africano ho ritrovato la stessa identica situazione, con la differenza che di Vikinghi Banfer ce ne sono forse più qui che dietro le quinte dei palchi del rock italiano. E lo trovo decisamente triste. Più volte, in questi quindici anni, mi sono chiesto a che pro tante, troppe persone di questo nostro mondo di sabbie e piste dipingano se’ stessi e le loro escursioni africane con i colori della Grande Avventura. Leggevo, pochi giorni fa, di un viaggio in Libia, su un quotidiano nazionale. Grande Avventura, evento…Leggo meglio: Sheba, Gabraoun, Akakus, Mathendousc….Bel viaggio, perché ogni viaggio è sempre e comunque una meraviglia. Ma non un evento, accidenti!

Incontro persone, si parla d’Africa perché amo parlare d’Africa e se trovo dialogo su questo non mi fermo più, per passione, per amore, perché ce l’ho dentro…E in pochi minuti mi rendo conto che no, non si parla d’Africa ma di imprese, di cose mirabolanti.

E se dapprincipio resto estasiato, perché sempre porto rispetto a chi compie cose grandi, poi puntualmente, nei giorni o negli anni, succede che altri incontri fortuiti, chiacchierate ad una cena con conoscenti comuni, un caffè bevuto sul ponte di una nave per Tunisi o in un autogrill di Algeciras mi svelino che dietro le mirabolanti imprese si celano un mare di balle. Sette anni or sono, in Namibia, durante il mio primo viaggio in quel Paese, non tenni nascosto a nessuno che lì non c’ero mai stato. E chi allora mi mostrò quella Terra mi insegnò che mentire non giova, che i turisti non sono stupidi e che le cose che diciamo possono essere interpretate in mille modi, facendomi notare che il mio aver detto in un’unica occasione “ viaggio da dieci e piu’ anni in Africa” poteva dire tutto e niente, poteva significare che ci vivevo da dieci anni, che da dieci anni facevo la Guida, mentre la facevo, lì, da quindici giorni. E fu un errore che non feci più.

Oh certo, tra le guide è come tra i viaggiatori. Ci sono guide che in 40 chilometri raccontano la loro vita, che sono i migliori, che nessuno conosce il Paese come loro ecc ecc. Senza rendersi conto che la cosa importante non è dirlo ma farlo pensare. Senza rendersi conto che in quei 40 km sarebbe infinitamente piu’ importante capire le persone con cui, nei prossimi quindici giorni, avrai a che fare da mattina a sera, instaurare un rapporto, mettere le persone a proprio agio, trasmettere fiducia e sicurezza senza porsi in cattedra ma con naturalezza…iniziando a gettare il seme che, con l’andare dei giorni, farà in modo che essi amino quel Paese.

Penso che manchi l’umiltà, la consapevolezza di aver comunque sempre da imparare. DA tutti, certo anche dai turisti, dalle persone che si incontrano, dalle situazioni. E poi, la cosa che piu’ mi fa pensare, è come diavolo si fa a convivere con la certezza di dire di sé stessi delle grandi balle? Se io dicessi di essere stato in Kenia senza esserci stato come diavolo farei a guardarmi allo specchio mentre mi lavo la faccia al mattino? O se dicessi di aver attraversato il Grande Mare di Sabbia solo con l’aiuto del GPS ( e daie!) omettendo il particolare che davanti a me c’era chi mi guidava, come potrei avere stima di me stesso?

Perché diavolo anche questo Mondo di Sabbia, che amo così svisceratamente, deve vestirsi di questi orrendi difetti? A che scopo? Se qualsiasi viaggio è di per sé un’esperienza straordinaria perché ricoprirsi di ridicolo dipingendo la nostra esperienza con i colori di una spedizione quando è palese che non lo è? Se avere la fortuna di poter accompagnare dei turisti in un viaggio stupendo è già di per sé un’esperienza unica e formidabile perché raccontare che si è una specie di semi dio quando invece si è seguito sempre la macchina di qualcun altro che veramente faceva strada?Se con me non ci fosse stato il buon Kalid in Sudan non avrei saputo da che parte girarmi e non me ne vergogno!

Così come non mi sono mai vergognato ad insabbiarmi, a perdermi ed a fare le cento cazzate che tutti facciamo, e grazie a Dio che le facciamo, perché siamo uomini e non robot. E poi perché dimenticarsi che non è UNO a contare ma la squadra, l’agenzia, il gruppo, sparando a zero su questo o quel collega…senza capire che nel momento stesso in cui lo si fa agli occhi di chi ascolta no, non guadagni punti ma ne perdi e ne perdi tanti….

La parola è un’arma. E un’arma potente. Costruttiva, meravigliosamente capace di evocare, legare, dare passione, sentimento. Ed è distruttiva, catastroficamente esplosiva, deleteria, una lama a doppio taglio che spacca in due ma spesso rimbalza e ti fa vibrare i polsi fino a farteli slogare. Probabilmente anche il “banfer” è segno di un’insoddisfazione esistenziale, un non accettarsi per quello che si è, un non considerare sufficientemente appagante quello che in realtà si è e si vive, tanto da aver necessità di ampliare, amplificare, distorcere…ingrandire…Ancora qualcosa di fallico, di “io ce l’ho grosso”..

Tristemente simile a quelle situazioni idiote in cui il pirla di turno, al bar con gli amici, si vanta delle proprie prestazioni della sera precedente. Odioso allo stesso identico modo.

Senza calcolare poi che, universalmente, è noto che chi banfa banfa soltanto, un po’ come il fumo e l’arrosto di antica memoria.

Tutto questo perché, forse, sarebbe ora di dare a questo nostro meraviglioso viaggiare l’abito che ha. Una passione, un amore profondo, una voglia di conoscenza e cultura (spero). E nessuno di noi, tranne forse pochissime persone che certo nessuno ha mai sentito banfare, compie imprese, è un semi dio o è l’esperto del deserto per antonomasia.

Perché raccontare di viaggi a mio parere serve a comunicare passione ed emozione, condividere situazioni, rivivere colori, odori, circostanze, magie. Non ad accendere una lampada da teatro su noi stessi per far vedere quanto siamo bravi. Poi, magari, lo siamo anche, per carità: ma , sempre magari, non tocca a noi dirlo.

Robo

 

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