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WEST AFRICA novembre/dicembre 2019

– Posted in: Africa, Africa Australe, Resoconti di viaggio


di Gian Casati

Ho attraversato l’Africa per un classico Milano / Città del Capo percorrendo le ben note regioni orientali.

Prima avevo viaggiato per molti anni nelle regioni sahariane e saheliane.

Mi mancava la parte occidentale del Continente Nero per completare un ideale periplo dell’Africa ma non avevo trovato amici interessati a questo progetto e, onestamente, io stesso ero frenato dalle notizie negative che circolavano sulla la situazione critica di alcuni paesi che si devono attraversare.

In particolare la cattiva fama riguardava la Nigeria, i due Congo ed anche l’Angola.

Difficoltà burocratiche e dilagante corruzione e diffusa insicurezza sembravano inevitabili in questi paesi.

Poi però una congiunzione astrale particolarmente favorevole ha fatto sì che Ale, amico di avventure africane indimenticabili, mi proponesse di accompagnarlo nel viaggio che aveva programmato per portare la sua Toyota in Namibia attraverso l’Africa occidentale.

Pur con il retrogusto delle accennate preoccupazioni ho accettato con entusiasmo.

Ale ha spedito la sua Toyota in Camerun e poi dopo interminabili peripezie burocratiche (é rimasto bloccato per tre settimane per problemi doganali non superabili col carnet) l’ha portata in Gabon a Libreville.

Il tarlo della cattiva fama del Congo e dell’Angola continuava a preoccupare noi e sopratutto le nostre famiglie, ma nel preparare, a tavolino, il viaggio abbiamo “scoperto” sul sito iOverlanders che altri, soprattutto motociclisti, in tempi abbastanza recenti avevano percorso le stesse strade che pensavamo di fare noi senza incontrare alcuna difficoltà, a parte le piste disastrate.

Un altro problema era rappresentato dal fatto che avremmo dovuto fare questo viaggio con una sola macchina, il che, come noto, non è mai bello.

Ma anche sotto questo aspetto gli astri ci sono stati favorevoli perché Ale è venuto a sapere che un vecchio amico (si fa per dire, perché molto più giovane di noi) aveva lasciato la sua Land Rover Discovery a Libreville con l’idea di portarla in Angola.

Così si sono formati i due equipaggi: Ale, Carlo ed io sulla Toyota e Max e Marco (detto Kurt) sulla Land Rover.

Da Libreville a Luanda, un bel pezzo di strada insieme.

Tutti felici e contenti, anche a casa dove già ci davano per sperduti nelle foreste tropicali.

Eccoci dunque a metà novembre a Libreville, la capitale del Gabon, accolti da un caldo-umido terribile.

Un controllo alle macchine, un po’ di cambusa e via che comincia l’avventura. Siamo nella stagione delle piogge e la route national che attraversa il Gabon è in condizioni spaventose, carovane di grossi camion trasportano tronchi d’albero di proporzioni inimmaginabili, arrancando nel fango e spesso perdendo il carico.

Si procede a rilento, scrosci di pioggia si alternano a sprazzi di sole.

Si attraversa la linea immaginaria dell’equatore con foto di rito.

La prima tappa è a Lambarene’ dove agli inizi del secolo scorso il famoso (oggi un po’ dimenticato) dottor Schweitzer fondò un lebbrosario ed un ospedale, allora nel pieno della foresta tropicale.

Il vecchio ospedale è stato trasformato in un interessante museo che visitiamo con interesse ed ammirazione.

Lambarene’ è sulle sponde di un fiume dalle proporzioni assurde, l’Ongoouè. Non mi vergogno di confessare di non aver mai sentito parlare di questo gigante acquatico.

Se vi capitasse di passare da quelle parti non mancate di fare una bella gita sul grande corso d’acqua, ne vale assolutamente la pena.

L’atmosfera è proprio quella di “Cuore di tenebra” di Conrad (anche se lui parlava del fiume Congo).

Lasciamo Lambarenè ed attraversiamo il Gabon per la nazionale che scende verso il Congo, la strada è buona ed il traffico scarso a parte convogli di camion che trasportano enormi tronchi di alberi centenari strappati piu’ o meno legalmente alla foresta tropicale.

Di tanto in tanto questi pachidermi vegetali si ribellano e cercano di tornare alla foresta, camion rovesciati e tronchi da recuperare non si sa come.

Siamo nella stagione delle piogge ma il meteo, che peggiorerà di lì a qualche giorno rendendo impraticabili molte delle zone da noi percorse, ci è clemente, solo qualche temporale, soprattutto la notte.

Fino a Ndendè (dove bisogna svolgere le pratiche di uscita dal Gabon) la strada è ben asfaltata ma poi verso il Congo Brazzaville pista con grandi pozze d’acqua. Traffico zero, una sbarra scalchignata ci viene aperta da un militare uscito dal nulla: così si esce dal Gabon.

Qualche chilometro ed un’altra sbarra che conobbe tempi migliori ci segnala che stiamo entrando nel Congo.

Non c’è nessuno che attraversa la frontiera ma, malgrado la grande cortesia dei funzionari, i tempi sono lunghi, molto lunghi.

Diversi registri, ove si devono annotare, rigorosamente a mano, importanti informazioni tipo il nome dei genitori, la professione svolta, servizio militare effettuato o meno e via di seguito.

I funzionari sono comunque molto cortesi e corretti, i tanto temuti taglieggiamenti appaiono lontani mille miglia.

Entriamo dunque nella foresta congolese e raggiungiamo Kibangou, piccolo villaggio che per dormire non offre nient’altro che una struttura della comunità locale, molto molto spartana. 

Ceniamo in una tenda/sala da pranzo auto-installante uscita dalla Land Rover di Max in modalità Eta Beta (vecchi Topolini disneyani, qualcuno ricorda?).

La mattina dopo lasciamo la strada principale per imboccare una bella pista che attraversa una imponente foresta tropicale che ci incanta.

E’ un luogo tanto poco conosciuto (dal turismo) che non ha nome; consultando la carta geografica vediamo solo che questa foresta costeggia lo sconosciuto Conkuali-Douli National Park.

Nel folto di alberi giganteschi incontriamo una strana coppia, un cacciatore munito di una improbabile doppietta con il suo portatore pigmeo carico di una cesta piena di piccoli animali uccisi, compresi un paio di pangolini, strani esseri muniti di scaglie, in via di estinzione e perciò protetti !!

Si prosegue nelle foresta, di tanto in tanto uno scroscio d’acqua.

Il tergicristallo della macchina di Ale si blocca; in attesa della necessaria riparazione armiamo un geniale (?) marchingenio: una corda con un capo dal lato del guidatore e l’altro capo dal lato del passeggero; tirando questa corda uno per lato si riesce a far muovere il tergi, il risultato è abbastanza scarso ma, come dice il detto, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Comunque siamo fiduciosi perchè in Africa tutto si aggiusta, confidiamo nella prima sosta che sarà a Point Noire, una cittadina congolese importante.

La foresta, quasi di colpo, cede il passo ad una vegetazione meno fitta e ci troviamo di fronte all’oceano.

Belle spiagge e mare blu, così almeno appare dalla strada che ora è asfaltata e molto scorrevole, traffico pari a zero.

A sera siamo a Point Noire, bella, ordinata e pulitissima cittadina.

Ceniamo in un raffinato ristorante italiano, frequentato anche da ammiccanti nerette.

La mattina seguente una schiera di meccanici ed aiutanti vari si inoltrano nel vano motore della Toyota di Ale.

Dopo aver smontato il possibile ci si rende conto che un roditore (o animale simile) aveva eletto a propria dimora il vano dove scorre il meccanismo del tergicristallo riempiendolo di dure noci.

Ripulito il tutto il tergi sembra riparato ma dopo pochi kilometri, al primo acquazzone, si blocca definitivamente.

Il motorino elettrico che muoveva il meccanismo evidentemente era ormai compromesso e il lavoro fatto a Pointe Noire è stato purtroppo inutile.

Per fortuna gli dei e la latitudine ci sono stati clementi e non abbiamo quasi più trovato pioggia per il resto del viaggio.

Nell’attraversamento di questa parte del Congo Brazzaville ci ha impressionato l’incredibile pulizia dei luoghi e degli insediamenti umani, addetti ben equipaggiati e con mascherina anti polvere puliscono in continuazione le strade.

Lasciamo il Congo per entrare in Cabinda, enclave angolana tra i due Congo, ricchissima di petrolio ma brutta e sporca e, a quanto si dice, non proprio tranquilla.

Traversiamo velocemente la Cabinda che abbiamo scelto di percorrere perché sulla carta ci consentiva un discreto risparmio di kilometri, bypassando in tal modo una pista congolana che era descritta, sopratutto con le piogge, come molto impegnativa.

Ma la nostra furbata non si è rivelata tale.

Anzitutto perché qui il passaggio delle frontiere è tanto lungo e farraginoso da annullare, ampiamente, ogni eventuale risparmio in termini di kilometri.

Poi a noi tapini si è aggiunto un altro inconveniente: la frontiera tra Cabinda(Angola) e R.D.Congo è chiusa la domenica.

A noi cosa è successo? Arrivati in frontiera alle 17 di sabato troviamo la frontiera in chiusura, gli angolani cortesemente ci concedono di campeggiare nel recinto della dogana senza dirci che l’indomani la frontiera sarebbe stata chiusa essendo domenica.

Impossibilitati a proseguire, torniamo sui nostri passi e trascorriamo la domenica nella squallida Cabinda ove, per fortuna, troviamo un ottimo albergo che compensa almeno in parte la fregatura.

Lunedì mattina di buon ora siamo alla frontiera della R.D. del Congo ma la nostra solerzia non è ripagata, dobbiamo aspettare un paio d’ore che arrivino i funzionari della dogana e dell’immigrazione che se la son presa comoda. Anche qui il traffico è presso che nullo ma le formalità cosi lunghe e primitive (ancora tutto scritto e registrato a mano) che ci vuole un sacco di tempoper passare.

Però anche in questa frontiera devo ammettere che la brutta nomea che hanno questi stati è ingiustificata, mai chiesto “un renfresco” di mazambicana memoria, mai fermati e chiesti documenti lungo la strada (siete mai stati in Marocco e/o Mauritania??).

Dobbiamo correre perché tra frontiere da attraversare e frontiere chiuse abbiamo perso tempo e il nostro obbiettivo principale è il sud dell’Angola e comunque abbiamo una prenotazione aerea ben precisa che non possiamo mancare.

Il paesaggio non pare attraente come nei giorni scorsi ed allora percorriamo velocemente questa regione.

Attraversiamo il grande fiume Congo su un modernissimo ponte (curiosità africana: per accedere al ponte bisogna pagare un pedaggio, dopodiché si apre una sbarra, attraversato il ponte sull’altra sponda c’è uno sgabbiotto con addetto cui bisogna esibire il pagamento del pedaggio altrimenti non si passa).

Sull’altra riva c’è Matadi grossa e incasinata cittadina congolana dove troviamo un buon albergo, giusto sulla strada verso l’Angola senza dover entrare in città.

Al mattino breve sosta per un problema allo sterzo della Land di Max.

Non mi azzardo a dire quale fosse il problema perché le mie conoscenze meccaniche si avvicinano allo zero, però capisco che in mancanza del pezzo di ricambio Max e i suoi consiglieri congolesi si inventano una soluzione molto “africana”, improbabile ma efficacie.

Si riparte e siamo subito alla frontiera di Ango Ango, molto naif dal lato congolese, quasi europea dalla parte angolana.

Anche qui siamo i soli a passare ma le lungaggini sono ormai la norma.

La pista è sabbiosa e si inoltra tra colline ricoperte di vegetazione molto rigogliosa, tempo incerto piuttosto uggioso.

Verso il tramonto ci fermiamo alle porte di un villaggio, Cuimba, presso una scuola di recente costruzione; chiesto il permesso di campeggiare montiamo le tende sul duro cemento ma al riparo di una tettoia dato che il tempo non promette niente di buono.

Ci vengono a trovare i maestri con un po’ di scolaresche, distribuzione di biro nel vociare entusiasta dei ragazzini.

Si riparte, la pista si fa sempre più stretta, fango e grosse pozze d’acqua, foresta tropicale con grossi sassoni granitici.

Si procede molto lentamente, la pista è strettissima, ci chiediamo cosa succederebbe (chi ha la precedenza?) se incrociassimo qualcuno.

Ma la sorpresa è in agguato, nella zona più fangosa ed in salita (sono ore che si viaggia praticamente in piano) troviamo due piccoli camion impantanati; il primo occupa tutta la pista mentre il secondo occupa più di metà di una specie di slargo.

Il primo mezzo, dopo lunghe operazioni di sgottatura dell’acqua fangosa con mezzi rudimentali (le mani a coppa) e lavori di vanga, riesce a spantanarsi accodandosi all’altro camion.

Noi tentiamo il bliz di superare il camion fermo in mezzo alla pista ma sia la Land che la Toyota pericolosamente in bilico su due ruote si bloccano nel fango.

Si riesce a ripartire solo col verricello col cavo ancorato ad un albero.

Ringraziamo riconoscenti San Verricello, senza di lui saremmo ancora là, nel cuore di tenebra.

Pochi kilometri e siamo fuori dalla foresta e dalla pista impegnativa (media sui 15/20 km all’ora).

Il paesaggio cambia completamente, la fitta foresta lascia il posto ad enormi baobab e spettacolari cactus altissimi e stretti, mai visti prima.

Sostiamo a Caxito, non lontano da Luanda la capitale dell’Angola. Ultima serata insieme a Max e Kurt e la loro Land che si fermano come previsto a Luanda.

Noi proseguiamo, la circonvallazione della capitale angolana è molto trafficata ma scorrevole, siamo impressionati dalla presenza cinese, enormi fabbriche con insegne e scritte solo in caratteri cinesi, nessuna scritta in portoghese.

Un vecchio camion che non si schioda dalla corsia di sorpasso ci inonda di olio. Siamo costretti a fermarci e pulire il parabrezza con sapone e detersivi vari non è stato affatto facile.

Superata Luanda, siamo di nuovo lungo l’Oceano, belle spiagge, acqua limpida, panorama piacevole, ottima strada asfaltata. Ancora tanti baobab e cactus. Pernottiamo a Lobito, grossa cittadina trafficata.

Da qui raggiungiamo Benguela, importante centro molto molto trafficato, poi un po’di natura brulla pre-desertica che presto finisce tra verdi colline, tanti baobab e villaggi di belle capanne.

Si sale su di un altipiano, la natura spontanea lascia il posto a grandi coltivazioni.

Passiamo la notte a Chibia, all’improbabile hotel Obama.

Siamo nella regione chiamata Huila ove dovremmo incontrare la popolazione Muhuila che ha mantenuto, anche nell’abbigliamento, ancestrali tradizioni. Lungo la pista, molto ampia e un po’ accidentata dalla tole onduleé, troviamo alcune anziane muhuila, le uniche evidentemente che hanno mantenuto il tradizionale modo di abbigliarsi, petto nudo agghindato da numerosissime collane di perline molto colorate.

Lasciamo l’altipiano e, per un bella e spettacolare strada piena di tornanti e dalla pendenza notevole (ricordiamo che in Africa freni e sospensioni sono un optional per quasi tutte le macchine e quindi le discese sono sempre molto pericolose) attraverso spettacolari picchi rocciosi, raggiungiamo nuovamente l’oceano per fermarci a sera presso un complesso di bei bungalows sulla spiaggia appena fuori la città di Namibe.

Poi pochi kilometri e siamo nel deserto.

Incontriamo subito innumerevoli welwitschia mirabilis che sono quelle strane piante dall’aspetto inquietante che possono vivere, dicono gli esperti, migliaia di anni.

Sono considerate una stranezza botanica ed in Namibia sono oggetto di una sorta di venerazione, sono protette e vicino a Swakopmund c’è addirittura una strada dedicata a loro, la welwitschia drive.

In questa parte dell’Angola ce ne sono a milioni e, sarà forse per la stagione primaverile, ma qui sembrano molto più floride di quelle viste in Namibia.

La pista, bellissima, è molto “sahariana”, molte piccole acacie ancora spoglie e tanti mopani dalle foglioline ora verdissime (siamo nella primavera/estate australe).

Lungo la pista che ci porta a delle pitture rupestri (modestissime) incontriamo dei babbuini e delle gazzelle.

Annoto che dopo ben 3424 kilometri di Africa (tanti sono stati da Libreville a qui) abbiamo qui incontrato i primi animali selvatici.

La pista attraversa spettacolari e fantasiose formazioni rocciose che ricordano, superandole, quelle delle Matopos in Zimbabwe.

Incontriamo misteriosi villaggi di capanne d’argilla con probabili tombe e monumenti funerari.

Ho detto misteriosi perché appaiono in perfetto ordine e pulizia ma non si vede anima viva e quindi non sappiamo se e da chi siano abitati; nelle vicinanze abbiamo visto solamente alcuni ragazzi che però alla nostra vista sono scappati via (posso anche capirli!) scomparendo tra le rocce.

Verso il tramonto siamo al gate del Parco Nazionale dello Iona, i rangers ci fanno particolare festa perché i turisti che entrano nel parco da questo gate sono veramente pochi.

Facciamo il campo poco dopo tra belle colline rocciose sotto una stellata spettacolosa.

Ripartiamo verso la foce del Cunene, il fiume che fa da confine con la Namibia. Pista tipicamente sahariana, piatta con tole onduleé, scorci spettacolari, vegetazione ridotta ai soli cactus.

Viaggiamo paralleli al fiume che però non si vede, incassato com’è nelle sue gole; solo in prossimità o quasi della foce si può abbandonare la pista e scendere per valloni sabbiosi fino al fiume che scorre tra belle rocce levigate. Proseguiamo verso il mini insediamento, in pratica solo il posto di polizia cui bisogna registrarsi.

E’ un luogo veramente abbandonato da dio e dagli uomini, dirinpetto a poche centinaia di metri la Namibia con una piccola stazione mineraria, irraggiungibile. Un posto tutto sommato abbastanza squallido.

Ritorniamo sui nostri passi per accamparci vicino al fiume, scendendo nel vallone di cui ho parlato poco fa.

Il posto è magico, il sole tramonta fiammeggiando tra rade palme ed il fiume che gorgogliando si incunea tra le rocce.

Un bel fuoco tra le nostre tende riscalda sopratutto i cuori.  

All’alba ammiriamo il mare di dune che si accavallano nel lato namibiano mentre sul nostro lato angolano la natura è completamente diversa, con rocce inframmezzate alla sabbia, il fiume a dividere i due mondi.

Ritorniamo sui nostri passi e riprendiamo la pista che ci porterà a Oncocua attraverso montagne brulle che fra poco saranno verdi di primavera.

La pista stretta e sassosa è molto lenta con continui saliscendi e attraversamenti di torrenti ora completamente secchi.

Sono giorni che non incrociamo nessuno.

A sera raggiungiamo Oncocua, un villaggio piuttosto grosso ma senza strutture ove poter alloggiare; chiediamo ed otteniamo ospitalità presso il locale posto di polizia, sono gentilissimi e rispettano la nostra privacy (particolare di non secondaria importanza visto che qui non esistono servizi igienici !!).

Sappiamo che nella zona vivono interessanti etnie ma non abbiamo il tempo di scovare da soli i vari villaggi, cerchiamo allora una guida che con difficoltà troviamo rivolgendoci al locale municipio.

Purtroppo qui parlano, guida compresa, solo portoghese e la comunicazione è molto problematica.

Capiamo che nella zona esistono tre etnie differenti, i Muhimba (strettamente imparentati coi più noti Himba della Namibia), i Mukawana ed una terza etnia di cui non ho ben compreso il nome.

Abbiamo a disposizione solo un paio d’ore e la nostra guida ci porta ad un villaggio Mukawana, non lontano da Oncocua, dove possiamo fotografare liberamente dopo aver concordato un compenso ragionevole col simpatico capo-villaggio.

Non altrettanto avviene in un vicino villaggio Muhimba il cui capo pretende l’equivalente di 23 euro per ogni foto, una follia anche secondo i nostri parametri.

Non sapremo mai se tanta esosità fosse dovuta alla non conoscenza del valore del denaro oppure fosse esosità e basta. 

Naturalmente, in un paese dove il diesel, tanto per capirci, costa 0.20 cent al litro, non accettiamo e ce ne andiamo. 

Vogliamo raggiungere la Namibia per sera e così imbocchiamo la pista, che sulla mappa appare come un’arteria importante, che ci porta al confine.

In realtà percorriamo un tratturo frequentato solo da locali motorette dove la media che si può tenere è pari a 15/20 kilometri all’ora.

Non ci sono tracce recenti di passaggio di macchine.

Fa molto caldo e siamo abbastanza stanchi quando finalmente arriviamo a Ruacana, sulle sponde del fiume Cunene.

Qui finisce l’Africa.

In Namibia, efficienza, strade perfette, bancomat (che qui si chiama Atm), cambio-valuta automatico, lodge con acqua calda (finalmente ci si lava in modo decente), cena raffinata a base di cacciagione e non ultimo un fantastico gin and tonic, rituale conclusione di una giornata africana faticosa.

Ci separano circa 800 kilometri da Windhoek dove lasceremo la Toyota.

Fa un caldo terribile (anche se secco) e i kilometri di asfalto che ci separano dalla tappa serale sembrano non finire mai.

A sera siamo ad Omaruru ove ci concediamo una quasi lussuosa sistemazione.  Il mattino dopo portiamo la Toyota presso una officina (ottima per efficienza e precisione, non per niente di namibiani/tedeschi) per un piccolo problema all’avantreno.

Sulla via per Windhoek ci fermiamo ad Otijanda per acquisti di biltong e souvenirs presso il locale mercatino, per far contenti amici e parenti.

Finale al noi ben noto Transkalahari Inn, ottima sistemazione per noi e la Toyota, poco fuori la capitale, piscina, filetto di kudu per cena e ovviamente…. gin and tonic.

6 comments… add one
vittorio Parigi March 3, 2020, 17:35

Bravi ! bella idea il percorso , bel viaggio .” la vita dell’esploratore e’ dura ognor” ! ma poi che soddisfazione ! ciao Vittorio

Giovanna Montanari March 4, 2020, 09:11

che bel viaggio Gianfranco!!

Gianni March 4, 2020, 09:49

FANTASTICO, che invidia!!! Avrei lo spirito, ma cii vuole un fisico che io non ho, accidenti….

Massimo Fioretti March 5, 2020, 16:53

Ehi Gian! quando la smetti di andare a sciacquarti l’anima!
A presto

lorenza.iudica@iudica.it March 10, 2020, 16:58

più che fantastico, strastrastrordinario, no words. nella prossima vita sarò, lo prometto, anch’io con voi. e trascinerò Gianni. Non lasciatecii a casa…

Michele Bonomo March 10, 2020, 17:51

bellissimo racconto (che ho potuto leggere soltanto ora) di un viaggio avventuroso.
Io credevo di conoscere un po’ di Africa (Senegal, Camerun) ma ho scoperto che così non è.

Complimenti agli esploratori

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