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In Libia lo spirito tribale non solo sopravvive ma si riconferma nella storia contemporanea

– Posted in: Antropologia, Cultura

IN LIBIA LO SPIRITO TRIBALE NON SOLO SOPRAVVIVE MA SI RICONFERMA NELLA STORIA CONTEMPORANEAtribù

In molte aree del Maghreb la nozione d’appartenenza alla tribù con tutte le sue articolazioni umane e sociali sopravvive anche nella travolgente globalizzazione, anzi, potrebbe sembrare un paradosso, ma in alcune regioni come quelle libiche si potrebbe parlare di un recupero ideale della tribalizzazione dovuto alla complessa situazione sociale che si è creata dopo la caduta del regime di Ghaddafi.

In occidente quando sentiamo parlare di tribù abbiamo una sorta di sussulto. In genere ci chiediamo come è possibile che nell’anno 2016 si possa ancora considerare una società organizzata in tribù. Un sistema che nell’immaginario occidentale appartiene ad un passato remoto che contraddistingue secondo questa logica popolazioni che vivono in modo primitivo.

Un immaginario che sorge da una storia diversa da quelle popolazioni nord Africane. Un europeo ha nella sua essenza, conscia o inconscia, una serie di componenti che hanno formato un background influenzato da una storia in cui il rinascimento la rivoluzione francese, l’emancipazione femminile, le lotte operaie, etc. non sono solo che alcune delle differenze formative.

Per capire è necessario considerare la situazione sociale del Maghreb prima dell’inizio della colonizzazione. In quel periodo L’impero Ottomano regnava su questi territori e tutta la popolazione era arabizzata ed islamizzata. Queste caratteristiche culturali e religiose hanno per secoli conformato e mantenuto l’organizzazione sociale in tribù (cabila – القبيلة ), sottotribù (arch – عرش), clan (lohma : لحمة) e famiglie (ﻉaila – ﻋﺎﻴﻠﺔ). Forme nobili in cui i componenti si tramandano compiti, doveri e privilegi. Un modo antico ma tuttora valido per formare quell’anello di protezione del gruppo, permeato sempre di una cultura in cui i riferimenti sono la storia della compagine e i valori morali dell’islam, nell’aurea del periodo in cui la cultura arabo islamica era l’intelligenza del mondo.

Lo spirito che permea i componenti della tribù sono la coesione e la solidarietà a volte sino al sacrificio personale per il bene del gruppo. I gruppi, in genere legati da parentela (consanguineità) si riconoscono discendenti di un unico antenato (mitico o reale), sempre di sesso maschile, da cui derivano le caratteristiche distintive. Queste caratteristiche, sono strettamente collegate alle qualità del capostipite e continuamente alimentate, perseguite e mitizzate, divenendo l’esempio proposto per tutti i componenti diventando importante motivazione coesiva dell’identità e della potenzialità culturale della tribù.

Se l’antenato capostipite era un marabuto (walì) ecco che le caratteristiche del gruppo si propongono per la devozione, la misericordia, la religione. Se invece è ricordato guerriero ecco che lo spirito della tribù si presenta con altre caratteristiche specifiche del condottiero. Il governo della tribù è affidato tradizionalmente al ras al qabila (capo della tribù) ed al ayan an naga (consiglio degli anziani), composto dagli shuˇiuqh (notabili, anziani, saggi), che insieme giudicano e decidono.

Con l’arrivo della colonizzazione, tutte queste tradizioni sono state ostacolate, a volte distrutte. I francesi in Tunisia, Algeria e Marocco, gli italiani in Libia hanno cercato di annullare queste organizzazioni sociali tradizionali, che erano sconosciute alla mentalità europea o comunque considerate di poco conto, rese nulle per ignoranza e anche perché non si confacevano al controllo gerarchicamente centralizzato di governi militari. Sembra, che tuttora la stessa ignoranza alberghi nelle menti dei politici e militari europei che trattano e decidono sul delicatissimo problema libico e in un certo modo anche di una parte del sud estremo della Tunisia.

Ora, dopo la rivoluzione tunisina e la caduta del regime di Ghaddafi una gran parte del popolo ha inteso dare inizio ad una società in cui si potesse parlare di democrazia. Un’idea talmente nuova caduta dal nord, spinta dai governi stranieri anche in modo brutale come in Libia che doveva fare i conti con una realtà complessa e diversa fatta di tradizioni e principi in cui il termine democrazia sarebbe dovuto essere riformulato prima dell’azione ma, l’ignoranza e la presunzione è sempre presente in certi meandri del potere politico.

Ecco perché ora, che le presenze colonizzatrici sono state cacciate, che i dittatori sono stati eliminati il popolo libico si ripresenta sentendosi libero di rivendicare le sue tradizioni sociali e i territori di pertinenza di ogni singola tribù, nella convinzione che la storia e le consuetudini del passato siano l’esempio da seguire per il bene sociale del gruppo d’appartenenza e per la difesa dell’individuo.

Ma tutto questo, forse, sarebbe sufficiente per cadere in forme diffuse di tante tribù belligeranti come sta accadendo in Libia?

Per capire è necessario una ulteriore breve analisi sulle abitudini storiche di questi popoli e gruppi che abitavano e abitano tuttora la Libia. In questo territorio in cui la natura è arida, desertica fatto di oasi e sabbia. Di villaggi persi tra le dune dei grandi deserti e sulle montagne del jebel Nefusa. Di tribù che si “considerano” d’origine araba ma che in genere non sono arabi ma arabofoni e di altre berbere (hamazigh), che rivendicano storia lingua e territorio. Ognuna di queste tribù che sono numerose come le stelle nel cielo, prima che Ghaddafi fosse al potere erano pastori di capre, pecore e dromedari, la sola ricchezza di quei tempi prima della scoperta del petrolio. Ognuno di questi gruppi aveva ed ha tuttora un villaggio di riferimento e una vasta area di nomadismo in cui portavano in transumanza i loro animali. Quei percorsi in cui si spostavano con i loro armenti, montavano le tende, vi restavano fino a che gli animali trovavano cibo, poi, si spostavano in altri pascoli. Percorsi ciclici sempre i medesimi tramandati da padre in figlio per generazioni, questi percorsi diventavano e sono ancor oggi di proprietà della tribù transumante, questi territori erano, con gli animali la loro unica ricchezza reale. Una proprietà sancita dalla tradizione confortata dal rispetto reciproco tra le tribù confinanti. Una proprietà indiscussa anche giuridicamente dalle leggi di una società beduina.

In questi ultimi anni su questi territori sono state abbandonate quasi completamente le attività pastorali e, con l’insediamento di pozzi petroliferi si è sostituita una nuova economia: perforazioni, impianti e guadagni enormi escono da quei territori. Con Ghaddafi tutto era gestito dal suo regime che donava alcune partecipazioni e benefici a quelle tribù che sono tuttora secondo i loro diritti proprietari del territorio. Oggi con la proposta di “democrazia” queste tribù pretendono una maggior partecipazione alla economia del petrolio del loro specifico territorio e si sentono però minacciati e in parte usurpati di perdere questi guadagni da quei governi centralizzati formati in genere da politici con interessi non chiari. Queste sono in generale le rivendicazioni politiche ed economiche delle numerose fazioni tribali che oggi guerreggiano in Libia.

E’ evidente che la forza contrattuale di un capo tribù con una multinazionale del petrolio è stridente, questo è uno degli importanti motivi del caos libico riferito alle tribù. In tutto questo vulcano di movimenti ecco comparire anche il fondamentalismo che si innesca, proponendosi a protezione e in aiuto dei gruppi contrattualmente deboli… Poi le forme culturali e religiose di base si amalgamano con tutto. Da qui si potrebbe partire per un esame dentro il quale tribù, governi più o meno riconosciuti, gruppi fondamentalisti, contrabbandieri e mercanti di armi formerebbero una nuova analisi interessante.

Marino Alberto Zecchini

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