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Orizonti lontani Libia

– Posted in: Africa, Nord Africa, Resoconti di viaggio

Originally Posted Sunday, April 1, 2007

 

Libia 8-23 Febbraio 2006

In orizzonti lontani

Ogni uomo crede di conoscere se stesso,

crede di conoscere la natura,

crede di poter disporre il mondo,

ma, come un granello di sabbia nell’universo,

nell’immensità di questi spazi infiniti conosce l’umiltà.

 

Un viaggio nel deserto è sempre particolare, per lo spirito d’avventura, per i luoghi certamente esclusivi, per le usanze della popolazione di quei paesi, quando parti sai già di “osare” qualcosa di più, ne sei convinto quando prepari i bagagli e …… l’indispensabile…… è una marea di cose, poi si và.

 

9/12 febbraio

Il nostro viaggio in Libia è iniziato con il consueto traghetto Genova-Tunisi, con un mare agitato e scuro. Sbarco a Tunisi in ritardo (come al solito), formalità doganali, campo vicino a Jerba e poi dopo una fresca notte… il cielo del mattino si rivela splendidamente terso.

Si parte verso Ras Ajdir e all’ora di pranzo siamo al confine Libico: procedure doganali, conoscenza di Afid (il nostro poliziotto) e trasferimento fino a Nalut, campo nelle vicinanze della cittadina dove l’indomani mattina visitiamo le rovine dello Ksour berbero e partenza alla volta di Ghadames. Il nastro d’asfalto scorre veloce sotto le ruote, i nostri animi sono impazienti pregustando la vacanza appena iniziata. Il paesaggio sta cambiando, la vegetazione sparisce lasciando il posto ad un immensa piana, mossa solo da qualche lieve collina, siamo i soli a percorrere la strada, qualche rara mandria di dromedari si volta incuriosita al nostro passaggio. Svoltiamo verso una pista che si rivela uno chott, candidamente bianco, dall’aspetto innevato che ci porta ad un laghetto incastonato come uno smeraldo tra una cornice di vegetazione verde brillante. La temperatura mite, il sole che scalda e l’acqua tiepida e limpidissima fanno quasi venir voglia di un bagno, ma non c’e il costume, quindi accontentiamoci di immergere le mani.

Arriviamo a Ghadames; aspettando la nostra guida scopriamo la città vecchia con le case imbiancate a calce ed i tortuosi vicoli, ed ecco che inizia la nostra avventura: nell’intricato labirinto, una foto qua, e una foto la’, perdiamo Carlo. Dopo ricerche e richiami a gran voce senza risultato usciamo dai vicoli un po’ preoccupati, ma… sorpresa! Carlo è li che ci aspetta, un po’ imbronciato, ma gli passa subito; ha ritrovato da solo l’uscita.

Sollevati raggiungiamo i fuoristrada, conosciamo la nostra guida: Bacar, raggiungiamo il distributore dove facciamo il pieno di gasolio e ci proiettiamo nell’Hamada el Hamra, una piana ghiaiosa illimitata a 360°, che sembra non voler finire mai, e dopo chilometri e chilometri l’incontro casuale con mamma dromedaria e il suo piccolino ci tocca molto; dopo la prima diffidenza accetta volentieri da bere e prende dei pezzi di pane dalle mani di Afid mentre anche noi facciamo pausa pranzo, poi tranquilla se ne va con il suo piccolo verso l’orizzonte di quel paesaggio così vuoto e così vivo.

Erg Ubari: 12/14 febbraio

Ancora molti chilometri, poi finalmente le prime dune all’orizzonte, dorate nel crepuscolo, ed inizia il saliscendi di quel magico incanto che è l’Erg Ubari. Il tempo ci aiuta, piove di notte ed al mattino la sabbia è bella compatta, nelle prime ore il passaggio sulle creste delle dune è una danza lieve che diventa irrequieta con il passare del tempo: quando dal fondo del gassi, prendi la rincorsa per risalire la cresta, ti ritrovi con il cielo in primo piano e non sapendo cosa trovi quando arrivi in cima, (un mielato declino o una discesa mozzafiato?), provi una sensazione di dolce inquietudine che ti riempie il cuore e l’anima.

L’immensità di questo luogo è tale da non farci incontrare nessuno, fino ad un enorme gassi dove troviamo dei ragazzi a guardia di un pozzo di gas che, felici dell’intrusione, scambiano due chiacchiere e acconsentono di farsi fotografare.

Nella nostra danza tra una duna e l’altra le ore scorrono veloci ed il tempo cambia facilmente, dal cupo e grigio del mattino, ad un bel sole con temperature gradevoli nelle ore pomeridiane, per tornare a scurirsi all’imbrunire fino alla notte, quando il vento si fa aggressivo come a voler cancellare le tracce del nostro passaggio.

Nel chiarore dell’alba riprendiamo il nostro percorso, modellando la nostra andatura all’ambiente, in un ritmico su e giù, gioendo di quello che la natura ci ha donato, fermandoci ogni tanto ad aspettare l’uno o l’altro e rimirando il territorio.

Osservando con meraviglia, dall’alto di una duna il paesaggio magico circostante, scorgi il suo silenzio carico di suoni: il vento che mormora dolcemente muovendo i granelli di sabbia, percepisci il tuo respiro, e il cuore che ti batte forte, e ti senti piccolo piccolo ammirando le nuvole scorrere veloci sospinte dai venti, mentre ombreggiano, quasi a voler proteggere le imponenti cime sabbiose, regali ospiti di quel territorio. Comprendi d’essere solo un frammento di quel luogo incantato, ma senti l’orgoglio di farne parte anche tu.

Il paesaggio cambia ritroviamo una pista, ci avviciniamo all’oasi di Idri dove faremo una sosta per il rifornimento carburante e per comperare del pane, poi si riprende il viaggio su uno chott tutto arricciato dal vento, compatto. Sembra un enorme dolce al cioccolato guarnito di zucchero a velo; ma, magicamente, dopo alcuni chilometri ricompaiono, prima dolci e poi aggressive, le dune dorate.

La temperatura è salita a 28°, e di conseguenza la sabbia si è asciugata; a farne le spese sono Pino, Guido e Stefano che propongono delle belle piantate, come da…copione.

Altro campo con bufera notturna, pioggia e vento forte, viene divelta persino la tenda grande che fa da “sala cena” e Afid che ci dormiva dentro rimane sotto “le rovine del castello”, mentre Bacar si ripara sotto il suo fuoristrada. Al mattino i colori della sabbia bagnata creano un paesaggio irreale, dalle nubi però il sole fa gia capolino e la temperatura cresce rapidamente.

I passaggi impegnativi, con la sabbia compatta, ci fanno un baffo, ma gli inclinati fanno tirare il fiato a tutti quanti… quante emozioni tutte da scoprire! Ora il paesaggio diventa più dolce fino a diventare piatto con all’orizzonte la catena montuosa del Messak Settafet.

Il cielo si apre e diventa turchino per il nostro ingresso all’oasi di Ubari dove facciamo rifornimento e paghiamo i permessi per entrare nell’Acacus.

Proseguiamo fino a Germa e attraverso il passo obbligato di Maknusa, in una gola svoltiamo per una pista per dirigerci verso il Mathendusc.

Mathendusc e Tadrart Acacus: 14/18 febbraio

Dal giorno in cui siamo entrati in questo territorio ci è sembrato d’essere stati trasportati su di un altro pianeta, tutto l’ambiente è talmente speciale che non sembra possibile vi possa essere qualcosa di simile sulla terra. Ci accoglie il letto dello uadi Bergiuj con una cornice di colline nero pece “inzuccherate” di rosa, è una piana molto vasta dove puoi correre a 100 all’ora assaporando i vari miraggi che sembrano incredibilmente vicini. Ogni tanto qualche sprazzo erboso ricco solo di qualche ciuffo d’erba e piante di coloquinta, attira timidamente le mandrie di dromedari. Scendendo lungo l’oued ci accompagna a destra la catena del Settafet e a sinistra le dune del Murzuk; arriviamo in vista di una baracchetta che si rivela un posto di controllo di polizia, subito dopo un’enorme duna ci fa entrare in un gassi bruno rosato dove iniziamo un tratto non semplice: la pista che percorriamo è una pietraia infinita e ostile, l’andatura è lenta e faticosa, non se ne vede la fine.

L’artefice di questo mondo forse ha dimenticato di sistemare qualche dettaglio?……. O forse l’ha lasciata così apposta?

Probabilmente voleva proteggere quello che troviamo parecchi chilometri dopo: l’argine roccioso di uno uadi carico di incisioni rupestri che i nostri occhi ammirano estasiati; elefanti, bufali ed altri animali straordinariamente perfetti nei dettagli, rimasti a documentare una realtà preistorica completamente diversa dallo stato attuale del territorio. La nostra fantasia viaggia indietro nel tempo cercando di carpire indicazioni da quelle figure, immaginando la vita dell’epoca, accarezzando dolcemente con le dita le incisioni quasi con la paura di rovinarle.

Lasciamo il sito in silenzio, come a voler onorare gli spiriti che vi aleggiano.

Ricomincia la danza sulle dune rosate con alternanza di spianate nere, alberi isolati di tamerici, piane sassose, e macchie verdeggianti.

Transitiamo per il Messak Mellet, un’hamada ad un’altezza dal livello del mare di 900 metri, costituita da sassi grigi e costellata di tronchi fossili a testimonianza dell’incredibile esistenza di un’estesa foresta. All’orizzonte intanto ricompaiono le dune, sbiadite nel cielo grigio.

Arrivati alle loro pendici, si presentano con una varietà di colori pastello di difficile stesura anche per un pittore e, dopo salite e discese come in balia di un mare in burrasca……ecco la calma dopo la tempesta: l’Acacus.

Lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi potrebbe non sembrare reale: guglie, pinnacoli, rocce nere enormi con forme fantastiche, che formano un dedalo irto, contornate dai colori rosati della sabbia che sembra abbia voluto insinuarsi negli anfratti, quasi ad avvolgere questo mondo così spettrale per aggraziarlo.

Affascinati ci addentriamo in questo tempio della natura accompagnati dal mormorio del vento che narra di un passato pieno di attimi sconvolgenti e di un presente attento all’evolversi.

Nei passaggi incontriamo imponenti macigni ricchi di fossili, resti di ciotole e macine preistoriche e rocce cariche di pitture rupestri che riportano una storia lontana di creature vissute in quel territorio e cacciate dagli eventi; grotte, archi immensi ed, in lontananza, un villaggio di pastori tuareg con i loro greggi di pecore e capre che vivono in questo posto desolato accontentandosi di quel poco che la natura offre, fieri della vita offerta loro.

Dopo una macchia verdeggiante con piante imponenti risaliamo la china di una grande duna e raggiungiamo l’apice dove un panorama di 360° ti fa credere di esser in cima al mondo.

L’altezza è 1051 metri sul livello del mare e ci sono 34° pur essendo febbraio.

Più avanti troviamo dei resti di un villaggio con una bella mostra di pestelli di pietra, ai piedi di un altra grande duna dove la sabbia gioca con i colori: grigia, rosata e bianca, una sopra l’altra senza miscelarsi.

Giungiamo infine ad una pista rovinatissima, piena di buche e raggiungiamo la città di Ghat dove, dopo 8 giorni di astinenza abbiamo l’opportunità di una tonificante doccia calda nel locale campeggio, mentre Afid cucina per noi il cous-cous con gli ingredienti comperati al mercato.

Il mattino dopo visitiamo la città vecchia di Ghat e l’ex forte italiano: costumi e usanze sono molto diversi dai nostri, le persone sono quasi tutte vestite con abiti tradizionali, le donne sono velate, portano abiti dai colori sgargianti e sono molto riservate, tutti ci osservano interessati ed i bambini ci guardano con gli occhioni grandi grandi pieni di meraviglia e ridacchiano fra loro, forse sembriamo un po’ troppo pallidi al loro confronto?! Io mi sento una mozzarella! Inoltre noi siamo in magliettina a maniche corte, mentre loro sentono freddo e vestono abiti invernali.

Da Ghat ripartiamo verso la città di Ubari.

 

Ramla dei Dauada: 18/20 febbraio

A Takerkiba riprendiamo lo sterrato dopo un trasferimento su asfalto (se così lo si può chiamare) e ci addentriamo in una Hamada attraversando uno chott per ritrovarci di nuovo alla base di alte dune, passiamo la notte all’interno di un catino per ripararci dal vento chiacchierando attorno al fuoco mentre Bacar ci insegna l’alfabeto Tuareg. Il mattino ci risveglia con la dolce melodia della fisarmonica a bocca di Ezio, il sole fa capolino fra le nuvole come ogni giorno, sembra proprio che non ci voglia far fotografare neanche un’alba o un tramonto, ma i colori che ci regala sono comunque favolosi.

Le dune sono molto alte quindi dobbiamo aggirarle; in un proseguirsi di saliscendi ci avviciniamo alla zona dei laghi, attraversiamo una piana con un’oasi di palme, poi la sabbia si fa più molle, le dune elevate e le difficoltà aumentano, in certi passaggi la sabbia fa sentire la sua superiorità e in alcune discese lo stomaco ti arriva in gola, Ezio prova quanto è duro il muso della Land contro la sabbia: possiamo dare la parità!

Guido trova un gassi da favola per farsi trainare da Stefano con la tavola da snowboard.

Percorrere la cresta della duna è avere sotto di te l’immenso, è una sensazione che ti lascia attonito, ad ogni varco capti la loro maestosità e quando ne scendi il ripido pendio ti senti cullato e protetto come in un abbraccio dorato.

Incastonati come zaffiri in una stola troviamo i laghi, contornati da una vegetazione di un bel colore verde acceso, con l’acqua calma e limpida che riflette il colore del cielo azzurro. Ogni lago crea il suo spettacolo, apparendo in lontananza come un miraggio, o emergendo inaspettato in un catino, o ancora mostrandosi con il riflesso del sole nell’acqua ferma; ognuno diverso e incredibilmente uguale all’altro.

Attorno al lago di Gabroun ci accolgono i resti del villaggio dei Dauada, e sulle sponde i retini per catturare l’artemia salina stanno aspettando le donne che dopo il riposo del pranzo s’immergono fino alla vita nell’acqua per pescare, in un rito che non ha età.

Impossibile non rubare l’attimo con una foto.

Stefano, Pino e Bacar si sfidano nella risalita di un’enorme duna e bisogna ammettere che i passaggi in inclinato fanno rabbrividire anche noi che stiamo a guardare da sotto. Proseguiamo il nostro percorso verso un orizzonte con un cielo nero da far paura, aspettando un temporale che non si fa vedere. Si alza invece un vento fortissimo che solleva i granelli di sabbia scompigliando le creste delle dune, poi il percorso si addolcisce e diventa un’enorme piana, all’orizzonte l’oasi di Germa.

Il ritorno 20/22 febbraio

Dopo aver visitato il museo di Germa salutiamo la nostra guida Bacar ed iniziamo la risalita su di un nastro d’asfalto che sembra un tratto di matita su un foglio bianco tanto il paesaggio è arido; mandrie isolate di dromedari e qualche carcassa saluta il nostro passaggio. Il nero del temporale si dirada mostrando un cielo turchino con i raggi del sole che baciano il brullo deserto. La strada è lunga ed il tempo corre, il tramonto arriva veloce e abbiamo bisogno di un posto dove passare la notte, ma nelle vicinanze non c’è niente di equo così ci ritroviamo ospiti dai parenti di Afid e facciamo il campo nel terreno attiguo alla loro casa, invitati dopo cena passiamo una simpatica serata in una casa libica creando interesse per tutto il vicinato. Proseguendo la risalita il territorio si colora, la sabbia e le rocce lasciano il posto a campi coltivati e distese fiorite dai colori accesi e dopo il “nulla” ci attende la cultura con le rovine del teatro romano di Sabratha ed il Tempio di Iside.

La frontiera con la Tunisia è il nostro arrivederci alla Libia…………… serbando il ricordo di orizzonti lontani, con le tonalità dei dipinti più pregiati, incancellabile nei nostri ricordi.

Marina

marzo 2006

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