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Transafrica ultima tappa By Piero Priorini

– Posted in: Africa, Africa Australe, Resoconti di viaggio

By Piero Priorini
Originally Posted Wednesday, January 28, 2009

Ultima Tappa

18.12.08 – 12.01.09

(foto di Raffaella Maia)

Anche quest’anno – come oramai da tanti anni… non ricordo più bene quanti – ci prepariamo alle festività natalizie programmando il viaggio che ce le farà evitare. Niente di nuovo: le solite corse sfrenate alla sede amministrativa dell’ACI per sistemare con i funzionari preposti, di cui oramai siamo diventati l’incubo ricorrente, le mille difficoltà generate dall’estensione del Carnet de Passage di cui abbiamo un assoluto bisogno. La sottoscrizione preventiva dell’assicurazione-auto valida per tutti i paesi del sud Africa che, come tale, è possibile stipulare solo in Tanzania e, perciò, da noi ottenuta solo grazie all’interessamento del nostro amico Carlo e poi ricevuta all’ultimo momento per posta aerea. Le telefonate ricorrenti ai spedizionieri italiani ed esteri per definire il contratto del ritorno in Italia della nostra 4×4. L’acquisto dei biglietti aerei prenotati con 4 mesi di anticipo; la preparazione dei bagagli, scrupolosamente pesati; lo studio accurato del percorso (anche se già sappiamo che, come al solito, non lo rispetteremo) sulle strepitose mappe “trak4africa” per GPS Garmin; la lettura attenta delle guide Polaris e Lonely Planet… Insomma, la solita e ben sperimentata tensione pre-partenza che ci proietta lontano già molti mesi prima di quella effettiva, e che ci permette di passare indenni attraverso lo scempio consumistico con il quale la nostra società moderna ha devastato lo spirito delle feste natalizie. Dal sacro al diabolico, senza soluzione di continuità, in un’orgia di sprechi alimentari, doni inutili, falsità relazionali, atmosfere ingannevoli e oscurità profonde dell’anima. Nessuno sembra notarlo. Tutti si riversano in strada o nei centri commerciali per affogare nell’acquisto compulsivo l’angoscia per la profonda crisi economica che sta sconvolgendo tutti i paesi occidentali, e che si somma a quella per il terrorismo dilagante, per l’impoverimento progressivo delle risorse energetiche del pianeta e lo sconvolgimento di quasi tutti i suoi equilibri climatici.

Io e Raffaella, a tal proposito, ci siamo chiesti spesso se per caso non fossimo dei veri e propri extra-terrestri… perché già soltanto il fatto di non doverci spremere le meningi su quale cavolo di regalo fare e a chi, non dover partecipare a pranzi e cene pantagruelici, poter evitare di giocare a carte (se non addirittura a tombola), e – soprattutto – riuscire ad eludere la festa di capodanno, ci sembra un privilegio senza pari. Ma la cosa più bella è che, quando lo raccontiamo, la maggior parte delle persone ci guarda con due occhi stralunati e poi ci confida: “Che meraviglia… Beati voi… Siete fantastici… Come vi invidiamo.”

E allora perché non evadono anche loro? – mi chiedo – Non dico tutti… ma almeno una piccola parte di quelli che bonariamente dicono di invidiarci? Non c’è mica bisogno di andare in Africa? E invece: nulla! Ognuno al proprio posto, con un triste sorriso sul volto e con la morte nel cuore.

Va bhé… forse esagero.

Noi comunque partiamo.

E questa volta, per la tappa conclusiva di questa nostra bislacca Transafrica, porteremo con noi anche Giulia, la figlia adolescente di Raffaella, che in occasione delle feste canoniche ha quasi sempre preferito rimanere a festeggiarle con la famiglia del padre. Tra centri commerciali, pranzi, cene e orge di regali. Ma questa volta ha espressamente manifestato il desiderio di venire con noi, alimentando la segreta speranza di Rafaella che la “viaggiate acuta”, prima o poi, contagi anche lei. Non tanto per una sciocca pretesa di emulazione, ma perché vorrebbe che Giulia potesse un giorno scoprire l’immensa ricchezza rappresentata dalla Diversità… prima che questa scompaia del tutto dalla faccia della terra.

Sappiamo già che sarà dura… cinquecento chilometri al giorno tra asfalto e piste sterrate non sono il massimo per una ragazzina di 13 anni (io, alla sua età, avrei potuto uccidere chiunque avesse osato farmi una proposta del genere). Così come non lo sono i campeggi spartani, il cibo sconosciuto, gli insetti onnipresenti, le levatacce all’alba senza nessun’altra compagnia se non la nostra… In aggiunta, sappiamo che noi dovremo rinunciare alla complicità, all’affiatamento e all’intimità che hanno sempre caratterizzato il nostro modo di viaggiare, per lasciare un pur esiguo spazio alle esigenze di un’altra individualità. Sarà dura… ma non possiamo neanche immaginare di deluderla…

****

Il giorno della partenza ho radunato tutti gli appuntamenti che altrimenti avrei perso. Lavoro nove ore di seguito, poi mi cambio in studio, mangio un po’ di pizza al taglio, prendo il treno-navetta per Fiumicino e raggiungo Raffaella e Giulia che mi aspettano all’aeroporto, davanti al banco del chek-in. Come al solito il tratto notturno Roma-Addis Abeba è il peggiore, soprattutto per me che non sono mai riuscito a dormire se impossibilitato ad alzare le gambe. Bene o male sopravviviamo tutti e tre… alle nove cambiamo aereo e alle sedici siamo a Johannesburg. Alle otto di sera sveniamo sul letto della camera dell’albergo situato nei pressi dell’aeroporto e la mattina alle dieci prendiamo il volo per Maun. Poi una corsa in taxi fino al Crocodile Campsite dove è parcheggiata la nostra toyota. La liberiamo dal telo di protezione, colleghiamo i cavi della batteria e… la “Chicca” parte… al primo colpo.

Dio… Adoro la mia toy!

Il giorno dopo siamo già in viaggio e percorriamo i primi 500 km, fino a Gobabis, in Namibia. Avevamo infatti deciso di cambiare l’itinerario previsto e, anziché entrare in Namibia dal nord – come era nel progetto originario – entrare dal centro, costeggiando il Kalaari. La deviazione era stata motivata dal fatto che solo così avremmo potuto visitare una riserva impegnata nella ripopolazione dei grandi felini e la cui visita ci era stata raccomandata da una famiglia di viaggiatori italiani incontrati ad agosto, proprio a Maun. Volevamo che Giulia avesse subito un motivo di stupore, e mai scelta fu più azzeccata. La riserva è splendida, immersa nel verde, e piena di animali liberi ma abituati a ricevere il cibo dai loro guardiani. Assistiamo così al pasto di alcuni leoni, di una muta di iene, di un gruppo di gattopardi, di due splendidi leopardi e di alcune magnifiche linci. Ma il pezzo forte verrà nel pomeriggio, quando Giulia potrà accarezzare un gattopardo enorme, docile come un gattino, e prendere in braccio due o tre cuccioli di leone. Sono davvero magnifici.

Verso le 16 partiamo per Windhoek… la strada, quasi sempre dritta come una lancia, sale e scende lungo le dolci colline che formano lo scenario dell’altopiano centrale della Namibia, tra i 1500 e i 1800 metri di quota. Il paesaggio è verdissimo e, sulla strada, non si incontra anima viva… al punto che ad un certo momento ci mettiamo a giocare con Giulia al più classico dei passatempi: “vince il primo che vedrà… una macchina”.

Non un cavallo, o un trattore giallo… una bicicletta o un aeroplano dell’Alitalia (quasi introvabili nei cieli), come qualche volta siamo costretti a fare in Italia ma, molto più semplicemente… una qualunque automobile. A volte possono passare ore prima di avvistarne una.

Così, mentre giochiamo, non posso fare ameno di pensare a quante volte, la domenica, ho rinunciato ad andare a volare in parapendio (la passione che ha sostituito l’arrampicata), solo perché angosciato dal dover affrontare ore e ore di file infernali per andare prima, e per tornare a casa poi … e mi rendo conto che non c’è niente da fare… soffro oramai da anni del tipico stress del topo chiuso in gabbia con un numero eccessivo di suoi simili. E mi trovo ad invidiare questo paese che, pur essendo modernissimo, sembra aver conservato la “misura umana”.

A conferma di ciò scopriremo viaggiando che tutti i campeggi del paese, nessuno escluso, hanno piazzole di sosta che misurano dai cinquanta ai duecento metri quadrati, e distano almeno cinquanta metri l’una dall’altra. Se penso ai campeggi nostrani mi viene da vomitare…

Anche la capitale, che raggiungiamo in prima mattina lungo una statale che definire sgombra sarebbe un puro eufemismo, ci sembra ordinata, graziosa, pulitissima e poco affollata.

Restiamo un paio di ore, e poi proseguiamo per il parco naturale dell’Etosha. La sua visita, tuttavia, si rivelerà estremamente deludente. È vero che siamo fuori dalla stagione secca e che le “piccole piogge” hanno diradato gli animali… ma il parco, con i suoi sterrati che sembrano autostrade, la penuria di piste secondarie e la monotonia paesaggistica che lo contraddistingue, proprio non ci piace. Paragonato ai parchi del Kenya, della Tanzania o del Botswana ci sembra una vera schifezza.

Perciò riduciamo la sua visita ad una sola giornata e, percorrendo una lunga pista acquitrinosa, proseguiamo verso Opuwo, la capitale degli Himba. Il primissimo impatto con questa etnia si rivelerà molto forte. Nonostante il nostro amore incondizionato per le culture Samburu e Masai, e nonostante il fascino che ancor prima su di noi avevano esercitato gli Hamer, i Mursi e i Borana, l’incontro con le donne Himba è sconcertante.

Come molti forse già sapranno, esse non si lavano mai, per tutta la vita, preferendo tingere tutto il proprio corpo con una sorta di pasta rosso-ocra ottenuta riducendo in polvere una “terra” e arricchendola poi di grasso d’animali. L’unguento, che colora di rosso tutto il loro corpo – quasi completamente nudo – le protegge dalle scottature del sole e, ci dicono, dalla puntura delle zanzare. Le Himba completano poi la loro acconciatura con ventidue lunghe treccioline (undici a destra e undici a sinistra del capo) che ricoprono della stessa crema argillosa, apparendo alla fine come vere e proprie statue viventi di terra cotta. Posso garantire… l’effetto è stupefacente!

A casa, a Roma, avevamo visionato centinaia e centinaia di loro foto… ma l’esperienza diretta, come sempre accade, supera l’aspettativa.

Nei giorni successivi, un po’ per nostro conto, un po’ aiutati da Queen Elisabeth, un donnone nero simpaticissimo raccomandato come guida dal testo della Polaris, visitiamo numerosi villaggi himba.

Un’unica perplessità: lo scenario intorno, spesso, è verdissimo (siamo sempre fuori stagione) e stravolge le nostre aspettative paesaggistiche che, mutuate sulle foto di repertorio, li incorniciava nel giallo scuro del deserto. Ma va bene lo stesso. Ci rendiamo conto che abbiamo la fortuna di fare esperienza diretta di una realtà culturale che in massima parte è già scomparsa… e della quale sopravvive a stento qualcosa negli individui adulti. Come una sorta di caparbietà nostalgica verso un mondo che già, nel cuore delle nuove generazioni, non trova quasi più nessuna giustificazione. Un giovanissimo Himba si mette in posa per una foto con Giulia… mettendosi i miei occhiali da sole e il berretto da baseball di Raffaella… nei suoi occhi brilla già la malizia e la sfrontataggine gioiosa di un qualunque adolescente nostrano. Il ragazzino vive ancora come vivevano i suoi antenati ma, nello spirito, è già un uomo moderno.

Poi una lunga cosa fino a Epupa Falls. Le cascate sono magnifiche… non ci sentiamo di paragonarle con le cascate Victoria perché sono completamente diverse ma, appunto, nella loro diversità, sono spettacolari. L’ambiente è selvaggio e tipicamente africano… palme e baobab in fiore si contendono la supremazia sul paesaggio mentre tonnellate d’acqua si riversano mugghiando e polverizzandosi nelle spaccature creatisi nel granito rosso della montagna attraverso la quale il fiume si è creato il suo passaggio.

Il giorno successivo, a malincuore, lasciamo Opuwo e scendiamo verso il forte di Sesfontein che, recita la guida della Lonely Planet, non sfigurerebbe come avamposto della legione straniera in Algeria. Nonostante la stagione delle “piccole piogge” qui il deserto sembra farla da padrone. Raggiungiamo i 38 gradi. Apriamo l’air camping in un ombroso campeggio vicino al forte e mentre ceniamo un giovane si presenta e ci offre i suoi servizi come guida per una gita nel canyon, verso Purros. In pratica si offre di guidarci per una piccola parte di un percorso di 4 giorni – raccomandato dalla Polaris – che da Opuwo ci avrebbe condotto dove quella sera eravamo ma che, da soli e con Giulia a bordo, non mi ero sentito di affrontare. Nella guida era descritto come difficile, isolato e pieno di animali allo stato brado: dagli elefanti fino ai leoni e ai leopardi

Siamo con tre giorni di vantaggio sul programma originario, la cifra richiesta è irrisoria, il ragazzo è simpatico, perciò accettiamo.

Ancora una volta la scelta è giusta: siamo propensi a credere di aver visitato una delle zone più belle dell’intera Namibia. Percorriamo 70 chilometri all’interno di un canyon dal fondo lussureggiante, guadando il fiume più e più volte e incontrando centinaia di gazzelle, decine di elefanti, un paio di giraffe, kudu, sciacalli e orici dalle lunghe corna affusolate. In confronto, l’Etosha sembra un parco giochi per turisti deficienti o per bambini andicappati. Peccato, davvero peccato, non aver avuto l’opportunità di percorrere tutti i 750 chilometri di pista del parco… tuttavia, con la coscienza mi sento a posto; in solitaria, e con Giulia a bordo, non sarebbe stato consigliabile.

Quando lasciamo Sesfontein puntiamo dritti verso Torra Bay, nel cuore della Skeleton Coast. Attraversando i cento chilometri di arido deserto ci aspettavamo di trovare alla fine della pista un campeggio più o meno decente sulla riva dell’oceano Atlantico. Mai delusione fu più cocente!

Quando sbuchiamo sulla spiaggia troviamo solo un assembramento di tende e roulotte affastellate l’una su l’altra, con ripari di tela approssimativi dal freddo vento selvaggio che dal mare tira verso l’incandescente retroterra desertico. Il tutto senza elettricità, con fosse biologiche all’aria aperta come latrine, scarsità d’acqua corrente e il frastuono assordante di centinaia di generatori. Sembra un campeggio di pazzi furiosi… e invece si tratta solo di pescatori più o meno fanatici, armati di centinaia di canne da pesca da lancio che, da tutto il mondo, raggiungono questo posto infernale infiammati dalla passione per il loro gioco preferito.

Conosco bene questo fuoco, e posso capirli… ma per noi tre cenare e dormire sarà un incubo.

Sopravviviamo ad una notte gelida. E il giorno dopo percorriamo tutta la Skeleton Coast fino a Cape Cross e poi ancora giù, verso sud, fino a Walvis Bay. La costa è selvaggia, arida, dura e cruda… abitata solo da migliaia di otarie e qualche pinguino.

Walvis, invece, si rivela un piccolo paradiso: casette deliziose, coloratissime, disposte secondo un reticolo stradale geometrico come solo gli inglesi avrebbero potuto progettare, piena di palme e di fiori colorati. La laguna, qui, ridimensiona la violenza dell’oceano e rende la città un piacevole luogo di soggiorno. Sulle grandi dune rosate che corrono alle sue spalle si può fare di tutto: sci, snowboard, parapendio, quad-bike e altro ancora. Qui siamo agli antipodi del rispetto sacro e reverenziale che aleggia sul Sahara nord-africano e che anima tutte le popolazioni del deserto. Qui lo spirito dell’epoca moderna ha già vinto la sua battaglia, privando le grandi dune del loro mistero.

Inalterata resta solo la loro sublime bellezza…

Tuttavia c’è una eccezione, rappresentata dal percorso di 60 km che dalla laguna conduce a Sandwich Harbour. Lungo questo percorso, infatti, le grandi dune si gettano direttamente in mare, lasciando un esiguo spazio di passaggio sul bagnasciuga durante le ore di bassa marea. 60 km di percorso pesante e pericoloso perfino per i 4×4, fino a raggiungere una baia di una bellezza sublime. Dopo mille tentennamenti – dovuti a informazioni allarmistiche e incompetenti – alla fine

decidiamo di andare, anche se supportati da una guida locale con il suo proprio fuoristrada. Sono furioso con me stesso per questo cedimento di fiducia in “Chicca” e nella mia esperienza, ma quando alla fine del percorso ci troviamo nella baia, la sua bellezza incontaminata è così assoluta e perfetta da cancellare qualunque rimpianto. Siamo estasiati… Stranamente non c’è quasi nessuno, perché la bellezza – in sé e per sé – oggi non è più molto di moda. Qui non ci sono giochi da fare… e dunque perché andare? Magari rischiando…

Io e Raffaella siamo invece convinti che Sandwich Harbour e il canyon di Purros, anche da soli, varrebbero un viaggio in Namibia.

Ma il nostro viaggio intanto non è finito: dopo tre giorni a Walvis Bay ripartiamo e attraversiamo il Namib Desert, che ancora una volta ci stupisce con paesaggi mutevoli e a dir poco straordinari. Poi sarà la volta delle gigantesche dune di Sossusvlei, le più alte… e le più fotografate del mondo.

Entriamo nel sito alle prime luci dell’alba, tra le tenui nebbie che il respiro dell’oceano Atlantico, durante la notte, sospinge fin qui. L’atmosfera è suggestiva e, nonostante i nostri numerosi viaggi nel Sahara libico ed algerino, non possiamo proprio dire che lo spettacolo ci lasci indifferente.

La massima meraviglia, tuttavia, la sperimentiamo quando imbocchiamo la pista che da Sessriem conduce verso Luderitz, passando nel cuore del Namib Desert. È un altopiano sconfinato che viaggia tra i 1500 e 1800 mt. di quota, dove il giallo brillante della savana si abbarbica ai nudi picchi marrone scuro che circondano queste vaste distese.

Qua e là, come colpi di pennello di un artista ispirato, macchie di sabbia ocra brillante illuminano il paesaggio. La pista corre diritta, in un vuoto e in un silenzio assoluti che i branchi di gazzelle, zebre e orici – che con suprema indifferenza ci guardano passare – sembrano addirittura sottolineare. Quando poi raggiungiamo la parte terminale del grande altopiano, dove il granito rosso sostituisce la roccia calcarea dei precedenti contrafforti montuosi, e grandi massi stondati e plasmati dagli agenti atmosferici si sovrappongono l’un l’altro con improbabili equilibri… la mia anima si mette a cantare. Non era più accaduto dal mio ultimo viaggio in Algeria, nel Tassili n’Ajjer.

Accade ora, all’improvviso, inaspettatamente… di fronte a queste vastità sconfinate, quasi completamente deserte, dove l’azzurro del cielo, il giallo della savana, il verde delle palme, dei cactus e dei mopane, il rosso del granito e il nero delle ombre sfumano e si confondono sovrapponendosi l’un l’altro in un equilibrio di pura magia.

Eravamo partiti per questa ultima tappa della nostra Transafrica, che prevedeva Namibia e Sud Africa, un po’ disillusi: i racconti fatti da molti viaggiatori autonomi italiani – che sul sito Internet: sahara.it si scambiano pareri e informazioni utili – non erano stati molto incoraggianti. E in sovrappiù sapevamo che eravamo fuori stagione… Tuttavia noi avevamo fretta di concludere la nostra avventura, sia per la quantità di problemi burocratici-amministrativi che ci eravamo stancati di dover affrontare, sia per i costi dei voli ad incastro (andata in una città, ritorno da un’altra) che divenivano sempre più esorbitanti. Anche se eravamo fuori dalla stagione consigliata, attraversare la Namibia ci sembrava la scelta migliore. Perciò avevamo fatto buon viso a cattivo gioco preparandoci a qualunque evenienza, ed eravamo partiti.

E invece… un tempo splendido: caldo secco di giorno, tepore di notte. Luce solare piena dalle 6,30 alle 20,30 (un lusso non indifferente per noi che, nei precedenti viaggi, avevamo visto il sole eclissarsi alle 17). Il verde brillante delle piante che stempera le aridità desertiche senza togliere nulla al loro fascino. E poi… spazi incommensurabili, silenzi incantati, vuoti incontaminati, scenari mozzafiato in continua metamorfosi…

Se Etiopia e Kenya – almeno secondo il nostro parere – si aggiudicano il primato per la varietà delle loro etnie autoctone; se Kenya, Tanzania e Botswana trionfano per la ricchezza e la bellezza dei loro parchi naturali; e se il Malawi si aggiudica il primato per la pace e la serenità che è in grado di ispirare, la Namibia – sempre secondo noi – giganteggia proprio per la vastità, la bellezza sublime e il silenzio del suo territorio.

Perciò non so cosa pensare dei tanti commenti precedentemente letti o ascoltati di persona.

Resta comunque un fatto: che le Epupa Falls, il canyon di Purros, le dune di Sossusvlei e le propaggini sud del Namib Desert, da un punto di vista paesaggistico valgono il viaggio.

Provare per credere…

Noi comunque siamo oramai agli sgoccioli del tempo a nostra disposizione per visitare questo immenso paese. Facciamo una deviazione verso Luderitz – che si rivelerà invece una grandissima delusione – e proseguiamo verso la nostra ultima tappa namibiana: il Fisch River Canyon.

Bello! Impressionante… anche se quasi completamente a secco per la stagione.

Restiamo ad ammirarlo alcune ore… poi un’ultima notte in un campeggio molto accogliente, cenando al ristorante per festeggiare il tredicesimo compleanno di Giulia.

Poi via… in due sole tappe lungo il Sud Africa, con Giulia che si “spara” cinque o sei film di seguito nel PC portatile che avevamo portato a questo precipuo scopo… fino ad arrivare a Cape Town, la meta finale del nostro viaggio.

In realtà nessun Viaggio, se davvero tale, dovrebbe avere una meta finale, perché la sua intima natura consiste appunto nell’andare, la sua essenza si rivela in ogni chilometro, in ogni metro che viene percorso. Più ancora: in ogni singolo momento del suo svilupparsi. Perciò Cape Town non rappresenta la meta finale del nostro viaggio se non nel senso “simbolico” del termine. Il “punto spaziale metaforico” che sta a rappresentare che il “il nostro viaggio è stato compiuto”, che è stato realizzato in ogni suo singolo chilometro, vissuto momento per momento, fino ad esaurirsi come esperienza umana che – per compiersi – inevitabilmente ha necessitato di un tempo e di uno spazio finiti. In questo senso la “meta finale” non ha più importanza del “punto di partenza”, che questo sia stato il porto di Genova (dove la nostra auto è stata imbarcata), o la nostra casa dove il Viaggio, come tale, è stato concepito. Cape Town come “meta finale” non ha più importanza di una delle tante altre città visitate, dei tanti luoghi esplorati, degli imprevedibili momenti di stupore e di meraviglia che abbiamo vissuto, delle difficoltà incontrate e superate, delle numerose occasioni di profonda commozione per la straordinaria bellezza di questo nostro pianeta e per gli esseri tutti che lo abitano…

E tuttavia Cape Town, come luogo reale e concreto, come città in sé e per sé, è davvero una meraviglia. Di sicuro la più bella città di tutta l’Africa (senza per questo nulla togliere a Marrakech, Fes, Bamako o la stessa splendida Nairobi) ma anche una delle più belle del mondo, almeno tra tutte quelle da noi visitate…

Già lo scenario in cui è situata è magnifico: due alti bastioni di roccia scura che si piegano ad arco degradando prima nel verde lussureggiante delle piante per poi scivolare nell’azzurro dell’oceano mare. Come adagiata tra queste possenti braccia Cape Town si distende in una sovrapposizione di stili architettonici che solo un miracolo poteva rendere armonica: dal classico inglese dei primi del ‘900 al postmoderno degli imponenti grattacieli del centro finanziario, degli esclusivi hotel a cinque stelle e quello “leccato” dei centri commerciali del water front turistico.

Tuttavia, nelle strade principali della città, sotto l’intersecarsi solo apparentemente caotico delle linee di fuga architettoniche, l’atmosfera è riscaldata da migliaia e migliaia di atelier, gallerie, fast food, bancarelle, gelaterie, mercati artigianali più o meno abusivi e… insomma, ricorda molto da vicino quella di Barcellona.

Lungo la costa, tutto intorno alla Table Mountain, un susseguirsi di ville strepitose, affacciate su spiagge bianchissime, e impreziosite da una vegetazione lussureggiante in cui gareggiano tutti i colori floreali possibili immaginabili. Nel porticciolo turistico del centro-città, così come nei tanti altri costruiti a ridosso delle ville, si dondolano al vento catamarani oceanici da venti, venticinque metri, lussuosi panfili di legno e potentissimi motoscafi privati.

La sensazione, nel suo complesso, è quella di una città ricchissima, quasi snob, in cui gli Afrikans conquistatori hanno riversato tutta la propria caparbia determinazione, ma che solo grazie al cuore della sua popolazione nera possiede oggi un calore, un’allegria e un fascino indiscutibili.

Passiamo a Cape Town gli ultimi quattro giorni del nostro viaggio, allontanandoci mezza giornata solo per raggiungere il Capo di Buona Speranza e toccare “con mano” l’estremo lembo di questo continente meraviglioso. Siamo arrivati alla fine della nostra modesta avventura… la nostra Transafrica finisce qui, con un’ultima emozione… perché mentre cerchiamo di consumare il nostro pranzo su uno scoglio del Capo siamo invece costretti a fuggire in auto, inseguiti da un branco di babbuini affamati che – allertavano le scritte sui depliants – in questa zona sono pericolosissimi.

Tanto per ricordarci che – anche se solo per poco – ancora siamo in Africa.

Riflessioni conclusive

Il nostro grande viaggio si è appena concluso, e ora sto scrivendo a caldo… sull’aereo che entro domani ci avrà ricondotto a casa, restituendoci alla nostra vita di sempre. Transafrica è appena terminata e già avvertiamo un immenso vuoto: niente più calcoli meticolosi dei giorni indispensabili, niente più carte da consultare o guide da leggere, niente più piste da verificare, nessun aereo da prenotare, più nessuna angoscia per la scadenza del maledetto Carnet de passage o delle condizioni della nostra 4×4, abbandonata in mani sconosciute…

Niente più sogni a occhi aperti… almeno fin tanto che il “lutto” per la fine di questa avventura sarà stato consumato e un nuovo progetto non avrà preso possesso dei nostri cuori.

Conoscendoci, non credo che passerà molto tempo: Ghana, Togo, Benin e Burkina Faso hanno sempre solleticato la nostra curiosità… e solo la guerriglia tuareg – per altro più che giustificata, almeno secondo noi – ci ha fino ad ora impedito di visitare l’Aire e il deserto del Tenerè in Niger…

Bhà… vedremo. Comunque andrà, non sarà facile sostituire Transafrica!

Ma intanto:

– Consiglieremmo ad altri questa nostra medesima esperienza?

Probabilmente no! Un viaggio come questo meriterebbe di avere a disposizione tutto il tempo necessario per muoversi in continuità, con tempi dilatati, seguendo l’ispirazione e l’estro del momento. È stato terribile avere sempre scadenze da rispettare e percorsi definiti per arrivare all’appuntamento inderogabile con l’aereo che ogni volta ci avrebbe riportato a casa, in Italia. E tenere sempre d’occhio il calendario, per fare in modo di non capitare negli uffici governativi o agli sportelli di cambio delle banche dei vari paesi nei giorni festivi. È stato doloroso rinunciare ad alcune esperienze che, con un minimo di tempo in più a disposizione, non avremmo di certo perduto e che invece – anche questo è quasi sicuro – non potremo mai più effettuare. Non sempre è stato semplice trovare la “situazione” giusta e sicura dove lasciare la nostra 4×4 per sei o sette mesi senza per questo dover poi vivere con ansia fino al suo recupero. Ed è stato molto costoso organizzare i voli che ogni volta ci avrebbero portato dove avevamo lasciato l’auto, per poi riportarci a casa da un luogo completamente diverso.

Non è perciò un caso se quasi tutti gli altri “transafricani” che abbiamo incontrato per via fossero ragazzi che si erano voluti regalare un sogno prima ancora di iniziare ad avere responsabilità adulte, o invece uomini e donne maturi, arrivati alla fine di una dura vita lavorativa. In entrambi i casi, persone con almeno un anno o due a disposizione per affrontare questo viaggio.

Insomma… devo ammettere che noi abbiamo forzato un po’ la mano, e non mi sentirei perciò di consigliare altri a fare altrettanto. A meno che non potessero contare su un badget molto più consistente del nostro e – soprattutto – di un bel Carnet de passage falso, come in pratica avevano quasi tutti quelli che abbiamo incontrato.

– Abbiamo rimpianti?

Ma si! Certo… Quale viaggio non ne ha? Rimpiangiamo la mancata visita di Lalibella e dei grandi altopiani etiopici fino al lago Tana e alle cascate del Nilo Azzurro. Rimpiangiamo di aver mancato la cerimonia iniziatica del “salto del toro” presso gli Hamer e il passaggio dal Mago Park al lago Turkana, in Kenya. Rimpiangiamo di non aver raggiunto il lago Vittoria, di non aver visitato le coste della Tanzania e di esserci lasciati alle spalle Monkey Bay, in Malawi. Siamo dispiaciuti di non essere rimasti un giorno o due in più nella Moremi Game Riserve in Botswana e di non aver potuto far rientrare il Kgalagadi Transfrontier nel percorso della tappa finale del nostro viaggio. Siamo addolorati di non aver potuto percorrere tutti i 750 chilometri che da Opuwo conducono a Sesfontein passando per il canyon di Purros.

Ma insomma… non si può sempre pretendere di avere tutto dalla vita!

– Ringraziamo invece, con tutto il cuore, Carlo Rossi e Francesca Aimone per la disponibilità e la gentilezza con cui ci hanno accolto nella loro casa ad Arusha, in Tanzania, custodito la nostra auto, e risolto per noi problemi che, senza il loro aiuto, avrebbero potuto rivelarsi insuperabili.

Ringraziamo Maurizio Melloni, di Addis Abeba, per averci regalato tempo ed attenzione.

Ringraziamo i Padri della Consolata, in Kenya, per la loro più che opportuna ospitalità e Kobus Rjana, proprietario del Crocodile Campsite, in Botswana, per la gratuità con la quale ha custodito la nostra auto. Ringraziamo i funzionari dell’ACI, dr.Carlo Nesta e collega (di cui purtroppo non ricordo il nome), per la sollecitudine con la quale ci hanno aiutato a risolvere i problemi generati da quella tagliola infernale rappresentata dal Carnet de Passage en douane. E, per finire, la Darwin Viaggi, tour operator italiano, per la professionalità e la pazienza con cui hanno sempre soddisfatto le nostre non facili richieste di prenotazione voli e le continue variazioni e modifiche che ogni volta apportavamo.

Hopss… dimenticavo… un ringraziamento particolare va pure a Chicca, la nostra toyota: 17.500 chilometri in un anno, di cui almeno 8.500 tra sterrati, piste e sabbia. Non tutti estremi, come il tratto Moyale – Nanyuki, ma comunque duri. Chicca è arrivata a Cape Town tra mille scricchiolii: l’ABS fuori uso, la guarnizione dei perni d’attacco degli ammortizzatori anteriori consumata, un rumore sospetto e non meglio identificato alle sospensioni posteriori e un guasto al blocco del differenziale per il cedimento della staffa che ne sosteneva i contatti elettrici. Ma il suo “cuore” generoso non ha perso un solo colpo, e mai ci ha fatto sentire insicuri negli spazi sconfinati nei quali ci siamo fatti portare. Quando arriverà a Roma, la vecchiona si meriterà un bel lifting…

– Siamo soddisfatti del nostro viaggio?

Da morirne… e se tornassimo indietro, date le medesime condizioni iniziali e non potendo realizzarlo altrimenti, credo che lo rifaremmo tale e quale. Perché non ci sono parole che potranno mai riuscire a descrivere in maniera compiuta l’immensa gioia e il senso di pienezza che questa esperienza ci ha regalato.

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