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Viaggio nel Jebel Awaynat – Lato Egiziano a cura di Luciano Pieri

– Posted in: Africa, Africa Est, Nord Africa, Resoconti di viaggio

By Luciano Pieri
Originally Posted Tuesday, February 13, 2007

VIAGGIO NEL JEBEL AWAYNAT – LATO EGIZIANO – NOVEMBRE 2006

Appunti di viaggio di MARIA GRAZIA & LUCIANO PIERI

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ORGANIZZAZIONE: HARMATTAN di Mestre

TOUR LEADER : ing. ADRIANO CURZI

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8/nov
PISA-MALPENSA e qui troviamo il resto del gruppo, in totale siamo in dieci, sei italiani e quattro svizzeri nostre conoscenze in quanto abbiamo già fatto nel 2005 il percorso allo stesso Jebel ma sul lato libico.
MALPENSA-CAIRO la giornata si esaurisce nell’andare all’albergo e cenare.
L’unica cosa che non si può fare a meno di constatare andando dall’aeroporto del Cairo all’albergo, è come la metropoli abbia fagocitato la zona archeologica di Giza.
Vent’anni fa, quando vedemmo per la prima volta le tre piramidi, intorno era tutto deserto ora ci sono palazzoni enormi.
9/nov
Alle sette partiamo con quattro Toyota Land Cruyser, sembrano in buono stato e la gommatura è perfetta.
Attraversare il Cairo è sempre problematico, ma per i nostri autisti egiziani è cosa di normale amministrazione e filano via lisci; penso a chi vuole fare da se’ e guida personalmente l’auto (Oddio, per un napoletano…..).
Dopo un’oretta di strada asfaltata in direzione sud-ovest tagliamo verso sud ed è subito sabbia, un’altra ora ed arriviamo al CSAR SAGA.

E’ una costruzione rettangolare, massiccia, fatta di blocchi di pietra color oro come il colore del deserto tutt’intorno. Isolata su di una collinetta non lascia molto indovinare il suo uso.
Probabilmente era un tempio e di particolare ha una stanza senza ingressi che si può intravedere da un paio di fori fatti da cercatori di tesori, chissà come veniva utilizzata?
A metà giornata arriviamo nei pressi dell’oasi di AL FAYYUM, sponda nord del suo lago.
Siamo nell’area archeologica di DIMEH, ci sono i resti di mura di un imponente luogo di culto, alte fino a dieci metri, costruite in mattoni di fango grigio, caratterizzati da un allineamento ondulante.

Ci sono scavi in corso diretti da una squadra di archeologi italiani con finanziamenti della Università di Lecce.
Abbiamo parlato piacevolmente con loro, molto gentili ci hanno spiegato cosa cercavano e come lo cercavano. Non utilizzano macchinari ma solo mano d’opera locale per non rovinare le strutture sottoterra che devono essere portate integre alla luce.
A parte il perimetro è notevole una larga strada selciata che, tremila anni fa, portava dal tempio a dove si trovava la sponda del lago di AL FAYYUM, luogo divino perchè abitato dal coccodrillo sacro e perchè qui gli antichi egizi collocavano il posto che aveva visto nascere la specie umana.
Ora la cittadina di AL FAYYUM non è visitabile se non si è autorizzati e scortati dall’esercito causa il solito, triste integralismo islamico.
10/nov
Tocchiamo l’oasi di Baharia per qualche ultimo acquisto e poi a sud-est sulla catena di dune del ABU MUHARRIK. Anche se vediamo molte tracce è una zona affascinante per la sua asprezza che impegna abbastanza i nostri autisti.
11/nov
Viaggiamo su hammada verso il passo Garrah, ma la nostra immediata destinazione è la GARRAH CAVE, splendida grotta sotterranea di una cinquantina di metri di diametro e di altezza molto variabile in quanto dal soffitto pendono miriadi di enormi e bellissime stalattiti conformate nelle figure più strane e sorprendenti. Il deserto non finisce mai di stupire.
Fu scoperta nel 1873 dal celebre esploratore Rolfs.
L’ingresso è, in una buca di un paio di metri di diametro in un terreno piatto e solido, alto solo un metro circa, in quanto la sabbia si accumula di continuo, da dove facilmente possiamo lasciarci scivolare dentro e scendere agevolmente di una decina di metri fino sul pavimento piatto della grotta.
Mi dicono che questa meraviglia della natura si sia formata 20.000 anni fa.
A circa tre chilometri da questa c’è un’altra grotta tutta da esplorare, scoperta recentemente da Adriano Curzi; l’apertura, a pari del terreno solido, è piuttosto stretta ma un uomo normolineo ci può entrare e si capisce da tante cose che dentro si allarga notevolmente.
Chi la esplorerà per primo????
12/nov
Mattinata dedicata a trovare una via per scendere dal plateau al deserto bianco.
Non è stato facile, poi giù attraverso una gola siamo scesi fino alla sorgente di AIN SIRU.
Ha una discreta quantità d’acqua che sgorga su di una collinetta in mezzo ad alcune palme.
Qui, duemila anni fa, c’era un avamposto romano.
Dei romani restano le fondamenta di una costruzione fatta con i soliti mattoni crudi, cocci di vasellame antico e recente e tre mummie in una piccola grotta a trecento metri dalla sorgente.
Entriamo nel deserto bianco.

13/nov
Questa bizzarria della natura chiamato Deserto Bianco, anche se già rivisto, non smette mai di lasciarti a bocca aperta.
Emergono dalla sabbia dorata torrioni, funghi, mammelle, statue di una luminosità che abbaglia e che con il cambiamento della luce del sole cambiano tonalità di colore: rosa, giallo, azzurro, viola, ma il suo colore di base è il bianco.
C’è un’altura quasi al centro di questo deserto, una volta saliti là, lo sguardo spazia a trecentosessanta gradi, facendoci scoprire un panorama di rara bellezza.
14/nov
Poi via verso Farafra per i rifornimenti necessari, attraversando alcuni posti di blocco, ora della polizia ora dell’esercito, con la stessa trafila fatta di fotocopie di documenti, sorrisi, saluti e regalini.
Dopo Farafra deviazione verso ovest, e molto presto, imbocchiamo un largo corridoio fra cordoni di alte dune che ci porta verso sud-est su un’antica pista, la DARB AL APSESHIUT, la strada che portava le carovane da Apseshiut a Siwa.
15/nov
La mattina corriamo agevolmente sulla Darb al Apseshiut poi, per arrivare a Dakla nostra destinazione di oggi, affrontiamo difficili passaggi per scendere fin dentro la depressione dove si trova l’oasi.
Arriviamo comunque alla tredici e sistemati i nostri borsoni presso un piccolo, confortevole albergo situato su una collinetta che domina la cittadina, utilizziamo il pomeriggio per visitare l’antico abitato: una moschea, una mastaba, il molino, il frantoio e alcune antiche abitazioni dei notabili del tempo, il tutto chiuso entro un recinto formato dalle mura delle case con grandi portoni di accesso che riparavano gli abitanti dalle tempeste di sabbia e dalle incursioni di briganti.
Questi probabilmente erano Tebu che partendo dal Jebel Awainat e sfruttando la riserva d’acqua creata ad Abu Ballas, piombavano di sorpresa in questa oasi razziando quanto più potevano per poi scomparire di nuovo nel deserto.
16/nov
Ultimi rifornimenti di gasolio, acqua, ortaggi freschi, questa mattina dobbiamo darci da fare perchè il tutto deve bastare fino a Siwa quindi per una decina di giorni, infatti da Dakla a Siwa c’è solo sabbia e rocce, bellissime, ma solo sabbia e rocce.
Poi via verso sud su strada asfaltata, la Darb alTarfawi, per circa duecento chilometri fino alla rilevazione GPS N 24 19 056 E 29 04 503 dove finalmente entriamo nella sabbia direzione sud-ovest passando quindi al di sotto di Abu Ballas.
17/nov
Sempre in direzione ovest-ovest-sud attraversiamo grandi pianure a volte di sabbia a volte di pietrame ma comunque piuttosto monotone per arrivare verso sera a far campo ai piedi del grande, meraviglioso, coinvolgente GILF KEBIR, il JEBEL AL SHAMALI (Il Monte del Nord) come lo chiamavano gli abitatori del Jebel Awainat (Il Monte delle Fontanelle).
Mia moglie ed io, che con dodici viaggi nel Sahara, spaziando dalla Mauritania al Nilo, ci riteniamo dei discreti conoscitori di questa zona dell’Africa, consideriamo il deserto libico intorno al Gilf Kebir compreso, la parte più bella.
Senz’altro quella che unisce di più la bellezza dei paesaggi col romantico fascino delle storiche imprese che qui si sono intrecciate dagli anni venti alla fine della seconda guerra mondiale, senza dimenticare le tracce lasciate dagli uomini del paleolitico e del neolitico documentate attraverso i ritrovamenti dei loro manufatti.
18/nov
Siamo sul lato sud-est del Gilf kebir che è molto frastagliato e ci costringe ad avvicinarci alla nostra destinazione cambiando continuamente rotta e facendo dei lunghi percorsi ad esse.
Arriviamo alla “MAGARA AL KANTARA” o detto in maniera più spicciola “LA GROTTA DELL’ARCO” dove un certo Mr. Show ha lasciato scritto di averla visitata per primo nel 1935.
Questa grotta, situata in Wadi Wassa, non ha moltissime pitture, ma quelle che ci sono e raffiguranti mucche e pastori, sono molto curate.
Scendendo verso sud è d’obbligo una fermata al 8 BELLS CAMP, una grande piana utilizzata durante la seconda guerra mondiale dagli inglesi come campo d’aviazione per le incursioni a nord contro le truppe italo-tedesche. Per renderlo visibile ai piloti abbagliati dalla luce del deserto, avevano scritto con le taniche vuote del carburante e seminterrate: 8 B E L L S e vicino una grande freccia che indicava la direzione d’atterraggio.

La scritta e la freccia ci sono ancora ed è una delle tante particolarità che offre il deserto a chi vuole cercarle.
A sera arriviamo al monumento al grande KEMAL EL DIN, grande esploratore di questa parte del deserto, che era arrivato qui negli anni venti e poi fu sponsor di Lazlo Almasy.
Quando Kemal morì nel 1932, Almasy gli eresse questo piccolo e rustico monumento, con una dedica in lingua araba su una pietra ora spezzata, sembra da un inglese a cui i due non erano molto simpatici per le loro simpatie con gli italo-tedeschi.
19/nov
Percorriamo ancora verso sud grandi piane sabbiose punteggiate da rari crateri.
Passiamo vicino ai crateri Peter and Paul tenendoci però alla debita distanza sembra infatti che siano ancora minati, non ci teniamo ad accertarcene.
Poi ecco apparire dalle sabbie, come un isola dal mare, il massiccio del JEBEL AWAYNAT, suggestivo come ben pochi panorami, messo dal Padreterno in mezzo a distese infinite di sabbia rossa e dagli uomini sul punto d’incontro di tre stati: Sudan, Egitto e Libia.
Qui ci sarebbe da scrivere moltissimo, ma penso che questo breve diario di viaggio non abbia lo spazio necessario.
Entriamo nel Karkul Talh, la valle dell’acacia Talh, nel Gilf Kebir c’è la Wadi Talh che poi vuol dire la stessa cosa.
Questa valle che è in pratica la nostra destinazione, nasce in Egitto e finisce in Sudan, ma per i sudanesi entrarci dalla loro parte è piuttosto ostico.

Infatti dopo poco il GPS ci dice che siamo sconfinati in Sudan e da quelle parti qualcuno ha messo una palina con l’indicazione del confine tra tre stati.
A piedi giriamo alla ricerca di ripari e pareti con pitture e graffiti, ce ne sono in abbondanza e le più belle sono state fatte in un anfratto così basso che per vederle bisogna strisciare sulla schiena.
Facciamo il campo, che servirà per due notti, in una valle fantastica circondata da rocce e pinnacoli color scuro, dentro dune di sabbia aragosta e nel centro, uscente dalla sabbia un roccione nero fatto come una grossa balena che viene su dalle onde del mare. Inquietante quando la notte, uscendo di tenda per problemi idrici, l’ho vista al lume di luna.

20/nov
Oggi abbiamo dedicato cinque ore all’esplorazione della parte finale del Karkul Talh, in territorio sudanese; sul confine, disegnato a vernice su di un grosso macigno, c’è un teschio stilizzato ma ben riconoscibile e la scritta in arabo “terreno minato” probabilmente opera dell’esercito sudanese.
Sarà vero oppure no, noi abbiamo accolto molto diligentemente l’invito della guida egiziana a seguire i suoi passi su un terreno molto simile ad un letto di fiume delle nostre parti.
Dopo circa un chilometro abbiamo trovato il fondo della valle, stretta, coperto da grandissimi blocchi di granito e lì il timore reverenziale per le mine è svanito.
Sulle pareti del Karkur Talh, in ogni riparo, c’è una infinità di pitture rupestri di ottima fattura con soggetti pastorale e di caccia, i colori prevalenti sono il rosso ed il bianco.
Poi troviamo un luogo di circa quattrocento metri di valle, con un fondo particolarmente bel lastricato, dove nei vari ripari c’è un’esplosione di pitture meravigliose di una finezza mai vista.
Che sia stato un luogo sacro?

21/nov
Risaliamo dal Jebel Awaynat verso il Gilf Kebir riattraversando le ampie pianure sabbiose di antichi wadi punteggiate di crateri.
Troviamo le prime amigdale, belle, intriganti, indici di antichi abitatori preistorici che qui vissero nell’alba dell’umanità.
Nel pomeriggio arriviamo al Gilf Kebir ed imbocchiamo Wadi Sura, la valle delle pitture, così la chiamò Almasy quando la visitò agli inizi degli anni trenta.
Visitiamo per prima la Grotta Foggini.
Purtroppo in soli tre anni, da quando la vidi nel 2003 assieme al signor Foggini, ha avuto un degrado impressionante in particolare i suoi dintorni sono per me irriconoscibili.
Considerando il limitato numero di persone che la raggiungono durante l’anno e che per la maggior parte si autoclassifica “viaggiatore” e non turista, viene da chiedersi chi è andato all’imbocco della grotta con l’auto, chi ha scritto il suo nome sulle rocce intorno, chi lascia i mozziconi di sigaretta nella sabbia dentro la grotta….smetto perchè la lista continuerebbe.
Comunque, anche se le pitture per varie cause stanno perdendo la brillantezza del loro colore iniziale, la Grotta Foggini è sempre bella.
Speriamo che avvenga un miracolo che possa salvarla, speriamo in San Massimo Foggini.

22/nov
Continuiamo la visita di Wadi Sura con la Grotta di Nuotatori, quella che scopri Almasy.
Purtroppo è una nobile decaduta, qui è rimasta solo la sua fama datale dal film, molto falso, sulla vita di Almasy; di pitture è rimasto molto, molto poco.
Guardando la Grotta dei Nuotatori, alla nostra destra, a qualche decina di metri, c’è un’altra grotta scoperta da un certo Mr. Grun (?), di notevole c’è la pittura di una grande mucca con grandissime tette (forse una campionessa, allora, di produzione di latte).
Nel primo pomeriggio, attraverso il passo di Aqaba o come lo chiamavano gli arabi “Mamarr”, siamo saliti sull’altipiano.
E’ sempre un’impresa che si rinnova ad ogni salita, gli autisti sono sempre preoccupati, per loro è una sfida, ma anche questa volta i nostri se la sono cavata bene.

23/nov
La giornata è dedicata completamente all’attraversamento dell’altopiano del Gilf Kebir, soffermandoci, quando ci siamo, alle terrazze naturali che spaziano a ovest dove lo sguardo si perde verso la Libia.
Su una di queste terrazze, alcuni amici e clienti di Mr. Lama, hanno voluto dedicare una lapide commemorativa a questo uomo particolare, amante viscerale del deserto, che tutti coloro che sono attratti dal Sahara guardano come punto di riferimento.
Non è niente di particolare, anzi direi che la pietra e la grafica sono assolutamente inadatte all’uomo ed al luogo, ma se non altro costringe chi passa ad un pensierino a lui.
Nel 2000 e nel 2003 eravamo scesi dal passo Lama-Monod verso lo Wadi Abd al Malik e sembrava che fosse l’unica via di discesa, questa volta abbiamo invece percorso una facile via che porta nel Wadi Hamra (la valle rossa).
Wadi Hamra rispetta totalmente il suo nome, non avevamo mai visto tante tonalità di rosso, è una valle meravigliosa, particolarmente inebriante.
24/nov
Direzione nord, cominciamo a risalire il Gran Mare di Sabbia seguendo i suoi larghi canaloni fra due file ininterrotte di dune.
Una sosta nella zona della Silica Glass è d’obbligo.
Il vetro libico, che chi si interessa di deserto conosce, è affascinante sia per il suo colore giada o acquamarina, sia per il mistero della sua formazione non ancora definita sicuramente.
L’ipotesi più accreditata e che 26,5 milioni di anni fa, un meteorite abbia fuso la sabbia con un passaggio così ravvicinato da creare tutte le condizioni necessarie.
Infatti per produrre questo vetro composto dal 98% di silice e con tracce di Badleite minerale non terrestre, c’è bisogno di 1.000 gradi di calore e 2.000 bar di pressione.
La nostra ricerca ci ha dato questa volta un ritrovamento unico: abbiamo potuto ammirare un pezzo di vetro libico di una rotondità quasi perfetta, con una circonferenza di sessanta centimetri ed un peso di 6.550 grammi.
Di colore verde trasparente e nonostante fosse completamente insabbiato non è stato attaccato da quei microbatteri, mangiatori di silice, che danno al vetro libico quel brutto aspetto forellato.
Oltre che questa particolarità della natura, il gran mare di sabbia, offre diversi paleosuoli ricchi di amigdale monofacciali e bifacciali, raschietti, lame, coltelli.

25/nov
Ancora nord-nord-ovest, correggendo quando possibile la rotta verso est, con attraversamenti di dune altissime per non finire in Libia.
Il nostro punto di riferimento è l’oasi di Siwa e più ci avviciniamo ad essa più i cordoni di dune si riuniscono, si accavallano, convergono fino a creare nodi difficoltosi da attraversare.
26/nov
Alle 15.00 abbiamo fatto il campo sulle dune a ridosso dell’oasi di Siwa che è qui, sotto di noi, bella da vedersi con i suoi campi coltivati, le piantagioni di palma da dattero, i laghi salati, sorprendenti dopo tanti giorni di solo sabbia.
Però questa sabbia ci è rimasta nelle vene e nel cuore con l’amarezza che ci da il pensiero di avere praticamente finito la bella avventura nel silenzio del vero deserto.
Questa sera ha piovuto per circa mezzora, abbiamo dovuto montare il telo copritenda, ma pensando alla rarità del fenomeno siamo stati contenti.

27/nov
Visita a tutto quanto c’è di notevole in questa oasi famosa dalla notte dei tempi: prima di tutto il Tempio dell’Oracolo, dove la “pizia”, voce del Dio, prediceva il futuro agli uomini che accorrevano ad interrogarla.
Tantissimi grandi, il più famoso, Alessandro Magno, venivano per sentire i suoi auspici e forse quella voce era così brava da dire quello che in effetti essi volevano sentirsi dire.
Poi la Montagna dei morti, Djebel el Mawta, in cui sono state scavate numerose tombe all’epoca della 26a dinastia, per la maggior parte semplici cunicoli, ma alcune in ottimo stato e finemente affrescate.
Poi le macchie argillose delle rovine di Aghurmi e di Shali, antiche fortezze in terra cruda su di un punto chiave delle vie commerciali del deserto, al crocevia delle piste carovaniere che dal centro dell’Africa conducevano al mare Mediterraneo.
E il famoso Bagno di Cleopatra, Ain el Hamman, dice la tradizione che quella regina ci facesse il bagno(?).
Stasera siamo in albergo e, nonostante tutte le poesie del deserto, una doccia, una cena al tavolino e un letto fanno veramente piacere.
28/nov
Ed ora ad est verso Baharia e Il Cairo.
Attraversiamo un tratto della Depressione di Qattara, profonda sotto il livello del mare, con un caleidoscopio di colori che spaziano dal bianco, al giallo, all’ocra, al cioccolato.
Su una pioggia di nummuliti (filus al mamleyka, le monete degli angeli), fra bianche pareti, dove gli antichi scelsero di scavare tombe forse per il silenzio e la sacralità del luogo, passava una delle più antiche strade del passato che univa l’Asia Minore, l’Egitto con Cirene e le città costiere della Libia.
Passiamo dall’oasi dimenticata di El Areg interessante per i suoi dintorni, dall’oasi di El Bbahrein e di Nuwamisa, con l’insolito spettacolo dei loro laghetti.
29/nov
Mentalmente è finito il viaggio, una corsa attraverso il monotono deserto grigio che da Baharia porta al Cairo.
Entriamo nella periferia della grande città dove, quando chiediamo il numero degli abitanti, ci rispondono tutti: 15-20 milioni.
L’aria è pestilenziale per i tubi di scappamento di un numero altrettanto imprecisato di automobili vecchie ed impegnate a creare dalle vie cittadine, tante camere a gas.
30/nov
Cairo-Malpensa-Pisa

 

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