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Il Lago Turkana ed i deserti del Kenia By Gian Casati

– Posted in: Africa, Africa Est, Resoconti di viaggio

By Gian Casati
Originally Posted Friday, October 12, 2012

 

IL LAGO TURKANA ED I DESERTI DEL KENYA (PARTENDO DALL’UGANDA)

Gian Casati e Carlo Mazzari su Toyota hj61 (la vecchia signora)

settembre 2012

Questo viaggio non è iniziato sotto i migliori auspici. Infatti alcuni segni negativi hanno caratterizzato i cruciali giorni che hanno preceduto la partenza. Io non sono superstizioso anche perché, come pare abbia detto Benedetto Croce, “non ha senso essere superstiziosi…… dal momento che esistono efficaci scongiuri!”. Molti auguri (anche da parte di amici esperti viaggiatori) di buon viaggio e speriamo che tu ritorni che chiaramente sono l’equivalente dell’augurare al cacciatore “buona caccia” o “buona pesca” al pescatore. Il tutto completato dalla storica frase di Carlo, il mio compagno di viaggio, che pochi giorni prima di partire mi solleva il morale e le solite angosce pre-partenza dicendomi, papale papale, “questo viaggio è nato sotto una cattiva stella”. Io gli scongiuri li ho sempre fatti subito ma forse non sono stati abbastanza immediati o sufficientemente convinti,comunque direi che, almeno all’inizio del viaggio, non hanno funzionato. E così due giorni prima di partire abbiamo “perso” la nostra insostituibile cuoca Rosalba che ha dovuto rinunciare al viaggio per gravi motivi.

6 settembre 2012

Con un buon volo con scalo al Cairo il

7 settembre

Siamo atterrati ad Entebbe, l’aeroporto di Kampala (capitale dell’Uganda). I bagagli arrivano regolarmente (sospiro di sollievo!), la dogana manco ci fila e l’amico Emmanuel è puntuale ad aspettarci ed a portarci alla Missione di Padre John. Tutto pare sotto controllo. Dopo avere costretto Angela, cuore pulsante della missione, ad una levataccia (alle 5 del mattino) andiamo (Carlo ed io) a riposarci fiduciosi di iniziare di li a poco i preparativi per la partenza. Ma invece ci attendono due amare sorprese. La vecchia Toyota è rimasta all’aperto per molti mesi e, sotto il sole e le piogge equatoriali, il copritenda dell’Air-Camping si è cotto, il bagnato e la pioggia sono penetrati facendo marcire parte del compensato del fondo e soprattutto la tela impermeabile della struttura stessa della tenda creando vistosi buchi su cui Carlo stende un “pietoso velo” di (San) Scotch Americano. Poche ore di sole asciugano il tutto ma ormai la tenda è gravemente compromessa anche se pare ancora utilizzabile (almeno con tempo asciutto!). Ma non è finita, scopriamo che il nostro permesso di circolazione (che durava 30 giorni) anche se la macchina non ha circolato ed è rimasta in luogo privato,andava rinnovato ogni 30 giorni. Quirino,fac totum della missione, si occupa del problema che pare piuttosto grave, oggi è venerdi e ci viene preannunciato che il problema non potrà essere affrontato prima di lunedi od addirittura martedi. Chiaramente il panico, perché tutto il programma verrebbe stravolto. Boh, vedremo. Non posso che augurarmi che dopo il terzo colpo (Rosalba non partita, Air Camping rovinato, casino burocratico) la sfiga abbiamo completato il suo ciclo.

8 settembre

Inattività forzata in attesa del permesso di circolazione, qualche lavoretto alla macchina… ma che due palle! anche perché mancano notizie.

9 settembre

E’ domenica, quindi sappiamo che tutto è fermo. Partecipiamo alla lunga ma toccante messa domenicale, meravigliosi canti accompagnati dalle percussioni rendono magica l’atmosfera. Al pomeriggio piove, aspettiamo domani.

10 settembre

Giornata alla dogana dove ho dovuto portare la macchina (in ostaggio?). La multa richiesta è esagerata, di gran lunga superiore al valore della macchina. Inizia una sorta di trattativa estenuante tra un tale ingaggiato da noi ed i funzionari della dogana. Alla fine della giornata sembra che si sia raggiunto un accordo su una cifra molto inferiore alla richiesta iniziale ma comunque cospicua assai. Non è possibile però concludere il tutto perché i computers della dogana sono in panne.

11 settembre

I computers funzionano, paghiamo la multa piu’ un tot ai funzionari doganali che, bontà (?) loro, hanno ridotto la multa e finalmente possiamo partire. Abbiamo una specie di foglio di via, entro tre giorni dobbiamo lasciare l’Uganda. Sinceramente a questo punto non ci dispiace andarcene rinunciando a vedere il parco delle Murchinson Falls dove, magra consolazione, pare stia piovendo moltissimo. Cambiamo le due gomme posteriori ormai ridotte al lumicino, le avevamo comprate in Mozambico ma pur essendo di una marca conosciuta si sono dimostrate pessime. Torniamo alla Missione a salutare gli amici che ci hanno ospitato generosamente e finalmente partiamo. Dopo una settantina di km a Jinjia, dopo aver ammirato la famosa “sorgente” del Nilo (in realtà un emissario del Lago Vittoria) alla cui ricerca hanno dedicato sforzi e spesso vita i primi esploratori africani, ci fermiamo per la programmata sostituzione delle boccole delle balestre (lavoro che speravo fosse fatto mentre la macchina era ferma alla missione a Kampala).

L’operazione è piu’ complessa di quanto pensavamo e non riusciamo a completarla in serata e così ci fermiamo presso una modesta guest house.

12 settembre

La mattinata se ne va quasi tutta per finire il lavoro delle boccole delle balestre e piccoli altri lavori. Verso mezzogiorno finalmente è tutto finito, andiamo a farci uno spuntino lungo il Nilo in un contesto veramente stupendo e poi proseguiamo verso Il Kenya. Si attraversano brevi tratti di foresta pluviale alternati a lussureggianti coltivazioni. La strada è in ottime condizioni ed il traffico abbastanza limitato (prevalentemente camion). Arriviamo alla frontiera, becchiamo il solito personaggio che per 20 $ ci accompagna per i vari uffici, è efficiente e veloce. Le formalità di uscita sono sorprendentemente rapide ed anche quelle di entrata in Kenya sono su uno standard quasi europeo. Il visto l’avevamo e paghiamo la tassa di circolazione 100$ in valuta locale e 50$ per l’assicurazione e poi via!! Proseguiamo ed a sera non riusciamo a trovare una sistemazione a Webuye come speravamo (l’unico albergo decente è completo), siamo costretti a proseguire con la prospettiva di dover guidare al buio su una strada piccola, piena di buche e di traffico locale. Meno male che dopo pochi kilometri da Webuye troviamo una specie di hotel dove per una decina di dollari ho la grande fortuna di dormire in letto matrimoniale col Carlo. Il posto è molto africano, con musica assordante e clientela locale ma non c’è scelta. Oggi fatti 237 km.

13 settembre

Stanotte ha piovuto, un martellante rumore metallico di sgocciolamento e la vicinanza di Carlo nel letto hanno fatto in modo che dormissi abbastanza male. Proseguiamo verso Kitale, il paesaggio è tipicamente agricolo. Poco dopo lasciamo la strada principale per andare al piccolissimo e sconosciuto Parco Nazionale Saiwa Swamp che ha la particolarità di ospitare la rara antilope Sitanunga il cui habitat è costituito dalle zone paludose. Il parco caratterizzato da una valle paludosa che attraversa una foresta pluviale è visitabile solo a piedi. Vediamo una sola antilope Sitanunga (come al solito la stagione e l’ora non sono quelli giusti!), alcune belle scimmie tra cui il raro Colubro di Brazza. E’ stata una bella ed interessante gita, accompagnati da un simpatico, competente ed entusiasta ragazzo. A Kapenguria, come ci aveva consigliato l’ufficio del Turismo del Kenya di Milano andiamo alla polizia (ci riceve addirittura il capo responsabile di tutta la regione) per avere notizia delle condizioni di sicurezza della zona del Turkana (zona vivamente sconsigliata dalla Farnesina in un recente avviso). Siamo ricevuti con grande cortesia e rassicurati sulla sicurezza. Lasciata Kapenguria il paesaggio cambia radicalmente, la strada (ancora asfaltata, a tratti buona, a tratti terribile per le buche)si snoda attraverso verdissime montagne ricoperte di grandi alberi, soprattutto acacie. Per un bel tratto si costeggia il fiume Marun, ora rosso ed abbastanza impetuoso per le piogge recenti. Poco dopo il passo ci fermiamo al Marich Pass Fields Studies Center che offre al viaggiatore belle bandas (le tipiche costruzioni tipo capanna con la base in muratura ed il tetto di paglia) in riva al fiume. Siamo gli unici ospiti in questo posto stupendo ed accogliente. Fatti km 181

14 settembre

Lasciamo il bel sito in riva al fiume e proseguiamo verso Nord. E’ sorprendente vedere come nel giro di pochi km si passa dalla foresta ad una natura via via piu’ aspra ed arida. Il paesaggio è grandioso ma la strada è pessima perchè è un ex-asfalto tutto buche secche e profonde e, dove l’asfalto non c’è, ci pensa la tôle ondulee a tratti veramente micidiale a rompere l’anima ed il fondo schiena. Come sempre in questi casi soffro per la mia vecchia signora che sembra disfarsi. Cerco invano la giusta velocità per la minor sofferenza possibile. Da Lokichar a Lodwar, se possibile, è ancora peggio e solo verso la fine ci sono alcune piste parallele che, nel trionfo della polvere, danno un po’ di tregua. A Lodwar, che è una cittadina abbastanza grossa facciamo un po’ di spesa ed il rabbocco del gasolio. Andando verso il lago Turkana l’asfalto è in condizioni migliori e possiamo tirare il fiato un po’. A Kalokol, seguendo i consigli del mio amico Vittorio Parigi, ingaggio un ragazzo per condurci al Turkana Lodge, incantevole sito (così mi è stato descritto e cosi appare su una foto su Google) che sta sulla punta della penisola di fronte al villaggio. Per raggiungere il lodge bisogna aggirare tutto il golfo,affrontare un bel guado, fare qualche kilometro di sabbia alquanto impegnativa che mette a dura prova la vecchia Toyota costretta a cavare tutti i cavalli di cui dispone in un caldo-umido notevole (37°/38°). Finalmente la nostra guida ci dice che siamo arrivati, ma il sospirato lodge………non c’è! solo spettrali rovine (doveva essere un posto veramente incantevole ma ora è ridotto, come detto, ad una spettrale serie di edifici in rovina.

Un classico dell’Africa: tu chiedi una cosa e nessun africano ti dirà mai di no. Ho chiesto di essere portato al lodge e mi ci hanno portato, a nessuno è passato neanche per la testa di dirci che dopo la morte del proprietario avvenuta, pare, quattro anni fa, la struttura era stata abbandonata al suo destino. Il posto è comunque affascinante, c’è un tramonto bellissimo, ci sono pescatori, barche e tanti uccelli. Per nostra fortuna a poche decine di metri dal fantasma c’è una famiglia intraprendente che ha una specie di capannone di paglia dove una televisione (che funziona con batteria, alimentata da pannelli solari,ed inverter) trasmette vecchie partite della Champions League seguite con incredibile entusiasmo dai giovani del villaggio (che si chiama Longech). In questa struttura la famiglia ci fa campeggiare. Oggi abbiamo fatto 290 km. piuttosto pesanti.

15 settembre

La giornata della mezza sòla. Abbiamo deciso di accettare l’offerta dei nostri padroni di casa di andare in barca a visitare l’Isola Centrale del Turkana che, stando alle fotografie,coi suoi crateri interni dovrebbe essere di particolare interesse. Dopo avere discusso sul prezzo (alla fine circa 110 $) avevamo concordato di partire alle 8. Come sempre gli amici africani avevano detto di si, senza dirci che sul Turkana la notte e la mattina c’è sempre un forte vento che si placa (in parte) solo quando il sole è alto, senza dirci che il luogo è Parco Nazionale e che prima bisogna attraversare il golfo (in barca) per andare agli uffici del parco a pagare i diritti di ingresso (20$ cad), senza dirci che la barca è senza benzina e bisogna anticipare il costo del carburante. Andiamo quindi alla direzione del parco e da qui il nostro capitano con due taniche parte in moto per il vicino villaggio per fare benzina. Forse il fatto di avere qualche bel soldo in tasca suggerisce al capitano di concedersi qualche vizio, fatto sta è che torna dopo un tempo che ci pare esagerato. Finalmente si parte, il lago (limaccioso per le abbondanti acque provenienti dal fiume Omo) è ancora molto mosso perchè il vento si è placato solo in parte. Il capitano deve fare diversi “bordi” per cercare di attutire l’impatto violento sulle onde, le mie ernie del disco protestano vivacemente….ma ormai siamo (letteralmente) in ballo. Arriviamo all’isola famosa per i suoi crateri interni ove abbonderebbero i coccodrilli (nel crocodile lake) ed i fenicotteri (nel flamingo lake) ma, anche se il luogo è abbastanza interessante, vediamo nel primo lago un lontanissimo coccodrillo (anzi ne vediamo solo la testa e solo con un buon binocolo) e nel secondo (raggiungibile per un corto ma ripidissimo sentiero) di fenicotteri neanche l’ombra.

Per farci contenti (altro classico africano) il nostro capitano sostiene che di fenicotteri ce ne sono tantissimi ma solo la mattina presto o la sera tardi perchè durante il giorno se ne andrebbero altrove. Sarà. 20$. A posteriori penso che non ne valeva la pena ma dovevamo provarci perchè chi mai va a visitare l’isola centrale del lago Turkana? Nel pomeriggio torniamo al villaggio dove decidiamo di fermarci un’altra notte per poter fare un po’ di foto con la calda luce serale.

16 settembre

Avendo la pulce nell’orecchio dei consigli della Farnesina (si sconsiglia vivamente….) e per cercare di avere un approccio piu’ facile con la popolazione locale (i Turkana) decidiamo di proporre a Joseph, un simpatico locale che dal giorno del nostro arrivo ci scorta,di farci da guida per i prossimi due giorni. Si dimostrerà una ottima soluzione. Con lui, attraverso un percorso fuoristrada senza guado ma con tratti di sabbia molle torniamo al villaggio di Kaokol per far verificare da un meccanico un ammortizzatore che temiamo rotto; per fortuna non è rotto ma si è solo sfilata la camicia che protegge lo stelo. Partiamo quindi per la pista (non segnata su tutte le mappe) che costeggia il lago sul lato Ovest. Malgrado la vicinanza del lago, il paesaggio è estremamente arido ma molto interessante. Si incontrano numerosi villaggi di capanne di foglie di palma doum abitati dai Turkana.

Gli abitanti che si incontrano però sono pochi perchè i Turkana sono nomadi e vivono sopratutto seguendo le loro bestie nei pascoli. La pista è buona e fa caldo. Molto belli i passaggi negli uadi disseminati di grandi acacie. Il lago si vede poco, ma comunque la costa non è molto interessante perchè piatta ed insignificante e l’acqua che dovrebbe essere turchese, almeno così si dice, ora è limacciosa. E’ ancora pomeriggio presto quando giudichiamo opportuno fermarci perchè abbiamo raggiunto una bella missione (Nariokotome Mission) mentre nei dintorni non ci sono possibilità per una sistemazione sicura per la notte. Alla missione, di religiosi spagnoli, chiediamo a padre Avelino se ci può ospitare per una notte ed il padre ci risponde con un simpatico e rassicurante “claro que sì“. Compreso un giro nei dintorni della missione per visitare le opere che stanno facendo oggi abbiamo fatto 153 km.

17 settembre

Patrizia, la cooperante italiana che collabora nella missione, ci offre un ricco ed abbondante breakfast prima di riprendere il viaggio lungo il Turkana verso il confine con l’Etiopia. Superata la missione, la pista si allontana dal lago e comincia ad inoltrarsi nelle montagne, il paesaggio è fantastico, per lunghi tratti si segue il corso di uno uadi tra caprette e vecchie acacie, ora sorprendentemente di un verde tenero. Lasciato lo uadi la pista si aggrappa alla conformazione montagnosa del terreno per poi arrivare a Lokitaung che è un villaggio presidiato da molti militari che dovrebbero proteggere gli abitanti turkana dalle incursioni e dalle razzie di bestiame da parte di etnie etiopi rivali. Da Lokitaung che è il punto del Kenya piu’ a Nord da noi toccato scendiamo per tornare, attraverso una diversa pista, a Lodwar. Ora la natura è desertico-montana, la pista è lenta per la conformazione del terreno ma non traditrice. Poco prima del villaggio Norotoro si incontra per qualche kilometro un buon asfalto che però diventa pessimo da questo villaggio fino a Lodwar. Qui abbastanza stanchi e tanto sporchi per la polvere che entra dappertutto ci fermiamo al decente (secondo standard africani) Lodwar Lodge Hotel. Nell’ormai quotidiano controllo di sospensioni ed ammortizzatori vedo che entrambi gli steli degli ammortizzatori sono senza protezione. Mi accordo con un meccanico,che teme una rottura dell’ammortizzatore, per fare un controllo domani. Oggi abbiamo fatto 262 km.

18 settembre

Prima cosa, dal meccanico. Che onestamente riconosce che gli ammortizzatori sono ancora buoni, si tratta solo di fissare bene i “cappucci” che proteggono gli steli (non storcano il naso gli appassionati di meccanica per le scemate che probabilmente dico). Il lavoro, fatto come al solito lungo la strada (sterrata) tra polvere e sporco in condizioni molto precarie,mi costa ricambi compresi ben 16 euro! Tutto a posto ? Manco per niente! Per la nota legge che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo oltre alla ben nota legge di Murphy,i problemi che ci perseguitano dalla partenza non sono evidentemente finiti. Carlo da un paio di giorni non sta bene, come sua abitudine non dice niente, quasi considerasse una colpa star male. Ieri sera era proprio a terra ma dalle risposte alle mie domande non sono riuscito a capire cos’abbia, vedo solo che è un paio di giorni che praticamente non mangia. Subito dopo la riparazione della macchina, vediamo lungo la strada una specie di presidio medico che nello squallore dei posti medici africani offriva una certa fiducia. Sorprendendomi, Carlo mi chiede di fermarmi per consultare un medico. Entriamo titubanti in una struttura quasi occidentale dove per la visita ci chiedono 5 euro. Veniamo fatti entrare e con mia assoluta sorpresa ci accoglie una giovane bellissima dottoressa nera. Sono tentato di farmi passare per ammalato per farmi visitare io, approfittando del fatto che Carlo non parla inglese. Ma poi ho un rigurgito di pietà per l’infermo e rinuncio alla mia balzana idea. Carlo è terreo e, avendo il terrore delle malattie, probabilmente sta già pensando al peggio. Con grande difficoltà faccio da tramite con la dottoressa perchè prima di tradurre in inglese devo capire io che cavolo di sintomi ha Carlo. Comunque sia, la dottoressa pare capire e con un sorriso che scioglie ci dice che Carlo ha una infezione intestinale causata da un protozoo tipo ameba e che con una certa medicina in tre giorni guarirà (ed avrà assolutamente ragione). L’infermo, malgrado il suo ben noto pessimismo, pare rinfrancato dalla diagnosi della dottoressa (o dalla dottoressa stessa, non si sa). Ripartiamo dunque percorrendo a ritroso i micidiali 81 km (quasi tre ore!) che ci separano da Lokichar. Qui arriviamo abbastanza provati per la strada infernale e per il caldo. Per fortuna la pista che da Lokichar scende per Sud-Est verso il lago Baringo è buona.

Il paesaggio è splendido, la tipica savana africana contornata da belle montagne. Verso metà pomeriggio chiediamo informazioni ad un fuoristrada di locali circa la pista che dovrebbe portare alla South Turkana National Reserve; ci sconsigliano di farla e ci scortano fino al villaggio di Lokori ad un alberghetto (che qui chiamano pomposamente Lokori Lodge) modesto ma pulito. Qui da funzionari di polizia addetti a scortare tecnici di una strada in costruzione ci sconsigliano per ragioni di sicurezza di percorrere la pista che attraversa la riserva assicurandoci invece che non ci sono problemi a seguire la pista che scende direttamente verso il lago Baringo, ad ogni buon conto, saputo che abbiamo il telefono satellitare ci lasciano il loro telefono assicurandoci il loro intervento in caso di bisogno. Fa molto caldo e le stanze sono un forno. In mancanza del ristorante Carlo, improvvisato cuoco in mancanza di Rosalba, si esibisce con un piatto, non male, a base di riso e farro. Fatti 163 km.

19 settembre

Imbocchiamo la pista (chiamata pomposamente strada C113) segnalata come pericolosa per banditismo e scontri tribali tra popolazione Turkana e Pokot, rassicurati dalle info avute ieri sera. Non c’è anima viva nè umana nè animale, il paesaggio è collinare circondato da montagne, molto bello. La pista è lenta ma buona, solo alcuni passaggi di sassi e rocce costringono a procedere a passo d’uomo. Dopo diversi kilometri si arriva a Napeitom che è un villaggio fortificato per difendersi dalle razzie delle tribu’ vicine. Infatti è circondato da una protezione fatta da una impenetrabile barriera di rovi spinosi secchi e per percorrere la pista che attraversa il villaggio bisogna aprire una robusta cancellata. Mai visto niente di simile. Mi immagino che anche da noi nei secoli passati si adottasse una tecnica simile per difendersi dai predoni. Da Lokori (il villaggio di ieri sera) a Karpeddo non abbiamo incontrato neanche un mezzo né anima viva (tranne il villaggio fortificato). Da Karpeddo in avanti si incontra qualche macchina e la pista è un massacro di polvere perchè stanno costruendo una enorme strada e la pista è distrutta. A Lonok, poco prima del Lago Baringo, giriamo a sinistra prendendo la pista per Maralal. Sono le tre e mezza del pomeriggio e visto che la pista pare ottima contiamo di arrivare a Maralal ancora in piena luce. Si sale e la vista sul Lago Baringo e sulle foreste è fantastica. Ma l’illusione di una buona pista dura poco. Piogge che sembrano recenti (pare invece che risalgano addirittura ad aprile) hanno letteralmente massacrato e dilavato il terreno per cui l’andatura è molto lenta. Arriviamo al tramonto alla strada C77 che sulla carta è segnata come strada principale ma mancano ancora 54 km, mi viene uno scoramento perchè non mi è mai piaciuto guidare al buio (figuriamoci in Africa!) e la strada è un massacro. Comunque non è possibile fermarsi e quindi è gioco forza proseguire; devo dire però che con i buoni fari della Toyota e procedendo con prudenza la situazione è meno peggio di quanto mi aspettavo. Alle 20.30 finalmente arriviamo a Maralal dove letteralmente ci fiondiamo nella prima costruzione illuminata che troviamo e siamo fortunati perchè il Samburu Guest House è piu’ che decente (parliamo sempre di standard africani, per intenderci) le stanze sono pulite e ampie e la doccia è bella e calda, il ristorante è buono ed il prezzo decisamente modesto. Oggi fatti 306 km in 11 ore di guida in condizioni quasi sempre molto difficili e sono molto stanco.

20 settembre

Ieri sera nel parcheggiare la vecchia signora ho azionato per sbaglio il tergicristallo che si è bloccato, non funziona anche se sento il motorino girare. Andiamo dal bravissimo meccanico africano che nelle solite condizioni indescrivibili mi salda il braccetto del tergicristallo (che teoricamente funzionava con due ormai introvabili boccolette di gomma) e mi fa qualche altro lavoretto per particolari che a seguito delle vibrazioni dovute alle strade impossibili stanno pericolosamente ballando (devo constatare che la vecchia signora nei fondamentali va ancora molto bene ma decisamente soffre e sente gli anni nei dettagli). Un paio d’ore se ne vanno prima di riprendere la strada verso il versante Est del Turkana. Inizialmente la pista si snoda su un altipiano (siamo a 2500 mt) verdissimo e coltivato, poi attraversa una fittissima boscaglia bassa molto somigliante alla macchia mediterranea, di tanto in tanto ci sono degli scorci spettacolari sulla sottostante Rift Valley. Attraversiamo, tra euforbie ed altre cactacee, valli e montagne per poi sbucare su un immenso piano punteggiato da rade acacie ad ombrello, molto spettacolare. Man mano che ci avviciniamo al lago la natura diventa piu’ brulla e desertica. In vista del Turkana, ormai siamo al tramonto,attraversiamo una immensa pietraia nera. La pista scende a sfiorare il lago. Gli ultimi raggi del sole si nascondono dietro isole ed anfratti che mi ricordano, anche per l’aspetto decisamente vulcanico, le amate Eolie. Ormai è quasi buio, intravediamo enormi acacie che sorgono tra i sassi ed attorno le tipiche capanne degli El Molo l’etnia di pescatori del Turkana.

Dedichiamo a qualche foto gli ultimi barbagli di luce e poi facciamo i restanti pochi km che ci separano da Loiyangalani al buio. Ci fermiamo al simpatico campsite gestito da Sendeia, una furba e simpatica donna di etnia Rendille che ha chiamato il suo sito Mosaretu Women’s Groupe Lodge dove Mosaretu è un acronimo che sta per (el)Molo, Samburu, Rendille e Turkana che sono i nomi delle etnie che vivono nella zona che dovrebbero condividere pacificamente…..dovrebbero. Oggi abbiamo fatto 234 km, ancora una bella tirata ma in condizioni molto migliori di ieri. Cena a base di riso e tilapia (il pesce tipico dei laghi africani) alla fioca luce dell’impianto solare del campeggio.

21 settembre

Stanotte vento molto forte (come molto spesso nel Turkana) che si insinua nelle bandas disturbando il sonno. Di buon mattino un giro per i villaggi che precedono Loiyangalani e che ieri sera non abbiamo potuto vedere per il buio, poi visita ai due villaggi chiamati El Molo.

Nel primo concordiamo con il consiglio degli anziani del villaggio il “permesso” di visita contro un versamento di circa 10 euro piu’ circa 3 etti di tabacco da masticare (comprato a Maralal proprio per questo). E’ la prima volta che mi capita una esperienza del genere e devo dire che è un fatto a mio parere molto positivo perchè a fronte di un piccolo contributo alla comunità si puo’ poi girare indisturbati fotografando liberamente, con la gente che continua indisturbata la propria vita quotidiana, accolti ovunque con cordialità.

Mentre noi gironzoliamo, le donne del villaggio hanno preparato un colorato mercatino con tanti colorati oggetti di artigianato. Per gli acquisti si mercanteggia, è ovvio e se lo aspettano, ma tutto nella massima tranquillità e ordine senza competizione tra i venditori che a loro volta non obbligano all’acquisto come in qualsiasi altro mercato africano. Lasciamo El Molo e ci dirigiamo verso Nord- Est sulla pista che ci porterà a Marsabit. Siamo nel deserto (roccioso) vero e proprio, ci addentriamo in pietraie infuocate dove con estrema fatica qua e la spuntano alberelli stenti.

In queste pietraie spesso si incontrano greggi di caprette (piccoli punti bianchi tra le pietre scure),come facciano a sopravvivere è un mistero. Dopo alcuni kilometri arriviamo a Gusi Gas, una vera e propria oasi sahariana col pozzo e le palme e centinaia di animali, cammelli, asini e capre all’abbeverata, il solito spettacolo della vita nel deserto sempre eccitante.

Ancora kilometri di scenario sahariano e siamo a North Horr, un centro abbastanza grosso, abitato dall’etnia Grabba, gente molto socievole (sopratutto le donne e quando non hanno loro uomini in vicinanza!) scuri di pelle ma dai tratti gentili simili ai somali. Le loro capanne, dalla sommità a cupola, sono sempre di foglie di palma doum ma sono caratteristiche perchè contornate da tessuti dagli splendidi colori che sono poi gli stessi tessuti coi quali le loro donne, con grande eleganza e dignità, si drappeggiano.

Qui, a North Horr, decidiamo di fermarci pur avendo fatto solo (si fa per dire vista la pista) 145 km anche perchè siamo intrisi di polvere e l’interno della macchina è in condizioni pietose (oggi abbiamo trovato fesc-fesc in quantità). Prendiamo due bandas al Palm Rest Lodge (solito nome roboante per una struttura molto semplice) pulito e molto a buon mercato, 2 bandas ed una birra per 8 euro.

22 settembre

Ci svegliamo con cielo a pecorelle e molto vento, da vecchio sahariano pronostico subito vento di sabbia. In effetti finche rimaniamo nella piana un forte vento, senza essere una vera e propria tempesta, ci infastidisce parecchio. Il deserto qui, se possibile, è ancora piu’ aspro, pietraie a perdita d’occhio,vegetazione quasi inesistente, ancora e incredibilmente tante greggi di capre. Incontriamo sulla via diversi piccoli insediamenti Gabbra, 4/5 capanne niente piu’. Le donne sono molto belle e colorate, estroverse e civettualmente disponibili al dialogo ed alla fotografia. Piu’ avanti attraversiamo il villaggio di Kalacha, non so da quale etnia abitato, molto sporco e disordinato con capanne raffazzonate con i materiali piu’ vari tipo cartone, plastica, pezzi di lamiera e schifezze varie, mi stupirei se fossero Grabba. Ancora deserto, ancora pietre. Arriviamo a Marsabit, caotica e sporca, tipica città di frontiera anche se la frontiera con l’Etiopia è ancora abbastanza lontana. Facciamo un po’ di rifornimenti per la cambusa ormai quasi esaurita. Entriamo quindi nel parco: è stupefacente notare come si passi improvvisamente dal deserto alla fittissima foresta di montagna. Marsabit e i suoi dintorni sono situati in cima ad un grosso mammellone montagnoso con un microclima umido, tutto attorno a pochissima distanza per 360° è deserto. Per stasera decidiamo di concederci il Marsabit Lodge nell’interno del parco Nazionale ai margini di un gof, come qui si chiamano i laghi che si sono formati nei crateri vulcanici,ai margini della foresta. Posto discretamente lussuoso, sopratutto il locale ristorante, le camere un po’ meno ma con vista eccezionale. Cenetta a lume di candela con Carlo, soli nella elegante sala da pranzo, niente di romantico intendiamoci, è solo che il generatore di corrente è guasto (addirittura ci chiedono se per caso siamo capaci di metterci le mani!). Niente corrente, niente acqua calda per la doccia (siamo a 1700mt e dormiremo sotto una bella coperta perchè l’aria è decisamente frizzante). Doccia veramente agognata dopo le lunghe ore nel deserto e nella polvere. E’ veramente paradossale che dopo tante sistemazioni spartane ma sempre con docce piu’ o meno di fortuna, stasera che ci siamo concessi un lodge (vero!) niente doccia! Fatti 207 km

23 settembre

Giro del parco, niente animali (qualche fatta di elefante testimonia che qualche bestia ci deve essere) ma una bella foresta fitta di alberi enormi, veramente sorprendente perchè come ho già detto il cucuzzolo dove si trova Marsabit ed il parco è circondato da una regione aridissima. Raggiunto l’ultimo cratere (Bongole) noi completiamo il giro anche perchè ho deciso di tornare a Marsabit per riparare una balestra di cui abbiamo rotto un foglio (me ne sono accorto ieri sera durante il quotidiano, o quasi, controllo del fondo della macchina) ma, lo dico per chi venisse da queste parti, non vale la pena di continuare il giro perchè il parco non presenta piu’ zone interessanti, in compenso la pista ha dei passaggi sassosi alquanto impegnativi per la macchina.

Dal cratere Bongole si puo’ raggiungere direttamente la strada che scende verso Nairobi. Dunque torniamo a Marsabit in cerca del meccanico che, assicurandomi che il foglio è facilmente sostituibile, smonta la balestra tra galline ruspanti sotto la macchina, topi che fanno capolino tra i rifiuti e risciacqui di pentole di un attiguo lurido vicino locale denominatosi ristorante. Smontata la balestra il meccanico sparisce in cerca del foglio non senza farmi notare che essendo domenica potrebbero esserci problemi. Ritorna dopo molto, direi almeno dopo un’ora, dicendomi che il foglio c’è ma occorre anticipargli i soldi per l’acquisto (meno di 30 euro) ed invitandomi ad andare con lui dal ricambista lontano solo alcune centinaia di metri. Arriviamo dal ricambista, un indiano, che ci apre furtivamente la porta di accesso ad un fornito magazzino di ricambi, saluta il meccanico e…scompare. Dopo un’oretta di paziente attesa chiedo notizie ed il meccanico mi dice che l’indiano, mussulmano, è andato alla (per fortuna) vicina moschea per la preghiera (ma non è il venerdi il giorno delle funzioni islamiche?). Dopo piu’ di un’ora l’indiano torna e gentilissimo in cinque minuti mi vende il foglio della balestra accettando dollari in pagamento. C’è un problema però, il foglio è piu’ lungo di quello rotto di almeno 40 cm ma il meccanico mi dice di non preoccuparmi. Torniamo all’officina (?) dove col flessibile il foglio viene opportunamente accorciato (tra l’incredulità di Carlo, pessimista cosmico, che aveva decretato l’impossibilità di una simile riparazione) ed in poco tempo assemblato. Sono nel frattempo arrivate le 15 e certamente non è possibile raggiungere Archer’s Post prima del buio e a detta di tutti è pericoloso per la sicurezza fare quel pezzo di strada di notte. Ma è lo stesso meccanico (tra l’altro mussulmano pure lui) a consigliarci di fermarci alla missione cattolica di Laisamis, un centinaio di km di pista da Marsabit. Seguiamo l’ottimo consiglio e raggiungiamo alle 17 la missione dove veniamo accolti da Suor Alberta, una religiosa italiana, che ci mette a disposizione un bagno dove possiamo darci una bella (anzi ben posso dire benedetta) doccia. Fa molto caldo e ci sono molte zanzare. Montiamo l’air camping. Fatti 143 km.

24 settembre

Notte difficile per il caldo e le molte zanzare che sono entrate nell’air camping. Riprendiamo il viaggio, una trentina di kilometri di pistone discreto e poi all’altezza del ponte sul fiume secco Merille inizia un ottimo asfalto, la mia vecchia signora finalmente respira un po’. Ad Archer’s Post lasciamo la bella strada per entrare nella Samburu National Reserve (70 $ per l’ingresso e 30 $ per il campsite, a testa). Giriamo per il parco fino a sera e poi campeggiamo in riva al fiume Ewaso Ng’iro sotto enormi acacie, un posto molto bello con servizi basic, tormentati dalle scimmiette che cercano di rubare ogni cosa mangiabile.

Una, velocissima, riesce a rubarci il sacchetto del pane.

La cosa non ci disturba piu’ di tanto perchè qui il pane, come in tutti i paesi africani di tradizione anglosassone, vale veramente poco. Oggi abbiamo fatto 187 km.

25 settembre

Parte della mattinata in giro per la riserva. Ammiriamo un branchetto di elefanti che scende sulle rive del fiume ad abbeverarsi. Riprendiamo la strada per Isiolo, asfaltata,liscia, riposante. Aggiriamo il monte Kenya (5200mt) dal lato Ovest, piove ed il monte è incappucciato dalle nuvole. Peccato, ci tenevo a vederlo dopo averne letto la descrizione nel bel libro (assolutamente da leggere) Fuga sul Kenya di Benazzi (riedito nel 2001), la storia di alcuni italiani detenuti prigionieri in Kenya durante l’ultima guerra che, beffando sportivamente i propri carcerieri…..non racconto altro per non privarvi del piacere di questa lettura. Dopo 223 km ci fermiamo a Nyeri al buon Westwood Hotel (dotato anche di Internet con connessione wi-fi)

26 settembre

Dopo 162 km di strada e poi addirittura autostrada (con strisce pedonali precedute da micidiali dossi dissuasori, però) arriviamo a Nairobi alla Missione che ospiterà la vecchia signora nei prossimi mesi. Il pomeriggio è dedicato alla mission impossible di pulire l’interno della macchina sopratutto senza un aspirapolvere, nonchè a preparare il bagaglio per la partenza. Abbiamo fatto in totale 2965 kilometri.

27 settembre

Inganniamo l’attesa del nostro volo pomeridiano andando, nell’assurdo traffico di Nairobi, al bel Museo Nazionale, probabilmente l’unica attrattiva della città. Ci sono molte cose interessanti tra cui diversi reperti riguardanti la storia dell’evoluzione dell’uomo, provenienti da ricerche effettuate proprio nell’area del lago Turkana. Nel pomeriggio aereo per l’Italia

UNA PRECISAZIONE E NOTIZIE PRATICHE

quando parlo di sistemazione alberghiera buona mi riferisco sempre allo standard africano che nulla ha a che vedere con quanto ci aspettiamo da un albergo in Europa, mi riferisco comunque ad una sistemazione pulita (o apparentemente pulita) con servizi praticabili e doccia.

UGANDA

attenzione che una vettura straniera può rimanere sul territorio ugandese solo per un mese poi, a meno di pagare somme assurde, il mezzo va depositato alla dogana dove rimane gratuitamente ma all’aperto ed incustodito. Il gasolio attualmente costa 3.300 scellini ugandesi circa 1,10 Euro

KENYA

per entrare occorre il visto (che noi avevamo fatto in Italia). In frontiera si pagano 100 $ per la tassa di circolazione (chiederla per tre mesi) e 50 $ per l’assicurazione. La macchina può rimanere per tre mesi nel paese dopodichè il permesso va rinnovato. A richiesta posso fornire il nome di un amico kenyota assolutamente affidabile per qualsiasi incombenza. Il gasolio costa circa 10 scellini (1 euro)

Gian Casati

gian.casati@gmail.com

 

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