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Mongol Rally 2019

– Posted in: mongolia, Resoconti di viaggio

di Bruno Riccardi (onurb55) e Walter Arossa (doc Walter)

Da tempo meditavamo separatamente di partecipare al Mongol Rally, un raid non competitivo dall’Europa alla Mongolia, organizzato da circa 15 anni da una non impeccabile regia britannica. Le regole del Rally sono semplicissime: occorre usare un’auto di cilindrata non superiore a 1200 cc e con età non inferiore a 15 anni. Il percorso dall’Europa alla Mongolia è a libera scelta degli equipaggi e, unico obbligo è di presentarsi al traguardo, quest’anno fissato ad Ulan Ude nella Siberia orientale. Dopo l’arrivo, le auto devono essere riutilizzate per il ritorno oppure spedite a casa tramite, di solito, le ferrovie russe.

L’occasione sorge quando Walter acquista una FIAT Panda 4×4 immatricolata nel 2000, ancora in ottimo stato complessivo, alla quale fa eseguire diversi lavori di meccanica e carrozzeria, al fine partire al meglio delle condizioni possibili. La Panda tra l’altro, già aveva partecipato al Panda Rally in Marocco, dove si è classificata tra le prime.

La decisione pertanto viene presa e si stabilisce di raggiungere la Mongolia attraversando: Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Lettonia, Russia fino alla Siberia centrale, entrare poi in Mongolia dagli Altaj a ovest, attraversare la Mongolia visitando alcuni siti, raggiungere la capitale Ulaan Bataar, uscire poi da nord verso la Siberia orientale e il traguardo di Ulan Ude, quindi visitare il lago Bajkal, per dirigersi successivamente rapidamente verso ovest, raggiungere il Volga e scendere verso sud in Cecenia, attraversare quindi il Caucaso, visitare la Georgia, rientrare in Italia attraverso la Turchia e la Penisola Balcanica. Certo un viaggio molto lungo (circa 25.000 km) e impegnativo, con un tempo previsto tra i 40 e 50 giorni ma, indubbiamente, interessantissimo.

Con molta meticolosità, Walter allestisce la macchina per un simile Rally: 2 ruote di scorta, 3 taniche per la benzina, piastre da sabbia, pala, compressore, tanica acqua potabile, frigorifero, tenda, ricambi. L’auto viene battezzata “Cammellina” e l’equipaggio “I Garamanti” in onore a una antica tribù abitante il sud del Sahara libico.

Partiamo da Torino al mattino presto del 16 luglio 2019 e rapidamente in autostrada entriamo in Austria, superiamo Vienna e dormiamo vicino alla frontiera con la Repubblica Ceca. Il giorno dopo, entriamo in Polonia dove perdiamo molto tempo per dei lavori autostradali ma riusciamo tuttavia a superare Varsavia, dormendo in un B&B in una cittadina non lontana dal campo di sterminio di Treblinka.

Il 19 luglio raggiungiamo Daugavpils in Lettonia, città molto cambiata in meglio, specie per il miglioramento dell’aria respirabile, rispetto a precedente visita di Bruno nel 2004. Il 20 luglio ci spostiamo a Rezekne, vicino alla frontiera russa, dove cambiamo gli euro in rubli e dove dobbiamo rimanere sino al 21, giorno di decorrenza del visto russo.

Il 21 luglio entriamo in Russia, dove le pratiche di frontiera sono più lunghe che in Lettonia ma, constatiamo, precise, anche se ci perquisiscono la macchina come a tutti gli altri. Partiamo in direzione di Mosca su strada in buonissime condizioni e con un traffico abbastanza consistente. La sera ci fermiamo a Rzev, città dall’apparenza un po’ decadente, dormiamo in un hotel di tipo “sovietico” constatando, nostro malgrado, che pochissimi conoscono l’inglese e pertanto, spesso ci si esprime a gesti.

Il 22 luglio inizia un percorso a dir poco, di sterminata lunghezza, fino a Novosibirsk nella Siberia centrale. Passata Mosca molto grande, sulla tangenziale, proseguiamo per Nizni Novgorod, Kazan, Ufa, attraversiamo i monti Urali (che hanno una loro particolare bellezza) ed entriamo in Asia, proseguendo poi per Celjabinsk, Omsk e Novosibirsk, sempre con un traffico di auto e camion rilevante e con notti passate nei numerosi motel per camionisti, abbastanza economici e più che decenti. Il percorso attraversa sterminati campi di grano e segale, foreste di conifere e betulle, aree paludose incolte, orizzonti a noi inusuali.  Attraverso la brutta periferia di Novosibisk, imbocchiamo la strada che costeggiando il fiume Ob, porta nella Repubblica autonoma degli Altaj russi e quindi in Mongolia. Qui la vista si fa meno monotona della Siberia pianeggiante e salendo in montagna, il panorama diventa bello e variabile. Montagne arrotondate con prati e pascoli, mucche cavalli e yak al pascolo, paesi di case di legno nel tipico stile, e popolazione che diventa sempre più di etnia mongola, mischiata all’etnia russa.

Il 27 luglio arriviamo a Tashanta, ultima località russa sul confine e, dopo avere sbrigato in mattinata le formalità di frontiera russe, scopriamo che la frontiera mongola è chiusa, forse per la pausa pranzo, e aprirà alle ore 14! Ultimiamo le pratiche sul tardo pomeriggio e imbocchiamo, con grande contrasto con la bella strada russa, una pista pessima, che entra in Mongolia. Il clima è freddo e non dei migliori, siamo a più di 2000 metri di altezza; proseguiamo lentamente per raggiungere la località di Tsaaganuur e cercare dove dormire. Nella località, molto piccola, non troviamo alcuna soluzione per trascorrere la notte, quando ci raggiunge un ragazzo su una moto cinese e ci spiega che può ospitarci in una gher assolutamente autentica di pastori. Lo seguiamo e constatiamo che i suoi genitori sono pastori veri di capre e yak e, per 10 dollari ci ospitano a dormire nella gher, cena compresa. La cena è a base di carne di capra, formaggio sbriciolato, una specie di pane e tè con latte di yak. La notte viene trascorsa nella gher su vecchie brande e pesantissime coperte di pelo. L’odore di formaggio e di capra aleggia su tutto.

Il 28 luglio raggiungiamo la cittadina di Khovd su strada a tratti asfaltata e a tratti pista. Il giorno successivo, facciamo una gita al lago Khar-Us a nord-est della città, che si presenta come un vasto lago di altopiano ma di bellezza modesta, circondato da terreno paludoso ed erbacce, infestato da zanzare.

Il 30 luglio percorriamo i ben 834 km che separano Khovd da Bayankhongor, località di arrivo. E’ una tappa decisamente dura con un clima molto freddo, che ci vede avanzare sull’altopiano circondato dall’Altaj Mongolo con altitudini che variano dai 2200 ai 2500 mt. abbastanza monotono, ma con colori che variano l’orizzonte a seconda delle ore della giornata.  Il percorso inizia con una strada asfaltata in buone condizioni, continua con una bruttissima pista formata a caso dai rari camion di passaggio per evitare di incrociare lavori di costruzione di una lunga arteria che asfalteranno. La pista, scarsamente visibile, ad un certo punto entra in un territorio tempestato di grosse rocce arrotondate che sono praticamente impossibili da evitare. La Panda, non particolarmente alta da terra, viene messa alla dura prova ma se la cava egregiamente. Nel pomeriggio la marmitta a forza di prendere colpi si buca e foriamo pure una gomma. Prendiamo atto che senza navigatore satellitare sarebbe difficilissimo, se non impossibile, procedere.

Il 31 luglio a Bayankhongor facciamo riparare la marmitta della Panda, raddrizzare la piastra di protezione sotto la coppa dell’olio che anch’essa ha preso numerosi colpi, e la gomma forata, poi ci dirigiamo nella vicina valle di Shargaljuut con un percorso in pista molto bello, in una conca montuosa piena di pascoli, yak, mucche cavalli. La Panda, munita di snorkel, affronta due guadi senza problemi e, nel maggiore dei due, aiutiamo delle persone locali ad uscire dall’acqua, dove la loro auto si era fermata. Il luogo delle terme a fondovalle, si presenta deludente con due alberghi all’occidentale per i frequentatori delle terme e case lussuosette di mongoli ricchi.

Il 1 agosto ci dirigiamo verso Ulaan Bataar dove arriviamo la sera alloggiando in un albergo periferico. Lungo la strada per ¾ pista e ¼ di asfalto rovinato, incrociamo e visitiamo un bel tempio buddista dedicato ai cavalli. Il cavallo infatti è stato l’animale che ha permesso ai mongoli di Gengis Khan di conquistare uno degli imperi più vasti mai esistiti.

Il 2 agosto trasferimento di 558 km su brutto asfalto fino alla città di Dalanzadgad, dove passiamo la notte e il giorno successivo, con altri 138 km entriamo nel deserto dei Gobi, fino alla località abbastanza sperduta, di Bayanzag, famoso sito di ritrovamento di vari scheletri di dinosauri. Il deserto dei Gobi si presenta come uno steppone con rari ciuffi di una erba particolare e dura che tuttavia, fornisce pascolo a molti cammelli batriani che incontriamo sul percorso e perfino a cavalli. Alloggiamo un un villaggio di gher, gestito come fosse un campeggio, dove si può anche mangiare. C’è un nutrito gruppo di turisti, soprattutto coreani, e innumerevoli autisti che con furgoni rialzati accompagnano i visitatori dalle varie parti. La camminata al luogo di ritrovamento dei dinosauri è interessante.

Il 4 il 5 agosto ci trasferiamo con una pista a tratti molto impegnativa nella zona dei Gobi denominata Khongorin Els, che in mongolo significa “Dune Cantanti”. Siamo entrati in pieno deserto dei Gobi e il percorso per raggiungere il sito è interessante per la veduta di gher di pastori sparse che incontriamo, cammelli e cavalli in gran numero. Arrivati, noleggiamo una gher in una sorta di campeggio frequentato dai soliti coreani e visitiamo tutta l’area. Le “Dune Cantanti” sono un bel cordone di dune alte, lungo circa 120 km. Contrariamente a quelle sahariane, ci si può salire a piedi ma è vietato il loro accesso con i 4×4, infatti costituiscono area protetta. Sono belle da vedere e il loro colore varia a seconda della luce solare, dal rosa, al verdognolo all’arancione. Caratteristica peculiare, è che ai loro piedi c’è un’area paludosa che si deve attraversare per raggiungerle. Questa strana cosa, è dovuta alla raccolta di acqua durante le scarse piogge, da parte di un terreno cretoso che non la filtra in profondità mantenendola in superficie, oltre ad una sorgente che alimenta la palude. Per raggiungere le dune in macchina occorre addirittura passare su un ponte di legno.

Il 6 agosto, raggiungiamo il canyon di Yoliin Am, detto anche luogo delle streghe (o delle fate, non ci è ben chiaro), dove rimaniamo abbastanza delusi da uno spettacolo naturale inferiore a quello di molti posti delle nostre Alpi. Malgrado ciò, è molto frequentato da turisti e li, incontriamo 2 coppie di italiani, una delle quali accompagnata da guida locale che parla la nostra lingua avendo frequentato l’università di Urbino. Nel contempo ci giunge la notizia di terribili incendi che stanno devastando la Siberia, proprio nella zona che dovremmo attraversare al ritorno e che le autorità russe hanno chiuso al traffico. Ovviamente la cosa ci preoccupa. La guida mongola che parla italiano, ci dice che nei prossimi giorni chiamerà l’ambasciata russa e ci dirà telefonicamente come stanno veramente le cose. La ringraziamo e la sera raggiungiamo nuovamente Dalanzadgad, città ai margini del deserto.

Il 7 agosto, viaggiando verso Ulaan Bataar, ad un certo punto perdiamo la marmitta della macchina su una pessima strada. Fortunatamente un benzinaio nelle vicinanze, ci indica un meccanico che ce la ripara e rimonta alla belle meglio. Proseguendo, deviamo la strada per visitare il sito di Baga Gazarin Chulu, dove scopriamo delle strane rocce arrotondate di grandi dimensioni. Posto particolare ed interessante. Vogliamo passare la notte in un bel campo di gher in zona ma, un antipaticissimo gestore, benchè non ci sia nei dintorni anima viva, e nemmeno auto che segnalino la presenza di turisti, ci dice che è tutto pieno e non ha posti per noi! Ci dirigiamo quindi alla capitale, dove arriviamo molto tardi.

L’8 e il 9 agosto li dedichiamo a visitare Ulaan Bataar, città non particolarmente bella, con tempo variabile e piogge ad intermittenza. A parte la piazza del parlamento al centro della città, con la statua di Gengis Khan, degni di nota sono il Museo Nazionale dei Dinosauri ben organizzato e con molti reperti; il vecchio quartiere buddista Gandan situato su un’altura, dove un grosso complesso buddista risulta assai interessante; lo splendido tempio buddista di Choijin Lama, situato in centro città e circondato da alti palazzi. Il mercato Narantuul segnalato dalle guide e da noi visitato, non è niente di che, vi si trovano soprattutto abiti e scarpe cinesi o simili, la plastica imperversa, e di merce tradizionale ha ben poco; inferiore a molti mercati asiatici o africani visitati in passato. Una delusione.

Il 10 agosto partiamo verso nord e la Russia. Il lungo tratto di strada che da Ulaan Bataar va a Dhran è un incubo. Strada con ex asfalto trasformato in gradini alti, tormenta pesantemente noi è la Panda. In ogni caso procediamo, riuscendo ad attraversare i due posti di frontiera, dove incontriamo tre ragazzi belgi che con una vecchia Lada stanno facendo il Mongol Rally anche loro. La sera, dopo l’attraversamento di una piacevole zona montuosa con boschi di conifere, arriviamo alla cittadina siberiana di Gusinoozyorsk sul lago Gusinoye. La località è abbastanza decadente, in puro stile sovietico. Alloggiamo nell’unico albergo, molto sovietico, decente ed economico, ma con i corridoi dall’aria inquietante per i tristi colori di pareti e pavimento e la fioca luce di rare e bianche lampadine al neon, che sembrano risalire ai tempi di Stalin.

l’11 agosto, decidiamo di andare sul lago Bajkal ed entrare in un secondo tempo ad Ulan Ude. Raggiunta la sponda est del Lago, la percorriamo con la strada che la costeggia verso nord, fino al caratteristico villaggio di case li legno di Maksimiha. Purtroppo il tempo non è dei migliori e a tratti pioviggina. Quel tratto della riviera del Lago Bajkal è molto frequentata da turisti locali, che vi fanno pure il bagno, malgrado l’acqua non sia affatto calda. Numerosi sono gli alberghi che incontriamo sulla strada. Il percorso è tuttavia piacevole e molto siberiano. Vasti boschi di conifere e betulle scendono fino al lago dalle alture ad est dello stesso. Il lago Bajkal che è il più profondo del mondo e rappresenta la più grande massa di acqua dolce del pianeta, a tratti sembra un mare. La risacca sulle sue sponde non ha nulla da invidiare a quelle di alcune parti del Mediterraneo. Il villaggio di Maksimiha dove pernottiamo in un bungalow carino in mezzo alle betulle, è ruspante e autentico e ha un porticciolo sul lago. Ci concediamo una sauna.

Il 12 agosto, scendiamo verso sud fino a incontrare il maestoso fiume Selenga che nasce in Mongolia, entra in Siberia e diventa il principale immissario del Lago Bajkal. Arrivati alla località di Selenginsk, percorriamo la selvaggia pista sulla sponda settentrionale del fiume per cercare un imbarco che la carta segnala, per essere trasportati dall’altra sponda. Triboliamo a trovarlo poiché recentemente c’è stata una rovinosa piena che ha cambiato la morfologia del paesaggio e probabilmente, l’attracco. Ad un tratto incontriamo degli uomini su una vecchia Lada 124 che provenendo dall’imbarco e ci indicano la strada che attraversa una pietraia difficoltosa. Attraversiamo il grande fiume su un grosso zatterone a motore per pochi spiccioli. L’altra sponda del fiume è più bucolica, villaggetti, molti cavalli e bovini al pascolo, allevamenti ittici nei bracci del fiume, prati verdi in una pianura ondulata. Passando da Istok e Posol’skoye, ci fermiamo lungo la strada per fare il cambio dell’olio motore alla Panda, giungendo a Ulan Ude alla sera, dove ci sistemiamo in un bell’albergo centrale.

Il 13 ed il 14 agosto li trascorriamo ad Ulan Ude, città di circa 500.00 abitanti, fondata dai Cosacchi nel ‘700, ai tempi della prima colonizzazione della Siberia. La periferia è bruttina ma il centro è discreto. Primeggia una grande piazza dove è sistemata una enorme testa di Lenin, di fronte ad edifici poderosi, tutt’ora ornati di falce e martello. Nell’albergo incontriamo nuovamente i tre ragazzi belgi, due equipaggi inglesi di sole donne e una coppia di canadesi, tutti partecipanti al Rally. Siamo arrivati tutti come primi. Conosciamo altresì un ragazzo di Barcellona che con una moto BMW stracarica, è partito dalla Spagna e facendo un lungo giro, è diretto in Nuova Zelanda! Il 14 agosto, nella piazza davanti alla testa di Lenin, l’organizzazione britannica del Mongol Rally ci fa salire sul podio noi e la Panda, ci fotografano, filmano, pacche sulle spalle e via. Per noi deve iniziare il ritorno. Nel frattempo ci telefona la guida mongola conosciuta nei giorni precedenti, dicendo che le autorità russe hanno assicurato che le strade sono tutte aperte e si può viaggiare tranquillamente, gli incendi sono stati spenti dall’esercito. Putin deve avere fatto le cose in grande, pensiamo. Meno male.

Dal 15 al 19 agosto percorriamo tappe giornaliere da 800/850 km al giorno verso ovest, con l’intenzione di giungere e attraversare gli Urali il più presto possibile, per poi costeggiare il Volga verso sud, arrivare in Cecenia, attraversare il Caucaso e visitare la Georgia. La lunghissima strada siberiana in buonissimo stato sembra interminabile, intorno paesaggio di immense foreste ed enormi campi. Nessun segno degli incendi tanto propagandati eppure attraversiamo una delle zone che doveva essere tra le più colpite, chissà…Traffico sempre sostenuto, specie di grossi TIR, molti con targhe occidentali. Le vecchie auto russe sono sparite, sostituite da moderne Lada, Audi, Volkswagen, Toyota, Ford, quasi tutte di grossa cilindrata. L’impressione è di un paese in enorme sviluppo.

Dal 20 al 26 agosto, purtroppo la Panda ha dei problemi inaspettati di meccanica e dobbiamo conclude il viaggio anticipando il ritorno in Italia. Nel tratto di strada da Novosibirsk a Omsk, la macchina sembra non rendere, la sua velocità si riduce anche schiacciando l’acceleratore a tavoletta. Sospettiamo carburante sporco e per due volte aggiungiamo additivo nel serbatoio. La Panda sembra riprendersi ma poi nuovamente tribola. Attraversiamo gli Urali e le relative salite con molta fatica, pur se l’auto viaggia e non dà segni di cedimento. Arrivati al Volga, prendiamo in direzione sud verso la Cecenia, ma nella città di Kamysin, decidiamo di far controllare l’auto in una buona officina. Il meccanico che dà l’impressione di intedersene, dopo alcune prove ci comunica che il motore va a tre cilindri, causa il blocco di una valvola nel quarto. Dice che è un lavoro importante e lungo e, dato che dovrebbe richiedere dei ricambi in Italia, il tempo previsto per la conclusione è di 10-12 giorni, tempo che non possiamo aspettare. Ci dice pure che guidando piano, potremmo anche tentare di viaggiare fino a Torino. Tristemente, decidiamo di rientrare saltando Cecenia, Caucaso con le relative salite e Georgia, tornando a casa per la strada più pianeggiante possibile che passa da Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca e Austria. Arriviamo così a Torino la sera tardi del 26 agosto con la Panda stremata ma eroica.

E’ stato comunque un bel viaggio che ha visto quel piccolo mezzo, stracarico, percorrere ben 22.500 km circa.

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