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Siria, Giordania, Egitto in moto – by Matthias

– Posted in: Africa, Nord Africa, Resoconti di viaggio

by Matthias
Originally Posted Wednesday, September 8, 2004

Siria, Giordania, Egitto in moto – by Matthias

LA PREPARAZIONE
Tutto incomincia un pomeriggio di dicembre, freddo, umido, uno di quei pomeriggi dove il lavoro non è pressante e la mente ha la possibilita’ di viaggiare, di vagare verso tutti i posti che desidera.
In quel pomeriggio la mente desiderava viaggiare in moto, nei posti per i quali la mia moto è nata, nonostante quasi nessuno la utilizzi per tali scopi.
E’ cosi’ che l’idea di raggiungere l’Egitto prende forma, da un semplice volo pindarico.
Mi ripropongo di iniziare ad organizzare tutto con il nuovo anno, dopo le vacanze di natale. In quei momenti nemmeno so se sono luoghi visitabili, se lo spettro della guerra aleggia anche su quelle popolazioni oppure no. Nel frattempo il clima politico si fa piu’ teso e i dubbi, com’è naturale che siano, affiorano in superficie. Cerco di contattare una grande quantita’ di persone che hanno o hanno avuto a che fare con quelle zone e nessuna di queste mi porta una sensazione negativa di questi popoli.
E’ tempo di cominciare ad organizzare!
Dopo aver chiesto all’ACI di Bologna, le agenzie di periferia non sapevano nemmeno che paesi come Siria e Giordania esistessero, mi attivo per preparare: carnet de passage en douane (c’è chi dice che non te lo chiedono, ma dato che è obbligatoio per quale motivo rischiare solo per risparmiare due soldi)rinnovo del passaporto, patente internazionale, visto della repubblica araba di Siria da ottenere per forza all’ambasciata in Roma e non in frontiera e ultimi, ma non meno importanti, tutti i vari vaccini (epatite A+B, antitifica e antimalarica).
Se qualcuno crede che sia difficile preparare ed ottenere questi documenti si sbaglia, è solo un po’ dispendioso ed impegnativo, ma veramente appagante una volta raggiunto lo scopo.
Veniamo ad oggi; tutti i documenti sono pronti, il biglietto del traghetto per me e i biglietti dei voli per la Silvia sono pronti, la moto è pressochè definita nel carico e nella preparazione colplessiva.
Il viaggio previsto, puramente in linea teorica, dovrebbe, dopo essere sbarcato a Cesme, portarmi ad attraversare tutta la Turchia da ovest a Est senza soste se non quelle tecniche e farmi entrare in Siria a nord di Aleppo.
Qui atterrera’ Silvia, la mia fidanzata, con un volo da Roma, e mi seguira’ fino a Il Cairo, dove si imbarchera’ nuovamente alla volta dell’Italia.
Da Aleppo ci dirigeremo verso l’Eufrate, che seguiremo fino ad un bivio in prossimita’ di un grande bacino artificiale a circa 80 km dal confine iracheno, da qui alla volta di Palmyra e giu’ verso Damasco.
Il viaggio proseguira’ verso sud fino ad Aqaba, dove un traghetto ci portera’ in Egitto. Proseguiremo alla volta del monastero di Santa Caterina ad oltre 2000 nel centro della penisola del Sinai; poi verso sud a sharm per imbarcarsi verso Hurghada e da li’, seguendo la linea costiera fino a Marsa Alam.
Il progetto prevede di arrivare fino a Assuan, da dove parte una strada di 280 km completamente nel deserto senza attraversare nessun centro urbano o aree di sosta, alla volta di Abu Simbel, porta verso l’Africa piu’ impenetrabile. Questa è la parte con l’incognita maggiore, per diversi anni, negli ultimi tempi, questa strada è stata vietata alla circolazione del turismo causa gli attentati e le bande di predoni che sconfinano dal Sudan. In verita’ ora non conosco l’esatta situazione, lo imparero’ ad Assuan…
Ad ogni modo risaliremo il Nilo fino a Il cairo, passando per Luxor ma evitando glia ltri centri urbani maggiori.
Qui Silvia mi lascera’ per tornare a badare ai nostri filgi a quattro zampe mentre a me resta il compito di ritornare a casa.
Prevedo la strada piu’ breve possibile, che dovrebbe essere quella che attraversa il canale di Suez e poi la stessa fino in turchia. Da li non so ancora se riprendero’ un traghetto via Grecia, Italia oppure rientrero’ via Balcani; la mia scelta’ sara’ fatta in relazione delle mie condizioni, di quelle del mezzo e del tempo rimastomi.
IL VIAGGIO
Alla fine il momento è arrivato.
Mesi di attesa, di preparazione e anche mesi di timore, si dissolvono in scariche di adrenalina adesso che sono in viaggio verso il porto.
Subito veniamo accolti da quello che sara’ il motivo ricorrente del viaggio, le code e le attese doganali.
Molto nervosismo aleggiata le persone che, insieme a noi, è costretta ad ore di fila per il controllo passaporti, per l’imbarco, per recuperare i documenti necessari a bordo della nave e in ultimo al controllo doganale turco, tutt’altro che celere.
Ora che mi trovo su una terrazza in una comoda pensione di Cesme, cullato dai suoni del paese e da una piacevole brezza fresca, la voglia di partire e dedicare anima e corpo al viaggio è fortissima, non so se questa notte riusciro’ a riposare come le scorse.
Un’altopiano infinito, interrotto a tratti da dolci colline coltivate, questo a far da cornice ad un traffico veramente caotico ed eterogeneo. Sulla stessa strada, non esistono autostrade osimili in questa zona della Turchia, si possono incontrare con le stesse probabilita’ camion ultimo modello e carretti trainati da asini caricati all’inverosimile.
Ogni volta che ci fermiamo un piccolo drappello di curiosi viene a vedere le nostre moto e sapere da dove veniamo, per tutti la reazione è di gioia; che bello poter ancora avere a che fare con gente come questa.
Ad attenderci a Konya questa sera era un bel temporale e a giudicare dalla vegetazione secca e le strade allagate, questo sembra essere un’evento fuori dalla norma, almeno in questo periodo dell’anno.
Entrare in una citta’ musulmana è un’esperienza affascinante, alte svettano le moschee e il richiamo alla preghiera della sera da parte del muezzin è ipnotico.
Nella tranquillita’ della prima parte del viaggio, ripensando a parole spese dal nostro presidente del consiglio (cito a memoria, mi sia perdonata l’eventuale inesattezza “L’occidente è una civilta’ piu’ evoluta dalla quale il mondo islamico dovrebbe trarre esempio”)mi sono reso conto di quanto, in realta’, queste parole siano errate.
Ovunque tu ti trovi, in paesi come questi, c’è sempre qualcuno disposto ad indicarti la strada, a cambiare il suo tragitto se non capisci ed accompagnarti, disposto ad offrirti la sua ospitalita’, a volte anche oltre ogni aspettativa.
Questo atteggiamento si faceva piu’ rilassato, spontaneo, man mano che mi allontanavo dalle rotte turistiche ed è stato bello vivere in totale rilassatezza momenti insieme a questa cultura.
Ora mi trovo a 20 km dal confine Turco-Siriano e comincio ad assaporare l’aria che da tanto tempo ho desiderato. Viaggiare via terra e lasciarsi coinvolgere da cio’ che ti circonda è un’esperienza unica, il solo modo forse, di vivere fino in fondo il viaggio.
Oggi, il terzo giorno di viaggio dopo lo sbarco del traghetto, è dedicato all’attraversamento della prima frontiera, giornata quindi alla scoperta dell’ignoto, di un piccolo mondo, con degli schemi tutti da scoprire, delle strane alchimie non sempre facili da intendere ed assecondare.
Sono a Reyhanli, paese 60 km ad est rispetto alla caotica Aleppo, la grande metropoli settentrionale siriana.
Mi è descritta come un’operazione lunga e complessa ed in effetti la prima sensazione è proprio questa. Poi pero’ il solerte faccendiere sbuca dal nulla e si incarica di fare tutto lui, a fronte di ragionevoli mance che a detta loro dovevano venire dal mio cuore…
Non sarebbe male, penso, provare a capire cosa questo strano soggetto fa con i miei documenti, quindi lo tallono e il mistero è svelato.
Non esistono file odinate e procedure standard da seguire; la fila corrisponde ad una mezza luna di gente intorno ad una finestrella e chi ha il braccio piu’ lungo passa avanti e le procedure sono da fare tranquillamente in ordine sparso, compra il visto, timbra il passaporto, passa l’ispezione del mezzo, fai l’assicurazione, porta il carnet ad un primo ufficio, portalo ad un secondo che strappa il cedolino e ti sorride dicendo “finish”
Quando va bene un paio d’ore per uscire da un paese e altre 2 per entrare in quello dopo.
In verita’ anche in frontiera si è fatto tante belle chiacchiere, il piu’ delle volte con tassisti che facevano la spola quasi quotidianamente per fare il pieno nel paese con maggiore convenienza.
(ad esempio in Turchia costa come in Italia mentre in Siria costa all’incirca 0.4 usd)
E’ il sette agosto, domani comincia il viaggio con Silvia, che mi ha raggiunto ieri in aereo da Roma, ci troviamo in un vicolo di Aleppo intenti a consultare, e non capire, la mappa nel tentativo di districarsi nel dedalo di vie della parte vecchia della citta’; ad un certo punto da una piccola porta sbuca un ometto che si offre di aiutarci a meglio comprendere la nostra poizione. Dalla porticina escono uno, poi due fino a otto bimbi e ragazze incuriositi dalla novita’… Senza dilungarmi troppo questa sera siamo rimasti a cena da loro e poi siamo andati in giro in 14 con il loro pick up per la citta’ .
E’ stata un’esperienza magnifica, una serata a confrontare le varie abitudini, dalla religione alla semplice quotidianita’ aleppese.
La mattina seguente rompo gli indugi molto presto, voglio viaggiare il piu’ possibile al fresco e alle sette siamo gia’ in strada in direzione di Apamea, importante stazione commerciale fin dal III secolo a.c. situata sulle colline occidentali che si affacciano sulla valle del fiume ribelle, l’Oronte, l’unico in Siria a scorrere da sud veso nord.
Si dice che queste rovine siano seconde per bellezza e maestosita’ solo a Palmyra in questo paese.
La temperatura è notevole, supera i 40 gradi senza difficolta’, ma il clima secco fa si che basti riposarsi all’ombra di un’albero per recuperare le energie, cosi’ nel pomeriggio riusciamo a visitare anche Krak des Chevaliers, un centinaio di km a sud di Apamea.
La notte la passiamo ad Homs, terza citta’ per grandezza del paese senza attrattive se non l’immenso impianto di raffinazione del petrolio.
Nonostante cio’ la scelta è caduta su questa citta’ per la sua posizione, esattamente sul crocevia tra la grande arteria che taglia il paese da nord a sud e quella che passando per Palmyra giunge fino in Iraq.
Credevo che guidare in questi paesi presentasse difficolta’ principalmente per le indicazioni stradali, scarse e in arabo. Mi sbagliavo di grosso, perché oltre a queste due caratteristiche si aggiunge il traffico folle e il fondo stradale molto vicino ad un percorso ad ostacoli…
Sentimenti contrastanti oggi visitando Palmyra e leggendo di cio’ che in passato rappresento’.

Palmyra nuova e vecchia

 

Tento di immaginare la sua magnificenza, la sua dimensione quasi 2000 anni fa e inorridisco davanti ai maltrattamenti che questi pochi ricordi subiscono ogni giorno, le sporte dell’immondizia ovunque nel sito, i venditori di bibite che si aggirano tra le rovine in motorino e in ultimo la strada di grande comunicazione che passa proprio tra il maestoso tempio di Bel e la porta principale che si apre sul cardo dell’antica citta’.
Pensare che gli archeologi hanno perfino detto che è solo questione di tempo e le vibrazioni causate dai grossi camion che passano a decine ogni ora sono destinate a far cadere la chiave di volta che a malapena si regge in piedi, gia’ puntellata in tempi non lontani.
Non voglio nemmeno pensare al teatro, magnificamente conservato e violentato da un restauro che nemmeno la parrochhia del mio quartiere subirebbe, tutto solo per insignificanti manifestazioni.
Al tramonto, dalla fortezza araba che sovrasta la cittadina, eretta nel XVII secolo l’atmosfera che si respira è indescrivibile.
In lontananza il richiamo alla preghiera, il vento bollente e il sole ormai basso all’orizzonte che tinge tutto dei colori dal giallo al rosa hanno trasformato questo momento in uno dei piu’ forti ricordi di questo viaggio.
Intorno a me solo deserto, fino al tremolante orizzonte.

La cittadella che sovrasta le rovine di Palmyra

10-08: Quello che ci aspetta oggi non è un programma leggero, vogliamo guadagnare un giorno sulla tabella da dedicare all’Egitto.
Alla sveglia delle sei il sole è gia’ altro nel cielo ed un forte vento da nord mi fa pensare che non sara’ cosa troppo facile percorrere i 240 km in direzione ovest che ci separano da Damasco. Ed è proprio cosi’, gia’ dopo un’ora di viaggio i muscoli indolenziti del collo gridano per lo sforzo necessario a contrastare il vento, meno problemi invece per la moto, i quasi cinque quintali sono ben stabili e l’unica accortezza è quella di non superare i 90 chilometri orari.
Avevamo deciso precedentemente di evitare la capitale Damasco perché il tempo era poco e non avevamo piu’ intenzione di dedicare tempo al caos delle grandi citta’ e in quanto a caos il semplice passaggio nella periferia per raggiungere il confine con la Giordania ci fa capire che nella valutazione non avevamo affatto sbagliato!! Il traffico milanese a confronto è un parco giochi per bambini…
Per una volta decidiamo di seguire il consiglio della guida e di attraversare il confine su una strada secondaria, piu’ precisamente tra der’a e Ramhta, due cittadine ad Ovest della grande via di comunicazione che collega Damasco ad Amman costantemente intasata da mezzi pesanti.
Qui il traffico è scarso e composto solmente da auto, il posto ideale per comprendere i complessi doveri doganali.
Nonostante tutto si sia svolto senza lunghe code ne’ tantomeno intoppi abbiamo impiegato oltre due ore per il passaggio, e speso ben 33 JD ( 1 JD = 1.16 € ), decisamente caro per queste regioni.
Raggiungiamo Ajilun, un paese sulle alture che si affacciano sulla valle del fiume Giordano a 1200 mt di quota. La temperatura è fantastica, un fresco vento mitiga quello che rimane di questa lunga giornata e se guardo fuori dalla finestra riesco a vedere in lontananza i territori della West Bank.
11-08: Anche oggi il programma è decisamente serrato. Bellissima la visita alle rovine romane di Jerash che per stato di coservazione sono di gran lunga meglio di Palmyra. La cultura giordana in tal senso è completamente differente, ad occhio profano la cura nel recupero è molto piu’ marcata e la conservazione dei reperti molto piu’ rigorosa e ordinata, qui ad esempio non esistono immondizie tra le rovine.
In questo, ma anche in tanti altr comportamenti questi due stati confinanti assumono atteggiamenti completamente differenti; ad un traffico caotico ed estremamente indisciplinato della Siria (indisciplinato per i nostri standard, qui pare funzionare tutto alla perfezione) si contrappone un traffico ordinato anche nelle immediate vicinanze di Amman e una cura delle strade e della segnaletica assolutamente adeguata allo standard europeo.
A scagionare parzialmente i primi pero’ bisogna dire che il tenore di vita appare molto piu’ basso e il parco mezzi circolante molto piu’ scadente. (solo una bassa percentuale di vetture appartiene al XXI secolo).
Il viaggio prosegue in direzione sud passando per il Monte Nebo è giu’ per tuffarsi nell’insopportabile caldo della depressione del Mar Morto.
Mi fermo alle propaggini piu’ a nord del mare e guardo verso ovest, in direzione dei territori occupati, gli elicotteri da guerra, quelli che molti di noi vedono solo nei telegiornali, pattugliano il cielo armati fino ai denti, check point ovunque lungo le strade, a pochi chilometri c’è la guerra, la gente muore, e chi non muore certo non ha vita facile. Tutto questo ora è anche sotto i miei occhi, sono molto confuso.

Il Mar Morto e la sua sacca di umidita’ a 50 gradi

Risalgo le montagne a sud del mare verso la fortezza di Kerak e poi deserto fino a Petra. Da Little Petra il tramonto è un’incanto, il silenzio è quasi fastidioso dopo 500 km e una giornata di viaggio.
All’apparenza queste montagne sembrano inaccessibili, completamente inospitali e invece qui per migliaia di anni popolazioni hanno abitato e prosperato ed ancora ora una piccola comunita’ beduina sopravvive alla modernizzazione e alle pressioni ad abbandonare queste montagne.
Non tanti anni fa il defunto re Hussein obbligo’ la comunita’ che abitava Petra e le montagne circostanti ad abbandonare le proprie caverne, offrendo in cambio case moderne ognuna con terreno coltivabile, offrendo inoltre servizi come la scuola e un piccolo ospedale. La maggior parte degli abitanti, se pur riluttante, si trasferi’, ma ancora oggi lo zoccolo duro resiste ed abita nelle antiche caverne.

Il monastero all’interno di Petra

Il passaggio tra Giordania e Egitto è cosa tutt’altro che semplice e per questo merita qualche parola in piu’.
Arriviamo verso le nove nel terminal partenze del porto di Aqaba e subito ci scontriamo con l’intricato labirinto doganale.
Comprare la “DEPARTURE TAX” per ogni persona e per la moto, timbrare i passaporti, andare nella sezione customs della dogana, staccare dal carnet de passage la volee de sortie e dopo aver fatto tutto cio’ (senza nessuno che parlasse inglese e fosse in grado di aiutarci), con una faccia da turista angelico (ma con due palle grosse come una casa) farsi largo tra la solita mezzaluna di barbabietoloni vocianti e agitati a spallate per ottenere il biglietto del traghetto è stata solo la parte semplice del trapasso, un viaggio nel viaggio mi attende a Nuweiba, porto di arrivo del traghetto, in Egitto.
La frontiera di questo paese è quanto di piu’ complicato e incomprensibile ci sia in termini di burocrazia applicata allo spreco di persone. Non credo di essere in grado di trovare parole per descrivere il processo, basti pero’ sapere che mi sono dovuto affidare ad un ufficiale della polizia turistica, che con solo 20 dollari mi ha fatto strada tra gli oltre venti uffici necessari a completare le formalita’. Alla fine ero traumatizzato…
I venti dollari in Egitto sono tutt’altro che pochi, almeno 10 volte quello che mi è costata la Turchia, ma senza di lui oggi sarei ancora sulla banchisa del porto alla ricerca del processo giusto.
Ora pero’ la moto ha un targa egiziana e un libretto di circolazione tradotto in arabo il che significa che anche questa è fatta!
Siamo gia’ al 18 agosto ed i cinque giorni di assoluto relax in un piccolo ed economico resort sul Mar Rosso sono stati decisamente un toccasana..
Abbiamo avuto modo di riposare, di godere delle gioie della moto insieme al lusso della vacanza esotica, inoltre abbiamo avuto tempo per acclimatarci, qui le temperature superano i 45 gradi la mattina alle nove con un’umidita’ altissima e sottovalutarle sarebbe stato un grave errore; benediciamo il condizionatore in camera…

Parco Ras Mohammed

Un caldo infernale, il nastro di asfalto nero, lucido all’implacabile sole perde consistenza all’orizzonte ed intorno a noi solo sabbia e roccia per molte decine di chilometri poi sentiamo la temperatura scendere sensibilmente, mentre la strada sale verso il villaggio di Santa Caterina.
Troviamo ad attenderci un paesello quasi addormentato, verdissimo in contrasto all’asprezza del paesaggio circostante, formato da alte montagne completamente rocciose e inospitali.
Siamo a 1200 metri sul livello del mare, da qui partono le escursioni per il Gebel Musa (monte Sinai in Arabo) e per il piu’ difficoltoso Gebel Catharina, la vetta piu’ alta della penisola del Sinai.
Questa notte il nostro albergo è un panno sulla sommita’ del Musa, a 2200 metri, l’obbiettivo è veder nascere l’alba del giorno dopo sulle catene montuose desertiche. Una simpatica guida beduina ci vede salire e ci accompagna per un tratto senza propinarci nessun servizio, scettico fatico a dargli corda, ma man mano che passa il tempo e ci avviciniamo alla sommita’, mi rendo conto che in effetti questo simpatico ragazzo non ha intenzione di vendere nulla, ma solo di conversare. Splendida la serata, chiacchiere a lume di candela in una parte della cima non raggiunta dai turisti e riparata da uno spuntone roccioso che ne nasconde la vista e la isola dai rumori.
L’alba purtroppo è ben altra cosa, la vetta’ è invasa da turisti vocianti e l’atmosfera creata dal sole che nasce è parzialmente incrinata da questa folta presenza. Pazienza, la fortuna è che questa gente è arrivata solo alle 5, e la parte piu’ bella, la notte, l’abbiamo passata in perfetta solitudine.
Quest’ultima pero’ si è rivelata decisamente fredda e a stento abbiamo trovato conforto nelle pesanti coperte che ci ha offerto Ibrahim, il simapico beduino chiacchierone.
La discesa la facciamo seguendo la via degli scalini, molto ripida e piuttosto faticosa, ma decisamente veloce, tanto che in meno di un’ora siamo alla moto pronti per riprendere il viaggio verso Il Cairo.
La giuda Lonely Placet definisce la guida nella capitale come un’esperienza non adatta ai paurosi e agli insicuri, io invece penso che in questo caos ci sia una sorta di ordine.
Sembra difficile da comprendere, quasi un paradosso, ma basta assuefarsi, lasciarsi trascinare dai suoi usi e tutto assume una logica. Il freno è disprezzato in favore del clacson e mettere fuori la mano invece che la freccia è molto piu’ efficace. Basta poco, segnala la tua intenzione e muoviti con decisione, difficilmente cosi’ facendo si incontrano difficolta’.
La palma d’oro dei disagi la conserva saldamente Aleppo. Qui i segnali sono quasi sempre anche in inglese, e il Nilo offre un punto di riferimento impossibile da fraintendere..
Siamo alla visita delle piramidi e l’unica volta che mi sono fidato di un’egiziano, sono stato giustamente raggirato.
Due cammelli inutili, una guida che nemmeno la macchina guida, abituata ala turista che ride giulivo quando fa le foto con le mani ad arco sopra le piramidi o cose simili, per fare tre ore di “escursione” sono stati il peggior investimento del viaggio. Un esperienza che terro’ a mente per il proseguo del viaggio e anche per il futuro.
Certamente maestose e imponenti oggi queti capolavori dell’ingegno umano, complice la condizione descritta prima, non sono state in grado di trasmettermi tutto il loro fascino intriso di misticita’, prima di andarmene dal Cairo ritornero’ alla mia maniera, ossia “turista fai da te”.
Il Cairo non è una citta’ ospitale. Sembra essere piu’ ordinata e pulita delle sue sorelle mediorientali, basta pero’ muoversi un po’ per rendersi conto che i lati negativi ce li ha anche lei, eccome; sporcizia ad ogni angolo della stradae in ogni anfratto seminascosto un fortissimo odore di urina si mescola a quello della sporcizia, dando vita a nauseabondi cocktail.
Passeggiando lungo le sue vie si è invasi da una cacofonia di suoni: stridore di freni, faticose accelerazioni di decrepiti taxi fumanti e clacson di ogni genere invadono la mente e non ne permettono pensieri lucidi.
Anche gli abitanti non hanno nulla in comune con la gente che ho conosciuto nei giorni passati, sono per lo piu’ scontrosi, a volte perfino strafottente ed i pochi apparentemente cordiali si sono rivelati tutti abili commercianti in cerca di clienti da spennare. Un episodio tra tanti mi ha colpito:
stavamo passeggiando in Kurnis an Nil, la strada che costeggia il Nilo sul lato orientale di fronte alla Cairo Tower, situata sull’isola di Gezira, nostra destinazione. Erano le 12.30 di sabato, giorno di festa e preghiera, ma meno importante del venerdì e quasi tutti gli esercizi erano aperti, quando un uomo di mezza eta’ distinto ci avvicina. Il primo giudizio non mi rivela nulla di fastidioso o che mi consigli di evitarlo, con il quotidiano sotto il braccio e un ottimo inglese attacca con i soliti convenevoli. Raccontiamo che vogliamo vedere la citta’ dall’alto e per questo stiamo andando alla torre, ma lui ribatte che nei giorni di preghiera questa chiude dalle 12 alle 14 e quindi ci invita a fare due passi insieme a lui nel quartiere qui vicino, il garden center. Perché no, cosa potra’ mai succedere? Succede che pochi minuti dopo ci tira nel suo negozietto e comincia con il solito gir dei profumi naturali, dei papiri e di tutti quei souvenirs che io non comprerei nemmeno se avessi un container a disposizione…
Questa volta pero’ la solita litania non ha sortito nessun acquisto, e siamo pure riusciti a scroccare una pepsi! Resta pero’ l’amaro in bocca di aver subito un’altra delusione da queta gente, tutt’altro che semplice e priva di malizia.
Non vedo l’ora di riprendere il mio viaggio ed allontanarmi da questa grande, caotica, inospitale citta’.
Una realta’ completamente diversa mi aspetta fuori dalla capitale egiziana, in direzione sud nella valle del Nilo verso Luxor. Le auto scompaiono quasi completamente, cedendo il posto ai carretti trainati da asini scheletrici, le campagne sono lavorate dai buoi e dagli uomini, non esistono macchine agricole se non vecchi motori diesel che pompano l’acqua nei canali dei campi, il cemento delle case si trasforma in fango e i tetti sono in paglia, pochissime sono le abitazioni in cemento o che abbiano porte e imposte alle finestre.
Dopo la grande oasi di Al Faioum ad uno dei tanti check point, frequenti in ogni parte del medio-alto Egitto vengo fermato e mi viene assegnata una scorta armata. Parlando con le persone del posto le idee che mi sono fatto sono due, relativamente a queste scorte. Il clima in questa zona non è piu’ sereno come altrove, la gente ora appare ostile, non apertamente nei miei confronti, ma al nostro passaggio spesso si scaglia contro i militari. Piu’ di una volta sono passato in mezzo a gruppi di persone che litigavano e manifestavano, ma non ho capito contro cosa. La protezione è indubbiamente molto rassicurante, al passaggio nei villaggi le armi erano spianate e a sirene siegate si passava sempre a tutta velocita’, ma credo anche che queste scorte abbiano anche il secondo fine di limitare la liberta’ del turista, non consentendogli di ficcare il naso dove non deve, non solo per questioni di sicurezza personale. Una sorta di “i nostri panni sporchi ce li laviamo noi”.
Questa è una teppa estremamente tediosa e impegnativa da oltrepassare ad una sosta forzata ogni 10 km per il cambio scorta si aggiunge anche un manto stradale a dir poco stravagante, dal largamente diffuso sterrato alle migliori soluzioni dell’asfalto liscio e scivoloso come il ghiaccio con a volte solchi provocati dal continuo passaggio profondi anche venti centimetri..
Quindici ore, 750 km, ma alla fine Luxor è raggiunta. Sono estremamente provato, ora è l’una di notte, ma salendo sul balcone dell’albergo il panorama è da mozzare il respiro, questa volta mi sono concesso il lusso di un quattro stelle in riva al grande fiume, avreste dovuto vedere le facce alla reception quando alla prenotazione che avevo fatto nel pomeriggio hanno associato la mia brutta e sporchissima faccia…
Suggestiva la valle dei Re, i 45 gradi dell’ora di pranzo sono anche un ottimo deterrente per le masse di turisti migrati fino qui da Hurgada.
Finalmente riesco a visitare le tombe in perfetta solitudine, lasciandomi trasportare un po’ dall’aura di misticita’ che traspira da ogni roccia, da ogni iscrizione sulle pareti dei cunicoli che conducono alle tombe.
Alle 18.00 esatte il convoglio parte da Luxor per riportare a casa le decine di autobus turistici colme di turisti che hanno dedicato la giornata a questa cittadina (in Alto Egitto non muovi un passo senza i soliti militari alle costole). Definire folle questa tappa è solo riduttivo, impossibile spiegare la gara che si innesca appena si imbocca la via nel deserto. Bestioni da 50 passeggeri che mi superano a 140 all’ora se solo mi stacco di due metri da quello che mi precede, a fari spenti.
A Safaga, dove finisce il viaggio in gruppo seguo un pullman che sono certo si dirige a Hurgada (avevo parlato con l’autista in una pausa nel viaggio), questo si butta a tutta velocita’ su uno sterrato, io non vedo nulla, ma non posso lasciarmi distanziare troppo, non conosco la strada e le indicazioni sono completamente assenti, superiamo abbondantemente i 100 all’ora e io guido alla cieca seguendo con il cuore in gola i due piccoli fanali posteriori nella nuvola di polvere sollevata. Ad un certo punto la strada si fa migliore, e quando diventa asfaltata abbiamo superato i 140, continuiamo ad aumentare, ma io con la moto stracarica e la benzina a 80 ottani non riesco andare oltre i 160 all’ora; il pullman mi ha staccato e l’ho perso….
Mi fermo a riflettere, mi sono perso e non ho punti di riferimento, che fare? Proseguo su questa strada e finalmente intravedo le luci costiere e i primi resort in lontananza. Sono sulla via giusta, ora arrivare in Sharia Sheraton, la via principale di Hurgada è cosa fatta. Un’altra avventura a lieto fine, ho passato attimi in cui ho avuto paura, ma tutto cio’ rimarra’ nel mio cuore, questo è quello che ho sempre desiderato.
Il nastro d’asfalto corre veloce sotto di me, il rumore sommesso del motore mi giunge appena percettibile, rassicurante, intorno a me solo deserto a perdita d’occhio, rotto solo da qualche mulinello di sabbia creato dal vento.
Il viaggio di ritorno ora, superati gli ostacoli burocratici maggiori e non piu’ vincolato a mezzi di trasporto locali, procede molto in fretta e un senso di felicità mi riempie il cuore.
Felicità non dovuta al fatto di essere riuscito in cio’ che mi ero preposto, felicità per avere conosciuto culture nuove, culture per lo piu’ screditate dai nostri organi di informazione.
E la felicità piu’ grande sta nell’aver scoperto che sbagliano di grosso, che qui non sono tutti fondamentalisti che odiano il grande satana, sono al contrario popolazioni di grande dignita’ e meritevoli di grande rispetto da parte nostra, per loro la vita non è semplice come la nostra, loro devono faticare ogni giorno per cio’ che noi riteniamo essere dovuto, ad esempio per procurarsi il cibo. I bambini lavorano, tutti.
Popoli che mettono a disposizione tutto cio’ che hanno, dalla semplice indicazione stradale alla bibita ghiacciata regalatami nel pieno del deserto da un camionista siriano che ha visto che ero rimasto senza, solo in cambio di una stretta di mano e qualche parola.
Tutto cio’ mi fa riflettere su quello che ci viene quotidianamente somministrato, dai media, dagli urlatori come la Fallaci, da tutte quelle persone che giudicano e emettono sentenze senza nemmeno sapere di cio’ che parlano o senza curarsi dell’effetto che le loro parole hanno sulla gente.
E’ ormai un mese che manco da casa e la cosa che colpisce è che a mancarmi non sono le persone che mi circondano nel quotidiano, esclusi pochi cari e amici, ma sono solo le mie terre, i posti nei quali sono cresciuto e nei quali ho profonde radici.
Sono stati 11.000 km veramente appassionanti, 32 giorni vissuti appassionatamente come in un sogno. Giorni in cui è accaduto di tutto, dai tre giorni in nave verso la Turchia dove ho sentito di tutto (io vado….io faccio…. Io sono…) a quando mi sono perso tra i canali e le pannocchie della valle dell’Oronte (ho dimenticato la bussola) e per chiedere informazioni ho imparato il linguaggio dei gesti, dalle decine di ore di viaggio senza incrociare anima viva all’incontrollato caos metropolitano.
Molto di cio’ che ho vissuto non ha trovato parole ora, e probabilmente non le trovera’ mai, ma qui nel mio cuore ha un posto, un posto che nessuno mai gli togliera’.
“Papà, dove sei stato?”
“sono stato in un posto non tanto lontano, ma in questo posto le genti non guidano la macchina, hanno il carretto trainato dall’asinello, dove non esistono itrattori come quello del nonno e l’aratro è tirato dai buoi. Dove i bimbi non usano le scarpe e invece di portare a fare la passeggiata il cane portano le pecore. Questo posto si chiama Africa, ed è meraviglioso”

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