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South Africa di Piero Priorini

– Posted in: Africa, Africa Australe, Resoconti di viaggio

By Piero Priorini
Originally Posted Wednesday, January 25, 2012

 

South Africa

Ci sono viaggi che sembrano nascere sotto una buona stella e dispiegarsi poi secondo opportunità, tempi, forme ed incontri che si potrebbero definire ottimali. Altri, invece, sembrano essere sventurati sin dall’inizio e proseguire poi – sempre che proseguano – tra mille avversità, svantaggi e pericoli di ogni sorta.

Il nostro viaggio in Sud Africa non appartiene né alla prima né alla seconda delle due categorie ma, indubbiamente, quello che avrebbe potuto e dovuto essere il più tranquillo, sicuro e riposante di tutti i nostri viaggi in Africa si è rivelato fin da subito il più duro, il più sfigato e il più stancante tra tutti quelli fin’ora realizzati. Le cause sono molteplici e vanno ricercate in una errata progettazione iniziale (della quale mi assumo l’intero addebito) e in una valanga di eventi sfortunati – per altro, alla fine, sempre risoltisi positivamente) che ci hanno condotti spesso sull’orlo della disperazione.

Ma cominciamo dall’inizio e proviamo a procedere con ordine.

****

I primi di febbraio 2011, sotto la pressione dei ricordi nostalgici dell’ultima tranche della nostra Transafrica (Botswana, Namibia e Sud Africa), avevo coinvolto il mio amico Paolo all’idea di affittare due 4×4 a Johannesburg e, di lì, risalire attraverso il Kgalagadi Transfrontier Park, attraversare parte del Kalahari, raggiungere Maun e tornare a vistare insieme l’Okavango e la Moremi Game Riserve. Presto però scoprimmo che a febbraio, per agosto, le prenotazioni dei campeggi interni alle varie riserve erano già tutte esaurite. A malincuore dovemmo rinunciare al viaggio. Non volendo però perdere la prenotazione dei fuoristrada realizzata in anticipo per eccessivo zelo e, tutto sommato, incuriosito dal Sud Africa nord-orientale che non conoscevo, proposi al mio amico di spostare il viaggio alla fine del 2011; e considerata la non percorrenza del Kgalagadi in quella stagione, di visitare il Kruger, l’Umfolozi, la riserva di Santa Lucia e il Lesotho.

Così, con delle informazioni pregiudiziali, che si fondavano su una lettura superficiale delle guide in mio possesso e sulla limitata esperienza vissuta tre anni prima attraversando il Sud Africa occidentale fino a Cape Town, in fretta e furia preparai un itinerario di massima che, a causa di incalzanti impegni lavorativi, fino al giorno della partenza non fu più rivisitato.

Tutto, comunque, sembrava preannunciare condizioni di viaggio ottimali: il Gauteng e lo Swaziland sono in massima parte più che civilizzati, i parchi pullulano di animali e, infine, per la primissima volta in quindici anni di viaggi saremmo partiti di domenica e, dunque, un’intera giornata dopo aver chiuso il mio studio di terapia. Un lusso che non mi ero mai concesso. Tutti noi volevamo un viaggio all’insegna della rilassatezza e della tranquillità.

Il giorno della partenza, però, in Europa esplodono i primi freddi invernali e il nostro aereo, che proveniva dalla Svezia, a causa di forti perturbazioni fa scalo a Roma con un’ora di ritardo. Ci precipitiamo a chiedere ai responsabili della linea aerea se all’aeroporto di Addis Abeba, dove tutti noi avremmo dovuto fare scalo per cambiare aereo, ci saranno problemi per la nostra coincidenza che, guarda caso, è solo di un’ora… ma l’Ethiopian Line ci assicura che l’aereo per il Sud Africa rimarrà in paziente attesa. Il personale di terra, tuttavia, non aveva fatto i conti con la pignoleria e la rigidità del comandante pilota dell’aereo per Johannesburg il quale – approfittando della propria autonomia decisionale – risolve invece di decollare in perfetto orario, lasciando a piedi una cinquantina di persone che, insieme a noi, arrivano al transito con poco meno di un’ora di ritardo. Non ci sono soluzioni alternative: dovremo tutti attendere 24 ore ad Addis Abeba e prendere l’aereo del giorno dopo. La compagnia di linea si dimostrerà impeccabile, alloggiandoci in un albergo di primissima qualità e rimborsandoci di un terzo del costo del biglietto; ma noi abbiamo perso un giorno del nostro viaggio e, se vorremo rispettare le prenotazioni nei campsite del Kruger e dell’Umfolozi (maledette prenotazioni!), dovremmo subito correre a più non posso… e cercare di recuperare il tempo perduto. Il viaggio è iniziato male.

Di fatto restiamo un giorno ad Addis Abeba e ne approfittiamo per farla visitare a Paolo, Patrizia e ai loro due figli. La città, che ci era sembrata deludente già quattro anni fa, è rimasta tale e quale: dispiace dirlo ma, di sicuro, è una delle più brutte tra tutte quelle da noi visitate.

Il giorno dopo, finalmente, partiamo per Johannesburg e raggiungiamo il lodge dove avremmo dovuto restare due giorni per ritirare ed allestire le nostre 4×4 prima di partire alla volta del Kruger. Il primo giorno, però, lo abbiamo perduto in Etiopia. Proviamo ad anticipare i tempi dell’organizzazione, ma non è facile. Come se non bastasse mi si “impalla” il nuovissimo GPS Montana della Garmin – che Paolo riuscirà a “resettare” solo grazie ad un insperato contatto via mail con l’ufficio clienti della Garmin Italia – e, forse a causa della stress, subisco uno dei soliti attacchi di labirintite di cui soffro da diversi anni.

Eh sì… il viaggio non è cominciato affatto bene. Alla fine però ritiriamo le due Defender 4×4 allestite di tutto punto e, pur sempre con un ritardo mostruoso, alla fine partiamo.

I primi 350 chilometri scorrono veloci in un paesaggio ampio e piacevole ma che avrebbe potuto essere di un qualunque altro paese del mondo; anche se la vastità degli orizzonti, la scarsità di cartelloni pubblicitari, l’esuberanza e la diversità della vegetazione e la rarefatta occupazione demografica lasciano intravedere le antiche radici di questa terra. Alle 17 lasciamo l’autostrada N4 e puntiamo all’interno dei Drakensberg nel tentativo di raggiungere Pilgrim’s o almeno Sabie dove avremmo voluto passare la prima notte. Ma è già tardi. Non possiamo farcela. Dovremmo fermarci prima. Corriamo veloci lungo i primi ampi tornanti che attraversano queste stupende montagne. Io sono davanti e non mi accorgo che Paolo mi segnala con i fari l’esistenza di un comodo campeggio. Quando rallento e Paolo mi raggiunge abbiamo percorso già troppi chilometri per tornare indietro.

– Va bene… scusami – dico a Paolo – non ero attento. Ma andiamo avanti. Di sicuro ne troveremo degli altri. Al prossimo ci fermiamo.

Ci siamo dimenticati che, anche se la strada è asfaltata, sta per sopraggiungere la notte e che siamo pur sempre in Africa. Cominciamo a vagare tra le ombre della sera, superiamo paesi senza vita, malediciamo i pochi lodge “tutto esaurito” che incontriamo nella notte che si fa sempre più scura, e solo per miracolo, intorno alle 20, stanchi e disperati, troviamo un grazioso lodge che finalmente ci accoglie e ci ristora con una buona cena. La mattina dopo è tutta uno splendore di luce che esalta il verde brillante del parco nel quale facciamo colazione.

– Facciamo che la vacanza cominci oggi – mi dice Paolo con il suo consueto entusiasmo – Buttiamoci le avversità incontrate fin’ora alle spalle e “pensiamo positivo”. Ok?

È facile aderire nella cornice meravigliosa di quella mattinata.

Ripartiamo. Pochi chilometri e siamo nel cuore dei Drakensberg che scorrono verdi e luminosi ai lati della strada. Foreste di abeti e di betulle a perdita d’occhio, vallate silenziose, fiumi, pozze d’acqua azzurra, laghi, cascate. Non riesco a non pensare al coraggio e alla tenacia con cui i Boeri si spinsero oltre queste montagne con tutti i loro averi accatastati su enormi carri di legno tirati da quattro o cinque coppie di buoi. Mesi, se non addirittura anni di viaggio in territori sconosciuti, difficili, popolati da bestie feroci e da tribù allogene legittimamente ostili alla loro avanzata. Tutto pur di sfuggire all’asfissiante prepotenza e tracotanza della amministrazione britannica che, ovunque loro andassero, comunque li seguiva accampando poi diritti sulle terre che i Boeri avevano conquistato con tanta fatica.

La prima volta che visitai il Sud Africa ero molto prevenuto e infastidito nei confronti degli Afrikans. Il ricordo dell’odiosa apartheid che avevano imposto ai legittimi e più antichi abitanti di queste terre era troppo fresco e ingombrante per permettermi di comprendere davvero il fenomeno. Poi visitai la Namibia e il Sud Africa e, in un certo senso, compresi. Ora, non si confonda la mia comprensione con la giustificazione dell’apartheid. La mia condanna è rimasta la medesima, ed è totale ed assoluta. Ho solo preso atto di tutta una serie di circostanze che, in minima parte, attenuano il fenomeno. La storia umana è una storia di sopraffazioni! Un susseguirsi di eventi in cui le popolazioni più potenti hanno usurpato i territori, le ricchezze, le città e le donne dei più deboli. Fu così per gli Assiro Babilonesi, per gli Egiziani, per i Greci (si pensi ad Alessandro Magno) e per i Romani. Fu così per gli Inca e gli Aztechi. Lo è stato soltanto ieri per gli Americani nei confronti del popolo indiano. E continua ad esserlo per i moderni Cinesi nei confronti dei Tibetani, o dei Turchi nei confronti delle minoranze etniche del Medio Oriente. La prassi storica non può e non deve giustificare le sopraffazioni ma, di certo, dovrebbe parificarle. Gli antichi Boeri erano i figli di emigranti olandesi, francesi e tedeschi di fede calvinista che erano fuggiti dall’Europa a seguito di sanguinose repressioni nei confronti del loro credo. Erano uomini e donne duri, rozzi e ignoranti, animati da una fede cieca e assoluta – paragonabile all’integralismo islamico o a quella della Santa Inquisizione – che li contrassegnava come figli benemeriti di Dio ed eredi legittimi di una terra che sarebbe stata il loro paradiso. Con questa fede nel cuore e un desiderio ardente di libertà e di autonomia quegli uomini e quelle donne si allontanarono dalla colonia del Capo e dilagarono, a prezzo di sacrifici inauditi, nelle terre selvagge e sconosciute del nord.

Mentre le nostre auto sfrecciano veloci sui tornanti dei Drakensberg o quando ci fermiamo nelle aeree panoramiche per una piccola escursione o per una breve osservazione, la mia fantasia non può fare a meno di immaginare quelle genti attraversare questi valichi con i loro grandi carri, procedendo a ritmi lentissimi, dovendo cercare ogni volta la soluzione migliore per superare un declivio, un fiume o, quel che era peggio, far discendere ai carri una ripida scarpata. Il tutto difendendosi dagli animali selvaggi che allora affollavano la zona, combattendo, di fronte, contro popolazioni autoctone agguerrite e ben comandate, come l’esercito Zulu del grande Shaka, e alle proprie spalle contro l’esercito inglese che li inseguiva. In cuor mio sono convinto che la loro epopea sia stata molto più difficile, drammatica e avventurosa della conquista dell’ovest americano. Quando alla fine, dopo molto sangue sparso, i figli dei figli di quegli uomini si ritrovarono abitanti di una nazione moderna è comprensibile – ma non giustificabile, lo ripeto – che si chiudessero in una sorta di pretesa supremazia elitaria, a difesa di una terra che amavano più della loro vita e che – almeno secondo loro – gli era stata donata da Dio in persona.

I Drakensberg sono comunque davvero bellissimi e meriterebbero una giornata di visita in più. Ma è appunto quella che abbiamo perso in Etiopia e dobbiamo correre se vogliamo arrivare in tempo a Phalaborwa prima che chiuda il Gaite centro-occidentale del Kruger.

A malincuore lasciamo un ennesimo belvedere, montiamo in auto e… il mio Defender non parte! Kazzo!… Il quadro si accende, le batterie sono entrambe cariche, perché non parte? Apriamo il cofano e controlliamo il motore. Sembra tutto a posto, ma l’auto non si accende. Forse è il motorino dell’avviamento che, a volte, quando è rovinato, si ferma in un punto dove non fa contatto. Proviamo a spingere con la marcia innestata, ma l’auto è pesante e non si smuove più di tanto.

– Ok, Piero… proviamo con lo strop.

Apro la cassetta degli attrezzi, tiro fuori la cinghia, colleghiamo le due auto… e vai… sotto trazione l’auto si accende. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo. Con le auto ancora collegate spengo di nuovo il motore, aspetto qualche secondo poi provo a riaccendere: l’auto si mette subito in moto. Allora era il motorino di avviamento. Bisognerà tenerne conto e, per precauzione, fermarsi sempre in discesa. Montiamo tutti in auto e ripartiamo. Abbiamo solo poche ore per raggiungere il Kruger.

Prima di continuare il mio racconto, mi si permetta ora una breve digressione: essendo proprietario di una Toyota Land Cruiser e avendo partecipato a innumerevoli battibecchi scherzosi volti a confutare ai “roveristi” la funzionalità e l’affidabilità dei loro Defender, mi era sembrato corretto – in occasione di un viaggio in cui l’auto sarebbe stata affittata – togliermi lo sfizio di provare dal vivo la validità delle Rover. In fondo, quando ero stato bambino, il Defender della Rover aveva fatto parte dei miei sogni ad occhi aperti… e da uomo maturo, quando finalmente mi ero potuto permettere l’acquisto di un fuoristrada, solo le considerazioni tecniche di un amico esperto mi avevano impedito di acquistarne uno. Così essenziale, così aggressiva, così adatta ad essere allestita secondo le proprie necessità e i propri gusti. All’epoca vi avevo rinunciato con rammarico anche se, negli anni, ebbi più di un occasione di verificare la sua scarsa affidabilità. Ciò nonostante, guidarne una non mia per venti giorni mi era sembrata un’occasione irrinunciabile.

Adesso so che mi inimicherò per sempre una buona parte dei miei lettori, ma quello che io e Paolo abbiamo subito compreso, guidando le nostre due Defender, è l’assurdità della loro esistenza nel mercato delle auto moderne. In verità, come psicologo e psicanalista junghiano io dovrei esserne contento… perché la messa in vendita e – soprattutto – l’acquisto di questi mezzi è la prova scientifica inconfutabile che il Mito è più potente di qualsiasi realtà. Il Defender è stato il primo vero fuoristrada degno di questo nome: piccolo, leggero, alto, con angoli di attacco e di uscita molto ampi, essenziale e nello stesso tempo molto semplice da allestire nelle più svariate modalità. Per decenni è stata la reggina incontrastata del deserto e dell’Africa tutta; e piloti temerari come il nostro Nino Cirani l’hanno portata alle ribalte mondiali realizzando più di un giro del mondo in totale Off Road. Qualunque bambino della mia, o delle precedenti generazioni se ha sognato di attraversare sabbie dorate e giungle fangose si è immaginato alla guida di poderose Defender.

Poi sono arrivati i fuoristrada giapponesi… e per le eroiche Rover non avrebbe dovuto esserci più alcuna possibilità di mercato. E invece, miracolosamente, la loro vendita è continuata: nonostante tutto, contro ogni logica o valutazione razionale; contro ogni interesse dell’acquirente, sia pure quello della propria sicurezza. E questo perché il Defender è un Mito! Una realtà immaginifica che ancora parla all’anima dell’uomo. Un credo irrazionale, una fede cieca, una potente religione contro la quale ogni discorso è inutile.

L’auto che ho affittato in Sud Africa ha solo due anni e 160.000 chilometri (una miseria se paragonati ai 12 anni di anzianità dalla mia “Chicca” e ai 280.000 km da lei percorsi in Africa senza mai fermarsi per un problema)… ciò nonostante continuerà a non accendersi quando meno me lo aspetto, andranno in corto circuito fari, abbaglianti e frecce, il motore andrà in surriscaldamento bruciando tutto il liquido di raffreddamento e gli si spezzerà di netto un morsetto della batteria. Ma al di là di tutto questo io e Paolo prenderemo atto della scomodità dell’abitacolo, della non agibilità dei finestrini, della pesantezza della guida, del calore che fuoriesce dal vano motore e invade l’abitacolo e – cosa più inquietante e assurda di tutte – della smisurata ampiezza del raggio di sterzata. Ad ogni manovra obbligata, nei parchi o nei parcheggi, il coro delle nostre ingiurie si eleverà alto e solenne a sottolineare una incongruenza inconcepibile nel regno della attuale tecnologia. Non riesco a immaginare come facciano i proprietari di queste auto a girare soddisfatti e sorridenti per una città come Roma o Milano… Ma, probabilmente, nessun sacrificio sembra tale, o eccessivo, a chi sperimenta la realizzazione di un sogno.

Chiedo sinceramente scusa a quanti si siano sentiti offesi e… chiusa parentesi.

Correndo come pazzi entriamo nel Kruger Park avendo solo un’ora di tempo prima che si chiudano i cancelli del Letaba Rest Camp, situato a 60 km dal Gaite di entrata. Dentro il parco la velocità massima di marcia sarebbe solo di 50 km orari… saremo costretti a fare “i soliti italiani”. E lo faremo più che bene, considerando il fatto che perderemo almeno altri quindici minuti di tempo ad ammirare e fotografare il primo grande elefante che incontreremo, un gruppo sparuto di zebre e due bellissime e irrinunciabili giraffe.

Alla fine, arriveremo al Letaba solo con pochissimi minuti di ritardo. E qui rimaniamo basiti. Diversamente da tutti gli altri paesi africani – nei cui parchi è possibile accedere o usufruendo di lodge costosissimi e super-lusso o in campeggi che più spartani non si potrebbero immaginare – il Sud Africa, invece, ha fatto una scelta popolare. Nella maggior parte dei parchi le piste sono sterrati ben tenuti e i campsite hanno deliziosi bungalow a costi accessibilissimi con tanto di ristoranti a buon mercato. Il risultato è che noi, che eravamo attrezzati per un raid estremo (due tende sul tetto, cucina da campo, tavoli e sedie con tanto di campingas, ci siamo trovati circondati da vacanzieri comodamente alloggiati nei bungalow, nei campi tendati oppure in grosse roulotte con tanto di veranda e camper giganti. Ci siamo subito sentiti molto stupidi e, come spesso accade quando fatica e impegno si rivelano superflui, poco propensi a sbatterci per montare e smontare il campo due o più volte al giorno.

Comunque, facciamo buon viso a cattivo gioco: nei parchi faremo campo, fuori si vedrà…

Il Kruger è una riserva immensa e, tutto sommato, con ambienti naturali molto diversi. Bellissime le valli fluviali e le piccole praterie aperte che, come isole verdi, ampliano l’orizzonte altrimenti ristretto dagli arbusti. In soli quattro giorni vediamo quasi tutti gli animali circolanti nel parco. Ci mancano solo i leoni. Per il resto avvistiamo addirittura un leopardo e due gattopardi. Ovviamente oltre a rinoceronti bianchi e neri, struzzi, giraffe, gnu, zebre, ippopotami, facoceri e una miriade di gazzelle e di esili ed eleganti springbok.

Su tutti giganteggiano gli elefanti che, più volte, ci regaleranno dei veri e propri show: sfilate individuali o di gruppo, lotte giocose nel fango, ingombro dispettoso e protratto della pista, sfide a orecchie allargate. Una meraviglia che non ci si stanca mai di contemplare.

Lasciamo il Kruger e ci inventiamo una variante sul progetto originale: scendiamo per lo Swaziland ma, anziché passare per la capitale, Mbabane, costeggiamo il Mozambico per rientrare in Sud Africa dall’estremo nord e così percorrere e visitare la “costa degli elefanti”, giù, giù fino alla laguna di Santa Lucia. Le piste della costa nord orientale si snodano su un terreno sabbioso e dunoso impreziosito da una vegetazione cespugliosa molto simile a quella mediterranea. La pista principale scorre da nord a sud tenendosi sempre a un paio di chilometri dall’oceano, ma alcune diramazioni portano direttamente sulla sabbia della costa. Ne scegliamo una a caso, arriviamo al mare e passiamo alcune ore a fare il bagno nell’oceano Indiano e a riprendere alcune donne locali che ripuliscono dei grossi molluschi – mai visti prima – dal guscio calloso simil-roccia nel quale si sono rintanati. Quando ripartiamo facciamo i numeri per risalire una grossa duna sabbiosa che ci sbarra il passo verso l’unica pista che, più ad ovest, si ricongiunge con l’asfalto. Ma non c’è nulla da fare… non passiamo. Non abbiamo alcuna voglia di sgonfiare le gomme per un’unica, stramaledetta duna di pochi metri e, alla fine, optiamo di proseguire lungo la pista che scorre parallela all’oceano fino a Santa Lucia. La pista è bella ma molto lenta… per fortuna, quando ancora mancano una quarantina di chilometri, troviamo una deviazione sulla destra che ci riconduce sull’asfalto. È già sera e, come al solito, è già troppo tardi quando, per fortuna, all’altezza di Mtubatuba, troviamo l’albergo di un italiano che, gentilissimo, ci ospiterà per la notte.

Il giorno dopo visitiamo Santa Lucia. La cittadina è un autentico incanto perché ville private, hotel, gasthaus, ristoranti e negozi sono letteralmente immersi in una vegetazione lussureggiante la cui esuberanza, però, non è lasciata al caso. Sembra di essere in una Amalfi equatoriale. Con un battello visitiamo parte della laguna e avvistiamo coccodrilli, ippopotami e aquile bianche di mare; poi, mentre Paolo e famiglia fanno una lunga passeggiata sullo stretto banco di sabbia che separa l’oceano dal delta del fiume che forma la laguna, io, Raffaella e Giulia torniamo verso Mtubatuba per cercare una nuova sistemazione per la notte.

Il giorno successivo entriamo nell’Umfolzi Reserve, uno dei parchi più interessanti del Sud Africa per il semplice fatto che, oltre a tutti gli altri animali, ospita 3000 esemplari di rinoceronti. Noi comunque vogliamo i leoni; gli unici animali mancanti al nostro bottino fotografico. Il primo giorno, in effetti, oltre agli elefanti, alle zebre e agli onnipresenti springbok, vediamo una quantità spropositata di rinoceronti. Ma noi – lo ripeto – oramai vorremmo solo i leoni anche perché domani sarà l’ultimo giorno di safari. Ci trasferiamo dall’Hiltop Camp al Mpila Camp e, il giorno dopo, iniziamo “la caccia”… Niente. Vediamo di tutto ma, dei leoni, nemmeno l’ombra. Siamo addoloratissimi, ma così è. Non c’è nulla da fare. Sul far della sera andiamo a fotografare un’ansa del grande fiume omonimo che attraversa il parco… e lì, sul greto del fiume, scopriamo una leonessa sdraiata di spalle, con la zampa posteriore alzata e immobile. Sembra morta… e comunque dista almeno cento metri da noi. Non è una bella vista. Dopo un breve conciliabolo sulla natura di ciò che stiamo osservando, decido di tornare al campo. Metto in moto, faccio due o trecento metri di pista quando Paolo mi richiama per radio:

– Ehi… la leonessa si è mossa. Tornate indietro…

– E dai Paolo, non ci prendere in giro.

– Non è uno scherzo… torna indietro. Si è mossa ti dico. Dai torna indietro.

Per nulla convinto faccio manovra, imprecando come al solito per la mancanza di sterzo della mia auto. Parcheggio al belvedere. La leonessa sembra sempre nello stesso punto e nella stessa posizione. Ci mettiamo a discutere animatamente tra noi quando, all’improvviso, la leonessa si alza e se ne va.

– Kazzo! Allora era davvero viva.

– Ve lo avevo detto io – rincara la dose Paolo.

In quel mentre arriva un’altra auto. Ne scende una signora. Si informa dell’accaduto e ci confida che a cinque minuti da li, su una pista secondaria, alcuni leoni e alcuni cuccioli stanno consumando il proprio pasto serale. Non fa in tempo a finire la frase che siamo già in auto e partiamo a tutto gas. Prima ci perdiamo in una pista fasulla, poi torniamo indietro e Raffaella forza il mio scetticismo sulla tempistica della situazione. In effetti il sole sta tramontando… ma ecco, in lontananza, altre due auto ferme sul bordo della pista. Ci avviciniamo, pianissimo… e lì, davanti a noi, a una cinquantina di metri, quattro o cinque grosse leonesse stanno divorando un bufalo. Ogni tanto compaiono i cuccioli che, probabilmente, allenano i propri dentini a strappare la carne. È uno spettacolo straordinario, come sempre, forse per l’assoluta innocenza della sua crudezza. Osserviamo e filmiamo il pasto per diversi minuti. Poi l’oscurità si infittisce e le altre due auto abbandonano la scena. Mi accosto a Paolo… ci guardiamo negli occhi e in men che non si dica ci accordiamo sulla marachella: giriamo le auto ed entriamo nel veldt puntando i fari sulla carcassa dello gnu e i suoi uccisori. È una bravata tra le più vietate. Se dovessero scoprirci ci farebbero una multa salatissima. Ma è notte e sulle piste non c’è più nessuno. Ci fermiamo a una ventina di metri dalle fiere che, per nulla disturbate, continuano il loro lauto pasto. Registro con la videocamera le più belle scene di tutto il viaggio.

Restiamo solo cinque minuti. Poi facciamo marcia indietro e cominciamo a correre verso il Mpila Camp sperando che non ci chiudano fuori. Dobbiamo percorrere dodici chilometri di parco. Dopo pochi minuti si guastano tutte le luci della mia auto e, proprio in quel momento, nel chiarore dei fari di quella di Paolo, un elefante maschio, adulto, enorme, mi si para davanti.

– Ecco – penso tra me e me – è arrivata la punizione divina.

Mi fermo. Lui prima mi guarda, minaccioso. Poi comincia a brucare l’erba del ciglio della pista.

– Se aspettiamo i suoi comodi… qui potremmo farci notte fonda… – mi sussurra Paolo alla radio.

– Vuoi andare avanti tu?… Ok!– rispondo alla fine – provo ad andare…

Faccio un metro e poi mi fermo. Il gigante non si muove. Ne faccio un altro e lui si sposta di poco nella boscaglia. Ancora un metro e torno a fermarmi. Lui penetra ancor più tra i rami del bosco. Ne guadagno un altro e… il pachiderma si fa definitivamente di lato. Tiro un sospiro di sollievo e, pian pianino, superiamo il pericolo. Poi ricominciamo a correre, sempre usufruendo dei fari di Paolo che, da dietro, mi illumina la pista. Arriviamo al Mpila che il cancello è ancora aperto. Entriamo, raggiungiamo il nostro bungalow e tra mille risate, per smaltire l’adrenalina, ci prepariamo i soliti spaghetti al sugo di olive. Abbiamo fatto l’en plein: nel carnet abbiamo tutti i più grossi e più begli animali dell’Africa.

I nostri safari sono definitivamente finiti. Continuando a scendere verso sud passiamo una mezza giornata a Shakaland. Un sito nel quale i gestori di un lodge di lusso hanno ricostruito il villaggio zulu del leggendario re Shaka che, verso la metà dell’800, non solo radunò le disperse tribù zulu in un’unica grande nazione, ma fu anche l’unico re indigeno che con il proprio esercito, armato di sole lance, sconfisse sul campo il temutissimo e agguerritissimo esercito inglese. Una visita guidata ci introduce nei segreti dell’antica cultura zulu e nei rituali che ne scandivano le giornate. Certo: tutto è ricostruito, ma la nostra guida zulu è una giovane donna dolcissima e molto preparata; ed essendo questo, esattamente, quello che in fondo ci aspettavamo, ne consegue una piena soddisfazione.

Proseguiamo il cammino, e commettiamo l’errore di puntare sulla costa, a Tongaat Beach nei pressi di Durban. La costa orientale del Sud Africa deve essere bellissima, ma siamo nelle feste di fine anno che, per gli Afrikans, sono l’equivalente delle nostre ferie di agosto. E dunque: tutti al mare! Tongaat è una copia ancor più sofisticata di Santa Lucia. Ville, ristoranti e hotel di lusso si contendono ogni centimetro quadrato del territorio, quasi soffocando la pur rigogliosa vegetazione sub tropicale. Non c’è un posto dove passare la notte neanche a pagarlo oro. Vaghiamo per ore mendicando un minimo spazio nei campeggi o nel giardino di qualche hotel. Otteniamo solo sguardi di sufficienza. Poco prima del tramonto fuggiamo dalla costa, montiamo sull’autostrada N2, aggiriamo Durban, prendiamo la N3 e di notte – con la mia auto sempre a i fari spenti e senza frecce – raggiungiamo l’interno del paese. Il giorno dopo, alle dodici, siamo a Underberg, la porta di ingresso sul Lesotho. Dobbiamo affrontare il Sani Pass, a quota 3250 metri, e poi continuare per altri sessanta chilometri fino a Mokhotlong. Tutto in fuori strada. Il tempo è nero pece. Io e Paolo abbiamo un piccolo diverbio. Mentre lui propone di proseguire, io preferirei fermarmi a Underberg e partire l’indomani mattina, magari molto presto. Partire alle 14 – perché le ore intanto scorrevano – mi sembrava rischioso… non volevo finire chissà dove, nella notte temporalesca, sempre senza fari. Alla fine, però, cedo alla sua insistenza e partiamo. Lo sterrato comincia a salire dolcemente: tra colline, prima, e montagne poi, sempre molto verdi. Le nubi nere e tratti di cielo azzurro fanno da sfondo. Sembra un paesaggio da fiaba. Superiamo la dogana tra i due paesi e continuiamo a salire su uno sterrato che si inclina sempre più. A tratti piove, poi esce il sole. È tutto magnifico. Superiamo piccoli guadi e, con le telecamere, ci riprendiamo l’un l’altro. Poi all’improvviso lo sterrato si verticalizza risalendo a zig zag, con stretti tornanti, il fianco della montagna. Blocco del differenziale e seconda ridotta. L’auto sale con fatica, slittando sui lastroni di roccia e pericolosamente vicino al ciglio dello strettissimo sterrato oltre il quale si apre un vuoto di centinaia e centinaia di metri. Ovviamente non c’è alcun guardrail o muretto di protezione. Su una curva, che devo affrontare tornando indietro perché il raggio di sterzata dell’auto è troppo ampio (maledetto Defender), provo a immaginare cosa succederebbe se incontrassimo un’auto in senso contrario. Scaccio il pensiero. Di fatto non incontriamo nessuno. Il Sani Pass, comunque, ha dato un senso all’affitto dei nostri fuoristrada; fin lì avremmo potuto viaggiare con una Fiat Punto.

Alle 16 svalichiamo, a 3250 metri, e facciamo dogana nel Lesotho. Il doganiere è uno spasso: sorridente, gentile, spiritoso. Ancora non lo sappiamo ma siamo entrati in un mondo incantato. L’attuale Lesotho è come un’isola posta nel cuore del Sud Africa ed è il risultato della fuga di alcune popolazioni bantù del gruppo Ngoni, anticamente residenti nei Drakensberg, di fronte all’avanzata incontenibile dei Boeri. Forse fu la difficile accessibilità del territorio che, in un primo tempo, protesse i Basothi (abitanti del Lesotho) dalle successive razzie ed invasioni. E il fatto che più tardi la nazione, grazie alla lungimiranza di re Mengdischebu ottenne lo status di protettorato inglese, le permise di rimanere indipendente dal Sud Africa e di non subire gli effetti nefasti dell’apartheid. Il risultato, ancora oggi è sconcertante: la popolazione basotha occupa la maggior parte delle numerose valli montane del territorio vivendo in piccoli villaggi di “capanne di pietra” con il tetto di paglia. Si occupano di agricoltura e allevamento del bestiame. I ritmi di vita sono rilassati, lenti e tranquilli. Tra di loro quasi non circola denaro ma si pratica una sorta di baratto. Nei casi di grave incombenza tutti aiutano tutti, gratuitamente, con una solidarietà sociale che dovrebbe far impallidire le nostre presuntuose civiltà moderne. L’ospitalità, l’allegria e la gioia di vivere dei Basothi ci contagiano fin dal primo momento e danno un senso e un significato ai giorni che passeremo in questo fantastico paese.

Il primo dell’anno 2012 finiremo a ballare con loro in una piccolissima corte di capanne davanti alle quali ci eravamo fermati per puro caso durante la nostra traversata. Siamo accolti con una spontaneità e una naturalezza inimmaginabili e, ovviamente, rifocillati e… ringraziati!!! Noi? Si proprio noi, per aver ballato con loro!

Siamo rimasti nel Lesotho quattro giorni, oscillando in continuazione tra i tremila e i duemila metri, respirando a pieni polmoni un’aria sempre fresca e pulita, godendo in pieno dei straordinari panorami che il paese offriva ai nostri occhi e del piacere di mille e più incontri, fatti di curiosità reciproca, scambi di regali e gentilezze.

Quando lasciamo Maseru – l’anonima e misera capitale del Lesotho – mancano oramai pochi giorni alla fine della nostra vacanza. Puntiamo su Bloemfontein, che ci delude fortemente, e alla fine decidiamo di anticipare l’arrivo a Johannesburg. Pensiamo possa valere la pena visitarla. Dopo la consegna delle due Rover troviamo un alberghetto in pieno centro e usciamo alla scoperta della città. Mai aspettative potranno essere superate più di così. La città è magnifica: in periferia i quartieri residenziali, con le ricche ville padronali di un tempo, sono immersi in un verde curato e ben assemblato. Al centro una congerie di palazzi dall’architettura improvvisata, come la musica jazz che è l’anima non troppo segreta della città. Palazzi bassi, color rosa shocking, sullo sfondo di modesti grattacieli di vetro. Ponti futuristici e classici a scavalcare i numerosi binari ferroviari che – come fossero un unico, grande fiume – attraversano il cuore della città. Palazzi austeri e solenni sotto i quali spiccano fermate d’autobus ultramoderne di rara bellezza compositiva. Case anonime ravvivate però da colori sgargianti. Negozi di amuleti e animali mummificati, assolutamente necessari per i riti magici. Giardini incantati ricchi di palme e tamarindi, marciapiedi delimitati da colonnine sormontate da statuine lignee, mercatini volanti di frutta e verdura dove la merce è esposta con cura ed estrosità. Tutta la città è pulita e ben tenuta. Roma, al confronto, potrebbe sembrare una discarica.

Insomma… il Sud Africa ci è sembrata una nazione moderna, consapevole della bellezza insolita ed originale dei suoi difformi territori, della ricchezza della natura e dell’ingente patrimonio rappresentato dagli animali che ancora la abitano. L’integrazione tra bianchi e neri si sta realizzando… lentamente, ma si sta realizzando. E tutti, bianchi e neri, sembrano abbastanza responsabili di fronte all’idea di dover lavorare insieme alla creazione di un diverso futuro.

Per tutti noi, che abbiamo anni e anni di Africa alle spalle, il viaggio è stato solo limitatamente soddisfacente, ma se dovessi consigliare qualcuno che non l’ha mai visitata in autonomia di sicuro gli consiglierei di cominciare dal South Africa, sull’itinerario da noi percorso. Limitatamente ai parchi affittando un’auto qualsiasi, prenotando bungalow, campi tendati e lodge. Mangiando nei ristoranti o nelle tavole calde. Volendo visitare il Lesotho invece, – e ne vale assolutamente la pena – affittando un comodo fuoristrada senza tende né altro.

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