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Transafrica Tunisi -Cape Town Attraverso Tunisia – Libia – Egitto – Sudan – Etiopia – Kenya – Tanzania – Zambia – Zimbabwe – Botswana – Namibia -Sudafrica By Fabrizio e Sabrina

– Posted in: Africa, Africa Australe, Africa Centrale, Africa Est, Nord Africa, Resoconti di viaggio

By Fabrizio e Sabrina

Originally Posted Sunday, February 7, 2010

Transafrica Tunisi -Cape Town Attraverso Tunisia – Libia – Egitto – Sudan – Etiopia – Kenya – Tanzania – Zambia – Zimbabwe – Botswana – Namibia -Sudafrica

Fabrizio e Sabrina su Nissan Patrol Y61 dal 16/12/2009 al 29/01/2010 zen@zen1.it

da “Into the Wild” […] Ultimate freedom. An extremist. An aesthetic voyager whose home is the road […]

Preambolo Come iniziare? Come descrivere questo progetto al quale pensiamo da tanto tempo: la traversata integrale del continente africano da Nord a Sud, tutta in una volta e in un tempo abbastanza limitato vista la portata dell’impresa. Un arco di 80 gradi di latitudine, dai 45° Nord di Milano ai 35° Sud di Cape Town. Dall’inverno all’estate, dal Sahara al Kalahari, dalla sabbia al fango della stagione delle piogge, dalle antiche civiltà mediterranee all’Africa nera dove l’uomo apparve 100.000 anni fa. Insomma un viaggio fino all’altra parte del mondo attraverso quasi 18,000 km di micidiali “strade” africane, monumenti, antiche rovine, animali, popoli, religioni, natura selvaggia, montagne, laghi, fiumi e oceani. Ve lo raccontiamo così. 16 Dicembre 2009 Partiamo alle 14 dopo una rapida pizza in Viale Certosa. Sulla strada per Genova un camion che trasporta bombole di gpl perde il carico e blocca l’autostrada, lo superiamo dribblando i cilindri che rotolano sull’asfalto, è un allenamento per affrontare il traffico delle capitali africane. Arriviamo al pontile di GNV alle 16, secondo Fabrizio siamo in ritardo, Sabrina compra da mangiare alla coop e fa il check-in mentre Fabrizio sbriga le ultime telefonate. Ci assegnano la camera 7032 siamo impazienti di salpare. Puntuale alle 18:00 il traghetto parte. 17 Dicembre 2009 Il viaggio in nave è come sempre rilassante ma noioso specialmente per chi scalpita per attraversare l’intero continente africano. A metà mattinata Fabrizio decide di fare jogging sul ponte numero 9, quello più in alto ed esposto al vento. In tutto sono 44 giri di ponte pari a 5 km di corsa. Fabrizio vuole correre tutti i giorni e per riuscirci sulla nave bisogna avere un po’ d’inventiva. Arriviamo finalmente a Tunisi la sera del 17 e alle 20:30 sbarchiamo dalla nave. Le pratiche di frontiera durano circa un’ora e alle 21:30, appena fuori dal porto, divoriamo un pollo allo spiedo acquistato a Goulette il primo paesino che s’incontra sulla strada per Tunisi. Abbiamo fissato appuntamento con la guida libica per la mattina successiva, pertanto ci aspetta l’attraversamento di tutta la Tunisia di notte e così faremo. E’ questo il primo assaggio di Africa. Un’Africa buia che non riusciamo neanche a vedere nella notte ma che sentiamo immensa e vastissima. Verso le 2 del mattino vediamo un tremendo incidente frontale tra due vetture una delle quali in fiamme, corpi senza vita, donne che piangono e urlano al ciglio della strada. I tunisini, come del resto tutti gli africani, guidano come dei matti. Alle 6:30 del 18 Dicembre siamo alla frontiera libica di Ras El Jerid. Nella fredda alba, in attesa della guida, Fabrizio si fa i soliti 5 km di corsa. 18 Dicembre 2009 Alle ore 8:00 tunisine, che sono le 9:00 libiche, ci incontriamo con Mohammed la guida dell’agenzia italiana che ci ha organizzato la traversata della Libia: L’Ottovolante di Torino. Mohammed è venuto con l’autista che si chiama anche lui Mohammed. Sono due ragazzi simpatici. Purtroppo è Venerdì, il giorno di festa per gli islamici e quindi fino alle 10 non si presenta nessun funzionario della frontiera. Siamo tutti in coda, tunisini, libici e noi italiani. Finalmente verso mezzogiorno otteniamo le targhe. Mohammed si occupa di tutto e ci consegna il carnet timbrato, i documenti libici e le targhe. Andiamo direttamente a Sabrata, dove pranziamo in un ristorante turco e incontriamo Bascià la guida che ci accompagnerà a visitare il sito archeologico. I paesaggi della Tripolitania sono verdi, rilassanti, le rovine di Sabrata ribadiscono la grandezza e l’ingegnosità dell’impero romano, meraviglioso il teatro con l’azzurro del mare come sfondo. Infine alle 17:30 arriviamo a Tripoli e pernottiamo in hotel. Ceniamo in un rijad tipico di fronte all’arco di Marco Aurelio.

Libia

19 Dicembre 2009 Una mattinata freschissima e limpida ci vede fare jogging in una Tripoli deserta. Infine partiamo alla volta di Leptis Magna ascoltando una serie di musiche dei Jefferson Airplane. Anche la visita di questo sito è interessantissima, la guida si chiama Salah ed è molto preparato, ci affascina con i suoi racconti e aneddoti. Mangiamo un panino al bar locale e poi ripartiamo. La costiera libica per certi tratti ricorda un po’ il sud del Marocco, verso la Mauritania, per altri invece è tipicamente mediterranea con ulivi, eucalipti e palme. Verso tardo pomeriggio arriviamo a Sirte, dove decidiamo di bivaccare sulla spiaggia. Sorprendentemente ci sono un po’ di zanzare forse a causa dell’irrigazione forzata della campagna e delle aiuole onnipresenti. Prepariamo una zuppa chiacchierando con due pescatori locali, sullo sfondo le musiche di Bob Dylan. Comunque la Libia ci fa una buona impressione, pulita, ordinata e gente discreta e disponibile. 20 Dicembre 2009 Fabrizio vuole fare in fretta per guadagnare tempo e arrivare al Cairo un giorno prima del previsto e chiede a Mohammed se oggi è disponibile ad andare fino a Tobruk in giornata. Sono più 800 km, dei quali circa metà in pieno deserto, tagliando di netto la regione della cirenaica da ovest a est. I due Mohammed accettano e così partiamo. Ci fermiamo mezz’ora a mangiare pomodori, cipolla, tonno e sabbia in un’area di servizio ad Ajdabiya. C’è un vento fortissimo. Alle 17 siamo a Tobruk. Città dall’aspetto un po’ sinistro. Ci sono zingari con delle giostre che i libici chiamano “italiani” e vari loschi figuri nella piazza principale. C’è un traffico disordinato e rumoroso. Vediamo Mohammed un po’ smarrito e preoccupato circa la scelta del posto di pernottamento. Apparentemente non ci sono strutture alberghiere evolute e neanche campeggi. Tobruk non è una città turistica. Fabrizio gli chiede scherzando quante volte è venuto a Tobruk, Mohammed candidamente risponde che è la prima volta. Ottimo! Adesso siamo tutti sullo stesso piano, ma troveremo una soluzione. Chiedendo qua e là informazioni su un posto “sicuro” per dormire, incontriamo Hatin, un ragazzo presentabile, scarpe con le calze, pantaloni gessati, camicia scura. Ci dice di possedere un villaggio turistico e che possiamo parcheggiare il Patrol nel recinto senza pagare nulla. Il villaggio si dimostra una struttura fatiscente, però siamo sul mare, fuori dal caos di Tobruk con un muro di cinta e un gruppo di guardiani. Obiettivamente non è male. Prima di fare campo andiamo tutti a prendere un caffè per socializzare. Fabrizio espone le sue preoccupazioni sui tempi di attraversamento della frontiera egiziana e Hatin dice di conoscere molti funzionari, sia libici sia egiziani, che possono sveltire le pratiche burocratiche. Restiamo d’accordo che la mattina successiva Hatin ci accompagnerà a Msaad. Prendendo il caffè constatiamo che oggi tutto è andato per il verso giusto, abbiamo fatto tanti km senza intoppi, abbiamo trovato un ottimo posto per fare campo, abbiamo incontrato Hatin che ci aiuterà domani. Mohammed, la guida, ci spiega che ciò è dovuto al fatto che si è svegliato con la “tensione bianca” la traduzione letterale di un’espressione araba che indica uno stato d’animo positivo che deriva dal mettere nelle mani di Dio la propria anima e il proprio cuore. Fabrizio, forse perché meno islamico di Mohammed, sintetizza il tutto con “…è stata una botta di culo”.

Bivacco a Tobruk: N32 04.351 E24 00.266

21 Dicembre 2009 Lasciamo Tobruk alle 8:30 accompagnati da Hatin. Alle 10:30 siamo in frontiera e restituiamo le targhe libiche alla dogana, poi passiamo dalla polizia, infine ci fermiamo a prendere un caffè in modo che Hatin possa contattare i suoi amici per coordinare il nostro arrivo sul lato egiziano. Passa un po’ di tempo e infine attraversiamo la frontiera libica lasciando alle nostre spalle i due Mohammed e Hatin. Alle 11:30 entriamo formalmente sul suolo egiziano e ci accoglie un poliziotto gentilissimo che ci indica due moduli da compilare per ciascun passaporto e ci accompagna alla banca per cambiare gli Euro e comprare l’adesivo che funge da Visa egiziano. Il costo dell’adesivo è di 15 US$ per passaporto, in Egitto accettano solo US$ oppure Lire Egiziane (LE) che però devono essere cambiate in US$. Pertanto, se avete con voi solo Euro, dovete prima cambiare da Euro a LE e poi da LE a US$ per comprare il visto. Sembra demenziale ma è così. Poi il poliziotto ci lascia nelle mani di Mahammud, uno sbrigafaccende locale. Il potere di Mahammud sulla piazza è sorprendente. Per lui non esistono code, o almeno esistono poiché non può saltare fisicamente davanti a tutti, però se parla dal fondo della coda, gli impiegati allo sportello lo ascoltano e lo servono subito ignorando gli astanti in fila. La velocità delle varie operazioni lascia senza fiato, prima passiamo dalla dogana, dove ci chiedono se abbiamo armi, coltelli, esplosivi ecc. poi andiamo al Traffic Office (la motorizzazione civile) dove prendono il calco del motore e del telaio. Il calco serve perché è la motorizzazione che deve confermare alla dogana che il numero di telaio e di motore indicato nel carnet di dogana è lo stesso stampigliato sul mezzo. Può sembrare stupido, ma tecnicamente un funzionario arabo non è detto che sappia leggere un documento europeo, quindi serve un “engineer” della motorizzazione che convalidi ciò che dice il carnet. Fatto ciò si va a negoziare la car tax con un funzionario della dogana e poi si va a pagare alla cassa della dogana l’ammontare pattuito. A fronte della ricevuta di pagamento della car tax la dogana può finalmente timbrare il carnet in ingresso e liberare il mezzo, che però non può ancora circolare in Egitto poiché non è assicurato. A questo punto si va in un ufficio apposito a comprare l’assicurazione e con tutti i documenti così raccolti, si ritorna al Traffic Office, dove finalmente sono concesse le targhe egiziane e viene emessa una patente egiziana in formato tessera di plastica, scritta in arabo. Tutte queste procedure sono state sbrigate in 60 minuti. Fabrizio non aveva più fiato per il gran correre da una palazzina all’altra, inoltre ha dovuto smontare e rimontare il coperchio di plastica del motore del Patrol per permettere al tecnico della motorizzazione di accedere al numero stampigliato sul monoblocco. Alle 12:40 passiamo l’ultimo controllo di frontiera ed entriamo in Egitto. Diamo 50 Euro di mancia a Mahammud, meritatissimi. Una volta passata la frontiera, ci guardiamo negli occhi per decidere dove andare. Ovviamente pensiamo al Cairo. Alle 20, dopo 8 ore di velocissima autostrada nel deserto arriviamo alle piramidi di Giza.

Alba su Giza

22 Dicembre 2009 Cazzeggiamo per il Cairo: visita alle piramidi, visita al museo egizio, shopping nel souk di Khan El Khalili, vagabondaggio per la città antica. Insomma oggi siamo due turisti quasi “normali”. Nella hall dell’hotel suona in continuazione Jingle Bells e siamo circondati da americani e inglesi con cappelli coloniali e scarpette tecniche, qui sembra tutto troppo commerciale, abbiamo come l’impressione che gli Egiziani non amino molto i turisti “automuniti” ma preferiscano quelli che viaggiano con i tour operator, quelli che seguono i percorsi standard. Quando diciamo che vogliamo proseguire fino al Sudafrica ci guardano come se fossimo due folli. 23 Dicembre 2009 Trasferimento a Luxor sulla super autostrada Western Desert Road. La strada è in fase di completamento, stanno costruendo le barriere di pagamento del pedaggio, ma per il momento l’accesso è gratuito. Si tratta di un rettilineo di centinaia di km che taglia l’Egitto da Nord a Sud, un nastro nero adagiato nel deserto a circa 50 km dal Nilo. Becchiamo due multe di eccesso di velocità in meno di due ore, rilevate con radar, poi decidiamo di rispettare il limite dei 90 km/h. Il viaggio è interminabile e viene ravvivato dall’attraversamento della zona di El Kharga, a circa 50 km da Luxor. Si attraversano delle gole e delle formazioni rocciose che al tramonto sono molto spettacolari. Infine, all’imbrunire arriviamo sulla riva destra del Nilo in prossimità del tempio di Luxor. La sera vagabondiamo nel souk e ceniamo al ristorante Jamboree. Decoroso. 24 Dicembre 2009 Visita dei templi di Luxor e di Karnak, shopping, passeggiata e cena nel souk. 25 Dicembre 2009 Di buon mattino lasciamo Luxor alla volta di Aswan. Il convoglio armato, una volta obbligatorio, è stato soppresso e oggi si può andare e venire liberamente tra le due cittadine fintanto che c’è la luce del giorno. Al tramonto la circolazione viene sospesa, almeno per i turisti. Ci sono posti di blocco ogni 3 o 4 km che rallentano molto la marcia, comunque i poliziotti sono gentili, salutano, dicono “welcome” e non chiedono mance. Alle 12 arriviamo ad Aswan e andiamo a ispezionare l’ufficio dove vendono i biglietti del traghetto, oggi chiuso perché è venerdì. Poi verifichiamo l’esatta posizione dell’ufficio della motorizzazione e infine facciamo una scappatina al luogo di partenza del mitico traghetto per Wadi Halfa. Costeggiamo il Nilo sul lato destro orografico e dopo 15 km arriviamo alla diga alta, dove c’è il cancello d’ingresso nel porto commerciale. A questo punto, attraversiamo la diga alta e cerchiamo un posto per mangiare. Troviamo una bella piazzola su una collinetta prospiciente la diga e con una veduta magnifica. Mentre stiamo preparando il tavolo arrivano due militari stravolti dalla corsa in salita che non parlano una parola di inglese. Capiamo comunque che lì non possiamo stare e anzi se non andiamo via in fretta sono guai. Ci spostiamo nel vicino porticciolo turistico e qui un nubiano di nome Mohammed ci accoglie con grande amicizia. Mangiamo e tentiamo una pescatina senza fortuna però allietata da panettone e moscato come da tradizione natalizia piemontese. Ci mettiamo d’accordo con un pescatore locale per fare un’uscita in barca nel pomeriggio successivo e poi torniamo ad Aswan per cercare un campeggio. Sorpresa: in Egitto la parola “camping” è sconosciuta. E peggio ancora le parole “camp site” indicano il campo dei tuareg con i cammelli ma non certamente un campeggio come lo intendiamo noi. Battiamo su e giù 75 km di costa del Nilo metà sulla destra e metà sulla sinistra. Niente, di campeggi manco l’ombra. Posti di fronte al rischio di essere svegliati di notte dalla polizia che non permette campeggio libero, decidiamo per l’hotel. 26 Dicembre 2009 Alle 9 ci presentiamo da Salah il funzionario della Nile River Transportation Company, dove incontriamo Mazar Mahir, uno sbrigafaccende molto noto e citato in varie guide e blog africani. Il destino ci riserva subito una doccia fredda, abbiamo i visti per il Sudan scaduti! L’ambasciata del Sudan a Roma ha sbagliato le date e Fabrizio non ha controllato. Pertanto i nostri visti che sono scaduti da oltre un mese e sono completamente inutili. Mazar dice che si può ottenere una proroga presso il consolato del Sudan ad Aswan, ma non riesce a contattare nessun impiegato. Idem dice Salah, ma anche lui non trova il suo referente. Andiamo al consolato ma è chiuso sia il venerdì sia il sabato e aprirà domani. Grande nuvola nera sulla testa di Fabrizio… Per non farci prendere dallo sconforto decidiamo comunque di sbrigare le pratiche di disimpegno della vettura e riconsegna delle targhe. Torniamo poi da Salah che comunque non vuole venderci i biglietti perché siamo senza visti. Oggi più di così non si può fare quindi andiamo a pescare sul lago Nasser. Come concordato, alle 12 alla diga di Aswan affittiamo una barca guidata da un nubiano di nome Awaad il quale ci scorazza su e giù in mezzo alle isolette per più di 4 ore. Il lago è rilassante, la vegetazione sembra tuffarsi nell’acqua, il sole è caldo e gioca con l’acqua dandole riflessi inaspettati, Fabrizio prende una tilapia e un pesce tigre. La tilapia è buffissima perché per difendersi si gonfia come una palla, poi rimessa in acqua si sgonfia immediatamente come un palloncino e guizza via. Il pesce tigre è una specie di barracuda d’acqua dolce. Purtroppo nessun persico del Nilo. Il giorno prima avevamo visto una barca tornare con due bellissimi esemplari da 10 kg, presi alla traina.

Nilo ad Aswan

27 Dicembre 2009 Alle 8:15, dopo che Fabrizio ha passato una notte insonne con l’incubo di dover tornare al Cairo a rifare i visti, ci presentiamo al consolato del Sudan di Aswan. Incredibile ma alle 8:15 l’ufficio è aperto. Tutti sono gentili e ripetono “no problem”. C’è anche Mazar che cerca di darci una mano. Alle 9:30 arriva l’attaché del consolato, elegante con abito scuro, sciarpetta e baffetti curati. Ci dice che dobbiamo rifare la domanda di visto. Il tutto costa 100 US$ a testa, ma in 30 minuti i visti sono pronti. Attenzione perché il consolato accetta solo US$, né Euro né LE. Ora abbiamo sul passaporto ben 3 visti del Sudan: quello dell’anno scorso per il viaggio annullato all’ultimo momento, quello di quest’anno fatto a Roma ma con la data sbagliata e purtroppo scaduta e quello fresco di stampa fatto ad Aswan. Muniti dei visti andiamo da Salah, già avvertito dal consolato, il quale ci consegna i biglietti del traghetto, il numero di cabina e i voucher del pasto. Il tutto in prima classe al costo di 978 LE per 2 persone. La chiatta per l’auto la pagheremo al molo domani, ma è comunque gestita dalla stessa Compagnia di Navigazione del Nilo al prezzo fisso, non negoziabile, di 2000 LE per auto. Ci sembra ragionevole viste le relazioni scritte dai viaggiatori che ci hanno preceduti negli anni scorsi. Alle 10:30 siamo in possesso dei biglietti e possiamo riprendere fiato, quindi alle 11:00 ci presentiamo al punto di raccolta del convoglio di polizia che tutti i giorni va ad Abu Simbel e ci aggreghiamo. Saremo di ritorno ad Aswan alle 19. 28 Dicembre 2009 Con oggi lasciamo l’Egitto. Facciamo l’ultima corsetta sulla corniche del Nilo e prepariamo i bagagli. Alle 10:00 ci incontriamo con Salah al cancello del porto commerciale (N23 58.467 E32 53.823). La partenza di trova sulla destra orografica del fiume. Ci si arriva seguendo una stradina sterrata che da Aswan prosegue verso sud, ovvero risale il Nilo senza attraversare il ponte della diga inferiore che porta all’incrocio per Abu Simbel e poi alla diga alta. Le pratiche sono abbastanza veloci, Salah ci indirizza nei vari uffici e infine alla dogana dove ci timbrano il carnet. Trascorriamo il resto della mattinata sulla banchina del porto a chiacchierare ed osservare la varia umanità che transita dinanzi a noi. Poi prendiamo possesso della cabina di prima classe: pavimento sconnesso, pareti arrugginite, bagni comuni immondi, la cabina è microscopica. Una parte è occupata da un condizionatore di potenza inaudita, probabilmente necessario in piena estate, ma che noi non accendiamo. I letti sono corti, ci sono lenzuola e coperte ma non osiamo toccarle. Non è un gran che, ma è il meglio che esista sul collegamento Egitto -Sudan. Al piano di sotto, la seconda classe è una cayenna. Caldo, puzzo, sporcizia, tonnellate di bagagli mischiati a passeggeri sdraiati a terra. Anche il ponte esterno è invaso da persone che dormiranno all’aperto. Esiste anche la terza classe, sottocoperta. Non osiamo pensare come possa essere. Sulla chiatta ci stanno al massimo 6 auto. Ci sono però tante altre chiatte inutilizzate. Comunque ci dicono che solo poche centinaia di auto all’anno attraversano il lago dall’Egitto dirette al Sudan e ancora meno tornano indietro. Noi in tutto siamo in 5. Oltre al nostro mitico Patrol ci sono altre 3 macchine di un gruppo italiano e un Land Rover di un inglese di nome Peter. Alle 17 carichiamo le auto sulla chiatta e torniamo in cabina. Alle 17:30 il traghetto finalmente lascia gli ormeggi. Apriamo i sacchi a pelo e ci prepariamo per la notte. La cena è parca. Nel biglietto è compreso un pasto con cibo locale (fagioli bolliti e senza sale, due formaggini, una marmellata e pane arabo) e con 10 LE si può avere il piatto “special” costituito da 1/4 di pollo arrosto. Mangiamo per inerzia e ci addormentiamo alle 19 stanchissimi. 29 Dicembre 2009 Abbiamo dormito come sassi. Alle 6 siamo svegli e pronti a fotografare il sito di Abu Simbel all’alba, lo spettacolo è veramente molto suggestivo, la luce rosata dell’aurora rende i templi ancor più imponenti e grandiosi. Alle 11 attracchiamo al porto di Wadi Halfa. La calca è impressionante e ci vogliono 3 ore per sbrigare i controlli di polizia. Alle 14:30 finalmente siamo sulla terraferma sudanese e andiamo a casa di Mazar che intanto ci ha invitati per la notte. Wadi Halfa ci fa una bella impressione. I sudanesi sono più gentili degli egiziani e anche meno aggressivi. La città è pulita, almeno per gli standard africani, poca immondizia nelle strade e un’urbanistica povera ma ordinata. La casa di Mazar è una specie di enorme patio dove si vive e si dorme semi all’aperto. Il tutto è cintato da un muro, la sabbia come pavimento, ma non c’è traccia di sporco. Trascorriamo il pomeriggio a bere karkadè poi alla sera ceniamo con Mazar e andiamo a dormire. 30 Dicembre 2009 La chiatta con le auto arriva con una puntualità incredibile. Alle 12 attracca al pontile. Le auto ci sono tutte. Ci sono però delle difficoltà dovute al vento forte che si è alzato nella notte. La chiatta non può attraccare al pontile predisposto per lo scarico delle auto perché il vento forte la potrebbe far ribaltare, quindi il capitano la ormeggia a un altro pontile, sottovento, che però è troppo basso per lo scarico delle auto. Non c’è che aspettare. Non è una scusa, neanche i sudanesi e gli egiziani riescono a far scendere le loro multi colorate mercanzie. Restiamo tutti seduti sul molo. Finalmente alle 17 il traghetto passeggeri che torna ad Aswan lascia il suo pontile che si trova sottovento e ha la caratteristica di essere alto e quindi idoneo allo scarico delle auto. Con una breve discussione Mazar e il capitano si accordano per spostare la chiatta e alle 18 tutte le auto sono a terra. Le pratiche doganali sono già state predisposte dallo zio di Mazar e possiamo uscire dalla dogana velocemente. E’ ormai buio, ci allontaniamo da Wadi Halfa per una ventina di km e bivacchiamo nel deserto sotto una splendida luna accompagnati dalla musica di Bob Dylan che diventa la colonna sonora delle nostre serate sotto le stelle.

Il Patrol sulla chiatta a Wadi Halfa

31 Dicembre 2009 Sabrina sta male, forse un’influenza intestinale presa sul traghetto. Di fatto ha ondate di febbre, non riesce a mangiare, non dorme e soffre molto. Lasciamo il campo diretti a Dongola dove cerchiamo invano di ottenere l’adesivo verde dell’Immigration da apporre sul passaporto. Troviamo un ufficio di polizia (N19 10.219 E30 27.982) dove un militare legge con attenzione tutte le carte e i moduli previsti per ottenere l’adesivo poi ci dice “you can go”, però non ci da nulla. Non ha neanche idea di cosa sia l’adesivo, come del resto non l’abbiamo neppure noi. Proseguiamo fino a Karima dove visitiamo il sito di Jebel Barkal e infine, visto che capodanno di avvicina, sistemiamo il campo proprio nel mezzo delle piramidi del sito dichiarato patrimonio dell’umanità. A noi si aggrega Peter, il ragazzo inglese che avevamo incontrato sul traghetto ad Aswan, la serata e la notte trascorrono lietamente, cuciniamo lenticchie e cotechino che annaffiamo con un fresco prosecco, ma Sabrina sta sempre peggio.

Luna sulle piramidi di Jebel Barkal: N18 32.167 E31 49.418

1 Gennaio 2010 Decidiamo di saltare la visita a Meroe per dirigerci a Khartoum in modo che Sabrina possa riposarsi in albergo. Ci arriviamo alle 14 e andiamo al famoso Hotel Acropole, punto di riferimento di tutta la città. George, il proprietario ci da una stanza e prende in carico i passaporti ai quali fare apporre lo sticker verde dell’Immigration. Oggi è sia venerdì, giorno di festa islamico, sia l’1 Gennaio, la festa dell’indipendenza del Sudan, per le strade c’è molta gente e un clima di grande festa. Scopriamo che l’Acropole organizza tutti i venerdì un tour pomeridiano per mostrare i punti salienti della città. Fabrizio si aggrega. In 4 ore si visitano musei, monumenti, mercati con grande efficienza. Lo spettacolo più interessante sono le danze Sufi che si tengono tutti i Venerdì nella chiesa del cimitero a Nord di Khartoum. Assistere alle danze è un momento magico, quasi ipnotizzante. Traspare in modo ineluttabile lo spirito tribale africano dei Sudanesi nonostante il Sufismo e i suoi riti siano inquadrabili nell’ambito dell’islamismo. 2 Gennaio 2010 Giornata di trasferimento. Partiamo alle 11 alla volta del confine etiopico di Qallabat dove arriviamo alle 17:30. I paesaggi sono vari e i colori si susseguono come danzando, sabbia, arbusti, ciuffi d’erba, animali: è uno spettacolo. Le pratiche sia sul lato sudanese sia su quello etiope sono veloci. Infine ci troviamo in Etiopia a Metema il paesino di confine. E’ buio e siamo in un posto non molto raccomandabile. Tutti ci sconsigliano di bivaccare per strada e così decidiamo di fermarci nel piazzale di una specie di motel a meno di 1 km dalla dogana (N12 57.061 E36 09.463). Saltiamo anche la cena per la stanchezza. Le latrine sono immonde. Un gruppo elettrogeno senza tubo di scarico copre anche il rumore della televisione che dovrebbe appunto alimentare. C’è vento e polvere dappertutto. Nell’arco di un’ora la temperatura scende da 34°C a 13°C. Alle 22:30 si spegne il compressore e la chiesa ortodossa locale inizia a diffondere con altoparlanti dei canti (lamenti) religiosi per tutta la notte di continuo senza interruzione di un minuto. Alle 4 del mattino qualcuno col trattore parte dal motel per andare a lavorare. Ragazzi, non pernottate mai sul lato etiope del confine di Metema. Mai.

Alba a Metema sul confine tra Sudan ed Etiopia

3 Gennaio 2010 Alle 7 scappiamo letteralmente da Metema in un’alba spettrale. Poi ci fermiamo dopo 10 km per lavarci, fare colazione e i soliti 40 minuti di corsa. Infine ripartiamo alla volta di Gonder. La visita è piacevole e il castello è diventato sito di interesse mondiale e protetto dall’Unesco. Gonder è la Camelot d’Africa ci dice la guida. Qui abitava il Negus quando Mussolini invase l’Abissinia. Nel pomeriggio ripartiamo verso Lalibela. La strada inizialmente è bella e anche il paesaggio di colline ed eucalipti altissimi è molto suggestivo. S’intravede il lago Tana luccicante nel pomeriggio a 25°C. Poi la strada diventa montuosa e con fondo sterrato, tornanti e saliscendi con scorci improvvisi e inaspettati, pastori con le greggi, villaggi di montagna e panorami mozzafiato. Vediamo anche dei grossi babbuini seduti sul ciglio della strada. Ci sono dei cantieri di costruzione e sono sorvegliati da uomini con Kalashnikov. Ci fermiamo e chiediamo informazioni e ci dicono che la zona è piena di banditi. Sono le 18 e sta per tramontare il sole. Con un po’ di ansia occupiamo manu militari il cortile del Dipartimento dell’Agricoltura della cittadina di Debre Tabor a 2600 metri di quota, diciamo agli impiegati che bivaccheremo lì proprio nel cortile. Non discutiamo neanche, se non sono d’accordo che chiamino la polizia vorrà dire che pernotteremo dalla polizia. Fabrizio in segno di riconoscenza dà alla guardia 100 Birr e 2 barrette ai cereali. La notte è salva. Tuttavia l’Etiopia ci ha messo un po’ di paura. Rispetto agli altri paesi dell’Africa Nera, in Etiopia si fatica trovare posti sicuri dove fare campeggio libero, per esempio vicino alle stazioni di polizia. Non abbiamo visto un poliziotto in tutto il giorno. Neanche chiese o missioni, nemmeno alberghi con parcheggio. Bivaccare sotto un albero o in una stradina è impensabile non solo per il pericolo ma per la folla di curiosi che in pochi minuti si raccoglie silenziosa a poche decine di metri dalla macchina. Ci sono tutti, sia i bambini sia gli adulti sia i vecchi. Si siedono a 20 metri non dicono nulla e ti fissano anche per delle ore. Puoi anche andare di corpo di fronte a loro e non si scompongono. Poi nel momento in cui stai per andar via, ti si avvicinano per chiedere cibo, soldi, indumenti. Maturiamo l’impressione che l’Etiopia sia un paese di mendicanti. 4 Gennaio 2010 Sveglia alle 5:30 e partenza alle 6. Siamo a 2600 metri di quota, fa freddo ci sono 5 gradi. Il problema della giornata sono le strade. In tutta la regione, stanno rifacendo le strade con il risultato che si viaggia per qualche km su un asfalto liscio e vellutato e poi per qualche km su una carretera che corre parallela al cantiere con buche enormi e polvere. Il tutto è condito dalla quota. Ci sono svariati passi oltre 3000 metri, il più alto a 3300. Salite ripide dove il diesel arranca e discese altrettanto ripide. Per percorrere i 220 km che ci separano da Lalibela ci mettiamo 5 ore. Arrivati a pochi km da Lalibela Fabrizio ferma la macchina e decide per una corsetta, trova un ragazzino di non più di 10 anni sotto un albero in attesa del bus della scuola. Il ragazzino vuole correre con Fabrizio, parla anche un inglese comprensibile e dice di allenarsi tutti i giorni per diventare un runner. Ha la falcata tipica dell’etiope, corre con i sandali ma non fa rumore, sembra non abbia peso, fa i passi più lunghi di Fabrizio ma è alto metà. Ha un nome impronunciabile ma dice che lo hanno soprannominato car (automobile) per come corre. Insomma è stata una bella corsa a 2600 metri di quota con salite e discese. Alla fine ci salutiamo e gli diamo un po’ di regalini. Ricorderemo sempre la fierezza del suo sguardo e la dolcezza del suo sorriso, è stato un bellissimo ed intenso incontro,magari in futuro diventerà uno dei campioni etiopi di maratona! Poi visitiamo le chiese di Lalibela. Molto belle e suggestive ma con due inconvenienti. Il primo è che tra 3 giorni è il Natale ortodosso e c’è un mare di pellegrini in visita ai luoghi santi. Il secondo è che Lalibela è troppo commerciale, tutti cercano di venderti qualche mercanzia o ti chiedono dei soldi o vogliono prenderti qualche cosa. Ci rubano perfino il sacchetto di scalogno che avevamo tenuto all’interno del pneumatico di scorta sul portellone posteriore. Alle 4 del pomeriggio decidiamo di incamminarci verso Adis Ababa. Sabrina sta male ormai da 5 giorni. Pensavamo che fosse un’influenza, ma evidentemente non è così. Non vogliamo bivaccare e sarebbe preferibile un albergo e magari un medico. Decidiamo così di proseguire ininterrottamente, prima su strada di montagna (circa 60 km di pietraia molto difficile da Lalibela a Wedeya) poi sulle strade in costruzione, fino ad Adis Ababa dove arriviamo alle 4 del mattino del 5 Gennaio. Fabrizio guida ininterrottamente per tutta la notte ascoltando tutta la discografia di Paolo Conte che contribuisce a tenerlo sveglio ed attento vista la pessima condizione delle strade. Ci abbiamo impiegato ben 13 ore per percorrere 630 km. Le strade sono veramente disastrate come indica la media inferiore ai 50 km/h. E’ sorprendente specialmente se si considera che per l’80% la strada è asfaltata. Il tempo lo abbiamo perso nel 20% di sterrato dove non si superano i 10 km/h o anche meno. Facciamo il confronto con la pista algerina da Tam a Bordj Moktar che abbiamo percorso 3 volte e conosciamo bene. In 8-10 ore si percorrono gli stessi km, e lì non c’è neanche l’asfalto, è tutta pista. Per strada durante la notte vediamo iene in branchi di 5 o 6 individui sul ciglio della strada. Iene grandi come molossi, gli occhi come fari. Ci spiegheranno poi che le iene in branco attaccano il bestiame durante la notte. Fabrizio che il più delle volte va a correre al mattino quando è ancora buio riflette sull’opportunità di cambiare abitudini. 5 Gennaio 2010 Al mattino andiamo dal medico dell’albergo. Consiglia degli antibiotici potentissimi e sospetta che si tratti di un’infezione batterica piuttosto che di un’influenza. Fabrizio passa il resto della giornata a controllare la macchina e comprare provviste. Sabrina a riposare. 6 Gennaio 2010 Salutiamo Adis Ababa e ci incamminiamo verso sud. Il confine di Moyale si trova a 770 km non ce la faremo a coprirli tutti visto il traffico Etiope. La strada è comunque abbastanza buona e scorrevole in alcuni tratti. Ciò che vediamo è sempre vario, attraversiamo vaste distese brulle, villaggi le cui capanne di fango si mimetizzano nel paesaggio, uomini, donne e bambini che pascolano il bestiame direttamente sulla strada, asini che trainano sgangherati carretti di legno. Alle 17 arriviamo a Yabelo a circa 200 km dal confine e chiediamo all’omonimo Motel di poter campeggiare all’interno del recinto. Gli antibiotici sembra facciano effetto e Sabrina sta meglio. 7 Gennaio 2010 Partiamo di buon ora, il paesaggio è bellissimo, colline di eucalipti e appezzamenti coltivati. Alle 10 siamo in frontiera a Moyale e alle 11 siamo in Kenya. Compriamo qualche cosa da mangiare e ci avviamo sullo sterrato che porta a Nairobi. Sono circa 400 km di pista molto brutta con buche, pietraia, tôle ondulé, insomma ce n’è per tutti i gusti. Dopo 6 ore abbiamo percorso 245 km e arriviamo a Marsabit dove andiamo all’ Henry Campsite (N2 20.742 E37 57.943). Siamo gli unici ospiti, accendiamo il fuoco e ceniamo. Il clima è gradevolissimo, ci sono anche le docce calde!! La serata è meravigliosa, le stelle sono vicine e brillanti.

Il tôle ondulé della tratta Moyale-Isiolo

8 Gennaio 2010 Da Marsabit la strada sterrata continua per altri 206 km per poi diventare asfaltata. In totale sono 450 km di tôle ondulé, sassi e fango. E’ una strada che una volta percorsa non si dimentica facilmente. Per le vibrazioni si sono rotte sia le bottiglie di acqua minerale di plastica che le bottiglie di vino e le taniche di acciaio inox per l’acqua. Nulla ha resistito. Le strade keniote d’asfalto sono come quelle etiopi. Un susseguirsi di cantieri e di deviazioni che rendono lentissima la marcia. Arriviamo a Nairobi all’imbrunire. La città è caotica all’inverosimile, non esistono regole di guida, è la giungla, tutti contro tutti. Pernottiamo in hotel in centro città e decidiamo di cenare al Carnivore, assaggiamo svariati tipi di carne, anche quella di coccodrillo che si rivela deliziosa. Sabrina è guarita. 9 Gennaio 2010 Lasciamo Nairobi per andare in Tanzania. Prima facciamo un breve giro al mercato Masai che si tiene il sabato mattina in centro città e facciamo qualche acquisto. Il resto della giornata lo passiamo sulle strade keniote in perenne costruzione e che, come in Etiopia, costituiscono un’enorme perdita di tempo. Alle 13 siamo al confine di Namanga e sbrighiamo con facilità le pratiche di entrambe le frontiere. Scopriamo di aver bucato, è la prima volta che succede in tutti i viaggi africani. Le strade tanzaniane si dimostrano come quelle keniote nei primi 100 km, poi migliorano e quindi decidiamo di proseguire. Alle 20.00 arriviamo al lago Manyara (S3 22.939 E35 49.029) dove decidiamo di pernottare. Fabrizio si accorge che si è rotta una staffa del portapacchi che sostiene il serbatoio supplementare. Meno male che ne abbiamo una di scorta. La sostituiamo dopo cena. 10 Gennaio 2010 Alle 6 siamo in piedi e pronti alla visita del cratere del lago Magadi nel parco dello NgoroNgoro. Arrivati al parco ci accorgiamo di avere i due ammortizzatori posteriori sfondati completamente. Perdono olio vistosamente e hanno sputato le guarnizioni: il Patrol sembra un carrozzone, beccheggia e “cilocca”. Le guardie discutono se farci entrare o meno, poi ci fanno passare. Visitiamo il bellissimo parco popolato da una varietà incredibile di animali: zebre e gnu a branchi, leoni, elefanti, bufali, ippopotami ed innumerevoli specie di uccelli. Il costo dell’ingresso è alto. 50 US$ a testa più 40 US$ per l’auto più 200 US$ di sovratassa per le auto oltre i 2.000 Kg. In tutto 340 US$, però ne vale la pena, i leoni sono a ciglio strada con le carcasse delle loro prede e si possono fotografare a non più di 2 metri. L’affollamento di 4×4 è inverosimile. Una volta usciti dal parco andiamo da un meccanico vicino al villaggio di Karahtu il quale con 75 US$ ci sostituisce gli ammortizzatori (che avevamo portato di scorta dall’Italia) e ci ripara la gomma bucata il giorno prima. Il tutto in meno di un’ora. La gomma è stata riparata da un ragazzino che ha stallonato da solo con due ferri un pneumatico tubeless All Terrain 295/75 da 16” e poi l’ha pure rimontato (!!). Alle 17 arriviamo ad Arusha sotto il diluvio universale. Le strade sono tramutate in torrenti veri e propri. Le automobili navigano con l’acqua che arriva alle portiere, alcune si fermano in panne. La stagione delle piogge qui non scherza. Non possiamo campeggiare in queste condizioni e quindi optiamo per l’Outpost Lodge (S3 22.804 E36 41.881) dove Fabrizio era già stato nel 2003 quando scalò il Kilimanjaro.

Ngoro Ngoro – Tanzania

11 Gennaio 2010 Al mattino abbiamo la brutta sorpresa delle batterie scariche e la macchina non parte. Usiamo i cavi e successivamente andiamo a comprare una grossa batteria che mettiamo nel baule posteriore, non si sa mai. Poi lasciamo Arusha e ci dirigiamo a sud verso il villaggio di Pangani sull’Oceano Indiano passando da Moshi dove c’è Marangu Gate l’ingresso a una delle vie più battute per la scalata al Kilimanjaro. Il paesaggio è bello, formato da colline e montagne verdeggianti. L’oceano compare all’improvviso dietro una curva, in tutta la sua enormità, non è più l’Africa desertica e dai colori sabbiosi, ora c’è uno spettacolare trionfo di verde-azzurro e celeste. Arriviamo infine a Pangani e pernottiamo alla Missione dei Padri dello Spirito Santo (S5 25.679 E38 58.949), un lodge decoroso, sono tutti molto gentili e sereni, ci facciamo preparare un intero pollo fritto che accompagniamo ovviamente con birra Kilimanjaro.

Kilimanjaro dalla via di Marangu

NgoroNgoro: affollamento di 4×4 per fotografare i leoni

12 Gennaio 2010 Attraversiamo il fiume Pangani con una chiatta e dopo un brevissimo tragitto, a dire il vero un po’ disagevole per il fango onnipresente, siamo al The Tides Lodge, dove ci fermeremo 24 hr per fare una battuta di pesca in mare. Ne approfittiamo e facciamo un controllo completo della macchina. Le batterie vanno cambiate, hanno una tensione di appena 11 Volt e non tengono più la carica. Soffia un vento forte, l’oceano è immenso e il sole equatoriale dona all’acqua- tiepida e piacevole – riflessi spettacolari, la sabbia è bianca e pulita, la spiaggia piena di conchiglie: sembra di essere in paradiso. Facciamo un po’ di bagni e assaporiamo questa meravigliosa pausa. 13 Gennaio 2010 Oggi passiamo dalla terra al mare e con una barca a motore andiamo a pescare sul reef. C’è mare lungo a causa del vento di ieri e siamo tutti inzuppati dalle onde, fortunatamente il sole è caldo e quindi il tutto è molto spassoso. Perdiamo la prima abboccata ma dopo catturiamo un pesce stella di un paio di Kg. Nel mediterraneo arrivano sì e no a 2 etti. Durante la gita in mare recuperiamo un pescatore subacqueo locale dato per disperso la sera prima. E’ rimasto in acqua tutta la notte attaccato alla sua “boa di segnalazione” costituita dall’involucro isolante di un frigorifero. Il poveretto non ha fiato ed è stremato. Pensiamo di avergli salvato la vita. Torniamo al lodge e con lo stella ci facciamo preparare il miglior fish and chips mai mangiato. Poi partiamo e andiamo a Tanga per cambiare le due batterie. Le troviamo in un negozietto gestito da un indiano. Ma che prezzi, 500.000 scellini per due batterie da 90 Ah. Le montiamo e ci dirigiamo verso sud. Ci separano 2100 km da Lusaka. Alle 20.30 ci fermiamo e pernottiamo nel paesino di Chalinze. 14 Gennaio 2010 Alle 6 siamo già alla guida. La strada è fluida. Attraversiamo il Mikumi National Park dove elefanti e giraffe si possono agevolmente avvistare dalla strada, e successivamente l’Udzungwa Mountains National Park dove Fabrizio si ferma per fare jogging. Il tempo è coperto, ci sono frequenti scrosci di pioggia. Dopo 800 km arriviamo al confine con lo Zambia nella città di Tunduma. Passata la frontiera ci facciamo altri 200 km e pernottiamo in tenda vicino alla stazione di polizia della città di Chinsali. Oggi abbiamo percorso più di 1000 km, è il nostro record in Africa.

Stagione delle piogge in Zambia

15 Gennaio 2010 Durante la notte si mette a piovere a dirotto. Alle 5 chiudiamo la tenda completamente inzuppata d’acqua e partiamo alla volta di Lusaka. Piove per tutto il viaggio. Ci sono pozze e buche enormi sulla strada, ma tutto sommato la scorrevolezza è buona. Infatti in Zambia la strada non attraversa i villaggi come in tutti gli altri paesi africani, ma vi passa a fianco a un paio di km di distanza permettendo quindi una marcia abbastanza veloce. Nel tardo pomeriggio arriviamo in città.

 

Alba sullo Zambesi tra Namibia e Zambia

16 Gennaio 2010 Lusaka è molto bella e ci fa un’ottima impressione. E’ pulita, ci sono viali alberati, traffico ordinato. Sarà che abbiamo preso acqua per due giorni e oggi c’è il sole e una temperatura primaverile, comunque siamo di buon umore. Dopo un po’ di acquisti in un supermercato partiamo verso Livingstone. Appena usciti da Lusaka becchiamo una multa per eccesso di velocità da 270.000 Kwacha. Anche qui, come in Egitto, hanno il radar. Arriviamo a Livingstone nel pomeriggio e passiamo la frontiera dello Zimbabwe. Alle 16 facciamo check-in allo storico Victoria Falls Hotel che si trova a meno di 1 km dalla frontiera, subito dopo il ponte di ferro sullo Zambesi. Ci precipitiamo quindi al fiume e riusciamo a imbarcarci su una crociera serale con visita agli ippopotami e ai coccodrilli. Assistiamo ad un meraviglioso tramonto sullo Zambesi, poi ci concediamo un’ottima cena stile coloniale al ristorante dell’hotel con grande sbronza a base di gin and tonic.

Zambesi

17 Gennaio 2010 Dedichiamo la mattinata alle Cascate Vittoria. Prima facciamo un giro in elicottero, poi entriamo a piedi nel Victoria Falls National Park e percorriamo il sentiero che costeggia il bordo del canyon scavato dalle cascate, lo scenario è semplicemente spettacolare, il nome con cui le chiamano i locali “fumo che tuona” è azzeccato , il rumore dell’acqua è un ruggito. Nell’ecosistema al bordo della cascata si è formata una vera e propria foresta pluviale per effetto delle goccioline d’acqua che piovono continuamente. Ci sono liane, felci, piante enormi incastrate l’una nell’altra e non si vede quasi il cielo. Verso mezzogiorno lasciamo lo Zimbabwe e attraversiamo il Chobe National Park in Botswana e poi entriamo in Namibia nel parco della striscia di Caprivi che si incunea tra il Botswana e l’Angola. Prima si esce dallo Zimbabwe a Kazungula e si entra in Botswana, poi al ponte di Ngoma si esce dal Botswana e si entra in Namibia. E’ un percorso breve di circa 200 km ma si perde un po’ di tempo ad attraversare 2 frontiere. Anche qui incrociamo elefanti e giraffe che passeggiano per strada, ormai non ci stupiamo più di niente! A Katima Mulilo ci fermiamo allo Zambesi River Lodge proprio sulla sponda del fiume.

Cascate Vittoria -Zimbabwe

18 Gennaio 2010 Oggi facciamo pausa e riordiniamo un po’ la macchina e i vari bulloni che si sono allentati. Cambiamo un po’ di Euro nella banca locale. Nel pomeriggio affittiamo una barca e facciamo una gita sullo Zambesi a pescare i tiger fish. Il fiume è molto pittoresco e il paesaggio magnifico, molti gli animali, ippopotami, coccodrilli ed una grande varietà di uccelli, vediamo anche alcune aquile pescatrici. Una sponda è dello Zambia e l’altra della Namibia, in alcuni tratti il fiume è largo solo 100 metri e le persone possono quasi parlarsi da una riva all’altra.

Chobe National Park – Botswana

19 Gennaio 2010 Partiamo di buonora e verso le 10:30 ci fermiamo a Bangani sul fiume Okavango per un’altra battuta al tiger fish. Affittiamo una barca al bellissimo Divava Lodge. Siamo all’inizio del delta dell’Okavango sul lato della Namibia, anche qui avvistiamo una quantità innumerevole di ippopotami, iguana, coccodrilli e uccelli di ogni tipo. Catturiamo un bel tiger da un paio di Kg che mangeremo la sera. Proseguiamo altri 350 km e infine ci fermiamo a pernottare al Roy’s Camp circa 60 km prima di Grootfontein.

Animali sulle strade africane

20 Gennaio 2010 Da un paio di giorni la spia della pressione dell’olio resta accesa dopo l’avviamento a motore freddo. Aggiungiamo un kg d’olio, ma per precauzione passiamo dal concessionario Nissan di Otjiwarongo. Il Patrol 3.0 TDi in Namibia non viene commercializzato pertanto alla Nissan non sanno cosa dire e non ci possono aiutare. Sarà la pompa dell’olio che tira gli ultimi ? oppure è semplicemente il bulbo del manometro che non funziona? Decidiamo di cambiare olio e filtro e, dopo aver constatato che la spia resta spenta, partiamo per il Damaraland. A sera, dopo circa 130 km di sterrato arriviamo al Damaraland Lodge, un posto famoso e citato nelle guide, per di più siamo in bassa stagione e lo troviamo completamente vuoto. Restiamo allibiti quando il gestore ci chiede 280 Euro per il pernottamento. Tentiamo di negoziare, ma senza successo. A quel punto piuttosto pernotteremmo sotto un ponte, facciamo dietrofront e andiamo a Bergsig dove bivacchiamo appena fuori dal villaggio (S20 12.932 E14 04.090). Cuciniamo un piatto di pasta cercando di individuare nel cielo trapunto di stelle la “croce del sud”.

Tiger Fish – Okavango

Paesaggio in colori pastello – Namibia

21 Gennaio 2010 Questa mattina la spia dell’olio è rimasta accesa anche dopo ripetuti avviamenti del motore. Cosa fare? Proseguire con la pompa dell’olio guasta vuol dire distruggere il motore e perdere la macchina. Se invece fosse il bulbo a essere difettoso non succederebbe nulla. Scommettiamo sull’ipotesi del bulbo difettoso e decidiamo di proseguire ed entrare nel parco di Skeleton Coast. Il paesaggio è nebbioso e piatto. Inoltre il cielo è coperto e la temperatura è di 18°C. Passano i km lentissimi, uno dopo l’altro nella speranza di non fondere il motore. Di fatto percorriamo i 400 km di sterrato che separano Bergsig da Swakopmund interrompendo solo per pranzo a Henties Bay e a metà mattinata per fare jogging sulla spiaggia appena a sud di Torra Bay. Infine verso le 16 arriviamo a Walvis Bay. La pompa dell’olio evidentemente funziona. Facciamo un salto dal concessionario Nissan che sembra più preparato del precedente e che ci da appuntamento per il mattino successivo. Walvis Bay ormai non è più Africa, o meglio non l’Africa che abbiamo visto in Mali, Algeria, Burkina, Ghana. Qui è come essere in Europa, villette a schiera, strade ordinate, supermercati, macchine nuove, guidatori che si fermano persino agli stop e ai semafori rossi! Ceniamo al Raft, un ottimo ristorante di matrice tedesca.

Skeleton Coast – Namibia

22 Gennaio 2010 Questa mattina la spia dell’olio è rimasta spenta, come se fosse un premio per il coraggio dimostrato ieri, passiamo dal concessionario Nissan per dirgli che proseguiamo e che non è necessario smontare il bulbo per le verifiche. Ci addentriamo nel deserto del Namib e nel parco di Naukluft fino a Sesriem per visitare l’omonimo Canyon e domattina le dune di Sossuvlei. Il termometro spazia dai 13° C del mattino ai 33°C del pomeriggio. Paesaggio desertico, antilopi, orici e struzzi che corrono in libertà. Campeggiamo all’interno del parco di Sossuvlei nel campeggio gestito da Namibia Wildelife Resorts, questo ci permetterà di partire domattina alle 5 anziché attendere l’apertura del parco alle 6.

Campo sotto un’acacia a Sesriem – Namibia

23 Gennaio 2010 Sveglia alle 4:20 e partenza alle 5. Corriamo sui 60 km di asfalto che ci separano dal sito di Sossuvlei e infine ci addentriamo nei 5 km di sabbia (brutta) che portano al parcheggio finale. Insomma, alle 6 e mezza, al levar del sole, siamo in cima a una delle enormi dune e possiamo ammirare l’alba. Il paesaggio è tutto colorato in tonalità di rosa ed è molto spettacolare. Restiamo per circa un’ora a fotografare l’alba e ci immergiamo totalmente nella bellezza del paesaggio che la luce mutevole del mattino rende veramente unico, poi, dopo aver fatto jogging in questo paradiso, torniamo al campeggio. La prossima tappa del nostro viaggio è il Fish River Canyon che dista circa 600 km. Alle 10:30 lasciamo il campeggio per attraversare i due altopiani di Nanania e di Hanam. Anche qui colori tenui e paesaggi che sembrano acquerelli. Alle 19:30 campeggiamo alla Roadhouse che si trova a una ventina di km dal canyon (S27 31.356 E17 49.003). Grigliamo dell’ottima carne di pecora comprata in un supermercato per strada.

Alba a Sossuvlei – Namibia

24 Gennaio 2010 Dedichiamo la giornata a vagabondare nel Fish River Canyon tra panorami mozzafiato e temperature torride, il paesaggio assume tutte le sfumature dal giallo al marrone, il sole di mezzogiorno illumina il canyon regalandoci dei panorami selvaggi , brulli ma estremamente pittoreschi. Ci fermiamo al punto sulphur springs per farci una pasta. Non c’è nessuno, il canyon sembra appartenere solo a noi. Nel pomeriggio andiamo ad Ai-Ajs alla fonte di acqua calda, dove ci facciamo un bagno nella piscina della struttura alberghiera che gestisce il sito. Pernottiamo infine in un Lodge con i bungalow di pietra dopo aver assistito all’ennesimo incantevole tramonto africano.

Tramonto sui graniti del Fish River Canyon – Namibia

25 Gennaio 2010 Oggi è il grande giorno, quello dell’arrivo alla meta, quello del trasferimento a Cape Town. Il tragitto è velocissimo e le strade sono scorrevoli, le pratiche di frontiera efficienti. Unico neo sono le banche. Per cambiare i pochi dollari della Namibia in Rand ci prendono ben 10% di commissione e pensare che le due valute sono equipollenti con rapporto di cambio fisso 1:1. Invece in Namibia il cambio da N$ a Rand non costava nulla e le due divise erano accettate indistintamente da qualunque negoziante. Arriviamo in città in serata. Un tramonto bellissimo e la nebbia del mare burrascoso ci accolgono in questa meravigliosa città che corona il successo del nostro viaggio.

Tramonto con mareggiata a Cape Town

26 Gennaio 2010 Giornata intensa, prima ci incontriamo con l’agente che si occuperà della spedizione della macchina, la Leschaco Pty., poi andiamo a visitare Capo di Buona Speranza. A colazione ci troviamo con dei colleghi di Fabrizio a Stellenbosch, la capitale della regione del vino sudafricano e facciamo fuori due bottiglie di Sauvignon Blanc superlative. Infine nel pomeriggio andiamo a Capo Agulhas, la punta più a Sud del continente africano dove si incontrano l’Oceano Indiano e quello Atlantico. Siamo a quasi 35°C di latitudine Sud. Pernottiamo all’Hotel Arniston dal nome della nave inglese che qui naufragò circa due secoli fa carica d’oro e preziosi. C’è vento forte, mare grosso, si respira la nebbia che sale dalle onde. Siamo arrivati dove finisce l’Africa e purtroppo anche il nostro viaggio.

Cape Agulhas, il punto più a Sud dell’Africa

27, 28 e 29 gennaio 2010 Sono le ultime giornate a Cape Town, interamente dedicate al ritorno ed ai preparativi per spedizione della macchina. Il 28 sigilliamo il Patrol nel container e timbriamo definitivamente il carnet in uscita dal Sudafrica. Vagabondiamo per un paio di giorni nella penisola del parco di Table Mountain un posto unico al mondo per la fusione di colori, sole, mare e montagne. Cape Town e tutta la zona circostante sono quasi paradisiache, la qualità della vita è alta, niente traffico, molte zone verdi, spazi infiniti, panorami mozzafiato. La mattina del 29 facciamo un bagno sulla spiaggia della cittadina di Clifton, la temperatura è glaciale, resistiamo in acqua solo pochi secondi. Infine, nel tardo pomeriggio, con un velo di tristezza negli occhi, prendiamo il volo per Istanbul che ci riporta in Europa.

Table Mountain National Park – Sudafrica

I protagonisti: Fabrizio e Sabrina

Attività fisica In un viaggio così lungo e in zone remote abbiamo pensato fosse una sfida nella sfida il poter ritagliare un’ora al giorno, tutti i giorni, per poter fare un po’ di attività fisica. Ci siamo riusciti correndo dappertutto, sia nel deserto sia sotto la pioggia equatoriale oppure sulla nave per Tunisi, per un totale 250 km di percorrenza nei 44 giorni del nostro viaggio. Non è stato facile, specialmente quando non c’erano posti per fare una doccia, ma chi è stato nel deserto sa che con una bacinella e un bicchiere ci si può lavare, bene e completamente. Questi sono i posti dove abbiamo corso:

Informazioni tecniche e guasti subiti I due ammortizzatori posteriori hanno sparato fuori le guarnizioni e come conseguenza tutto l’olio. Era il loro terzo viaggio e avevano accumulato 30,000 km di strade africane e quindi erano stati molto sollecitati. La ragione del cedimento finale sono state le cunette di cemento per rallentare la velocità nei centri abitati. Dall’Etiopia in giù se ne incontrano a centinaia e alcune sono alte 40 cm. Con la macchina a pieno carico, anche passando a 10 km/h, gli ammortizzatori dietro raggiungono condizioni di stress estremo. Fortunatamente avevamo con noi una serie completa di ammortizzatori ed abbiamo provveduto alla sostituzione. Abbiamo dovuto cambiare le due batterie. E’ un po’ colpa nostra perché erano vecchie e già prima del viaggio avevano dato segni di debolezza. Le batterie le abbiamo acquistate sul posto. Il tôle ondulé e le pessime condizioni delle strade etiopi e keniote sono stati i responsabili di tutte le altre rotture che si sono verificate in questo viaggio. Le citiamo per completezza: Un piede del portapacchi adibito al serbatoio di scorta si è incrinato e si è poi staccato dai bulloni di fissaggio. Avevamo sovraccaricato il portapacchi oltre il limite suggerito dalla casa e le vibrazioni hanno fatto il resto. Avevamo con noi un piede di ricambio. Il supporto di una delle due batterie ha prodotto crepe nella carrozzeria all’interno del vano motore. Abbiamo rinforzato come potevamo. Probabilmente occorrerà rifare le saldature. La spia di allarme del freno a mano non si spegne più. La spia di allarme della pressione dell’olio si accende e si spegne a caso. La spia di allarme delle portiere aperte si accende e si spegne a caso. Abbiamo cambiato il filtro dell’aria dopo aver percorso 9,000 km. Abbiamo cambiato olio e filtro dell’olio dopo aver percorso 14,000 km, il cambio è stato eseguito presso un concessionario Nissan in Namibia che però non aveva olio sintetico e ha messo olio minerale. I pneumatici sono stati letteralmente tritati sulle strade africane e adesso si staccano facilmente pezzetti di gomma dal battistrada.

Stato dei pneumatici

In totale abbiamo percorso 17.594 km sul continente africano, per la maggior parte su strade asfaltate. Abbiamo scalato complessivamente 100.000 metri di dislivello. Consumo totale: 2.550 litri di gasolio. Informazioni utili sulle frontiere Frontiera al porto di Tunisi Prima c’è il controllo passaporti, poi ci sono due chioschi per la registrazione della vettura. In uno si fa la coda per avere il formulario nel secondo lo si consegna compilato. Una copia del formulario debitamente timbrata viene restituita e serve per poter uscire dal porto. Non è necessario il carnet. Fuori dal porto c’è un bancomat che eroga dinari con carta VISA. Frontiera Libica a Ras El Jerid La guida, che comunque è obbligatoria, si occupa di tutto sia al confine in ingresso sia in uscita sia durante i trasferimenti. Noi abbiamo utilizzato l’Ottovolante di Torino. Contatto: sergio@avventuriamoci.com telefono: 011 678367 Il carnet è utile anche se non obbligatorio. C’è chi lo timbra e chi no, noi lo abbiamo presentato. Munitevi di filo di ferro per appendere le targhe libiche (e poi anche quelle egiziane). Ci sono banche per il cambio, ma se fossero chiuse è possibile cambiare presso qualche commerciante locale. Frontiera Egiziana a Sallum E’ opportuno cambiare almeno 200 Euro in LE presso la banca di frontiera. Costi totali come segue: Adesivo che funge da visto di ingresso: 15 US$ per ciascun passaporto. Poi abbiamo speso 50 LE in un altro ufficio, ma non ricordiamo esattamente per cosa. In tutto per la vettura, abbiamo speso 1.392 LE (circa 175 Euro) escluso la mancia a Mahammud. Frontiera Egiziana ad Aswan e Sudanese a Wadi Halfa In uscita dall’Egitto sarete assistiti da Salah della Nile River Transportation Co. che vi ha venduto i biglietti del traghetto. Per l’acquisto dei biglietti bisogna però avere il visto per il Sudan e bisogna aver restituito le targhe egiziane. Bisogna mandare una mail di prenotazione a Salah almeno 2 settimane prima del viaggio. Il traghetto c’è solo il Lunedì e Salah vi fisserà appuntamento il Sabato precedente per controllare i documenti e assegnarvi i biglietti.

Ufficio della Nile River Transportation Co. N24 05.951 E32 53.977

Salah della Nile River Transportation Co.

takourny@hotmail.com cellulare: +20183160926 Restituzione delle targhe Prima si va al Court Traffic Office (N24 03.701 E32 53.178) dove in mezz’ora rilasciano la dichiarazione che non si hanno pendenze in Egitto dovute a incidenti stradali o multe. Si chiama “barratt zama”. Diamo 25 LE di mancia al ragazzo che ha compilato il formulario e fatto la coda. Noi non entriamo neanche negli uffici, aspettiamo fuori. Poi si va al Traffic Office dove con la dichiarazione appena ottenuta, si restituiscono targhe e patente. Qui viene consegnato un foglio che servirà per circolare temporaneamente e che permetterà alla dogana di timbrare il carnet in uscita dall’Egitto. Lo stesso foglio verrà chiesto da Salah prima di vendere i biglietti del traghetto.

Traffic Office ad Aswan: N24 05.005 E32 54.518

Visto per il Sudan Il consolato è chiuso il venerdì e il sabato. Si trova in un appartamento di un condominio e non è facile vederlo, anche se c’è la bandiera appesa fuori. Apre alle 8 e rilascia il visto in circa mezz’ora a fronte di presentazione di 2 fototessera, il questionario compilato e 100 US$ per ciascun visto.

Mazar Mahir davanti al consolato del Sudan in Aswan N24 06.333 E32 54.180

All’arrivo a Wadi Halfa le pratiche di polizia si sbrigano tutte sulla nave prima di scendere. Noi abbiamo incaricato Mazar di fare il suo mestiere ovvero di occuparsi di tutto. Ci ha fatto riempire due questionari e poi ci ha chiamati nella stanza della polizia. Gli stranieri turisti passano prima dei sudanesi e degli egiziani. La sera precedente, subito dopo la partenza del traghetto, un ufficiale medico ha misurato la febbre a tutti i passeggeri per verificare che non ci fossero casi di influenza e ha trattenuto i passaporti consegnandoli poi direttamente alla polizia di frontiera. Le pratiche doganali a Wadi Halfa le ha sbrigate invece lo zio di Mazar che lavora in dogana. In pratica gli abbiamo dato il carnet il giorno del nostro arrivo col traghetto e lui l’ha riconsegnato 24 hr dopo debitamente timbrato insieme con una serie di fogli in arabo che mostreremo in uscita dal Sudan. Abbiamo dato a Mazar 40 US$ di mancia più 50 US$ dovuti per il costo delle pratiche di dogana da parte dello zio. Secondo noi è il metodo più rapido ed efficiente per procedere. E’ impensabile fare da soli. Mazar ha due telefoni cellulari: uno egiziano +20122655457 e uno sudanese +249918335149. Una volta entrati in Sudan occorre registrarsi presso l’ufficio dell’Immigration che appone un adesivo verde al passaporto e lo timbra. Senza tale adesivo non si esce dal paese. A Wadi Halfa avevano finito gli adesivi e quindi ci hanno suggerito di andare a Dongola oppure a Khartoum o a Gedaref. Noi abbiamo tentato senza successo a Dongola, poi ci siamo affidati ai servizi dell’Hotel Acropole che ci ha procurato gli adesivi in meno di 24 ore, però al costo di 40 Euro/persona. Infine, in Sudan è vietato fotografare. Noi però qualche foto però l’abbiamo fatta lo stesso.

Tassisti a Wadi Halfa

Frontiera Etiope a Metema Nella cittadina di Qallabat, in uscita dal Sudan, prima si va all’Immigration Office per dichiarare che si sta uscendo dal paese. Poi si va alla dogana a fare timbrare il carnet e si pagano 25 sterline sudanesi. Infine si passa dalla polizia di frontiera che stampa lo sticker verde che prova l’avvenuta registrazione presso un ufficio della Immigration. In ingresso in Etiopia la procedura è simile, prima si va alla Polizia che ha un registro tutto sdrucito dove, inaudito, sono indicati a mano i visti emessi mesi prima dalle ambasciate etiopi del mondo a favore di vari viaggiatori. Dopo una decina di minuti di scartabellamento hanno trovato anche i nostri e li hanno confrontati con quelli che avevamo sul passaporto! Alla dogana etiope siamo arrivati alle 18:30 ed era ormai chiusa. Fabrizio ha pregato l’impiegata di timbrare lo stesso il carnet e alla fine ci è riuscito. Una volta il carnet non era obbligatorio per l’Etiopia, ora lo è, almeno secondo la dogana etiope. Occorre cambiare al nero, non ci sono banche. E’ meglio cambiare solo l’essenziale, infatti, si ottengono condizioni molto migliori nelle città all’interno, per esempio Gonder. Frontiera keniota a Moyale In uscita dall’Etiopia si passa prima dall’Immigration e poi dalla dogana. Noi siamo arrivati di domenica e quindi i doganieri non c’erano. Abbiamo minacciato di chiamare l’ambasciata e dopo mezz’ora è arrivato l’ufficiale che ha timbrato il carnet. Dal lato keniota prima si compila il formulario all’Immigration e poi si passa dalla dogana per il carnet. In tutto trascorre circa un’ora per passare le due frontiere. Noi avevamo già ottenuto in Italia il visto per il Kenya. Si può cambiare in frontiera ma solo al nero. Non ci sono banche. Frontiera Tanzaniana a Namanga La procedura è quella consolidata dei paesi che erano un tempo colonie inglesi. In uscita dal Kenya si passa prima dall’Immigration e poi dalla dogana per timbrare il carnet. La polizia keniota a noi ha chiesto se avevamo l’assicurazione per la Tanzania e alla nostra risposta negativa siamo stati indirizzati a un assicuratore che ci ha rilasciato la Yellow Card (l’equivalente della Carte Grise dell’Africa Nord-Occidentale) valida nel territorio Comesa (Kenya, Tanzania, Zambia, Sudafrica, Botswana, Namibia, Zimbabwe più altri paesi che non attraverseremo). Costo 150 US$ e validità un mese. L’assicurazione ci verrà richiesta un paio di volte in Tanzania e poi in Zambia. All’ingresso in Tanzania si segue la stessa procedura, ma siccome noi avevamo già il visto, non abbiamo dovuto compilare il formulario dell’Immigration. Abbiamo timbrato il passaporto e successivamente il carnet in dogana. In Tanzania ci hanno chiesto 5 US$ come car tax valevole per 7 giorni. L’ammontare è basato sul tempo permanenza nel paese. In frontiera si può cambiare sia presso la banca sia al nero se la banca fosse chiusa, ma le condizioni sono pessime. Nelle cittadine si può prelevare ai bancomat con la VISA. Frontiera dello Zambia a Tunduma La frontiera è il solito caos africano allo stato puro. Comunque tramite un ragazzino abbiamo fatto tutto in mezz’ora. Ecco la sequenza delle operazioni. All’Immigration office abbiamo fatto i visti che non avevamo. 50 US$ a persona. Alla dogana abbiamo timbrato il carnet. Poi occorre acquistare la carbon tax che dipende dalla cilindrata del motore. Noi con un 3 litri diesel abbiamo pagato 200.000 Kwacha. Poi c’è la tassa sui rifiuti, in pratica lo Zambia fa pagare i turisti per quello che sporcano, in tutto fanno 15.000 Kwacha per due persone. Infine occorrerebbe pagare la road tax per l’utilizzo delle strade zambiane. Costa 300.000 Kwacha ma l’ufficio chiude alle 17.00 e noi siamo arrivati alle 17:05. A questo punto la procedura prevede che si passi una notte in frontiera per pagare la tassa la mattina dopo, di fatto, noi abbiamo dato 150.000 Kwacha all’ufficiale che controlla le auto in uscita dalla frontiera e questi ci ha fatti passare anche senza la road tax. La road tax in realtà non ce la chiederanno mai nei vari posti di blocco che incontreremo nei giorni successivi. Tutte queste tasse si pagano solo in Kwacha quindi occorre cambiare in loco 100 o 200 Euro presso la banca di frontiera (ce ne sono due) oppure al nero. Una volta passati in Zambia si può prelevare ai bancomat con la VISA. Infine una cosa importante sono gli adesivi catarifrangenti che occorre applicare ai paraurti. Bianchi davanti e rossi dietro. La polizia li vuole vedere e chiede anche di vedere il triangolo di emergenza e l’estintore. Abbiamo comprato gli adesivi per 5 euro da un ragazzino in strada e dato 10 Euro di mancia per l’aiuto nelle pratiche di frontiera. Frontiera dello Zimbabwe a Livingstone La frontiera dello Zambia ci dà l’ultimo assaggio di Africa. Non avevamo la road tax in quanto non l’avevamo comprata all’ingresso a Tunduma. La polizia ce la voleva fare acquistare in uscita dal paese chiedendo ben 120 US$. Fabrizio ha offerto 20 Euro al poliziotto che poi ci ha fatto passare timbrando semplicemente il carnet e il passaporto. In Zimbabwe l’Immigration è molto rapida, un formulario e un timbro. La dogana invece chiede 10US$ per timbrare il carnet e 15US$ per la road tax. Non avendo US$ abbiamo pagato in Euro anche se il cambio che la dogana ci ha applicato è stato oltraggioso. In Zimbabwe non esiste più la moneta locale. Lo Stato ha dichiarato bancarotta da oltre un anno. Tutta l’economia è denominata in US$. Anche i bancomat della Barclays erogano direttamente US$. Frontiera del Botswana a Kazungula Prima si passa all’Immigration dove comunque non è necessario il visto. Poi si passa alla dogana dove è timbrato il carnet. Infine si passa da un ufficio dove si compra la road tax che costa 120 Pula ed è valida per 7 giorni. Si può pagare solo in Pula o in Rand e non ci sono banche per il cambio, il posto di frontiera è veramente molto piccolo. Noi abbiamo cambiato 10 Euro con un turista tedesco che usciva dal Botswana verso lo Zimbabwe e con questi abbiamo pagato la road tax. Frontiera della Namibia a Ngoma In uscita dal Botswana si passa solo dall’Immigration. La dogana non timbra più il carnet in quanto Botswana, Namibia e Sudafrica fanno parte di un’unica area doganale convenzionata. Questo verrà confermato poi successivamente ad ogni passaggio di frontiera. In ingresso in Namibia si compila solo il formulario dell’Immigration. La road tax si acquista nella città di Katima Mulilo al distributore della Total in ingresso in città circa a 45 km dal confine. Il costo per un 4×4 è di 180 dollari namibiani (N$). Non ci sono banche per cambiare denaro in frontiera ma a Katima Mulilo ci sono bancomat oppure banche se ci arrivate in orario di apertura. Il N$ equivale al Rand sudafricano in rapporto 1:1 quindi si può pagare con una o l’altra moneta in modo indifferente. Le stesse banche namibiane al cambio erogano indifferentemente l’una o l’altra divisa. Frontiera del Sudafrica a Nordoover In uscita dalla Namibia si passa solo dall’Immigration. All’ingresso in Sudafrica si passano 3 uffici in sequenza: Immigration, Dogana e infine Polizia. Non c’è road tax da pagare. Spedizione della macchina Ufficio dello spedizioniere Leschaco: Leschaco (Pty) Ltd 2nd Floor – Triangle House 22, Riebeek Street Cape Town South Africa Tel: 021 – 421 6862 Fax: 021 – 421 8078 Lo spedizioniere ha prenotato il container da 20 piedi circa 2 settimane prima del nostro arrivo a Cape Town e ha fissato l’appuntamento con un ufficiale della dogana circa un paio di giorni prima del carico della macchina sul container. Il carico è avvenuto presso i magazzini di una delle società che affittano i container e che è stata scelta dallo spedizioniere. Alla data e ora prevista, un funzionario della Leschaco ci ha accompagnati al magazzino dove un ufficiale di dogana ha ispezionato la macchina acconsentito al caricamento del container e alla chiusura con sigillo. Il tutto si sbriga in circa 2 ore. Per procedura la dogana chiede 48 ore prima di restituire il carnet timbrato in uscita dal Sudafrica, ma con la dovuta gentilezza si riesce a ottenerlo seduta stante. Abbiamo dato 10 Euro di mancia all’operaio che ha ancorato la macchina all’interno del container e 20 Euro all’impiegato che ha convinto la dogana a rilasciare subito il carnet timbrato. Il Sudafrica non è diverso dal resto del continente. Un tributo ai camionisti africani Pensiamo sia il mestiere più infame del continente africano: guidare un camion, magari stracarico e vecchissimo e sorbirsi centinaia di km al giorno in condizioni incredibili. Abbiamo visto decine di camion ribaltati o in panne al ciglio della strada. Alla media di 4 o 5 al giorno in qualunque paese fossimo. I camionisti africani sono delle brave persone e forse per solidarietà hanno sviluppato in codice di comportamento che aiuta in qualche modo gli automobilisti che procedono a velocità più sostenute.

Un camion ribaltato in Libia

Quando si è dietro ad un camion: -se il camion mostra la freccia dal lato del sorpasso vuol dire che la carreggiata è libera e si può superare; -se invece accende la freccia dal lato opposto vuol dire che sta sopraggiungendo un altro veicolo; -se mette entrambe le frecce vuol dire che c’è un’emergenza, tipicamente una buca o un animale. Quando si incrocia un camion che viene dalla direzione opposta: -se il camion mostra la freccia esposta verso la vostra carreggiata vuol dire che vi chiede di spostarvi un po’ per fargli spazio oppure che sta segnalando a chi lo segue di non sorpassare. Quindi preparatevi a veder sbucare qualcuno; -se mette entrambe le frecce vuol dire che c’è un’emergenza o un pericolo, tipicamente avverte che troveremo una buca più avanti o un altro veicolo in panne. E’ un codice universale, vale in tutta l’Africa e aiuta molto.

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4 Comments… add one

silvestro portogallo May 22, 2014, 00:27

un viaggio davvero incredibile complimenti un gran coraggio e’ un avventura impressionante

fabrizio zenone April 22, 2017, 16:26

Silvestro, leggo ora il tuo commento.
Grazie.
E’ stato uno dei viaggi più belli della mia vita.
Peccato che ora l’Africa sia ormai inaccessibile per i vari problemi di sicurezza…sigh

How Tiny House Plans On Wheels February 4, 2016, 03:30

I visit every day a few websites and information sites to read articles or
reviews, but this weblog provides quality based content.

fabrizio zenone April 22, 2017, 16:29

Thank you. I tried to put all what I thought it is helpful for future travellers in that continent.
Unfortunately nowadays Africa is too unsafe to visit.
Good luck
Fabrizio

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