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Viaggio in Mali 1988-89 diario di Massimo Baruffaldi

– Posted in: Africa, Africa Occidentale, Nord Africa, Resoconti di viaggio

By Massimo Baruffaldi
Originally Posted Sunday, July 18, 2004

VIAGGIO IN MALI 1988-89

GIORNALE DI BORDO
di
MASSIMO BARUFFALDI

 

I PROTAGONISTI

 

 

I MEZZI

 

MASSIMO BARUFFALDI – TIZIANO SCOLARI  

DAIHATSU ROCKY benzina

 

 

GABRIELE COLZANI – RICCARDO PLOS

 

 

DAIHATSU ROCKY diesel

 

 

 

IL VIAGGIO

Su strada km. 5458 (pari al 62 %)
Fuori strada km. 3377 (pari al 38%)
Totale km. 8835
dal 26 dicembre 1988 al 20 gennaio 1989

 

LE TAPPE

 

(ndr) i termini in corsivo hanno una spiegazione alla fine del racconto

 

Lunedì 26 DICEMBRE 1988 TORINO – MARSIGLIA (km. 500 asfalto)– nave Zeralda

 

Partenza da Torino alle 7 del mattino e appuntamento con Tiziano, proveniente da Verona, al casello dell’autostrada. Buio e nebbia fino ai primi contrafforti delle montagne verso la Liguria.

Viaggio senza storia verso Marsiglia, dove giungiamo alle 4 del pomeriggio, in tempo per l’imbarco.

Si sbrigano le pratiche doganali e ci si imbarca sulla nave Zeralda (algerina). Si assiste ad un furioso litigio tra un gruppo di italiani che erano stati esclusi dall’imbarco e i marinai della nave. Sapremo, poi, che circa 40 veicoli del gruppo di Torino non sarebbero stati imbarcati per un errore di valutazione delle capacità della nave.

Difficoltà con la sistemazione in cabina, appianate da adeguata mancia (iniziano i bakhshish) al cameriere. Le cabine sono luride e maltenute, ricche di suppellettili rotte e lenzuola sporche. Nell’ingresso della nostra c’è una bella macchia di vomito. I servizi sono adeguati al resto della nave.

Cena a bordo, cibi cattivi e pochi, dove si intrecciano amicizie con altri appassionati, per caso, tutti di Torino. La notte si dorme con un poí di apprensione, ma il mare calmo rende più accettabile il viaggio.

 

 

Martedì 27 DICEMBRE 1988 nave Zeralda – ALGER – COL DES CARAVANES (km. 330 asfalto)

 

Il viaggio prosegue e si giunge ad Alger verso le 18, ora in cui si possono apprezzare dal mare le luci della città ma non si può giudicarne l’aspetto.

Dopo uno sbarco ed un attraversamento della dogana a tempo record, si iniziano ad affrontare i primi contrafforti montagnosi che portano verso Blida. La notte non ci permette di gustare il paesaggio che è molto bello. Si inizia ad “apprezzare” il clima africano: riscaldamento acceso in macchina e vestiti con giacca a vento in Gore-tex. Il freddo e il vento ci accompagneranno per tutto il viaggio, persino al 14 parallelo.

Alle 21 si cena in un Restrant dopo Blida, sulla montagna, dove i padroni musulmani apprezzano il nostro vino in cartoni!

Si continua testardamente verso il sud, ma a notte fonda la stanchezza ci fa desiderare qualche ora di riposo. Ci installiamo in tenda in una pineta a 100 km. da Laghouat. Il freddo polare (- 5) ci fa apprezzare le tute in Gore-tex della Horsyís. A vederci non sembriamo affatto in Africa, ma a Capo Nord! Giacca a vento, imbottita, pantaloni termici, cappello con paraorecchie e guanti ci danno l’aspetto di arditi esploratori del Polo.

 

 

Mercoledì 28 DICEMBRE 1988 COL DES CARAVANES – EL GOLEA (km. 600 asfalto)

 

Dopo un risveglio e una “messa in moto” estremamente disagevoli, facciamo tappa a Laghouat, dove iniziano i primi problemi di rifornimento di gasolio. Quando ce nè,c’è sempre una coda di decine di camion e auto che si riforniscono.

Tiziano, neofita, viene da me iniziato ai piaceri del caffè locale e dei dolciumi stucchevoli.

Da Laghouat a Ghardaia si inizia ad apprezzare il passaggio al vero deserto, con la diminuzione drastica della vegetazione e l’nizio dei paesaggi austeri e aridi. La strada asfaltata, tuttavia, si mantiene buona anche se un pò trafficata.

Ghardaia la ammiriamo dall’alto, dalla strada panoramica che porta a sud. Questa oasi merita una visita che effettueremo al ritorno, quando non saremo più pressati dalla fretta di arrivare al Mali.

La strada da Ghardaia a El Golea è ancora piena di traffico pesante, molti camion e qualche Peugeot (la regina dellíAfrica). Ci si ferma lungo la strada nei piccoli Restrant o Resterante a mangiare qualcosa o a bere il the locale (verde). Gli incontri con la gente dell’Africa del Nord meriterebbero un intero capitolo, per cui segnalerò solamente i casi più interessanti.

Il pomeriggio si arriva a El Golea e si pernotta al camping dove Riccardo (chef sopraffino) ci prepara una bella cena. Arditamente vogliamo fare la doccia (fredda) e questo causerà non pochi danni ad alcuni di noi, nel prosieguo del viaggio.

 

 

Giovedì 29 DICEMBRE 1988 EL GOLEA – ADRAR (km. 570 asfalto)

 

Al mattino si procede ad un lavoro meccanico sulla Daihatsu di Gabriele: si tirano i dadi della testa e si regolano le punterie. Inoltre, il pomeriggio precedente, si era dovuto far saldare un attacco del sedile della medesima auto.

Da El Golea si riparte in una tempesta di sabbia che, oltre a limitare la visibilità, trasporta intere dune sulla strada che costringono a deviazioni fuori pista. Questo inconveniente è aggravato dalla strada stretta e dal fatto che di fronte giungono centinaia di grossi trasporti militari che, in virtù delle dimensioni, si prendono la precedenza… Si può dire che il tragitto El Golea – Adrar è stato fatto per metà fuori strada.

Il mio coequipier, Tiziano, inizia ad avere la febbre che verso sera sarà piuttosto alta. Si decide, pertanto, di dormire all’hotel Touat di Adrar. Quivi, la sera, conduciamo qualche rahgir vendendo a caro prezzo due bottiglie di whisky ad un cameriere. I dinar raggranellati ci serviranno per fare il pieno di benzina e gasolio. Prima di cena, quindi, lunga coda per rifornire di gasolio la Daihatsu di Gabriele. Da domani non troveremo più benzinai fino al Mali.

 

 

Venerdì 30 DICEMBRE 1988 ADRAR – Metà Tanezrouft (km. 480 asfalto + pista)

Da Adrar si va a Reggane con l’ultimo tratto di asfalto del viaggio fino a Gao. La tempesta di sabbia è aumentata e la visibilità è ulteriormente diminuita. Ai lati della strada scorrono, come castelli fantasma, gli ksour abbandonati di epoca medievale.

Dopo la visita alla protezione civile e alla polizia (foto di morti alle pareti, dispersi nel Tanezrouft) si imbocca la ormai mitica pista detta Bidon V.

Percorso qualche chilometro su una durissima tole ondulée, nella tempesta di sabbia, incontriamo quattro torinesi che si recano in Mali e che avevamo conosciuto sul traghetto. Procediamo insieme e arriviamo alla stazione di servizio (si fa per dire) a 200 km. da Reggane.

Dopo averla superata, incontro con gruppi di automobilisti su Peugeot con problemi di motore. Trattasi di persone, di solito “alternativi”, che vengono in Mali tra mille peripezie per vendere le automobili. Per tutto il viaggio ne incontreremo e, talora, dovremo dare loro aiuto.

La pista è scorrevole ed agevolata da balises luminose ogni 10 km. L’illuminazione dovrebbe provenire da lampade alimentate da cellule solari. Come al solito, sono state asportate sia le une sia le altre. Comunque, queste alte balises sono estremamente comode per seguire la direzione Sud, in quanto la pista è piuttosto sgangherata e si procede fuoripista. [N.B. nel 1988 non esisteva il GPS e si procedeva con carte e bussola].

Campo notturno nel Tanezrouft, a circa 350 km. da Reggane. Il freddo rimane intenso. Si deve dormire in tenda, ben rimpannucciati nel sacco a pelo.

 

 

Sabato 31 DICEMBRE 1988 Metà Tanezrouft – TESSALIT (km. 450 pista)

 

Si riparte la mattina presto e, oltrepassato il tropico del Cancro, dove c’è un modesto complesso dunario, si giunge alla postazione cosiddetta “Bidon V”. Eí solamente uníalta torre metallica circondata da rottami ferrosi. Tuttavia costituisce il punto di riferimento per tutti i viaggiatori che passano sulla pista.

Al Bidon V incontriamo una strana carovana costituita da un folto gruppo di ciclisti e maratoneti, accompagnati da auto di appoggio, che corrono una specie di Parigi-Dakar ecologica. Li rincontreremo sulla strada Gao – Mopti, decimati.

Li superiamo e, ben presto, siamo in vista di Bordj Mokhtar, postazione di confine algerina.

Le pratiche burocratiche scorrono abbastanza in fretta e, pertanto, decidiamo di proseguire verso Tessalit, a circa 150 km.

Dopo aver attraversato un reg piatto, prima della pista stretta e sassosa dell’Adrar des Iforas, passiamo accanto ad un accampamento di Tuareg. Che desolazione, che povertà. Molti ci corrono incontro ed allora regaliamo loro vestiti usati e qualche scatoletta di carne.

Si giunge a buio fatto a Tessalit, non senza aver sbagliato strada un paio di volte, e si fa il campo nel cortile della dogana maliana.

La sera, gran cenone di Capodanno, attorniati da maliani curiosi e socievoli. Tutti brindiamo e andiamo a dormire alle 10 di sera.

 

 

Domenica 1 GENNAIO 1989 TESSALIT – TABANKORT (km. 325 pista)

Dopo le pratiche di dogana e polizia, costellate di grandi richieste di cadeaux (molti gadgets sono stati portati apposta per ungere la burocrazia), facciamo conoscenza del veterinario locale che ci vende una tanica di gasolio (a caro prezzo) e ci dà appuntamento per il ritorno.

 

Si riparte per una pista di montagna in direzione di Aguelhok scandita da paesaggi suggestivi con tratti di sassi e sabbia molle. Attraversamento di un ponte Bailey pericolante ed incontro con due tuareg sui loro cammelli. Nei pressi di Aguelhok, su un tratto pianeggiante, veniamo scortati da un grosso cane che ci segue agli 80 all’ora. Sapremo, poi, che si tratta del levriero del deserto, il ???.

Dopo le solite snervanti pratiche burocratiche, decidiamo di raggiungere Tabankort non per la pista normale (che faremo al ritorno), ma per la valle del Tilemsi, fiume fossile. A tal fine assumiamo una sedicente guida che, stipata tra i bagagli ci conduce a sud. Tuttavia, sia per il sopraggiungere dell’imbrunire sia per la solita tempesta di sabbia l’addetto si perde ed inizia a farci girare a casaccio. Ad un certo momento, ci fermiamo e stimata la posizione con la bussola, decidiamo di portarci ad est fino a raggiungere la pista principale. Dopo pochi chilometri giungiamo a Tabankort.

Qui ci sistemiamo per cenare e dormire in una piccola capanna di argilla, dal nome ampolloso di “Bar Ile de France”. Naturalmente nel “bar” non c’era null’altro che la nuda terra ed un gruppo di addetti che mangiavano per terra. Una parte del nostro gruppo, allora, decideva di cenare sul tavolino tedesco, mentre io mi accoccolavo a terra a mangiare con gli indigeni la loro specialità. In realtà sembrava uno stufato di montone con della tagella sbriciolata. Serata suggestiva in stile tuareg. Abbiamo, infine, dormito sui materassini sulla nuda terra nel retro del “bar”.

 

 

Lunedì 2 GENNAIO 1989 TABANKORT – GAO (km. 195 pista)

Da Tabankort a Gao la pista è molto scorrevole eccettuato alcuni passaggi in sabbia molle che, peraltro, le nostre automobili superano con estrema facilità. Qualche blocco stradale della polizia ci costringe a sostare fino a quando non diamo loro dei cadeaux. Tuttavia, a parte il fatto che spesso sono armati di vecchi catenacci, non danno fastidio più di tanto una volta che si sia imparata la tecnica di approccio. Tale tecnica consiste in questo: appena fermati, quando 6 o 7 persone si affollano attorno richiedendo bakhshish, per evitare uno sperpero di materiale, occorre subito domandare chi è il capo. A questo punto il medesimo avanza impettito ed è a lui che occorre fare la donazione.

A Gao giungiamo in tarda mattinata e, finalmente, possiamo fare una doccia (la prima dal 29 dicembre) al camping Tizi Mizi. L’acqua è freddissima, ma in compenso sporca e giallastra (viene dal fiume). Si segnala il cesso del camping che consiste in un amplissimo spazio in cemento delimitato da un muro con al centro un piccolo buco. Naturalmente la mira è facoltativa.

Eí d’obbligo una puntata a vedere il grande fiume, il Niger, che stupisce in una regione così arida. I locali sono dei grandissimi rompicoglioni, sempre a chiedere, anche quando non ne avrebbero bisogno. Per tutta la permanenza in Mali sarà una lotta con gli indigeni che stanno appiccicati come mosche a tentare di scroccare cibi o vestiti o qualsiasi altra cosa, in cambio di oggetti di artigianato spesso scadenti e dozzinali.

La città sul fiume è molto bella e suggestiva, con le sue strade di sabbia dove i passi sono silenziosi e le poche auto circolanti non costituiscono disturbo.

Prendiamo un ragazzino come guida e guardia delle auto (ci mette degli altri più piccoli), Alex, e visitiamo la città, il porto delle piroghe, la moschea degli Askia.

La sera si cena in un ristorante senegalese dove si mangia poco e male ed al buio. La cucina locale non è molto apprezzabile, in quanto modesta e povera di condimenti.

 

 

Martedì 3 GENNAIO 1989 GAO – MOPTI (km. 595 asfalto)

Dopo aver espletato le complesse pratiche burocratiche e di polizia, con condimento di bakhshish, si parte verso il traghetto per la regione del Gourma Rharous. La simpatica traversata viene immediatamente rovinata dai poliziotti locali che mi multano per non avere con me il triangolo… Si prendono, anzi, mi rapinano, 100 FF senza alcuna ricevuta. E non è finita. La lunga strada asfaltata ci porta a sud-ovest attraversando paesi come Gossi (altra multa per non essersi fermati ad un invisibile controllo doganale), Hombori, con le suggestive montagne a panettone, Sévaré, a pochi chilometri da Mopti. Ai lati della strada il paesaggio cambia dal deserto al sahel. Dalle distese di dune si passa ad una savana con acacie sparse ed infine ai giganteschi baobab. Si noti che a Gossi, Hombori e Sévaré si deve fare timbrare il passaporto!!! Naturalmente con richiesta di cadeaux.

Ci accoglie il camping di Mopti dove affittiamo due ragazzi a farci da guida. La sera a cena al famosissimo ristorante Le Bozo mangiamo il pesce capitaine, con un freddo cane ed un vento gelido. (Siamo al 14 parallelo). Grazie alle giacche in Gore-tex e agli altri indumenti, riusciamo a sopravvivere.

Per l’indomani combiniamo una gita in piroga sul fiume accompagnati dai due addetti. Tuttavia, a questa proposta, uno si reca immediatamente al porto (pensando che non ce ne accorgiamo) a tappare le falle più grosse.

 

 

Mercoledì 4 GENNAIO 1989 MOPTI – HOMBORI (km. 348 asfalto)

La mattina si fa il giro in piroga sul Bani, affluente del Niger, dove si visitano – oltre al bordello galleggiante (prezzi veramente modici con ragazze veramente carine) sul quale Tissiano, detto San Domenico Savio, ci impedisce di salire – alcuni villaggetti Bozo, Peul e Tuareg.

La vita di questi villaggi, pieni di famelici bambini, è estremamente precaria. Alcuni sono pescatori, altri allevatori, altri ancora semplici disoccupati. Comunque, a parte gli scherzi, si respira un’aria di povertà estrema, anche in questa cittadina che è considerata una delle più ricche del Mali.

Dopo il giro in piroga, visita della città con il suo mercato e la sua grande moschea. A Mopti si vive già la vita dell’Africa nera e la gente è allegra e colorata.

Nel pomeriggio si riparte verso Hombori dove si giunge a sera inoltrata. Si pernotta in una capanna di argilla, affittata da un addetto locale che, per quella notte, dorme in mezzo alle due macchine (per fare la guardia).

 

 

Giovedì 5 GENNAIO 1989 HOMBORI – TOMBOUCTOU (km. 370 asfalto + pista)

Sulla strada asfaltata da Hombori a Gossi incontriamo i superstiti della maratona Paris-Dakar che avevamo visto al Bidon V. I ciclisti e i corridori a piedi sopravvissuti continuano il loro sforzo verso Dakar. Poveretti!

Si ritorna a nord-est verso Gossi da dove si prende la pista attraverso il Gourma Rharous.

Le strade per giungere a Tombouctou sono numerose: una da Bamako, che aggirando da sud-ovest il Niger, porta a Goundam e, quindi a Tombouctou: questo itinerario è molto lungo, circa 1000 km., necessita di molto tempo e, soprattutto, è impraticabile in caso di piena del fiume o dei suoi affluenti. Un’altra possibilità è data dalla linea Mopti-Tombouctou di battelli fluviali.

E’ un viaggio affascinante, ma possibile solamente in stagione di acqua alta del fiume.

Un altro itinerario è rappresentato dalla pista che va da Kona a Tombouctou attraverso Niafounké, ma vi sono notevoli problemi di guadi (oltre 120-130 cm.).

Vi è, infine, la possibilità di andare da Gao a Tombouctou attraverso Bourem. Tuttavia, si tratterebbe di fare due volte, andata e ritorno, la stessa difficile pista di 450 km.

Dall’esame delle carte (la Michelin n 153 (adesso 953 ndr) e quelle dell’IGN 1:1.000.000) abbiamo riscontrato la presenza di una pista che da Gossi, attraverso la regione del Gourma, giunge al villaggio di Gourma Rharous da dove, in traghetto è possibile raggiungere la pista Gao-Tombouctou a circa 135 km. dalla città.

Da Gossi si va verso nord per circa 140 km., attraverso una regione di savana, prima, e di deserto, in seguito. Si passa su un terreno argilloso (molto fesh-fesh) costeggiato da acacie e cespugli spinosi, tra cui fanno spicco termitai di oltre due metri di altezza. Si incontrano due pozzi: Tin Galène, affiancato da una guelta e Tin Zaket, cui si abbeverano centinaia di asini e cammelli. Si giunge, infine, in una zona di alte dune da attraversare da cui si arriva al villaggio di Gourma Rharous.

In questa località occorre sostare sulle rive del Niger in attesa di un traghetto che fa la spola, quando non è fuori uso, tra la riva sud e quella nord, sbarcando i mezzi presso il villaggio di Chergo, a 135 km. da Tombouctou.

La traversata è quasi sempre un’avventura in quanto il traghetto è costituito da un pontone metallico sospinto da una piroga (pinasse) a motore. Nell’ora e più della traversata si possono avere guasti meccanici (siamo andati alla deriva per un bel tratto) e si possono fare incontri con i mezzi della flotta fluviale maliana: piroghe di tutti i generi, a vela, spinte da pagaie e da bastoni affondati sul fondo. Tutte incredibilmente cariche di uomini e animali.

Da Chergo, poi, una pista affascinante, attraverso innumerevoli passaggi di dune, porta a Tombouctou.

Anche se siamo già all’imbrunire, si decide di proseguire per Tombouctou. La pista molto suggestiva al tramonto, diventa difficile e pericolosa di notte, per una serie di dune da attraversare prima della città. A prezzo di qualche momento di paura si arriva a Tombouctou, la mitica.

Pratiche di polizia con richiesta di cadeaux e offerta di donne.

[N.B. Il timbro di Tombouctou sul passaporto è l’incontestabile garanzia di essere dei veri sahariani.]

Si dorme all’hotel Bouctou, dopo una deliziosa cena cucinata dall’impagabile Riccardo.

 

 

Venerdì 6 GENNAIO 1989 TOMBOUCTOU

Prima giornata di relax totale dal 26 dicembre, si mettono a punto i mezzi, si prende il sole. Il pomeriggio con una guida locale si fa la visita a piedi di Tombouctou. Città morta, sviluppata su un’area molto vasta, pochi abitanti, vestigia di case di antichi esploratori, giunti qui con ben altri mezzi e ben altre peripezie. La città dei 333 marabutti (santoni studiosi del Corano) ha perso completamente la sua fisionomia di centro religioso e commerciale da quando non si fermano più le carovane di migliaia di cammelli provenienti dalle regioni del sale di Taudenni o dalla Sirte o dalla terra Mandingo. La popolazione rimasta, tuareg o songhai, vive di pesca e di piccoli commerci. In città si possono ancora vedere i tuareg armati di tacouba circolare con fierezza, ma fa tristezza la loro indigenza per cui sono pronti a cedere i loro gioielli tradizionali e le loro armi ai visitatori. Nella città si respira un’aria di mistero, nelle strade silenziose si percepisce un’atmosfera impalpabile e qualche volta si riesce a comprendere l’essenza dell’assoluto desiderio di conoscenza che ha portato alla morte i primi esploratori bianchi che vi sono giunti. Il fascino di Tombouctou è sottile, molto diverso dallíatmosfera festosa delle città più a sud e molto più intrigante e coinvolgente delle città più a nord.

Il turismo è molto scarso benché ci siano da ammirare ben tre antiche moschee, le case di abitazione (spesso vuote) con porte decorate magnificamente, il piccolo mercato e le splendide dune attorno alla città. Molto suggestiva anche la sorgente (Tin Bouctou) circondata dagli orti verdeggianti..

La sera, cena nel ristorante locale con profferte di avventure carnali da parte di ragazze del luogo. Tissiano ha fatto buona guardia e ci ha impedito ancora una volta il peccato.

 

 

Sabato 7 GENNAIO 1989 TOMBOUCTOU – Chergo (km. 140 pista)

 

Il giorno prima erano stati presi accordi per una piccola meharée con il tuareg Mokhtar. La mattina, quindi, si parte con quattro cammelli, quattro tuareg ed una guida (mio passeggero) per un giro tra le dune attorno alla città verso il lago Faguibine.

Abbiamo visitato un villaggio tuareg con le sue zeribe ed i suoi poverissimi ma dignitosi abitanti. Donne in nero che suonavano e cantavano nella sabbia, circondate da bambini denutriti e coperti di mosche.

Dopo la cerimonia dei tre the nella zeriba del capo Mokhtar, siamo tornati in città.

Il primo pomeriggio siamo ripartiti verso Bourem e ci siamo fermati lungo la pista per attendere il passaggio della Paris-Dakar. Incontri con camion di assistenza della gara che ci hanno fatto deviare spesso fuori pista.

La notte, al campo, mentre si cenava, compare dal buio un tuareg seguito da un ragazzino. Il tuareg ci portava una scodella di uova e, per provare le sue intenzioni amichevoli, aveva affidato l’inseparabile tacouba al ragazzino.

Abbiamo acquistato le uova ed abbiamo sfamato i due che sono di nuovo scomparsi nel deserto lasciandoci un po’ di malinconia.

 

 

Domenica 8 GENNAIO 1989 Chergo – Tilremt (km. 180 pista)

A mezzogiorno, avendo saputo dai mezzi di appoggio che la Paris-Dakar passava molto più a nord, siamo ripartiti verso Bourem su una pista pericolosissima perchè stretta e con i camion di appoggio della gara che venivano in senso contrario a velocità folle. Il fondo sabbioso e le profonde ruere mette a dura prova i mezzi e i piloti.

Il panorama, soprattutto lungo il Niger, è magnifico, ma la fatica della guida lungo questa pista disagevole e difficile ci vieta di goderne a fondo. Simpatici incontri nei villaggi lungo il fiume con bellissime ragazze. Questa volta non Tissiano, ma la stanchezza ci impedisce il peccato…

La sera campo su una piccola duna lungo la pista.

 

 

Lunedì 9 GENNAIO 1989 Tilremt – GAO (km. 115 pista)

Si riparte verso Bourem e ci si arriva in piena tempesta di sabbia. Perdiamo il contatto con l’altra auto e ci aggiriamo per la cittadina in attesa degli amici. Dopo due ore ci ritroviamo: gli uni erano andati a cercare gli altri e, nella tempesta, ci eravamo magari sfiorati senza vederci.

Da Bourem verso Gao le guide annunciano una pista ameliorée, praticamente una autostrada. Balle! Una pista tutta sconquassata in cui tratti sassosi si alternano a tratti sabbiosi e a tratti di tole ondulée. Tantíè che Gabriele, non vedendo un fosso profondo, ci finisce dentro svergolando l’avantreno della sua macchina. Non ci si rende conto della gravità del danno fino a Gao, quando si notano le ruote anteriori completamente a campana. Si va da un meccanico locale, privo di qualsiasi ferro, ma dotato di martello, che agendo sulla barra di accoppiamento riesce a migliorare leggermente la situazione. Nel frattempo io vado a individuare il bordello locale con l’intento di ritornare con gli amici per festeggiare lo scampato pericolo. Inutile. San Domenico Savio (Tissiano) ci nega anche quest’ultima chance.

Notte al camping Tizi Mizi.

 

 

Martedì 10 GENNAIO 1989 GAO – AGUELHOK (km. 420 pista)

Partenza per Aguelhok. La pista è buona fino a Tabankort, poi diventa montuosa e piena di sassi. Si attraversa il famigerato Marcouba (tratto di sabbia molle di 8 km.) senza problemi con la sola trazione posteriore [chi volontario, chi obbligato…] grazie alle ottime coperture Wrangler della Good Year.

La sera si dorme a casa di un locale che ce la cede, ovviamente dietro compenso. Posto di prestigio (letto) per il capogita Mustafà, come d’altronde a Hombori, per gli altri la nuda sabbia. I locali capiscono al primo colpo, con la saggezza degli uomini semplici, chi è il capogita; se quello si chiama anche Mustafà, la cosa è ancora più semplice. [N.B. Indovinate quale dei 4 è Mustafà?]

 

 

Mercoledì 11 GENNAIO 1989 AGUELHOK – TESSALIT (km. 100 pista)

La mattina, di buonora, si va in gita alle magnifiche guelte di Aguelhok. Dopo una pista di montagna massacrante ci attendono due ore di marcia a piedi su un terreno sassoso e scosceso. Tuttavia, eccole. Magnifiche a vedersi: laghetti verdi di montagna in mezzo all’Adrar des Iforas. Una gita indimenticabile. Riccardo, si toglie i pantaloni e si tuffa in uno di questi laghetti. Non ha trovato emuli.

Ripresa la pista per il nord, a pochi km. da Tessalit, perdiamo il paraurti anteriore che ci balza davanti al vetro come un pupazzo a molla. Ridendo per la disavventura, invero modesta, l’unica a fronte delle migliaia di km. percorsi, raggiungiamo l’altra Rocky ferma davanti a un piccolo bar del deserto.

I due occupanti, mesti, ci comunicano che hanno rotto la balestra anteriore destra. Riparazione prestigiosa con il balestrino d’emergenza portato dal previdente Massimo e il viaggio continua.

A Tessalit si campeggia all’Etoile Bleu. Il veterinario ci invita a casa sua a fare una doccia (acqua poca e sporca) e ci propone per la sera una cena a base di mechui. Fin dal primo pomeriggio, il veterinario e il professore locale si piazzano al campeggio a bere il nostro vino (in cartoni), pur essendo musulmani praticanti… Il mechui, cioè arrosto di capra, viene preparato per noi gonzi ed ammannito sia a noi (un poí) sia alla moltitudine di addetti che si è, nel frattempo, radunata.

N.B. La capra, viva, viene portata al camping dove viene sgozzata, preparata intera dal capomacellaio di Tessalit, messa a cuocere nel forno che viene sigillato e portata in tavola dove viene depezzata dal capomacellaio suddetto. Spesa 1.070 FF.

Mustafà questa sera si ubriaca e cade addormentato di botto…

 

 

Giovedì 12 GENNAIO 1989 TESSALIT – Tropico del Cancro (km. 420 pista)

Si parte per Bordj Moktar sotto un cielo plumbeo che invita allo spleen e alla malinconia per il ritorno. Gabriele già pensa ai problemi di lavoro.

Si arriva alla dogana algerina e si riparte verso la Bidon V. A qualche km. dall’aeroporto di Bordj Moktar la tempesta di sabbia è talmente forte che ci dobbiamo fermare. Ne approfittiamo per fare uno spuntino con i residui di cibi della spedizione. Panini (N.B. il pane acquistato a Bordj Moktar sa di cloro) con Nutella e antipasto ghiotto, assieme.

La visibilità è ridotta a pochi centimetri dal vetro della macchina. Qualche schiarita ci permette di avanzare penosamente e di guadagnare una zona dove la tempesta è meno forte. Si giunge, quindi al cartello stradale, in mezzo alla pista, del tropico del Cancro. Vi sono alcune dune poco discoste dalla pista e qui faremo l’ultimo campo della gita.

La luce del tramonto inganna Gabriele che vuol seguirmi in cima ad una duna e non gli fa notare di essere in zona di sabbie mobili. Inevitabile insabbiamento maxi. Appena tirato fuori dai guai Gabriele, io voglio dare un ulteriore saggio di bravura e mi vado ad insabbiare qualche centinaio di metri più in là.

Il campo sul Tanezrouft è sempre suggestivo, soprattutto se si fa un bel fuoco di legna (trasportata dal mio Rocky fin da Sévaré). Tuttavia un vento di tempesta ci porta dapprima la pioggia (sic) e poi tenta di raderci al suolo le tende.

 

 

Venerdì 13 GENNAIO 1989 Tropico del Cancro – ADRAR (km. 490 pista + asfalto)

 

Partenza per Reggane. Il Tanezrouft continua ad essere il deserto del grande nulla. L’orizzonte è piatto e quasi curvilineo. Si procede su un reg scorrevole che diventa, a tratti, quasi noioso.

Arriviamo ad Adrar all’imbrunire e restiamo a dormire allíhotel Touat. Domani Riccardo ci lascerà, per tornare in Italia.

 

 

Sabato 14 GENNAIO 1989 ADRAR

Tutto il giorno in giro per Adrar. Pranziamo in una simpatica gargotta: il restaurant des Amis. Al pomeriggio accompagniamo Riccardo all’aeroporto.

La sera iniziano le vendite di materiale agli addetti locali. Buoni rahgir.

 

 

Domenica 15 GENNAIO 1989 ADRAR – TIMIMOUN (km. 210 asfalto)

Da Adrar andiamo a Timimoun, dove alloggiamo all’hotel Rouge de l’Oasis.

Una architettura “sudanese” magnifica.

Visitiamo il vecchio ksour e parte dell’oasi, con la sua irrigazione a piccoli canali in cui l’acqua viene suddivisa con un sistema detto “a pettine”.

Pranzo in un ristorante alla maniera araba: seduti per terra, mangiamo couscous e datteri immersi nel latte di cammella.

Nel pomeriggio ci accorgiamo che anche la balestra posteriore sinistra della Rocky di Gabriele è rotta. Chissà da quanto tempo.

 

 

Lunedì 16 GENNAIO 1989 TIMIMOUN – GHARDAIA (km. 660 asfalto)

Da Timimoun andiamo verso El Golea e Ghardaia. Ripercorriamo la strada dellíandata, piena di dune mobili che, talvolta occupano la carreggiata.

Ci sistemiamo al famoso hotel des Rostemides. La sera, cena in un ristorante di gran classe, lo MíLika.

 

 

Martedì 17 GENNAIO 1989 GHARDAIA – EL OUED (km. 355 asfalto)

Giro per il mercato di Ghardaia con acquisti di varia paccottiglia di artigianato. Qualche scambio (rahgir) con oggetti portati da casa all’uopo. Si prosegue, nel pomeriggio, per Ouargla e El Oued. Sistemazione all’hotel du Souf. Molto reclamizzato dalle guide, ma scadente e mal tenuto. Piccolo zoo con gazzelle. Le uniche che abbiamo visto in tutto il viaggio.

 

 

Mercoledì 18 GENNAIO 1989 EL OUED – TUNIS (km. 700 asfalto)

Partenza da El Oued dopo una visita al mercato a spendere gli ultimi dinar. Lungo la strada acquisto di rose del deserto in cambio di camicie sporche. Attraversamento delle frontiere algerina e tunisina in direzione di Tunis. Vogliamo arrivarci in serata e, pertanto, ci affrettiamo sulla bellissima strada che, attraversando le oasi di Nefta, Tozeur e Gafsa, porta a Kairouan. Di qui, la strada, attraverso Hammamet, conduce a Tunis.

Arriviamo a mezzanotte e ci sistemiamo all’hotel Africa Meridien. Questa è una tappa obbligata di ogni viaggio in Africa. Il portiere ci riconosce e ci fa le feste.

 

 

Giovedì 19 GENNAIO 1989 TUNIS

Giornata dedicata alla riscoperta della città. Grandi giri al mercato che appare ogni volta più ricco e suggestivo. Si acquistano l’henné e le essenze profumante.

Pranzo e cena, come díabitudine, al Bagdad, dove i camerieri ci accolgono come vecchi amici. Il menù è composto di couscous sia di carne che di pesce, di mechouia e di brik à líoeufs.

 

 

Venerdì 20 GENNAIO 1989 TUNIS – nave Habib –

Si parte da La Goulette verso l’Italia. La nave Habib è molto più confortevole della vecchia carretta che ci aveva portati ad Alger. In partenza notiamo che dogana e polizia tunisine sono molto noiose e molto più pignole di tutte le altre incontrate durante questo viaggio.

 

 

Sabato 21 GENNAIO 1989 nave Habib – GENOVA – TORINO (km. 190 asfalto)

Sbarco a Genova dove Gabriele subisce la perquisizione del cane antidroga. Ovviamente negativa. Noi subiamo l’ultimo scroccaggio da parte di un doganiere italiano che si fa regalare una rosa del deserto. Tutto il mondo è paese.

N.B. Scopriremo, poi, a Torino che anche la balestra posteriore destra del Rocky di Gabriele era rotta.

 

 

 

 

LESSICO

 

 

Adrar: (termine arabo) montagna. Eí anche il nome di una città.

 

Ameliorée: (termine francese) migliorata.

Bakhshish: (termine arabo) mancia per ungere le ruote

Brik à líoeufs:(termine francese) specie di crèpe fritta ripiena con un uovo

Cadeaux: (termine francese) regali

Couscous: (termine arabo) piatto tipico dellíAfrica del nord (semola+montone)

Dinar: (termine arabo) moneta algerina (al cambio ufficiale 1 dinar per 1 franco, al nero 10 dinar per 1 franco)

Fesh-fesh: (termine arabo) misto di argilla e sabbia cedevolissime (tipo sabbie mobili)

Gargotta: (termine francese)piccola osteria del deserto

Guelta: (termine arabo) laghetto del deserto

Henné: (termine arabo) tintura rossa in polvere (mani, piedi, capelli)

Ksour: (termine arabo) antico fortino contro le razzie dei tuareg

Marabutti: (termine arabo) santoni studiosi del Corano

Mechui: (termine arabo) arrosto di montone

Mechuia: (termine arabo) insalata di peperoni cotti piccanti

Meharée: (termine francese) passeggiata o viaggio in cammello (dromedario)

Pinasse: (termine francese) barchetta di circa 3 metri con piccolo motore fuoribordo

Rahgir:(termine inventato) affaretto condotto con i locali (vestiti, whisky, scarpe, ecc.)

Reg: (termine arabo) spianata di sabbia compatta o piccoli sassi

Restrant, resterante:(termine franco-arabo) sta ad indicare un restaurant

Rosa del deserto:(termine italiano) concrezione calcarea che si trova sulle dune e dalla forma di rosa

Ruere: (termine piemontese) profonde rotaie dovute al passaggio di mezzi nella sabbia o nel fango

San Domenico Savio: (termine italiano) soprannome di Tiziano Scolari

Tacouba: (termine arabo) lunga spada tuareg

Tagella: (termine arabo) pane cotto sotto la sabbia

Tole ondulée: (termine francese) pista scassamacchine con avvallamenti notevoli in senso trasversale

Zeriba: (termine arabo) capanna di rovi e canniccio dei tuareg

gentilmente concessa la pubblicazione su www.sahara.it

1 Comment… add one

enrico concas January 1, 2017, 09:31

Ho letto la sera, nella sola luce del computer il resoconto del viaggio.Bellissimo ed anche di più. Io ho quasi 80 anni e non posso più permettermelo. L’ho però fatto, identico, con estensione a burkina faso e per rientrare in mali a Mopti, nel 1985 tra marzo ed aprile (40 giorni). Nostalgia che fù!!!. CONTINUATE COSI!! Augurissimi di buon 2017 Enrico Concas

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